Le dimensioni di un fenomeno sotterraneo

A volte è sufficiente un pretesto. Qualora il pretesto si manifestasse nella forma di un vero e proprio disco, quale occasione migliore per tornare su uno degli alchimisti del pop contemporaneo? D’accordo, il termine pop potrebbe – nel nostro caso – essere poco confortante, dato che Jim O’ Rourke i generi musicali li ha attraversati in lungo e largo, eccellendo peraltro in ogni singola categoria. E questo è un giudizio di carattere oggettivo, che vuole tagliare fuori coloro che pensano – volutamente – male. Gli estremi si toccano nella carriera di Jimbo che a soli 40 anni ha messo da parte un’invidiabile discografia, sfiorando ipotesi e realizzando teoremi. Romanticismo, astrazione, ma anche una superficie dura da scalfire. Alle volte. Perchè gli accenti posti da O’ Rourke sulla sua musica non si sono mai rivelati necessariamente gentili. Lo si può dedurre da un attento studio degli articoli in campo, qualora si passasse da una bucolica aria in odor Burt Bacharach ad un riottoso incedere chitarristico assieme al samurai levantino KK Null.

Un corto circuito nervoso o un semplice desiderio di docile ritiro debbono aver accompagnato il musicista in alcune delle sue più recenti scelte artistiche. Che ovviamente collimano con rigorose scelte di vita. E’ facile realizzare come un uomo completamente assorbito dal suo lavoro, quasi offuscato da una viscerale passione, spesso dimentichi tutto e tutti. E’ tempo di meditare ora, di concedersi altre gioie, ecco perchè il Jim O’ Rourke di The Visitor, album con cui sancisce il ritorno alla confraternita Drag City, appare sostanzialmente più sereno, intento a godersi un lungo – e meritato – momento di riposo.Le sue dichiarazioni possono oggi assumere un tono sprezzante, all’apparenza, ma sono dettate dall’esigenza di evadere. Per troppi anni immerso nel rutilante mondo della musica indipendente, O’ Rourke è oggi molto restio ad esprimersi in merito, evitando a tutti i costi quel ruolo di termometro artistico che per circa 10 anni ne ha caratterizzato l’esistenza. Non facciamo dunque fatica ad immaginarlo immobile, a contemplare il silenzio, dopo che la sua musica lo ha in qualche modo investito o rivelato attraverso altri costumi. Se nel 2000 la sua firma sembrava essere ovunque, oggi gli scenari sono drasticamente mutati, anche perchè all’orizzonte altre attività hanno cooptato l’interesse del nostro, in maniera quasi prepotente. Se la musica ambient ha in qualche misura caratterizzato i suoi esordi artistici, anche con il combo Illusion Of Safety sotto la guida del leader Dan Burke, è con il rock più trasversale che Jim raccoglierà le prime – grandi – soddisfazioni, scegliendo Chicago come centro nevralgico delle sue operazioni, lasciando che le collaborazioni fioccassero quasi senza soluzione di continuità.

Un atteggiamento quasi assoluto, che parimenti a quello di ‘biografo’ ed avido consumatore di musica, lo ha spesso relegato ai margini della produzione artistica. Raccogliendo in quest’ ambito risultati poco meno che eccelsi.

La joint-venture con David Grubbs

Non chiedete nè a lui, nè tanto meno a David Grubbs cosa ha portato alla deflagrazione dei Gastr Del Sol, uno dei più sfuggenti esempi di un’estetica retro-rock che combinava avangurdia ed istanze pop da salotto colto. Ovvio che l’intervento di O’Rourke abbia letteralmente sconvolto i piani di Grubbs, reduce dalle martellanti progressioni dei Bastro e ancor prima dall’ipercinetico hardcore dei giovani Squirrel Bait. I Gastr Del Sol di Serpentine Similar (con il contributo alla batteria del futuro Tortoise John McEntire) sommariamente potrebbero essere indicati come un gruppo rock che guarda ai visionari di casa Vanguard.

Era solo il ’92 ed ulteriori – capitali – avvenimenti avrebbero per sempre ridefinito l’estetica del dopo-punk. Un disco che contribuirà in maniera clamorosa ad una rivoluzione estetica è Crookt, Crakt, Or Fly, che come il precedente uscirà per Drag City. Nel 1993 i Gastr Del Sol sono essenzialmente una creatura dalle quattro braccia con O’ Rourke che raggiunge Grubbs e precipita sulla scena una serie di elementi atipici, quasi stranianti, che molto debbono alla dinamica passione per certo minimalismo e musica contemporanea. Ovvio che la scuola isolazionista, con la relativa ricerca di microsuoni, informano le scelte stilistiche di O’Rourke che pone in essere una serie di sviluppi inediti per il suono dei Gastr Del Sol. Ora prepotentemente coi piedi nel mondo delle musiche eterodosse. A suggello di questa avvenuta profezia un brano come Work From Smoke, in cui presenzia il magistrale clarinetto basso di Gene Coleman. Uno sviluppo essenzialmente pirotecnico che porta dal virtuosismo sulla sei corde – John Fahey, ma anche Sandy Bull – a ipotesi di musica concreta, con cartoline distinte provenienti dall’Italia del Gruppo Di Improvvisazione Nuova Consonanza.

Continuo a preferire quest’album per la sua varietà tematica al pur epocale Upgrade & Afterlife – di mezzo c’è anche il bellissimo Ep Mirror Repair, che riportava in auge la loro versione del Canterbury sound – che in qualche misura sposterà il baricentro dei Gastr Del Sol verso un’intima ricerca, fatta di sottrazioni e lunari digressioni verso la musica dei primi del ‘900 (pur con la partecipazione di un brutista come Kevin Drumm, un maestro come Tony Conrad ed un selvaggio jazzista come Mats Gustaffson). Certo è che la rilettura di Dry Bones In The Valley del buon John Fahey chiudeva in maniera commosa non solo lo stesso Upgrade & Afterlife, ma anche la joint-venture tra Grubbs e O’Rourke, che mai torneranno ad incrociare i loro flussi artistici.

Moikai e l’impro-jazz

Dissidi evidentemente insanabili, come è lecito speculare, consci dei loro ingombranti ego. Val la pena ricordare come la stessa Drag City offrì ai due musicisti lo spunto per mettere in cassaforte alcuni dei propri dischi preferiti, attraverso ristampe o pubblicazioni ex-novo.

Due sotto etichette di cui Grubbs e O’ Rourke sono anche direttori artistici, il primo lancia Dexter’s Cigar il secondo la Moikai. E – a dirla tutta – sulla distanza è proprio Jimbo a farla franca, ripescando almeno due capolavori. Il primo è il doppio cd Live At The I.C.A./Retrospective del gigante della sei corde inglese Ray Russell, uno dei reali innovatori del jazz-rock d’oltremanica. Coadiuvato da mostri sacri come Elton Dean ed Harry Beckett si prodigava tra libera improvvisazione e jazz elettrico, come un autentico funambolo. L’altra perla è Plux Quba del portoghese Nuno Canavarro, disco originariamente pubblicato in tiratura irisoria (1988) e capace di influenzare prepotentemente le stelle del glitch, Matmos in primis. Non deve sorprendere del resto lo sconfinamento di O’ Rourke verso le camere assai riservate dell’avant-jazz. In carriera il nostro ha infatti avuto modo di confrontarsi con Derek Bailey – anche in una seduta della Company – i due AMM Eddie Prevost e Keith Rowe e con figure di più muscoloso impianto come Mats Gustaffson (segnaliamo a proposito il gioco a incastri di Parrot Fish Eye per la Okka Disc di Chicago con lo stesso sassofonista svedese, la vecchia conoscenza Gene Coleman ed uno dei migliori percussionisti del nostro tempo, Michael Zerang).

Quei doverosi recuperi

Riuscite a cogliere l’implacabile senso di onnipotenza dell’apparentemente timido musicista? Sul finire dei ’90 è l’uomo ovunque, disposto peraltro a riesumare i miti della sua ‘elevata’ post-adolescenza. Conscio dei meccanismi che animano il mercato discografico, all’alba del downloading, realizza come gli eroi del passato necessitino ora di una nuova opportunità. Jim recupera così dall’oblio John Fahey, o quanto meno ne rilancia la stella producendo nel 1997 per Table Of The Elements Womblife, uno dei dischi più sperimentali del chitarrista. Operazione analoga – sempre su marchio TOTE – era toccata ai redivivi Faust, che con soli due elementi della formazione originale tornavano in studio per licenziare Rien, disco in qualche maniera spartiacque, che documentava il rinnovato interesse per il rumore e le rinnovate tecniche di registrazione.

Imprendibile

Chi è allora O’ Rourke? Un inguaribile esteta? La tentazione è forte, sarebbe del resto un’affermazione più che plausibile. Nulla è lasciato al caso nella sua tentacolare carriera artistica, anche se questo non sottintende ad una scalata verso le zone alte delle classifiche indipendenti. C’è semmai un forte senso di auto affermazione, che implica una sorta di redenzione nei confronti del passato. I miti non sono intoccabili e spesso rientrano nel processo produttivo. E’ così nel superguppo Brise Glace, una delle tante joint-venture fiore all’occhiello della stagione d’oro di Skin Graft, in piena esuberanza now wave. Ancora Chicago, una forte appartenenza, il proscenio per quel When In Vanitas del 1994, tra soluzioni massimaliste e la malsana idea di scompigliare in definitiva le austere vie del rock progressivo. C’è ancora Grubbs – prima dello split in seno ai Gastr Del Sol – ma l’altra testa pensante è Darin Gray, ex-bassista di Dazzling Killmen.

Al disco – prodotto da Steve Albini – partecipa un pezzo grosso dell’avanguardia americana dei primi ’80 Henry Kaiser, altro chitarrista con cui O’ Rourke ebbe più di un incontro rivelatorio.Parallelamente ai pachidermici solchi dei Brise Glace vive un’anima più sprezzante, virtualmente noise rock. Sono gli Yona Kit, il cui omonimo disco del 1995 è davvero una delle maggiori uscite in casa Skin Graft. O’Rourke, Gray ed il batterista dei Cheer Accident Thymme Jones fanno quadrato attorno al chitarrista cantante KK Null, giapponese gelido noto in occidente soprattutto per le malefatte con Zeni Geva.

Sempre del ’95 è l’uscita in solo di Terminal Pharmacy per la Tzadik di John Zorn, episodio che va ben oltre l’attestato di stima. Segno di estrema poliedricità il disco ricalca la passione per la musica elettro-acustica andando a sondare – solo virtualmente – le zone d’interesse di uno dei suoi primigeni lavori in solo, quel Disengage del ’92, doppio disco licenziato dall’olandese Stalplaat, successivamente alla sentita esperienza con Illusion Of Safety.

Quell’essenza pop

Quando nel 1997 torna ad affacciarsi su Drag City con Bad Timing, coglie ancora tutti di sorpresa, realizzando un album in realtà molto disteso, preso dal rispetto profondo per il maestro Fahey e le prime ‘innate’ tentazioni verso l’alternative-country. C’è il solo John McEntire a spalleggiarlo alle percusisoni, del resto non occorrono fragorosi accenti a questi diversi esercizi in stile fingerpicking. L’album è delizioso, ma nulla poteva preparare il terreno alla grandeur di Eureka che nel febbraio del 1999 segnerà l’ingresso prepotente di O’Rourke nell’universo del pop. Dalla porta principale.

Il brutto anatroccolo s’è fatto cigno. Jimbo arrangia e canta, stupendo più di un detrattore col suo fare placido e la sua verve cristallina, quella di un veterano a ben vedere. Gli arrangiamenti fiatistici sono di due pezzi grossi della nuova Chicago jazz, il trombettista Rob Mazurek ed il trombonista Jep Bishop, cresciuto alla corte di Ken Vandermark. Eureka è a posteriori uno dei più imprevedibili sigilli sulla musica pop indipendente di fine secolo, tanto che a distanza di 10 anni le sue fluttuanti e lussuriose melodie sembrano primeggiare nell’Olimpo dei grandi produttori/interpreti anglo americani: da Joe Meek a Van Dyke Parks, passando per Scott Walker. A conferma di tutto ciò anche la bella rendition di Something Big, brano autografo di Burt Bacharach. Che questo sia un punto d’arrivo nella folta discografia dell’uomo è anche certificato dalle discrete vendite ottenute, oltre che dalla visibilità di un progetto che mette d’accordo i meno ortodossi seguaci dell’avanguardia con i più discreti fautori della musica melodica. Jim non è mai stato estraneo nemmeno al mondo della più risaputa pop music, già dai tempi del trio elettronico Fenn O’Berg – con gli austriaci Fennesz e Peter Rehberg aka Pita – mise in scena una sconvolgente rilettura di un medley live delle Spice Girls. Darà poi seguito all’iniziativa firmando una commovente Viva Forever – sempre delle signorine inglesi – per la raccolta Guilty By Association, come si evince dal titolo un tributo alquanto trasversale ai miti delle charts internazionali presenti e passate.

Un uomo instancabile

Potrebbero spalancarsi nuovi mondi ora, ma proprio quando la strada si mostra in discesa continuano a fioccare le collaborazioni, battendo – parallelamente alla strada maestra – il viale dell’avventura in suono. Un viaggiatore dunque, che volentieri si ricongiunge al vecchio amico Mats Gustafsson per Xylophonen Virtuosen, disco di improvvisazione rilasciato dalla Incus di Derek Bailey. Per un ritorno più consono alla forma canzone bisogna attendere il novembre del 2001 con l’uscita di Isnignificance ancora per l’etichetta-madre Drag City. Un disco più smaccatamente rock, che concorrerà a dividere la critica, pur mostrando una serie di numeri efficaci. Sotto il suo tetto ancora l’intellighenzia di Chicago, per arrangiamenti che addirittura sembrano scomodare il southern rock, pur non abbandonando del tutto le scintillanti vie del pop di Eureka. Un altro passaggio cruciale della sue vita artistica è I’m Happy, I’m Singing And A 1,2,3,4 melanconico capolavoro elettronico, che fa un solo boccone della cosiddetta IDM, sferrando un deciso attacco alle istituzioni del minimalismo. Tre lunghi episodi che spostano nuovamente l’orologio biologico di O’ Rourke, in un continuo raccordo con il passato e le sue eredità artistiche. Che a livello di compositori contemporanei rispondono ai nomi di John Oswald, Bernard Günter, Gerhard Schtebler, Helmut Lachemann e Salvatore Sciarrino.

Alla corte di Sonic Youth e Wilco

Inizia da qui una fase di progressivo abbandono del proprio io solista, nel frattempo si solidificano importanti joint-venture, che più che distrarre il nostro aprono nuove porte nell’asfittico mondo del mainstream-rock. E’ infatti l’incontro coi Sonic Youth ad inaugurare un altro capitolo importante nell’esistenza di O’ Rourke; partito in sordina con le collaborazioni nella serie prospettive musicali (per la stessa Sonic Youth recordings) il discorso si amplia sempre più con l’investitura nel ruolo di produttore per NYC Ghost & Flowers del 2000. Il nostro finisce anche col ricoprire il ruolo di bassista – e dal vivo e da studio – permettendo a Kim Gordon di tornare al suo vecchio amore per la sei corde. Per Murray Street e Sonic Nurse O’ Rourke sarà il quinto membro della storica band newyorkese. Solo nel 2004 Jim deciderà di abbandonare la nave con l’enigmatica collaborazione Hydros 3 per la norvegese Smalltown Supersound, con ancora in bella vista il contributo di Gustaffson (sempre per la label nordeuropea vale la pena di ricordare anche il supergruppo Original Silence, cui i due partecipano assieme allo stesso Thurston Moore, Massimo Zu, Terie Ex e Paal Nilssen-Love)

Nel frattempo Jim guadagna ulteriore credito nelle vesti di produttore e musicista da studio. Consente ai Wilco di Jeff Tweedy di spiccare letteralmente il volo nel 2002 con Yankee Foxtrot Hotel, illuminando l’originario alternative-country del gruppo nel susseguente A Ghost Is Born (2004), in cui si carica anche la piccola incombenza di sessionmen, facendo sì che la verve sperimentale – oltre a certe mutazioni kraute – prendano addirittura il sopravvento in fase di songwriting. Una collaborazione che va aldilà delle pubblicazioni Nonesuch, grazie al triumvirato formato con lo stesso Tweedy ed il percussionista Glenn Kotche a nome Loose Fur. Due album deliziosi pubblicati dalla solerte Drag City, con una netta preferenza per il secondo – Born Again In The Usa – che vuole rivedere con una ricerca mai estrema le istanze del rock americano.

L’alternativa

Per allontanare Jimbo dal mondo della musica ci vuole dunque un ingaggio irrinunciabile, una prospettiva professionale che gli consenta di allentare la presa rispetto ai numerosi impegni discografici. Il mondo della celluloide, attraverso una chiamata davvero inedita, regala un altro tipo di notorietà al nostro, del resto mai avulso al cinema d’avanguardia ed alla sonorizzazione di performance tout court (si pensi al lavoro svolto al fianco del compositore Takehisa Kosugi per la compagnia di danza di Merce Cunningham). Si diverte un mondo in School Of Rock – basta vedere i bonus dell’omonimo dvd, in cui spende parole di elogio per i giovani virgulti da lui stesso ‘addestrati’ – con uno scoppiettante Jack Black protagonista. O’ Rourke inizia così una parallela carriera di consulente per il grande cinema, che solo momentaneamente lo allontana dai circuiti musicali. Dopo il trasferimento a New York – assisterà anche lui in diretta al famoso attacco alle torri gemelle – Jimbo stabilirà il proprio domicilio a Tokyo, Giappone, una terra da lui sempre profondamente amata e rispettata. Dell’ultimo – enigmatico – The Visitor riferiamo in altra parte del giornale, puntando magari il dito su un lavoro all’apparenza incostante, nell’atipica forma di suite modern-pop. Ancora un disco strumentale che agita spettri e avanza incerto il baricentro dell’autore, che – onestamente – non ha più nulla da dimostrare alla sostenuta intellighenzia del vecchio e nuovo continente.

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