Il mito della doppia anima
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Nino Ciglio
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violab
- 14 Aprile 2012
Sul palco, dietro gli strumenti, giganteggiano le immagini in slow motion di Melancholia di Von Trier, la cui prima sequenza di quadri in movimento, di staticità, di emotività violata, di silenzi interstellari, è una delle cose più belle che il cinema abbia prodotto negli ultimi anni. Gli Iori’s Eyes si presentano così al pubblico bolognese, consci che la loro piccola rivoluzione “è un magnifico mezzo di catarsi” per scrollarsi di dosso le ruggini di un periodo difficile. Già, perché il nuovo disco (il primo full length, uscito per La Tempesta International) è un disco di cambiamento, un disco di metamorfosi. Lo vedi fin dalla copertina, da quel morphing fra il viso di Clod e quello di Sofia, che dice già tutto sull’incontro delle due anime musicali ed emotive: Double Soul.
Inizia da Milano la nostra chiacchierata con gli Iori’s Eyes nei camerini a mansarda del Covo Club, dal “senso di ansia che scaturisce in reclusione forzata e dalle difficoltà a relazionarsi con persone o situazioni che in passato erano delle certezze; ultimamente il tutto ha iniziato a cadere come un castello di carte: Milano e l’atmosfera milanese sono state un ottimo humus per questo disco. Non la odiamo, ma è comunque una città che quando stai male non ti aiuta. C’è poi un altro aspetto di Milano che è molto inquietante: ci passa un sacco di gente e tu magari ti leghi a qualcuno che quando se ne va, ti lascia nel vuoto”. Di certo, sarebbe facile banalizzare il lavoro della band, il loro percorso verso sonorità più dark, le vele spiegate verso il regno minimale del Lo-Fi, come un semplice adeguarsi alle mode di passaggio. All the people outside are killing my feelings valida tutt’altra prospettiva: “Le persone mi uccidono le poche volte che esco. Mi rendo conto che non riesco più a trovare una mediazione col mondo fuori, con l’esterno. Pereferisco recuperare i film di Lynch o di Von Trier che ancora non ho visto….”. Ma la doppia anima del titolo la puoi trovare fin dentro il lavoro di limatura, col quale i due, come buoni artigiani, sono arrivati alla creazione del nuovo materiale: “A differenza degli altri Ep, non ci siamo visti molto in sala, siamo stati ognuno per i fatti nostri e poi ci siamo riuniti per assemblarli. In passato improvvisavamo di più e da lì scaturiva tutto in… una sola anima. Ora ce ne sono due, chiare e distinte”.
La cosa bella, nel leggere gli sguardi intenti di Clod e Sofia, è che si sono resi conto che la loro double soul, la loro black-music è bella come l’Androgino platonico, un essere proto umano, che ha dentro i caratteri fisici e psichici di entrambi i sessi. “Sono felice che sia venuto fuori il mio animo un po’ più femminile – dice Clod – una volta sul pianoforte. Era come se stesse parlando un’altra persona dentro di me, opposta a quella che agisce nella vita vera. Il concept si è allargato nel momento in cui ho capito quello che voleva dire anche Sofia e la sua anima unita alla mia ne ha creato una terza più forte e più bella”. Lo vedi fin da subito che il neo pianista Clod, è l’anima suggestionata dalle belle voci, dalle ugole d’oro degli anni Ottanta, mentre Sofia ha il piglio di chi ha sempre voglia di trovare qualcosa di nuovo nel marasma elettronico degli ultimi anni. “Ho ascoltato soprattutto Elton John, Kate Bush, Stevie Wonder – dice Clod – e molti artisti piano e voce”. D’altro canto a Sofia piace “molto di più la composizione, magari un po’ più elettronica”. È qui che nasce in gran stile l’argomento più discusso sulla svolta slow degli Iori’s Eyes: l’accostamento fatto da gran parte della critica musicale a James Blake. Si tratta solo di un mito da sfatare? “Ci stavamo avvicinando al soul e, parallelamente, abbiamo scoperto questo artista. Noi non facciamo pop dubstep e la sua voce è opposta rispetto a quella di Clod. Certo rimane qualche suono, qualche atmosfera, ma niente di più”.
Come già detto in sede di recensione, Double Soul reca finanche lo zampino di Federico Dragogna dei Ministri, che ha trascinato i due da una cameretta all’altra, da Milano ad Amsterdam: “In cameretta non hai le pressioni delle tempistiche da studio. Ci troviamo decisamente meglio. Abbiamo iniziato da lì e, dato che non avevamo bisogno di uno studio (la batteria acustica l’abbiamo registrata tutta, ma nel disco son rimasti solo i piatti!), d’accordo con Federico abbiamo deciso di continuare in casa. Ad Amsterdam poi è stato stimolante: cambiare aria, levarsi dalla situazione milanese, ci ha aiutato a guardare il nostro percorso da fuori, in un posto dove devi confrontarti con altre realtà non solo musicali”. Il ciclo magico del disco si colora persino degli arrangiamenti degli Aucan, partecipi di uno dei brani più belli e “incontrati a Rock in Castelli a Brescia un anno fa. Ci siamo sentiti frequentemente e, prima dell’uscita di Double Soul, Jo era tanto felice che ha voluto produrre un brano e cambiargli persino il nome In Love With Your Wrost Side”.
E poi c’è il live: tanti synth, nemmeno una chitarra, fatto di loop cerebrali, avvolgente. Non ti prende più dritto in faccia, ti accarezza dietro le orecchie, come chi sa che è finito il tempo delle cover dei Pink Floyd. Mantengono le promesse del disco (sebbene gli eccessi di batteria acustica alle volte logorino l’apparato elettronico), è come se umanizzassero le sonorità extraterrestri dell’opera. In un’atmosfera languida e a tratti drammatica (The boat) anche il vecchio singolo danzereccio Matter of time acquista tinte tetre. Non mancano nemmeno momenti più affabili: sulle note di Take me to the other side, il gruppo chiede il coinvolgimento del pubblico in un mood festaiolo e sulle note di Vlad, l’ultimo encore (che qualcuno sotto il palco già canta a squarcia gola come fosse un classico), Clod, abbandonata per la prima volta la tastiera, si offre ai presenti in un’appassionata danza solitaria. Questo come altri momenti della serata decretano il successo dell’esibizione di un gruppo che, nella piena consapevolezza della forza del palcoscenico e dell’estetica, è capace di proporre un’originale sintesi di generi (non solo musicali).
