Sconvolgere le carte. Intervista a Santii

Primo pomeriggio di un giorno di fine maggio, Milano. Trovo riparo dal sole inclemente in un ufficio in zona Corso Buenos Aires, dove incontro Miki e Alex. Accantonata la vecchia ragione sociale M+A, ci facciamo una chiacchierata sul loro nuovo progetto Santii. Una precisa idea di autarchia multimediale declinata per ora in un primo disco intitolato semplicemente S01a simboleggiare la prima stagione di un’ipotetica serie TV. Musica, video, visuals, forse un magazine. L’album si compone di dieci tracce, ognuna con un ospite diverso e qualcuno anche bello lanciato in proprio (Rejjie Snow su tutti).

Eravate già insieme negli M+A. Da dove nasce l’esigenza di un nuovo progetto distinto?

A: Eravamo a Londra per lavorare al disco, che poi non è più uscito, degli M+A. In quella fase scrivevamo molto, e ci sentivamo anche molto liberi di fare quello che ci sentivamo. A un certo punto ci siamo resi conto che stavamo scartando molto materiale semplicemente perché poco in linea con M+A. Allora ci siamo fermati un po’ a pensare a cosa avevamo tra le mani, a cosa volessimo fare, e ci siamo resi conto che stavamo andando in una direzione artisticamente molto diversa da M+A. Noi avevamo spesso pensato di cambiare nome, sentivamo che c’era qualcosa che non andava. Allora ci siamo confrontati con la nostra crew, e ci siamo accorti che tutto questo cominciava a starci un po’ stretto. Questo molto a grandi linee, poi nel mezzo ci sono stati molti sviluppi anche personali che ci hanno portati verso questa cosa. Che comunque resta nettamente separata da M+A, e molto diversa.

M: Ci siamo accorti che era cambiato tutto, ma in modo positivo. Eravamo entusiasti della cosa, e ci siamo detti “perché no?”. È stato per non rimanere dentro “la bolla” delle cose passate, per uscire dalla logica del “facciamo un disco per M+A”. Questa cosa non riuscivamo più a sostenerla, per cui abbiamo cambiato tutto.

Come gestite la multimedialità di questo nuovo progetto? Immagino che sia tutto un terreno abbastanza inesplorato…

A: In realtà molte non sono cose assolutamente nuove, ma ambiti intorno a cui abbiamo sempre gravitato. Io faccio il grafico, e ho diretto anche altri video. Questo nuovo capitolo è stato anche e soprattutto un modo per avere più libertà su tutto, e quindi la multimedialità del progetto è più una scelta artistica che la volontà di esprimere un “so fare tutto”. Vogliamo far percepire al di fuori che c’è un forte collegamento.

M: È un’esigenza comunicativa: tutto quello che viene condiviso è fatto da noi. In modo che ascoltandoci si senta la nostra storia dietro, i nostri errori, la nostra visione del mondo e delle cose. E poi ci eravamo accorti che mediando le nostre idee con quelle di altri il risultato spesso non era soddisfacente al 100%. Che è un discorso diverso dai featuring che ci sono in questo lavoro, dove entrano in gioco dinamiche differenti. Nel primo video di Santii (Outsider con Rejjie Snow) questa cosa ancora un po’ c’è stata, infatti non siamo soddisfattissimi del risultato finale. Così invece sappiamo che se ci sono errori, sono errori nostri. Se c’è qualcosa da correggere tocca a noi, senza delegare ad altri. 

Ho visto entrambi i video (Outsider e Neversorry) che avete condiviso, e si percepisce uno scarto piuttosto netto tra i due…

M: Il secondo è stato fatto effettivamente tutto da noi. C’è ovviamente una crew dietro, ma dal montaggio alla direzione, passando per la scelta dei personaggi e dei vestiti, è roba nostra. Il primo invece era partito da un video che avrebbero dovuto fare altri registi, poi noi abbiamo fatto il montaggio. È stata un po’ una via di mezzo, e la distanza tra i due effettivamente c’è.

Il video di Outsider su YouTube si è beccato anche un bel po’ di pollici in giù…

M: Io l’ho votato col pollice giù (Ride, ndSA). Alla fine siamo riusciti comunque a salvarlo, ma per come è stato gestito il tutto – dai tempi di regia alla gestione degli attori – non è stata una grande esperienza. 

A: Di fatto è stata ancora una collaborazione. Ci sono stati molti problemi, così da lì abbiamo deciso di prendere in mano anche quella fetta. Non per dimostrare chi è più bravo di chi, ma per non vivercela male. 

Del secondo invece siete più soddisfatti?

A: Considerando che è stato girato in relativamente poche ore, i feedback sono stati sicuramente migliori. È sicuramente più “indie” e meno pretenzioso, e quindi dà molto meno fastidio rispetto al primo video. 

Leggevo anche di un magazine…

A: Non è ancora partito semplicemente perché vogliamo dedicargli il giusto tempo. Non vuole essere qualcosa di autopromozionale. 

M: È un “in più” nel vero senso della parola, che possa essere anche completamente scollegato dal disco in sé. 

A: L’idea era di farlo uscire a ridosso del disco, ma siamo andati un po’ “lunghi” con i tempi. Adesso iniziamo le date live e quindi abbiamo un sacco di impegni per portare avanti il lato strettamente musicale del progetto.

Andando “dentro” all’album, c’è dietro un po’ questo paradosso del disco di featuring che deve avere anche una coerenza di fondo, e nel vostro caso a maggior ragione visto che questo progetto nasce soprattutto dalla volontà di fare tutto da soli. Con l’ospite di turno non c’è mediazione e compromesso?

M: Quando ti fai produrre da un altro sembra che ci sia un compromesso, ma in realtà la cosa spesso si traduce in un “cerco di farti il tuo vestito”. Il nostro desiderio lavorando da soli era proprio quello di sconvolgere le carte, declinando idee che avevamo senza sapere subito esattamente come fare. È un elemento paradossale ma secondo me relativamente poco contraddittorio, nel senso che in fondo fare da soli è proprio fare i conti con gli altri. Mentre prima rifiutavamo tutti i feat., qui invece la cosa è venuta bene proprio perché si è trattato di un dialogo, non di un’imposizione. È stato tutto molto libero, e ci è piaciuto davvero tanto: perché eravamo molto soli e completamente aperti anche a stravolgere le nostre idee. Tanti artisti su questo disco suonano molto diversi da quello che fanno tendenzialmente per conto loro. Quindi è stata una mutazione sia da parte nostra che per loro, il che solitamente quando ti affidi a un produttore non accade.

Come si sono sviluppate le varie collaborazioni?

M: Le prime mosse sono state mandare degli audio senza nemmeno le mie voci registrate sopra. Abbiamo detto loro semplicemente “se vi piace qualcosa, lavorateci su”. Magari noi avevamo un’idea precisa su un certo suono o un certo pezzo, poi invece quando ce lo rimandavano indietro questa idea cambiava completamente.

A: Inizialmente, proprio per i luoghi comuni alla base dell’idea di featuring, è stato difficile far capire che erano loro ad avere il timone. Quindi ci chiedevano se volessimo una strofa, un ritornello o tutti e due. Noi rispondevamo “fate quello che volete”. Le varie produzioni che gli mandavamo poi erano anche stilisticamente molto diverse tra loro. 

C’è qualche artista che avreste voluto includere e che invece è rimasto fuori?

A: A me personalmente è dispiaciuto molto non avere Kojey Radical. Poi ai tempi avevamo provato anche a contattare Stormzy, oltre a Rejjie Snow, ma nessuna risposta (ride, ndSa).

La collaborazione che invece vi è piaciuta di più?

A: Il mio preferito è Mick Jenkins perché è stato quello più sul pezzo, ci ha rimandato il pezzo poche ore dopo averlo ricevuto. La cosa bella di Cakes invece è che non aveva capito che avrebbe potuto scegliere cosa fare tra le tante tracce proposte, e quindi ha fatto tutti i pezzi che gli abbiamo mandato. 

M: Anche io dico Mick Jenkins, sia per la puntualità, sia proprio per come è venuto il pezzo, e Cakes per la storia bizzarra e perché abbiamo trovato la quadra del pezzo definitivo in modo un po’ particolare, portando la sua voce sopra un altro beat. E poi adoro la voce di Rejjie Snow, ha un timbro molto, molto bello e potrebbe anche dire una roba di venti secondi che sarebbe perfetto comunque. 

Date live?

M: Andiamo a Londra, poi purtroppo il Radar è saltato, poi il 29 maggio siamo al Covo a Bologna, poi a settembre c’è l’Home Festival. A luglio invece giriamo un po’ l’Europa: Londra, Parigi, eccetera. Non vogliamo fare troppe date comunque, perché vogliamo mantenere attiva anche la produzione di materiale. Sfruttiamo ogni momento libero per scrivere.

Chiudiamo con la domanda qualunquista e populista: perdonami il cliché, ma il vostro disco è abbastanza “internazionale”. Non è il pop che solitamente passa in radio in Italia, ma guarda più all’America e all’Inghilterra. A chi si rivolge questo disco?

M: È pensato idealmente senza un target specifico, nel senso che ovviamente sappiamo come funzionano certi mercati, ma mentre lo scrivevamo, lo pensavamo per tutti. A disco finito è chiaro che un mercato valido potrebbe essere quello inglese. Un pezzo è anche finito in Viral UK. In Italia si fa un po’ più di fatica, ma non la viviamo neanche drammaticamente. Sappiamo che è un mercato un po’ diverso, e sicuramente la cosa del Radar parla da sé.

A: Sarebbe bello se tu potessi non fare questa domanda, se non ce ne fosse bisogno. 

29 maggio 2018
29 maggio 2018
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