Juke & Footwork: The Gum under the Shoes of Ghetto

Non c’è momento migliore di questo per quadrare il cerchio intorno al famigerato footwork. E la ragione non è lo status di novità (tutt’altro, il footwork ha alle spalle una lunga tradizione, e lo vedremo), ma piuttosto la nuova dimensione assunta dal genere dopo la visibilità ottenuta negli ultimi anni, che l’ha fatto uscire dalla stretta appartenenza alle nicchie del ghetto e l’ha trasformato in un nuovo tratteggio estetico in grado di conquistare le nuove generazioni di producers. Ricevere l’attenzione di un trendmaker di peso del panorama elettronico come Mike “μ-Ziq” Paradinas, che ne ha fatto la traiettoria stilistica cardine della Planet Mu degli ultimi due anni, è stata la svolta più importante per un genere rimasto underground per troppo tempo, e adesso che i pattern juke scorrono sottopelle un po’ ovunque nelle produzioni europee, l’impressione è che ci si stia preparando alla consacrazione definitiva.

Sono in molti ormai a percepirlo come “il nuovo dubstep“, accezione sulla quale preferiamo dissentire non in quanto infondata, ma per l’idea che “l’altro” dubstep sia da considerarsi “vecchio“: mutato sì, ma anche se completamente diverso dall’apice di metà decennio scorso, il dubstep le sue armi affilate ce le ha ancora e si evincono proprio nel filone filth/brostep che stiamo seguendo da vicino, un nuovo trend che ha ancora da trovare un equilibrio ma che promette comunque scintille nei prossimi tempi. Casomai il footwork di oggi merita un parallelo interessante col 2-step di fine ’90, per l’insistenza con cui i pattern ritmici iniziano a solleticare l’elettronica d’essai promettendo una prossima svolta (che in quel caso coincise con l’avvento decisivo del dubstep). Allora come oggi siamo sull’orlo della trasformazione da baco a farfalla, il fermento sta per dar vita a una nuova fase e l’imprevedibilità circa il nuovo volto eccita non poco.

Di juke e footwork si parla spesso ormai, a volte in maniera approssimativa o giusto per l’ebbrezza di sentirsi partecipe dell’ultimo grido dance (vedremo anche questi esempi). Oggi intendiamo scorrere la storia di juke e footwork come fosse un album fotografico, senza ambizioni d’accademia né pretese di completezza su ogni diramazione storica ma determinati a chiamare a raccolta le radici, le fasi e le tracce storiche indispensabili per la comprensione della materia. Indagheremo la scena che ha dato vita al juke, passeremo in rassegna i protagonisti storici del genere, faremo le dovute differenziazioni con quel che footwork non è (ma che è stato battezzato come tale) e tracceremo la prospettiva verso cui il genere sta andando oggi. Ovviamente lo streaming è sempre la porta maestra per accedere a ogni segreto, mentre non si può dire di aver completato l’opera senza aver toccato con mano l’entusiasmo espresso dallo stesso Mike Paradinas mentre ci raccontava il footwork in un’intervista ricca di spunti interessanti.

Fuoco alle polveri.

 

From Jack to Juke: origini, evoluzioni, sfaccettature

Al contrario di quel che si può pensare seguendo la stampa specializzata europea, il juke non è affatto un trend nuovo. Le radici della parola risalgono addirittura a più di un secolo fa, col riferimento ai juke joints, locali spartani in cui la comunità afroamericana a cavallo tra l’800 e il 900 si riuniva per bere e ballare. Per quando riguarda il juke come lo conosciamo adesso, invece, possiamo collocarne la nascita a Chicago durante la fine anni ’90 e le sue radici stilistiche come strettamente derivate dalla scena dominante della Windy City in quel decennio, vale a dire la ghetto house: denominata anche booty house, trattasi di un’euforica variante dei 4/4 caratterizzata da drums sintetici più possenti di prima, sferzate electro a rinforzare il ritmo e convinte linee vocali rappate, che usavano spesso linguaggi sessualmente espliciti.

Parlare ad un produttore di Chicago della ghetto house significa rispolverare ricordi di entusiasmo e vivacità ai limiti della malinconia. Significa ritornare ad etichette di autentico culto come la Dance Mania di Jesse Saunders e a colonne portanti del sound come DJ Funk, DJ Slugo, DJ Deeon, DJ PJ, DJ Clent, DJ Chip, DJ Milton ma anche Puncho, Gant-Man, R P Boo, Jammin’ Gerald e i protagonisti di una scena estremamente compatta che si contendeva lo stesso pubblico. E se affondi nell’essenza del sound tutte le strade portano alla Percolator di Cajmere, anno ’92, che non solo sembra essersi imposta nell’immaginario collettivo come battesimo ufficiale della booty house, ma è rimasto un faro guida costante anche per il juke di oggi: un pezzo dal quale deduci tutta l’energia del ghetto sound, più sporco e cattivo della house dei Chicago eighties, meno ambiziosa perché rivolta esclusivamente al pubblico underground e allo sballo in pista, ma soprattutto maggiormente incentrata sugli stretti loop cantati che, come andremo a vedere, caratterizzeranno il juke dei tempi nostri. Per un’idea più completa circa lo stile suggeriamo Booty House Anthems di DJ Funk, una compila esplosiva che potrete approcciare anche dal pauroso megamix di venti minuti presente su youtube.

Booty House Anthems Megamix by DJ Funk part 1 e part 2.

Ma limitarsi a pensare il juke come frutto esclusivo della ghetto house sarebbe limitante e irrispettoso verso un mosaico stilistico ben più complesso. In realtà i novanta USA videro perpetuarsi la consueta competizione a distanza tra Chicago e Detroit e anche la ghetto community della Motor City partecipò al fermento tirando fuori la ghettotech, che ovviamente stava alla ghetto house nello stesso rapporto in cui stavano i rispettivi genitori techno e house: pattern più meccanici e veloci, meno quadrati rispetto all’altra sponda, protagonisti come DJ Assault (Ass’n’titties, Return Of The Terrortec), DJ Godfather (See U No More, Rock It Don’t Stop) e DJ Nasty (King Of Kings, Sperm Donor) e pezzi scatenati come East To West di Starski And Clutch o I Shall Tek Thee di Erotek. A completare il quadro degli USA ’90 underground si aggiungono due stili che fecero da collante estetico, la Miami bass coi suoi versi rap killer (Whoomp There It Is dei Tag Team o Tootsee Roll dei 69 Boyz) e i breakbeat del Baltimora club che stillavano amore per l’ardkore britannico (ma sempre fermo restando la natura USA, vedi Week On Friday di Dj Big Red).

Nella seconda metà dei 90s le cose iniziarono a mischiarsi col loro corrispettivo più fisico e muscolare, ossia i balli di strada. Juke identifica anche lo stile di ballo del ghetto di Chicago, mentre a Detroit l’inevitabile corrispettivo si chiamava jit e a Los Angeles krumping. Nomi differenti per ribadire l’identità di ogni ambiente ma trattasi del medesimo stile di ballo, fondato su movimenti velocissimi dei piedi e frenesie che coinvolgevano anche braccia e testa. In fin dei conti niente di diverso dallo spirito del jacking degli ’80, un continuum di energia dance che man mano confluì in un approccio di totale libertà, portando i partecipanti a sfidarsi in vere e proprie battaglie: tradizione che continua ancora oggi a raccogliere adepti e che diventa negli ultimi tempi materiale per gustosi approfondimenti, come il DVD Chicago Juke realizzato proprio da DJ Slugo, tra quelli più attivi nel tramandare la conoscenza storica.

Esattamente quando la musica passò da accompagnamento a catalizzatore della street dance, ci si sposta dalla ghetto house al juke vero e proprio. A fine anni ’90 le tracce iniziarono a venir prodotte in modo studiato per accelerare i meccanismi liberatori del ballo: i bpm passarono dai 120-130 della ghetto house ai 140-150 del juke, le parti vocali diventarono più insistenti e frenetiche e l’intera scena assunse nuovi tempi. Tra le tante rivendicazioni circa le prime uscite ufficiali di juke music, la più convinta e appassionata è quella di DJ Gant-man, che nel suo blog scatta la fotografia persistente di ciò che accadde tra il 1998 e il 2000, quando uscirono i primi pezzi che nominavano esplicitamente il termine, Juke It di DJ Puncho e il successivo remix Let Me C U Juke, nell’EP del ’99 Get Down Low.

Durante tutti i 2000 assistiamo all’ascesa del juke come fenomeno consolidato capace di invadere anche i canali mainstream, come successe nel 2007 con Watch My Feet di Dude ‘n Nem, che bazzicò senza paura su Mtv sdoganando la scena di Chicago, o nel 2005 col Juke Mix di Check On It di Beyonce firmato DJ Gant-Man, il primo remix juke fatto per una major. E fu proprio lo scorso decennio a coltivare la scuderia di cavalli di razza che negli ultimi anni ha varcato i confini dell’underground, i cui nomi più noti sono DJ Rashad, DJ Spinn, DJ Nate, DJ Roc e Traxman, i personaggi più emblematici perché nascono originariamente proprio come juke dancers convertiti al producing. Appassionati street dance che si convincono a fare il passo avanti e produrre da sé le tracce per il resto della scena.

Il footwork? Non è un sinonimo del juke, ma va considerato una sua variante in understatement. Per tutti il padre fondatore è RP Boo, con pezzi risalenti agli ultimi anni novanta come Baby Come On, Ice Cream e l’introvabile 11-47-99 – The Godzilla Track che per primi affermano un’identità diversa rispetto al juke, almeno secondo la linea di pensiero comune: il footwork riduce gli stimoli espliciti delle lallazioni e delle drum machines e lascia alle tracce un pattern meno ingombrante, che dà ai dancers meno punti di riferimento spingendoli a liberare il proprio stile innato. Come a dire, Get Down Lil Mama di Traxman è juke, 2020 di DJ Spinn è footwork. E Love U Found di DJ Rashad? In realtà lo scarto stilistico tra juke e footwork è arduo da identificare in maniera netta, anche per gli stessi addetti ai lavori. Il più interessante dei tentativi l’ha compiuto Matt Frederick, co-fondatore della label specializzata Ghettophiles, spiegando che “juke significa ballare con qualcuno, footwork significa ballare contro qualcuno“. Parole che riportano alla natura concretamente legata alla comunità underground, per questo le preferiamo rispetto alle altre ipotesi.

Bangs & Works: lo stile consolidato

Non appena si conquista il palcoscenico, le differenze diventano meno visibili e i primi pionieri dell’avanscoperta sul largo pubblico diventano rappresentativi del sound più dei loro predecessori. Questo al footwork succede nel 2010, quando un’etichetta come la Planet Mu, da sempre nota per essere costantemente avanti a tutti rguardo le nuove tendenze della materia elettronica, pubblica prima una manciata di uscite brevi di DJ Spinn e DJ Rashad, poi Da Trak Genious e The Crack Capone, gli album rispettivamente di Dj Nate e Dj Roc e infine Bangs & Works Vol. 1, l’ambiziosa compilation che mira a fare il sunto estetico del footwork di iieri e di oggi, coinvolgendo personaggi storici come RP Boo, protagonisti noti della ghetto scene di Chicago come Clent, Traxman e Spinn e anche nomi giovani come Dj Diamond, Dj Nate, Tha Pope, Lil Rome e Elmoe.

Bangs & Works è un caleidoscopio ben completo di tutto ciò che il footwork può offrire. Il sound non è mai troppo aggressivo, mantenendo dunque il distacco rispetto alle origini ghetto house, e si mantiene la forte attenzione verso quegli spazi che servono a liberare i movimenti dalle gabbie del ritmo, come in Eraser di RP Boo, uno dei pezzi di attesa più cool del lotto. I nomi coinvolti sfoggiano il loro talento nell’inserire additivi di ogni tipo, che siano acidi (Teknitian di Rashad), breakbeat a rullante spinto (All The Things di Tha Pope), agitazioni in electronica (Star Wars di Dj Killa E) o technicismi cattivi (I Go Hard di Lil Rome). L’attenzione però è catturata dall’euforia di campionamento vocale, il vero marchio peculiare del genere: i versi sono ridotti a loop fittissimi ripetuti a stretto giro, in una spirale sovrapposta in crescendo atta a moltiplicare l’adrenalina in pista, come fanno Freakazoid di Diamond o He Ain’t Bout It di Dj Nate.

Altro elemento cardine del footwork style è il riciclo: i juke djs sono dei produttori atipici, nel senso che a differenza degli altri non hanno una precisa mission sperimentale da mettere in atto, ma operano molto più guidati dall’ispirazione, catturando quelle tracce che per i vari motivi possono aver colpito la loro attenzione ed estrapolandone gli elementi dal loro contesto. A ben pensarci è molto più vicino al mestiere del remixer, o al turntablism. Il filo conduttore comune che ne vien fuori è un costante citazionismo esplicito di pezzi più o meno noti, da “Live And Let Die” ripresa da RP Boo a The Lion Sleeps Tonight sul Jungle Juke di Tha Pope, da Chilllll di Traxman che pare riprendere lo Yusef Lateef di Love Theme From Spartacus a Rashad che droga Boddika e Joy Orbison in Walk For Me.

Con le release dal 2010 ad oggi la Planet Mu non solo ha formalizzato il profilo estetico del footwork per la fascia di pubblico europea, ma ne ha anche battezzato ufficialmente i big: Dj Roc è il professionista, quello che nel suo The Crack Capone ha saputo dire qualcosa in più rispetto al mero aspetto ritmico, mettendo in gioco ansie (Let’s Get Started), oscurità gotiche (Phantom Call), spunti melodici (DJ Roc Symphony) ma anche giovialità soul (Lost Without You), jazz (King Of The Circle) e funk (I Can’t Control The Feeling); DJ Nate è il giovane, bravo in Da Trak Genious a coinvolgere la semplicità dell’r’n’b mainstream (Back Up Kid, Maybe Sum Day), il soulstep all’elio (Call Me When You’re Sober), female pop da classifica (My Heart) e tutti gli espedienti da presa immediata (la disco di You’re Gonna Luv Me, il thrilling di Footwurk Homicide, il Carpenter di Halloween Wurks); Traxman è il virtuoso, il produttore colto che in Da Mind Of Traxman cita funk e jazz classici replicando lo stesso sentimento nonostante i tempi stretti (I Need Some Money, Itz Crack, Chilllll) ma sa anche agganciarti con metodi sicuri (i giri vocali precisi di Rock You o l’assetto r’n’b di Setbacks che è quasi pop); DJ Rashad è l’uomo di punta, quello con lo stile più peculiare, quasi esclusivamente incentrato su loop aggressivi di voci e frustrate irregolari, esposti prima come materia grezza in Just A Taste (Love U Found, We Run It) e poi con più attenzione alla forma nel recente Teklife Vol. 1 (profilo più armonico in Feelin’ You o beat classico in Trap Back), senza farsi scappare omaggi emozionati (a Gil Scott-Heron in I’m Gone); Dj Spinn infine è l’observer, l’artista dietro le quinte che si espone meno ma sa costruire pezzi finissimi come LOL o 2020. Se dovessimo improvvisare un improbabile parallelo semplificativo con la più nota scena glo-fi che ha tenuto banco fino all’anno scorso, si può dire che Roc corrisponde a Toro Y Moi, Nate a Neon Indian, Traxman a Memory Tapes, Rashad a Washed Out e Spinn a Teen Daze.

Bangs & Works Vol. 2 del 2011, invece, prova a esporre un nuovo punto di vista verso la cosa footwork, racchiudendo tracce meno fondate sul dancing e più vicine all’occhio del producer, improvvisando vuoti sotto impressioni acid (Y Fall di DJ MC), avvicinando il post-dubstep (Bullet Proof Soul di Boylan) o persino sfociando nell’hip-hop (Hit Da Bootz di Dj Earl). Tutto questo mentre nel frattempo diversi producer della scena elettronica comune iniziano a lasciarsi affascinare dalle teorie juke procedendo a incorporarne i pattern nei nuovi pezzi ed elaborare visioni personali più o meno vicine al filone. Nuovo materiale che aggiunge entropia al nostro discorso.

Continuum affinities: i falsi positivi

Ancor più che con compilation e festival a tema, il modo più efficace per una scena underground di emergere in superficie è avere una personalità di spicco che ne parla. Per questo il chiacchiericcio intorno al footwork raggiunse il proprio apice quando mister Jamie Vex’d si presentò al pubblico in veste solitaria come Kuedo e tirò fuori proprio per Planet Mu Severant, un disco appassionato e dall’umore colto, fatto di ambientazioni suggestive e nostalgia verso la kosmische age anni ’70, accompagnato in press dalle parole dell’autore che indicava le ritmiche del disco come “fortemente influenzate dai due generi più moderni del momento, il footwork e il coke rap“. Nelle interviste successive all’uscita del disco la mano fu calcata su tali influenze e la diretta conseguenza fu il diffondersi della percezione che il footwork sia quel tessuto ritmico diluito presente in tracce come Onset o Seeing The Edges, che invece appartiene al continuum dubstep almeno dallo Zomby di Kaliko (senza contare che è stato usato abbondantemente dalla witch house) e semmai sente più l’effetto degli ascolti coke rap.

Sicuramente dopo Severant quel pattern divenne un feticcio di produzione sempre più battuto, e ora il nome di Kuedo è sempre piùspesso citato dai lavori elettronici recenti. È stato l’elemento rappresentativo di quel prodotto artistico, ma col footwork (e con lo spirito del footwork) ha a che fare poco o nulla. Ciononostante, non ci fu recensione o approfondimento che non nominò il footwork (circostanza singolare, per un disco 100% kosmische music à la Vangelis & Jean-Michel Jarre) e quando quest’anno è venuto fuori un esemplare sonoro simile come The Host (ancora Planet Mu) del fu Boxcutter, il primo istinto di molti (compresa ancora una volta la maliziosa cartella stampa) fu di nuovo quello di invocare il footwork. In barba alla provenienza stilistica e allo spirito d’indagine che di Boxcutter si conosce, sempre legato a un sentire classico che risorge in The Host con riprese ambient (Rainy Sequences), kraut (3am Surfing) e dub techno (Aeontology). La presenza ritmica sfoggiata in pezzi come Org si può anche ascrivere a un’ipotetica derivazione footwork (lo schema è simile, anche se il mood del pezzo completamente differente), ma resta più plausibile la discendenza dalle indagini (post)dubstep e al massimo l’allacciamento allo stesso Kuedo.

Il fatto è che le evoluzioni dubstep degli ultimi tempi hanno raggiunto un tal livello di astrazione ritmica che è lecito vederci ogni sorta di infuenza. Di ipotetiche intersezioni con la materia footwork ne sono state segnalate diverse, per esempio Measureless di Roska (citata su un’intervista a ResidentAdvisor proprio da Mike Paradinas) e Shade On di Girl Unit, che invece rientrano senza difficoltà nell’indagine post-dubstep battuta dal 2010 in poi. Differenze sottili, soprattutto in territori dall’estetica così indefinita, ma è proprio quando parliamo di produzioni di ricerca che diventa decisivo lo spirito che anima le tracce, distinguendo tra chi segue le traiettorie UK step e chi invece inizia a sposare convinto le attitudini juke. Anche perché le file di questi ultimi cominciano a ingrossarsi.

Join the Juke: le produzioni footwork-oriented

Nell’interessante documentario uscito quest’anno From Jack To Juke: 25 Years of Ghetto House (diretto da Sonali Aggarwal e prodotto da DJ Slugo, caldamente consigliato, lo trovate qui), DJ Boolumaster esprime un’importante considerazione: perché il footwork esca dalla dimensione underground e si configuri come genere di pubblico dominio, “è necessario che si inizi a produrre delle vere e proprie nuove canzoni, che non siano il ricampionamento di elementi già esistenti“. Verissimo. E infatti è un processo iniziato già due anni fa e diffuso in una cricca di producers con la voglia di esplorare nuovi suoni. Work Them di Ramadanman, ad esempio, è uno degli esempi più citati in proposito e rappresenta una delle prime nuove produzioni strutturate a tema footwork: partenza UK bass inquieta in pieno stile Pearson Sound, poi dopo il primo minuto sboccia la frenesia del riff vocale, e ti accorgi che quella che avevi preso per semplice ritmica dubstep è in realtà campo di battaglia per l’incitazione dance, rinforzata da scariche electro e agitazioni beats per tutta la durata del pezzo. Discorso analogo per lo statunitense Lunice, che già nello Stacker Upper EP coinvolgeva disinvolto i loop del juke negli hip-hop-beats di The Name Dunnit e Purp Walk che sarebbero poi esplosi con Hudson Mohawke in TNGHT (ci stiamo arrivando).

Il più compiuto dei progetti d’esplorazione footwork però è un altro, e nasce sempre nel 2010: Addison Groove è il moniker di Antony Williams, già conosciuto come Headhunter per le uscite dubstep su Tempa tra le quali il notevole album Nomad. La scoperta della propria vena juke lo spinge a reinventarsi col nuovo nome e portare avanti un filone di produzione che durerà fino ai giorni nostri, sviluppando nel frattempo anche un esaltante dj-set footwork-techno che lo vedrà calcare le piste di mezza Europa. Primo vero omaggio al footwork, Footcrab, una scarica di adrenalina che cogli bene solo nel suo set, i campioni vocali ti inseguono in una corsa mozzafiato rubando la scena alla sezione ritmica, che invece rimane un passo indietro, evitando di rovinare l’effetto compulsivo indotto dal pezzo. Seguiranno una manciata di pezzi di footwork clubbing perfetti come Minutes Of Funk (base techno solida sotto il panico del campionamento), It’s Got Me (spasmi beat 100% juke confezionati per il pubblico bass-step) e This Is It (uno splendido gioco di specchi post-dubstep con un midollo juke spavaldo e preciso come una macchina da guerra) e l’album Transistor Rhythm di quest’anno, che invece offre un mood più controllato, ricco di energia ma geloso di sé stesso, dove l’energia footwork arriva sui canali più cerebrali di Bad Things (nonostante tutto un orgasmo mentale), ma anche nella concessioni di libertà tribali di A Night To Remember o nel raving agitato di Beeps.

Nel frattempo, però, il capolavoro del juke-producing era già arrivato. Era il 2011 e alla Planet Mu approda Machinedrum, compiendo con Room(s) una svolta sonica decisiva rispetto a una discografia basata su ogni sorta di sperimentazione, dall’abstract hip-hop al post-dubstep dei Sepalcure. Room(s) diventa rapidamente il baricentro delle indagini post-2010 coinvolgendo breakbeat dalle reminescenze jungle, future-garage e soulstep e riflette in maniera netta anche la nuova infatuazione per i ritmi juke: in GBYE il cut’n’loop si getta sui campioni del 2-step garage più fashion, assorbendo l’energia del footwork e potenziando l’efficacia della dance UK, Come1 ripropone gli spazi pur integrandoli con linee di piano d’alleggerimento e Youniverse mette a segno un anello di congiunzione tra footwork e post-dubstep ancora insuperato, pieno di vocalizzi accennati e ritmi tribal. Room(s) rappresenta un disco fondamentale dei nostri tempi per come tira le fila delle diverse esposizioni elettroniche recenti, ma anche inserito all’interno della footwork evolution resta tutt’ora la produzione più astuta e innovativa del filone.

E la passione per il footwork per Machinedrum continua ancora oggi, all’interno del nuovo feticcio condiviso con Om Unit, ossia i footwork-remix di pezzi jungle classici: le analogie in tempi e consistenza ritmica li han spinti a lavorare sull’incrocio dei due stili, prima ognuno per conto proprio (Machinedrum nell’Ecstasy Boom EP, Om Unit come Philip D Kick nella serie Footwork Jungle) e poi insieme nel Reworkz EP a nome Dream Continuum, con pezzi come B Free o Give A Lil Luv bravi a racogliere i consensi di entrambe le frange di pubblico jungle e juke. Tutti i retroscena su questa parentesi compositiva dei due producers li trovate nella nostra news uscita al momento della release.

Complice anche la popolarità del disco di Machinedrum che ha indicato la miglior modalità di accesso, dall’anno scorso le incursioni footwork son diventate cruccio di sperimentazione da parte di un numero sempre maggiore di artisti dediti alle indagini ritmiche. Sempre nel 2011 è Sully a riprendere il discorso e, in un disco d’esordio di furbo situazionismo intorno allo UK step qual’è Carrier, riavvolgere il nastro con le ricorsioni spastiche di sampling di I Know (tensione footwork generata su base UK bass) e con la dicotomia melo-juke di Bonafide (buona per la decompressione da juke battle). In questo 2012 invece le invenzioni footwork più applaudite son state quelle di Distal comparse nel notevole esordio in chiave bass Civilization, lanciandosi con Preach On Hustle in una ambiziosa reinterpretazione UK bass delle metriche footwork e con Drop Like This in una vera e propria bomba speed-juke tagliata per il clubbing convulso, con tanto di inserti fidget e impressioni funky.

Il bello è che il crossover footwork inizia ormai a diffondersi a gran velocità e le incursioni propositive arrivano da ogni parte: Hudson Mohawke con Thank You si improvvisa ricettatore di tagli ritmici juke (e nel Satin Panthers EP c’è anche molto altro), mentre proprio in tempi recenti è stato il progetto TNGHT che, tra spasmi inafferrabili e gradassaggini gangsta, ufficializza con Higher Ground le affinità elettive tra juke e wonky; Nightwave inizia a darci dentro sia nei dj-set che in pezzi multisfaccettati come Night Heat (che hanno anche l’influenza del ragazzo Rustie, per tutti gli aspetti del caso c’è il nostro In Da Club #7); persino uno d’estrazione electro come Jimmy Edgar sembra flirtare con le convinzioni juke nella Indigo Mechanix contenuta in Majenta.

E a volerla dire tutta, anche il tessuto italico ha i suoi esponenti juke tra le ricche file di beatmaker nostrani. La nostra stelletta italica Digi G’Alessio s’è fatto trovare pronto all’appello e nel Lucky Bald EP di quest’anno ha dato una manciata di ottimi esempi di nuove composizioni juke pensate appunto come creazioni non riciclate, scorribande velocissime come Juke Casella, Juke Skywalker e Juke The Ripper (i giochi di parole son la sua passione) che accelerano i tempi al punto da rendere difficile l’ipotesi che un juke dancer riesca a stargli dietro. Piuttosto penserà a scatenarsi fuori schema. Sempre centrato e dritto al sodo va invece il sound dei Planet Soap, che ultimamente ci stanno andando giù con sfacciataggine, con alcuni remix ad hoc (quello sulla loro Virus rende bene il senso di attesa del footwork) e un pezzo come Beastie che ti sbatte in faccia senza equivoci quel sound che accalappia all’istante che riesce così bene al duo milanese.

 

In conclusione, l’estetica juke footwork ha ormai diverse possibilità espressive da sviluppare e quel che abbiamo visto emergere negli ultimi due anni è solo l’inizio. L’impressione è che queste metriche siano l’evoluzione più promettente del decennio in corso e, data la versatilità e l’applicabilità mostrate, si candidano per diventare un serio marchio distintivo per le tendenze di producing dei prossimi anni (se non mesi). Esattamente come era stato il grime intorno al 2003, dal cui spirito è poi venuto fuori il dubstep della seconda ondata e i timbri bass che han segnato l’intero decennio scorso, ora è il footwork a star definendo la più interessante possibilità espressiva dei nostri tempi. Al punto in cui siamo adesso, è bello ripensare alla definizione che del juke ha dato Neema Nazem alle prime uscite della sua Ghettophiles: the gum underneath the shoes of house music, col chiaro riferimento alla dimensione dancing del genere. Adesso il footwork si va scoprendo qualcosa di più articolato e suggestivo, pronto per sconfinare definitivamente fuori dal ghetto e invadere le frange di produzione intelligente. E si sta entusiasmando al solo pensiero.

 

Planet Mu? Nothing to do with classic.

Intervista a Mike Paradinas

 

Discografia di riferimento

DJ Roc – The Crack Capone (2010): 7.3 / 10

DJ Nate – Da Trak Genious (2010): 7.2 / 10

AA. VV. – Bangs & Works Vol. 1 (2010): 7.3 / 10

DJ Rashad – Just A Taste (2011): 6.7 / 10

DJ Spinn – Man I Do It EP (2011): 6.8 / 10

Addison Groove – Footcrab / It’s Got Me / This Is It EPs (2011): 7.4 / 10

Machinedrum – Room(s) (2011): 7.7 / 10

DJ Diamond – Flight Muzik (2011): 6.4 / 10

DJ Spinn & DJ Rashad – 4 The Ghetto (2011): 6.9 / 10

AA. VV. – Bangs & Works Vol. 2 (2011): 7.0 / 10

Dream Continuum – Reworkz EP (2012): 6.9 / 10

Digi G’Alessio – Lucky Bald EP (2012): 7.2 / 10

Addison Groove – Transistor Rhythm (2012): 7.2 / 10

Traxman – Da Mind Of Traxman (2012): 7.1 / 10

DJ Rashad – Teklife Vol. 1 (2012): 6.5 / 10

Deejay Earl – Audio Fixx (2012): 6.9 / 10

I più letti