“Come un treno che non si ferma mai”. Intervista agli Horrors

Il 5 maggio 2014 esce il quarto album dei The Horrors, a tre anni di distanza da Skying, pubblicato nel 2011. Luminous: è questo il titolo di quello che si presenta come un disco dalle sonorità meno cupe, energico, che ha impiegato oltre un anno a prendere forma in una ridefinizione dei suoni sicuramente attuale e probabilmente più accessibile al grande pubblico. L’album, registrato con la co-produzione di Craig Silvey, vuole raggiungere e superare il successo già ottenuto da Skying (secondo NME il miglior disco del 2011) ed è stato anticipato da una performance live della traccia I See You uscita lo scorso febbraio che ha visto il gruppo suonare con Thurston Moore (chitarrista nei Sonic Youth). Joshua Third (chitarre) e Rhys Webb (basso) ci parlano di come è cambiata la band, della crescita inevitabile e della necessità di presentare un album che fosse, prima di tutto, lo specchio della voglia di sperimentare nuove vie, allontanandosi da quell’attitudine garage punk che aveva caratterizzato i primi dischi, Strange House (2007) e Primary Colours (2009). Dieci tracce che, si augurano i ragazzi, incendieranno i dancefloor di tutto il mondo.

Quindici mesi per registrare il nuovo album Luminous

Rhys: sì, all’incirca questo il tempo che ci è voluto, è stato un periodo piuttosto lungo e confuso. Essenzialmente è stato lungo perché ci abbiamo lavorato senza sosta finché non siamo stati contenti del risultato finale. Non c’era motivo di avere fretta e nel frattempo ci sono stati altri concerti e festival estivi. Come nei precedenti album, così in Luminous ci sono diverse fonti di ispirazione e abbiamo sperimentato molto prima di trovare la giusta direzione. Trovarla velocemente non è facile, inoltre nella band non ci sono soltanto una o due persone che scrivono o presentano le idee, lavoriamo tutti insieme e le cose evolvono dall’inizio alla fine. Pensa a tutto quello che si perde nel rivedere, nel ri-lavorare i suoni, le melodie. In sostanza ci siamo fermati solo quando siamo stati felici del risultato.

E’ stata dura? Vi siete divertiti oppure, come ho anche letto in qualche anticipazione del disco, avete avuto momenti di sconforto durante le registrazioni nel vostro studio privato a Londra?

R: A volte… ovvio c’è sempre il divertimento e l’eccitazione quando le cose funzionano e si lavora su un pezzo che ti piace moltissimo, ma anche frustrazione, tensione, intensità. Siamo in cinque e di solito andiamo sempre d’accordo, non c’è davvero astio o paura del confronto, ma capita che si discuta l’uno con l’altro, in un modo molto “sensibile”. A volte è molto stressante, perché si lavora per qualcosa di importante che deve essere fatto bene.

Luminous dà una virata completamente nuova al vostro modo di fare musica, l’avete definito un album più ballabile, più divertente e felice…

R: Ci piaceva l’idea di fare un album più orecchiabile, non abbiamo pensato di farlo necessariamente più allegro, ma volevamo che alcune canzoni facessero scaturire gioia, portassero buonumore, lo stesso sentimento che si prova quando si ascolta della buona musica dance o elettronica. Pensa alla dance in un locale, il lavoro del dj (Rhys è anche un dj, NdSA) è quello di tenere su il morale, di fare muovere le persone; abbiamo ritenuto interessante l’idea di lavorare alle canzoni con questo spirito. In passato abbiamo scritto dischi molto “scuri”: Luminous – e si chiama così per questo – doveva invece essere semplicemente potente, più che ispirare gioia o tristezza.

Questo album è speciale: diverso il modo in cui Faris canta, le tastiere profonde, le chitarre si confondono spesso con lo stesso synth. Sono cambiati i gusti, gli interessi musicali, della band?

R: Ci piace soltanto la buona musica, in generale, ma questo non può essere tutto. Non possiamo suonare sempre come se fossimo in una festa rock anni ’50, come facevamo sette anni fa. La nostra naturale espressione era essere rumorosi, confusi, veloci, arrabbiati, punk, così come sono tutte le giovani band che suonano insieme per la prima volta. Le cose cambiano, i tempi cambiano, si è più consapevoli delle proprie idee col passare del tempo. E’ proprio come quando si impara a dipingere, non devi soltanto disegnare linee. Non è soltanto l’influenza della musica che ascoltiamo, siamo noi che cambiamo, che proviamo dei sentimenti.

Parlatemi un po’ dei brani che preferite in Luminous

R: Mi piacciono tutti, sono molto diversi, gli uni dagli altri. The First Day of Spring è come un treno che non si ferma mai, va sempre avanti, in un continuum. Changing Shadows è la traccia più elettronica di tutte. Le percussioni prendono ispirazione della house music di Chicago, le classiche vecchie drum machines, Joe suona i congos dal vivo, in un modo “elettronico”.

Dal nostro punto di vista Luminous non è un album inaspettato. Skying sembra il preludio di questa evoluzione. In questo album pensate di aver dato molto di più rispetto ai precedenti?

R: Penso che Strange House ci rappresenti come band in quel preciso momento, dà proprio l’idea del fare qualcosa che stai imparando, qualcosa che ami veramente, anche se non eravamo del tutto consapevoli del potere che avevamo mentre suonavamo. E’ l’inizio della storia di una band. Volevamo essere una band garage. Eravamo ragazzini garage, punk, volevamo suonare la chitarra alla maniera di Poison Ivy, che è ancora oggi una delle migliori chitarre di sempre. Credo che ogni nostro disco sia sempre più vero, onesto, ci mettiamo alla prova nell’ottica di crescere, di migliorare. Diventa sempre più semplice esprimersi quando si è consapevoli, a proprio agio. Le persone si aspettano cambiamenti da noi. Il cambio non può avvenire forzatamente, ma onestamente.

Cosa pensate delle altre band che suonano, a loro modo, psichedelia, vedi i Tame Impala o i Temples?. Rispetto al vostro modo di suonare, credete che questo sia il nuovo trend?

Joshua: Penso che ci stiamo muovendo in quella direzione. Ma è il nostro quarto album. Molte band vanno e vengono, alcune pubblicano un solo disco buono, altre suoneranno ancora tra dieci anni. Ci piacciono molto i Tame Impala, suonano da diverso tempo e diventano sempre migliori; altre band probabilmente si scioglieranno presto. Kevin Parker è un grande musicista, posso immaginare facilmente che il suo prossimo disco prevederà dei cambiamenti. Lentamente, perché le persone si sono abituate a quei suoni, e un cambio radicale sarebbe troppo strano. Lui è Tame Impala: quando li ascolti, ascolti una persona. E lui è l’esempio perfetto del musicista e della persona vera, spontanea, onesta. Non potrebbe esprimersi altrimenti se non nel modo in cui si sente.

Qual è la band più sottovalutata del momento?

Rhys e Joshua: Forse…Connan Mockasin dalla Nuova Zelanda. Ha scritto un album meraviglioso, Caramel. Viene molto spesso a Londra, è psichedelico ma non segue la moda del momento, non è consapevole di questo trend. Devi assolutamente ascoltarlo, ti piacerà senza dubbio.

Ci sono libri o film che hanno ispirato l’ultimo album?

Rhys: Per quanto riguarda me, assolutamente no. Mi ispirano i sentimenti.

Joshua : Sì, evocare i sentimenti. Dal punto di vista musicale ci piace davvero musica molto diversa, ma ci piace anche sperimentare per noi stessi, niente viene ispirato da sentimenti che provengono da fonti esterne a noi stessi.

Quali sono le vostre aspettative per questo album?

Rhys: Non lo sappiamo. Non vediamo l’ora di essere in tour per suonarlo dal vivo. In questo modo, possiamo dare alle canzoni il tempo di evolversi ulteriormente. Alla fine di un tour una canzone può diventare completamente diversa da quella dell’album. Agli NME AWARDS abbiamo suonato il nostro singolo I See You per la prima volta, e Thurston Moore ci ha accompagnati alla chitarra. E’ stato fighissimo. Non lo avevamo mai incontrato di persona, prima di quel momento. E’ nato nel 1958, ha tantissime storie da raccontare, come quando da giovanissimo si è trasferito a New York, usciva con Sid Vicious, suonava a volte insieme ai Television. E stato molto interessante; quella sera, prima degli Awards, abbiamo provato la nostra canzone per tre volte e poi ha detto: ok andiamo a bere al pub di fianco! Ci sentiamo molto fortunati.

Quando suonerete in Italia?

Rhys: Suoneremo quest’estate in un festival a Milano, insieme ad altre band come The Dandy Warhols. Magari faremo insieme un dj set! Venivo a Milano a mettere i dischi sette anni fa al London Loves (una delle serate di punta del club Plastic, ndSA). Era un po’ come il Junk Club a Londra.

Il vostro primo concerto in Italia è stato al Rocket di Milano, eravate proprio una novità e dopo quella volta tutti hanno iniziato a vestirsi e a pettinarsi come voi…

Rhys: (ride, ndSA) allora la prossima volta che ci vedremo, ricorderemo il nostro passato bevendo birra nel backstage. Grazie mille, è stato un piacere. A presto.

(Intervista di Antonia Ciancaglini e Enrica Selvini)

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