Democrazia del televoto

Gente da aperitivo

Il De Marchi è un bar fuori dal tempo. Almeno per il sottoscritto. Ci compri delle bottiglie di birra da venti cl a poco più di un euro l’una. Un posto per studenti, è chiaro, in una città come Bologna che dagli studenti succhia tutto o quasi per poi riciclarlo nei salotti “buoni” di Del Bono o Cofferati. Togliendo nel contempo sempre più spazio proprio a quegli studenti che pagano cara la possibilità di frequentare l’Università, per onorare una concezione di quiete cittadina borghese, univoca e probabilmente irrealizzabile. Se non ci credete chiedetelo ai tipi del Locomotiv. Loro ne sanno qualcosa.

Ma qui si parla d’altro, nello specifico di un musicista trapiantato nella città felsinea da quasi un decennio: Jacopo Incani. E’ lui che incontriamo tra i tavoli del locale verso sera, per una chiacchierata informale sul suo esordio ufficiale a nome Iosonouncane, La macarena su Roma. Giacca simil-militare, scarpe da ginnastica, sguardo attento, idee chiare. Un sardo coriaceo, orgogliosamente proletario, i cui natali, come impareremo di lì a poco, ricoprono un’importanza notevole nel quadro complessivo della proposta musicale, almeno quanto la biografia. Alla fine dei convenevoli si contano sei bottiglie sul tavolo, abbastanza per decidere di alzarsi, andare a mangiare qualcosa di veloce e ripiegare verso casa Incani, ché per l’intervista c’è bisogno di un posto in cui far scorrere le idee senza filtri esterni. Quattrocento euro al mese per un monolocale dalle dimensioni ridottissime, all’interno del quale spiccano un paio di Groovebox, qualche tastierina giocattolo, un’Ephiphone acustica, una loopstation, una drum machine e un laptop. Tutto quello che serve per dar vita alla canzone d’autore dirompente e all’elettronica fosca che ritroviamo all’interno del disco: home made come l’etica punk impone, professionale come garantito dalle moderne tecnologie domestiche.

Pacchetto tematico

Partiamo dall’inizio. Buggerru, recita la carta di identità. Sardegna Sud-Ovest. Una gola tra il mare e le montagne su cui si arrampicano un pugno di case con una storia interessante alle spalle: “Buggerru è stata fondata a metà ‘800. I terreni erano della famiglia di Modigliani, che li vendette a una compagnia francese. Questa compagnia scoprì che sotto le montagne c’era uno dei più grossi giacimenti di piombo d’Europa e così cominciò a scavare chiamando operai da tutta la Sardegna e dall’Europa. Nella valle i francesi costruirono le abitazioni per gli impiegati delle miniere e nel giro di vent’anni Buggerru divenne una città da diecimila persone, oltre che un centro culturale con aspirazioni europee. Nel 1904 ci fu una protesta gigantesca dei minatori che si concluse con l’eccidio degli stessi. Questo evento tragico portò la camera del lavoro di Milano a indire il primo sciopero generale nazionale sei giorni dopo.” Forza lavoro e sfruttamento, diritti civili e sudore, nell’immaginario di una città – e di una regione, la Sardegna, la stessa di Berlinguer e Gramsci – che porta ancora i segni delle sue origini. Con gli ingressi delle vecchie miniere abbandonate sparsi per il paese e le leggende su chi in quelle miniere è morto a garantire al luogo un’aura di esoterismo macabro mica da poco, non bastasse una posizione geografica quantomeno singolare. Nasce qui Incani e la storia del suo paese la manda immediatamente a memoria. Come manda a memoria i primi ascolti giovanili propagandati dai genitori: i cantautori, i Pink Floyd, i Beatles e i Rolling Stones. Quando si dice il DNA.

A dieci anni ci si sposta a Iglesias, comunità più articolata rispetto alla piccola Buggerru, dove la musica diventa adolescente e il Nostro incontra i giovani sodali che finiranno per confluire nei seminali Adharma. Intanto sono scoccati i Novanta e il lettore CD ha decisamente cambiato stile: “A tredici anni ho scoperto gli Oasis. Rimasi proprio folgorato da (What’s The Story) Morning Glory?, non so il perché. Ho smesso di giocare a calcio e ho iniziato ad ascoltare anche psichedelia di metà anni Sessanta. Con un amico, poi, mi divertivo a spezzettare i brani di altri e a ricomporli con un registratore a quattro piste. In seguito sono arrivati anche i Radiohead, i Placebo, i Muse. Tutti gruppi della mia adolescenza”. E’ frequentando Thom Yorke e compagnia che gli Adharma si fanno le ossa. Con un misto di Muse e Verdena che maturerà in un rock con venature crossover prima e in un indie-rock con rimandi progressive-funk nella parte più importante della carriera. Quella che la band comincia a Bologna, ai tempi dell’università: “Con gli Adharma facevo cose che mi piacevano ma che non sentivo proprio mie. In più allora avevo dei problemi ad accettare la mia voce. Mi vergognavo molto, sia della voce che dei testi che scrivevo. Quando ho iniziato ad usare il campionatore mi sono casualmente ritrovato a scrivere come scrivo ora e a cantare come canto ora. E’ stato un passaggio molto naturale”. Il gruppo vorrebbe farsi adottare dalla Bologna culturalmente più ricettiva, guadagnare qualche ingaggio e arrivare a incidere un disco. In realtà le cose si fanno piuttosto complicate e se da un lato quel disco tanto atteso lo si incide sul serio per Jestrai (Risvegli EP), dall’altro le dinamiche interne alla band non reggono il peso del nuovo contesto: “Eravamo tutti compagni di liceo, tutti di Iglesias. Quando siamo arrivati nel capoluogo emiliano credevamo molto ingenuamente che le cose sarebbero state abbastanza facili e che qualcuno ci avrebbe notati semplicemente suonando in giro. In realtà il contrasto tra la vita in Sardegna e la vita a Bologna ci ha messo in difficoltà. I rapporti si sono fatti più problematici anche perché in giro a suonare ci andavamo poco, pur avendo pubblicato un EP con Jestrai. Nel natale 2007 io mi sono poi reso conto che avevo mollato l’Università (Dams) senza laurearmi, stavo lavorando in un call center e l’unica cosa che volevo fare era suonare dal vivo. E così dopo otto anni ho lasciato il gruppo. In quel momento ho comprato un campionatore, una chitarra amplificata e ho cominciato a registrare materiale per conto mio.

Rewind. E’ il 2004 e ci sono i Liars a suonare all’Estragon. Incani è lì e rimane folgorato. Batteria loopata in diretta, suono violento, attitudine anarchica, per un gruppo dal fascino animalesco e certamente sovversivo rispetto ai canoni del rock più tradizionale. E’ la fisicità ritmica  e provocatoria della band ad aprirsi un varco nell’immaginario del Nostro. Nuovi tasselli da sommare a quel mosaico che andrà a costituire la base dello stile musicale di Iosonouncane, assieme ai già citati cantautori (il Lucio Dalla di Com’è profondo il mare, il Fabrizio De Andrè di Storia di un impiegato, il Giorgio Gaber di Polli di allevamento, il Lucio Battisti di Anima latina) e al Syd Barrett dell’adolescenza. Accade un’altra cosa, sempre nello stesso periodo. Un Incani allora collaboratore di webzine musicali si invaghisce a tal punto del Suzuki Bazuki dei Mariposa da voler intervistare il gruppo di persona, dopo un concerto. Evidente il significato intrinseco dell’episodio: da un lato le analogie caratteriali con l’ensemble di Orvieti, Giusti, Cimino, Gabrielli, Canè, Fiori, Marchi (surrealismo, rottura degli schemi, creatività underground, matrice ideologica) garantiscono un’intesa immediata e un terreno fertile su cui crescere, dall’altro l’evento stabilisce un ponte con le personalità della band che gestiscono la Trovarobato (Michele Orvieti e Gianluca Giusti). A loro Jacopo si rivolgerà – con la mediazione di Daniele Calandra degli Addamanera – quando verrà il momento di incidere l’esordio discografico.

Forward. Incani lavora in un call center, non ha più un gruppo con cui suonare e continua a trafficare con i campionatori: “A luglio 2008 mi trasferii alla Bolognina e mi ritrovai a condividere con un amico una casa vecchissima, senza pavimento in bagno e senza riscaldamento. In quel periodo lavoravo in zona fiera e così il mio ritmo di vita era scandito dal lavoro durante il giorno e dalla stanchezza che mi costringeva ad andare a dormire alle nove la sera. Poi mi svegliavo alle quattro della mattina e registravo musica con le cuffie. Così per un mese. E’ stato in quel periodo che ho scritto i primi pezzi, partendo dalla dimensione autobiografica, ma raccontando anche di altri. Per il mio primo disco volevo scrivere canzoni che fossero in qualche maniera collegate tra loro”. Una chitarra, degli appunti sparsi e qualche frammento di suono. Non esiste un metodo preciso per comporre un brano. Anche perché si fa musica nei ritagli di tempo, togliendo ore al sonno, quando l’insoddisfazione per un lavoro frustrante ti lascia respirare. Basta un titolo o un giro di chitarra per partire (Il famoso goal di mano), un beat da tastierina giocattolo o un testo per un cortometraggio mai andato in porto (La macarena su Roma). Magari su un loop campionato, alla ricerca di quell’elettronica in bilico tra Fennesz, Keith Fullerton Whitman e Flying Lotus (Il ciccione) che giorno dopo giorno acquista sempre più credito nella tua personale classifica di ascolti. Con un approccio ai testi visivo, narrativo, ritagliato su un contrasto continuo tra dettaglio e campo lungo (Summer On a spiaggia affollata, Il corpo del reato) e sui soliti noti, in fatto di scrittura: “Alla fine i miei pilastri sono Syd Barrett e Brian Wilson. Il primo per l’irregolarità negli accordi, il secondo per le intelaiature degli arrangiamenti. Oltre a questi, citerei l’approccio alla voce di Lucio Dalla, che mi piace moltissimo”.

Prima libera associazione: i Massimo Volume. Nessun punto di contatto tra il gruppo bolognese e la parabola di Iosonouncane, né da un punto di vista strettamente musicale, né testuale, né generazionale. Eppure c’è un elemento fondante che unisce le due esperienze: la biografia. Da una parte la figura dell’immigrato borderline che finisce sulla pagina scritta e nei testi di un Emidio Clementi biografo di sè stesso; dall’altra la sfera personale/lavorativa/esistenziale dell’Incani che diventa il principale motore di tutto il progetto. Certo, cambia l’approccio. Nel primo caso si racconta in maniera lineare, ci si affida a una musica descrittiva, non è necessario un processo di interpretazione che filtri la sovrastruttura; nel secondo è proprio il punto di vista originale, la personalità sopra le righe a costituire un valore aggiunto.

Il modus operandi di Incani è quello giusto, tanto che nel giro di poco si collezionano sei brani da spedire in free download (il Primo Pacchetto Tematico Gratuito) sulla classica pagina di myspace che nel frattempo ci si è preoccupati di inaugurare – con un gioco di parole che riprende ironicamente il cognome del diretto interessato – a nome Iosonouncane. Ci si accorge quasi subito che le musiche deraglianti e i testi fiume in oggetto hanno bisogno di respirare, di uscire dalle quattro pareti intonacate di un appartamento e di farsi ascoltare. Se non su disco – a quello si arriverà poi -, almeno su un palco. Anche perché la proposta è malleabile, scostante, fluida, suscettibile di mille modifiche in corsa, ma soprattutto talmente provocatoria da poter trarre giovamento da una dimensione live in cui giocare al rialzo. E’ così che nasce la versione delirante del Teatro Canzone del Gaber nazionale a firma Iosonouncane. Come uno sfogo ubriaco e senza reti di sicurezza, che macini al suo interno i call center, la frustrazione per un lavoro sottopagato, la violenza delle ideologie, la rabbia per una coscienza civile pressoché inesistente: “Suonando certi pezzi mi sono reso conto che alcune cose che avevo registrato a casa erano canzoni nate sulla base di un’idea di canzone alla quale potevo arrivare solo seguendo determinati passaggi affrontati durante i live. Quando ho cominciato a suonare molto dal vivo, le due dimensioni si sono toccate influenzandosi a vicenda. Suonando ho capito quante cose in più avevo messo nei pezzi in casa, scrivendo e registrando quando già facevo i concerti mi sono reso conto di quali suoni avrei voluto portare dal vivo e ancora non avevo portato”. Va da sé che l’approccio scelto è di quelli senza compromessi. Un coacervo di urla, saluti romani, macchiette da talk show, affiancati alla musica e sbattuti in faccia a chi ascolta. Rappresentazione fedele di noi stessi: supponenti, provinciali, falsi, ma anche aggressivi, spaventati dal diverso, ben contenti di rinchiuderci in forme di socialità pre-costituite come gli aperitivi. E quando qualcuno ce lo fa notare, le reazioni sono tra le più disparate: “In alcuni casi vedo che il pubblico apprezza molto, altre volte ho rischiato che i toni provocatori che uso durante i concerti non venissero compresi. Di base credo che le mie esibizioni non siano di facile approccio, vuoi perché musicalmente non sono accomodante, vuoi perché ogni tanto c’è anche bisogno di interpretare quello che si vede e si ascolta. Cogliere l’ironia. Del resto voglio la libertà di esprimermi, anche a costo di rischiare qualcosa. Anche se in realtà il problema dell’interpretazione di quello che faccio cerco di non pormelo. Quando scrivo La Macarena su Roma dal punto di vista di un italiano medio che guarda la tv, fa zapping e dice io sto bene da solo ecc…vado a sviscerare quei piccoli incastri quotidiani che mi rendo conto essere anche i miei. Sarebbe troppo facile muovere una critica verso gli altri senza fare autocritica.

Il riferimento alla sfera politica c’è ed è evidente. Ma è una politica del sopravvivere, del quotidiano, nascosta tra gli isterismi ruvidi e declamati che fanno da carburante a tutto il materiale. Niente di paragonabile, per dire, alla nostalgia falce e martello degli Offlaga Disco Pax (seconda libera associazione) con cui si recupera invece un immaginario, lo si coibenta attraverso il ricordo personale e lo si dà in pasto al pubblico. Qui è il teatro delle miserie quotidiane a prendere il sopravvento, in un autocritica costante che non si accontenta dell’appartenenza ma vuole andare oltre.

E’ al release party dell’ultimo, omonimo, disco dei Mariposa che Jacopo Incani calca per la prima volta un palcoscenico importante. Tocca a lui aprire al Locomotiv per la band bolognese, ma non tutto gira come dovrebbe. Del resto manca l’esperienza, la consuetudine nell’utilizzo delle macchine, la lucidità per affinare gli interventi e legarli con i brani o magari solo un occhio critico che possa suggerire la direzione da prendere. Da quel momento in poi, tuttavia, le cose cominciano a funzionare, come dimostrerà  anche un Indipendulo 2009 al M.E.I. affrontato col giusto piglio (“E’ andata molto bene. Il pubblico ha reagito positivamente”)

L’orchestrina incalzante

E si arriva all’esordio ufficiale. Le registrazioni sono fissate per luglio 2010 a Bologna presso lo Studio Spaziale e la spina dorsale de La Macarena su Roma è ovviamente il Primo Pacchetto Tematico Gratuito. I pezzi già scritti vengono rielaborati ma non cambiati radicalmente (“In realtà vorrei continuare a registrare i dischi in casa, per poi andare in studio a mixare e a masterizzare”), se ne aggiungono altri (l’amarissima Il corpo del reato, la molle Il Ciccione, la scapicollante Il boogie dei piedi, l’onirica Giugno), si dà il giusto rilievo a qualche monologo particolarmente riuscito (I superstiti) o a qualche campionamento felicemente alieno (Rifacciamoci la bocca coi cibi buoni di Gusto). Lo scopo è rendere tridimensionale il suono, pur mantenendosi nei paraggi dell’approccio casalingo che caratterizzava il demo originale. Alla fine il risultato soddisfa, nell’ottica di una maturità che se musicalmente è ancora al primo step, nei testi mostra già una concretezza invidiabile. Naturale conclusione di un percorso a tappe che assomiglia a un romanzo di formazione un po’ incasinato, in cui ogni elemento, alla fine, va al posto giusto. Tanto che, arrivato a questo punto, anche il diretto interessato ammette di volersi fermare un attimo per valutare con un minimo di distacco quanto fatto e come evolvere. Tra gli obiettivi, lavorare sull’aspetto musicale con più calma, magari sfruttando il tour che lo occuperà a tempo pieno da ottobre 2010 (per le date c’è la pagina eventi di sentire ascoltare).

Rimane il tempo per un ultimo scambio di battute e ne approfittiamo per chiamare in causa gli Uochi Toki (terza libera associazione). I terreni musicali sono evidentemente diversi, ma accidentati allo stesso modo, in un tripudio di frantumazioni ritmiche, campionamenti, rumore. E poi in entrambi c’è quell’idea di scrittura elaborata, maniacale, decisa a dare ad ogni singola parola il giusto peso: “Gli Uochi Toki mi piacciono molto. Poi sono un fan sfegatato di Dargen D’amico, anche se nella musica che ho prodotto fino ad ora non c’è traccia di questo tipo di influenza. Del resto lo ascolto solo da un anno. Credo che abbia una profondità enorme, ad esempio in brani come Moderata Crisi, e mille livelli di interpretazione. Mi piacerebbe in qualche maniera collaborare con lui un giorno…