In Turbine. Intervista agli Underspreche

Arriva dal Salento una delle novità elettroniche più affascinanti, particolari ed eccitanti della variegata scena elettronica italiana: i due Underspreche, Simone e Marika, in un tempo brevissimo (la prima produzione ufficiale dei due risale al gennaio del 2016, ma il progetto nasce originariamente un paio di anni prima) si sono ritagliati uno spazio importante nel panorama non solo nazionale, pubblicando un paio di ep e un disco per la scozzese Optimo Trax. Invito Alla Danza, l’album di debutto (un incredibile, inaspettato e ambizioso, mix di influenze liriche e di atmosfere e ritmi in piena tradizione techno mitteleuropea) è arrivato lo scorso dicembre ed ha raccolto critiche confortanti, tra le quali spicca l’esperto Zingales che, su Blow Up, li ha definiti «sontuosi nel gioco di ritmiche e tessiture, con la capacità di esplicitare un ventaglio di suggestioni cromatiche e teatralità influenzato dal Salento e dai rispettivi immaginari artistici», ma il punto più alto della loro breve carriera è forse ancora più recente. A maggio 2017 è uscito infatti, questa volta per la label giapponese Endless Flight (succursale della più grossa Mule Musiq), l’ep Symbiosis: tre tracce che allargano i confini dell’interesse degli Underspreche e che spediscono il fruitore in un viaggio sul groove più irresistibile e misterico tra Sud America ed Estremo Oriente. Considerato l’indubbio valore di quest’ultimo lavoro e l’estate impegnatissima che stanno vivendo Marika e Simone (lo scorso fine settimana hanno suonato alla prima edizione della Sagra Elettronica, giovane e promettente festival tenutosi a Torre Chianca, località balneare e frazione di Lecce), li abbiamo raggiunti virtualmente per approfondire la storia, la poetica e la visione della loro creatura artistica.

Come detto in apertura, in meno di due anni siete riusciti ad emergere come uno degli act più originali e interessanti dell’elettronica non solo italiana, anzi avete raccolto ottimi riscontri anche e soprattutto all’estero: ci piacerebbe capire qual è stato il percorso che vi ha portato alla creazione e allo sviluppo del duo e della sua musica…

Simone: Io e Marika ci siamo conosciuti otto anni fa al matrimonio di un comune amico e abbiamo subito percepito un’intesa artistica tra di noi; non solo artistica, siamo infatti una coppia anche nella vita. Il progetto Underspreche ha preso vita concretamente da tre anni, in maniera graduale, dopo momenti bui e periodi di studio sfrenato. Abbiamo background diversi, dunque ci è voluto un po’ per sviluppare un’identità comune e personale, condivisa. Ciò che ci ha spinti maggiormente ad imbarcarci in questa avventura è stata la curiosità, la voglia di sperimentare e ovviamente la passione incondizionata per quello che facciamo. Abbiamo impiegato anni prima di decidere di proporre la nostra musica in giro e la nostra più grande sfida è provare a creare qualcosa di nuovo e inaspettato in ogni traccia, indipendentemente dal genere proposto.

Prima degli Underspreche eravate già nel mondo della musica?

Marika: Sono cresciuta nella musica, ho in famiglia due cantanti lirici e anche mia mamma ha frequentato il conservatorio, ma fino ai diciotto anni non ho mai preso in considerazione l’idea di fare musica, l’ho vissuta in maniera passiva. Mi sono trasferita a Lecce a diciannove anni e ho iniziato a cantare in gruppi rock, soul, pop. Mi è sempre piaciuto scrivere, perciò preferivo band che avevano voglia di impegnarsi in progetti inediti e canzoni originali. Di lì a poco mi sono trovata catapultata nella composizione di un album con un gruppo, sono rimasta profondamente colpita da quello che avviene nello studio di registrazione. Inconsciamente ho imparato molto da quel progetto, nonostante fosse agli antipodi rispetto alla musica che mi piace scrivere oggi. Successivamente ho conosciuto Simone e con lui l’utilizzo dei software, l’amore per il vinile, la musica elettronica… Mi sono sentita libera di riuscire ad esprimermi senza limiti anche grazie al fatto che avevo trovato la mia dimensione ideale al suo fianco. Ho studiato chitarra per diversi anni, sono tornata tra i banchi di scuola per colmare la mia incompetenza sotto l’aspetto tecnico e mi sono diplomata come tecnico audio-visivo da qualche anno. Ora dedico la maggior parte del mio tempo alla musica, allo studio e alla ricerca.

Simone: Ho iniziato a fare il dj a quattordici anni e il mio è stato un colpo di fulmine. Sono passato dai campi di calcio (giocavo nelle giovanili del Lecce) ai piatti in maniera improvvisa, soprattutto se consideriamo che, sino a quel momento, non avevo alcun interesse per la musica. Così il mio approccio è stato molto genuino ed è tuttora in continua evoluzione. Ho poi lavorato in radio ed ho avuto la possibilità di suonare in diversi locali e piazze in giro: ho un ricordo molto bello di quel periodo ed è stato un ottimo modo per sviluppare una propria personalità ed esperienza come dj. Sono sempre stato attratto dalla tecnologia, sia in studio sia nei dj set, utilizzando effetti e campionatori senza mai abbandonare l’uso del vinile. In studio il mio primo strumento è stato un computer Atari e da lì mi sono evoluto, seguendo le mie curiosità e la voglia, anche la necessità, di recuperare ascolti perduti. Mi sono così avvicinato alla musica in ogni sua forma… Dallo studio di Beethoven alle ritmiche indiane, da Messiaen a Brian Eno, cercando di sviluppare un personale cocktail musicale.

Avete quindi, alle spalle, trascorsi differenti e anche notevoli: ma nello specifico ci piacerebbe approfondire la nascita degli Underspreche e le strade che insieme avete intrapreso per arrivare fin qui…

Underspreche: Prima di scegliere Underspreche, abbiamo usato altri nomi, i quali poi svanivano man mano che scavavamo più a fondo, man mano che il genere di musica che ascoltavamo e le nostre produzioni si evolvevano. Underspreche è un nome coniato da noi, metà inglese e metà tedesco. Anche in questo rappresenta il nostro stile. “Sotto le parole”, “tra le righe”… Vogliamo comunicare attraverso la musica, è questo è il punto centrale. L’obiettivo principale è stato dall’inizio quello di apportare nuovi elementi alla musica da club, non trascurando però l’idea di voler fare musica a 360°, una musica che ci rappresenti senza limiti di genere. Siamo sempre stati affascinati entrambi dalle contaminazioni e dall’inserimento di elementi inaspettati. Con il tempo e lo studio abbiamo capito che potevamo giocare con le ritmiche, uscendo fuori dai classici 4/4. Ma la cosa più difficile resta sempre quella di riuscire a mantenere la semplicità e la fluidità anche nella complessità . Non sappiamo spiegare il perché, ma il nostro approdo è stato molto naturale e cosa importantissima, fortemente condiviso.

Quella di portare nuovi elementi alla musica dance mi pare una definizione perfetta per il vostro suono, oltre ad essere una dichiarazione d’intenti onesta e importante. Onesta perché vi rappresenta adeguatamente e importante invece perché è una scelta non semplice, soprattutto in un mondo spesso omologato. Questi nuovi elementi nel vostro disco d’esordio erano rappresentati dai flirt con la musica classica e la lirica, mentre nel recente EP Symbiosis assumono un carattere più etnico. Siamo curiosi di sapere a cosa si deve questo cambiamento e se rappresenta solo un esperimento o una strada che avete intenzione di percorrere con più costanza…

Underspreche: Sono entrambi due aspetti che ci caratterizzano. Nell’album abbiamo sperimentato per la prima volta la voce lirica di Marika ed è stato un aspetto che ci ha entusiasmato e che abbiamo deciso di proporre anche live. Inoltre gli agganci alla musica classica sono sicuramente frutto del background musicale di entrambi. Ci piace l’idea di utilizzare melodie ariose che contrastano con i ritmi ipnotici tipici della musica afro e techno. Il principio di Symbiosis invece è stato la re-edit di Moodymann, che ci ha portati a una ricerca smodata di tradizioni lontane da noi dalle quali attingere. Il titolo stesso Symbiosis propone l’idea che ci sentiamo attratti e spesso inghiottiti dalle varie culture del mondo, anche quelle più remote. Il collegamento è reso possibile dall’emozione che evocano i loro canti e il loro modo di fare musica: una volta poi trasposto all’interno del nostro stile, crea un nuovo paesaggio sonoro. Di solito comunque ci piace sviluppare l’idea musicale intorno a un concept, ci siamo resi conto di essere più creativi e produttivi se abbiamo una macro-idea da cui partire…

Da un punto di vista più pragmatico invece è cambiato molto il vostro atteggiamento durante la pubblicazione dei due lavori? Nel disco la voce di Marika era spesso presente, mentre nell’ultimo EP avete preferito utilizzare alcuni sample: come ha influito questa cosa nel vostro processo creativo? Considerato anche il background di Marika e quindi le esperienze come cantante, quanto è stato naturale per voi introdurre la voce nell’esordio?

Marika: Quando inizi ad usare la tua voce, sei come ossessionato dal suo utilizzo, non vedi l’ora di fare la tua performance e di avere i tuoi minuti di notorietà, ma una volta capiti i tuoi punti di forza, dovresti essere in grado di valutare se la tua voce può dare o meno un valore aggiunto alla tua traccia o se semplicemente è idonea per trasmettere quel tipo di sensazione che vai cercando. Personalmente sono molto attratta dalle timbriche e mi piace ricercare voci alle quali rubare una qualche sfumatura per arricchire il mio modo di cantare, anche al di fuori dell’ambiente musicale, come nel brano Mi Luz Es Distinta. La voce in questione è di una mia amica colombiana, Sandra Restrepo, con un timbro fantastico, ma che non aveva mai fatto nulla di simile, ed è proprio quello che mi è piaciuto: la sua inesperienza è anche la sua forza. Ad oggi fatico un po’ per far capire qual è esattamente il mio ruolo nel duo: non sono solo una cantante, bensì un membro alla pari, io mi occupo delle produzioni e ogni tanto metto in stand-by la mia voce quasi per protesta.

Simone: Nelle nostre prime tracce, Flowers From the Lake e Naked, contenute nello split con Muslimgauze (Optimo Trax 18 ) e nel nostro primo EP, Subterrenus (Optimo 22), non c’è traccia della voce di Marika perché aspettavamo l’idea particolare, il momento giusto per evidenziare quello che secondo me è un valore aggiunto del duo, poiché reputo la sua voce molto particolare e caratteristica. Quello che a me fa impressione è il talento naturale di Marika nel creare melodie in pochissimo tempo. L’aspetto creativo del duo è ibrido. Spesso ci separiamo per studiare e strutturare le tracce, ognuno al proprio computer, ma il confronto e lo scambio di opinioni è continuo. La parte finale è rigorosamente in studio dove ogni elemento viene analizzato, mixato e valutato… Marika solitamente al mixer, tecnico del suono, ed io alle sue spalle.

In Symbiosis però nuovamente non c’è traccia della voce di Marika, ma tutte e tre le tracce prendono spunto da campioni vocali: come li avete recuperati? Sono il frutto di viaggi e conseguenti epifanie?

Underspreche: Ci piace viaggiare, ma non è stato nessun viaggio a farci appassionare alla world music, al massimo un programma su Radio3 dal quale ogni tanto attingiamo fonti. Più che altro abbiamo entrambi una passione per le musiche popolari provenienti da tribù sconosciute. Infatti spesso lasciamo i sample inalterati, scevri da qualunque effetto proprio per esaltare la purezza della fonte. Le consideriamo delle citazioni, un nostro ringraziamento a ciò che hanno rappresentato e alla capacità di arricchire la nostra fantasia e i nostri stimoli creativi…Campioniamo tanto, oltre ai canti delle tribù spesso riprendiamo elementi drum che invece manipoliamo abbastanza per renderli personali, persino irriconoscibili, facendo dell’editing uno strumento musicale vero e proprio. Per quanto riguarda Symbiosis, in particolare per i sample di Jarai, dobbiamo ringraziare Michael Mayer, che in una classifica dei suoi dischi preferiti menzionò un CD con registrazioni molto interessanti di etnie di piccole tribù del Nord della Cambogia. In El Ijo De La Madre ed in Mapuche abbiamo utilizzato delle ninne-nanne: in questo caso si tratta solo ed esclusivamente di casualità mista a curiosità. La mia amica colombiana, la stessa di Mi Luz Es Distinta, Sandra Restrepo, ha avuto una bimba l’anno scorso e volevo regalarle un CD con delle ninnananne provenienti da tutto il globo. Non ho trovato un CD decente, ma in compenso ho scovato un tesoro inestimabile su YouTube, una ninnananna stupenda cantata da Beatrice Pichi Malen insieme ad un’altra sefardita che ci ha fatto perdere la testa. Ma abbiamo già svelato troppo.

Negli ultimi anni, sia in Italia (penso a Clap! Clap!, a Populous, alla recente compilation di cumbia della Tempesta), sia nel mondo (per esempio tutto il giro NON, dall’Ambient Music for Black Folk di Chino Amobi al recente ep d’esordio della giovane Farai, che mixa paranoie industriale e suoni dai paesi di origine dei migranti, dunque Medio Oriente e Africa), stiamo vivendo una grande riscoperta delle musiche etniche, una passione intensa e diffusa che non conosce paragoni in precedenza (forse gli anni Ottanta con Peter Gabriel e Paul Simon sono stati simili nelle intenzioni, ma non nel risultato). Secondo voi perché? A cosa è dovuto tutto ciò?

Underspreche: Quella che può essere vissuta e che può sembrare una moda ha secondo noi qualcosa di più profondo dietro. La continua corsa contro il tempo per raggiungere il futuro, prima che esso raggiunga noi, ha scatenato la voglia, da parte di molti, di ritornare indietro, di tornare alle radici, di cercare quantomeno di capire da dove siamo partiti per vivere il qui ed ora in maniera più consona e più presente. Questa ricerca di equilibrio la possiamo ritrovare nello stesso avvicinamento, sempre più numeroso, all’agricoltura. L’originalità e la spiritualità che troviamo nei canti, nelle melodie e nelle ritmiche di queste popolazioni sembra essere talvolta senza tempo, questo perché spesso si tratta di tribù che sono state poco contaminate dal nostro modo di vivere, dalla nostra frenesia. Ed è quello che le rende speciali ed è questo il motivo per il quale ne siamo affascinati.

Muslimgauze, Moodymann, Optimo Trax: nomi altisonanti e famosi. Ci raccontate come avete costruito questa rete di contatti? Com’è stato dividere il vostro EP di esordio con una figura storica, e sempre misteriosa, come Muslimgauze (il produttore di Manchester Bryn Jones, iperprolifico, autarchico e scomparso nel 1999)? Conoscevate già la sua musica? Quanto questa esperienza ha influito poi sul vostro sviluppo come progetto?

Underspreche: Due ani fa volevamo dare vita alla nostra label perché avevamo voglia di pubblicare la nostra musica per essere presenti nel mercato musicale. Ci accorgevamo di non essere calcolati minimamente dalle etichette e di non avere un livello idoneo per colpire una label, perciò temporeggiavamo e nel frattempo continuavamo a produrre e a studiare. Proprio nel momento in cui eravamo sempre più convinti di fare questo passo si è presentata la proposta di Keith McIvor di Optimo di voler stampare Flowers From the Lake. Proposta che ovviamente accettammo al volo. Gli inviammo anche Naked e decise di darci questa immensa opportunità, cioè condividere il nostro primo EP con la leggenda Muslimgauze. Conoscevamo già la sua musica, ma non avevamo mai pensato di accostarla alla nostra, anzi all’inizio pensavamo che non ci fosse un nesso tra noi, ma invece con il tempo abbiamo capito il motivo per il quale alla Optimo hanno fatto questa scelta. Fu cosi che iniziò a crearsi la nostra rete di contatti. L’uscita dello split ci diede molta visibilità, sebbene molti si chiedessero chi eravamo (non è cambiato granché dopo un anno), ma abbiamo ancora tutto da dimostrare e siamo contenti di questo. Keith continua ad essere un punto di riferimento per noi, lo coinvolgiamo spesso nelle nostre scelte e nei nostri progetti. Ci ha dato un sacco di spazio e siamo davvero felici di averlo conosciuto! Per quanto riguarda Moodymann invece, non pervenuto! Non siamo mai riusciti a contattarlo, sarebbe stato bello poter pubblicare la nostra re-edit ma non è stato possibile!

Voi siete salentini e non siete gli unici attualmente che dal Salento propongono una ricetta personalissima di musica elettronica (il già citato Populous, lo sperimentatore Donato Epiro): mi piacerebbe capire, per una terra che spesso è stata ridotta allo stereotipo reggae-fuori sede in vacanza, se attualmente invece qualcosa si sta muovendo, se è un periodo creativamente fertile…

Underspreche: Già da tempo si muove più di qualcosa qui in Salento: molti nostri conterranei hanno dato un loro contributo con il loro impegno e la loro musica, che è sicuramente lontana anni luce da quel tipo di stereotipo. Michele Minimi, con la sua uscita su R&S lo ha schiaffeggiato, quello stereotipo. Lo stesso Donato Epiro, nostro grande amico e anche vicino di casa, con la sua musica lo ha sepolto totalmente; il suo approccio alla musica è chiaramente terso di una voglia seppur inconscia di uscire dagli schemi. È un periodo molto florido anche per Dodi Palese e le sue due label, What Ever Not ed Engrave Ltd, entrambe in continua crescita; Simone Gatto, con la sua label Out Er, propone artisti di fama internazionale, Lorenzo Esposito aka Haiku, anche lui proprietario di due label (Raw Waxes e Inkblots) a stampo prettamente techno, non è da meno. Che sia un periodo molto fertile è più che chiaro, il filo conduttore tra tutti questi artisti è sicuramente la voglia di crescere e di evolversi discostandosi da ogni genere di pregiudizio.

Ci sono artisti, gruppi o act che vi piacciono o con cui sentite di avere una qualche affinità?

Underspreche: Per quanto riguarda la musica da club, amiamo ogni artista che riesca a sorprenderci durante un set; sono diversi i nomi ai quali siamo legati, che ammiriamo e spesso studiamo: Dj Koze, per classe ed eleganza, caratteristiche comuni anche a Moodyman e Ben Ufo, entrambi molto eclettici. Figura sicuramente rilevante e influente per noi è Ricardo Villalobos, sia come selezionatore e ricercatore, sia come produttore: la sua reinterpretazione di brani del catalogo storico ECM, insieme a Max Loderbauer, spicca per visione musicale, apertura mentale e credibilità artistica. Abbiamo una forma di rispetto assoluto per tutti coloro che son riusciti a creare un genere, dei modelli sonori che hanno fatto storia. Siamo un po’ scettici e meno interessati verso chi semplicemente ricalca a distanza di anni gli stessi suoni, le stesse idee, senza apportare qualcosa di nuovo e personale. La storia va rispettata ma guardare solo indietro non fa parte di noi. Ci piace pensare alla musica come a un’energia in continua evoluzione. Gli stimoli creativi per noi spesso arrivano da mondi lontani dalla techno o dalla musica house. Quando ci appassioniamo agli artisti ci piace indagare sino in fondo, ricerchiamo il processo creativo che li ha portati a comporre in quel modo. Questo è successo per alcuni brani dei Radiohead, Aphex Twin, Fela Kuti, Frank Zappa, Max Roach, Miles Davis, gran parte del catalogo ECM Records e John Cage, citando solo i più noti.

Oramai siamo già ad agosto: l’estate è notoriamente periodo di festival e concerti. Dove vi possiamo vedere e ascoltare prima della fine della stagione?

Underspreche: Quest’estate abbiamo avuto e avremo ancora la possibilità di portare il nostro Alive Dj Set in giro, anche in posti che noi amiamo particolarmente per vari motivi. Dopo l’ottima esperienza della Sagra Elettronica, un po’ perché giocavamo in casa a Lecce, un po’ perché il collettivo Knick Knack (che ne ha curato l’organizzazione) è stato tra i primi a credere in noi e a proporci nei suoi eventi, faremo il nostro esordio il 28 di luglio in uno dei templi della musica da club, il Panorama Bar di Berlino: ansia a gogò! Il 25 agosto saremo in Polonia, al Garbicz Festival 2017, e l’atmosfera sarà magica poiché la manifestazione si svolgerà in un castello immerso nell’eponima foresta. Ovviamente siamo molto attratti dall’idea di poter viaggiare e suonare nei posti più disparati del mondo e speriamo tanto di riuscire in questo intento, ma al momento abbiamo anche molta voglia di esprimere al massimo le nostre idee, di trovare un nostro spazio nel mercato musicale. Perciò gran parte del tempo saremo in studio al lavoro sul nostro prossimo concept.

28 luglio 2017
28 luglio 2017
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