Essere d’antan senza sembrare tromboni nostalgici. Intervista a La Batteria

Si chiamano La Batteria ma non è alla pila alcalina che fanno riferimento, bensì a com’erano denominate in romanesco le bande di rapinatori che agivano a Roma negli anni Settanta e Ottanta. Mondo del quale ci siamo fatti un’ampia cultura negli ultimi anni, tra romanzi criminali e affini sparati a raffica con film e serie TV…in serie. Ma non è solo la nostalgia il propellente del quartetto romano formato da Emanuele Bultrini, Paolo Pecorelli, Stefano Vicarelli e David Nerattini, in passato tutti coinvolti a vario titolo in progetti e collaborazioni che vanno dal post-rock progressive al pop, passando per jazz sperimentale, hip-hop e world music. Muovendo dal mondo di nicchia delle sonorizzazioni, la band è stata capace di creare un proprio suono, fondendo – com’era naturale per il bagaglio e le capacità tecniche messe in campo – le esperienze più disparate e partorendo una miscela strumentale di grande impatto e in sospeso tra film poliziotteschi e sigle di programmi televisivi d’antan.

Il secondo album della formazione allarga lo spettro di soluzioni, con l’obiettivo primario di evitare i clichè e soprattutto il marchio di gruppo retromane. C’è riuscito? A nostro parere sì. Ed è d’accordo anche il batterista David Nerattini, che ci parla de La Batteria II, uscito lo scorso 5 aprile, come di un lavoro molto più articolato del precedente.

Il titolo è ledzeppeliniano. Avete già in mente anche un terzo e un quarto capitolo?

È la verità, l’idea scherzosa è quella di chiamare i nostri primi quattro dischi proprio come fecero i Led Zeppelin. Il terzo capitolo, peraltro, non arriverà a troppa distanza da questo, visto che abbiamo composto un sacco di materiale che è rimasto fuori dalla tracklist de La Batteria II. Davvero, non è per dire, ma abbiamo un sacco di idee al momento.

Per quanto sia chiara e sempre ben evidente la matrice che caratterizza il vostro suono, con un approccio rivolto a un certo passato nel tentativo in primis di rivalutarlo, mi sembra che questo vostro secondo album sia un lavoro molto più vario del precedente. Oltre al consueto mix prog/jazz/funk a base di Moog, tastiere, mellotron e wah-wah, ci sento parecchia italo-disco, e addirittura echi chill-out…

È un lavoro nato dal tempo passato insieme. Vedi, La Batteria, come gruppo nasce quasi per caso. All’inizio dovevamo fare un solo disco di sonorizzazioni e poi stop, ma nel frattempo ci siamo – come si dice a Roma – “ingarellati” e ci abbiamo preso gusto. Negli anni che hanno seguito il nostro esordio in studio siamo stati molto insieme, ci siamo conosciuti meglio musicalmente, abbiamo avuto modo di condividere stili e influenze in modo più approfondito. E infatti c’è più “gruppo” in questo album, stiamo bene insieme, ci siamo divertiti e abbiamo riso un sacco durante la lavorazione, e credo che si senta.

Ciò non toglie che è un lavoro parecchio complesso e “pensato”…

Assolutamente. Sono tutti brani molto “scritti”, nel senso che hanno un sacco di idee al loro interno, molti elementi sovrapposti, e – soprattutto – in ognuno c’è sempre qualcosa di volutamente fuori contesto, un paio di elementi che uno non si aspetterebbe di trovarci. Certo, c’è molta Italia, molta Roma, ma anche un sottile filo d’ironia, di divertimento, direi anche di sesso, a pervaderlo. Ciò non toglie che a brani molto articolati in fase di composizione facciano da contraltare altri come Diva – per esempio – che è un pezzo molto “di flusso”, in cui ci siamo sbizzarriti.

Vuoi dire che è uscito fuori come una sorta di jam?

Non proprio. Diciamo che essendo tutti e quattro compositori, ognuno porta qualcosa. Il nostro è un gruppo molto democratico, ognuno è aperto alle idee degli altri, aspetto che è favorito anche dalla nostra età. Andiamo tutti verso la cinquantina, non sono molti i gruppi che si formano dopo i quarant’anni. A quell’età hai un’altra maturità, tendi a non far prevalere l’ego ma ad ascoltare gli altri.

A proposito di anni che passano, nel disco c’è un brano intitolato Monica Vitti che mi ha colpito molto, sia per l’artista a cui fa riferimento che per il suo mood molto malinconico…

È la nostra ballad, contributo di Emanuele (Bultrini, ndSA). È un po’ un tributo a un’epoca in verità un pochino precedente a quella cui normalmente facciamo riferimento. Gli anni ’60, quelli di certo cinema malinconico di cui Monica Vitti è stata magnifica interprete, trasformandosi da attrice drammatica a comica. La sentiamo molto vicina a noi, è stato un omaggio alla nostra infanzia.

Prima parlavamo di retromania e del rischio, che reputo abbiate agevolmente dribblato con questo lavoro, di restare ingabbiati in un determinato clichè. Tra i nuovi brani, però, c’è Moviola, che ricorda davvero le sigle dei vecchi programmi sportivi à la Domenica Sprint, non trovi?

Pensa che ci siamo resi conto a posteriori che l’ispirazione ci è venuta proprio dalla sigla di Grand Prix (storico programma di automobilismo e motociclismo in onda dal 1978, ndSA) ad opera del grande Augusto Martelli. Anzi, direi che le principali fonti d’ispirazione per l’arrangiamento del brano sono state anche altre due: la sigla della vecchia striscia Lunedìfilm di Raiuno, di Lucio Dalla insieme agli Stadio, e quella di Mixer, scritta e suonata dagli Azymuth. Credo che nel disco sia ben presente questa tensione tra la nostalgia e il voler guardare avanti; la reinterpretazione di un certo passato, centrata però sull’attuale. Del resto le nostre stelle polari sono sempre stati autori “cinematici”, i grandi compositori per colonne sonore, da Stelvio Cipriani a Ennio Morricone, fino ad Alessandro Alessandroni, nel cui album postumo – tra l’altro – io e Paolo (Pecorelli, il bassista, ndSA) abbiamo suonato.

Le idee non vi mancano, e come hai detto tu, avete scritto un sacco di materiale che presto potrebbe finire sul vostro terzo full-length. Ciò significa che stavolta non farete un EP “di passaggio” come avvenuto con Fegatelli?

In verità abbiamo in mente di farlo, un EP di remix, e l’idea è di darlo alle stampe quest’anno. Penso che ne faranno parte versioni rimasticate di brani dell’album, tra cui lo stesso Diva, che per la sua conformazione è perfetto per un’operazione del genere. E non è tutto. Sempre quest’anno dovrebbe uscire anche un altro lavoro a nostro nome, la colonna sonora di un film horror intitolato Tafanos, che abbiamo composto prima di metterci al lavoro per il disco, poiché la pellicola è del 2017.

Il nuovo disco contiene 18 brani, cannibalizzerà le scalette dei prossimi concerti se deciderete di eseguirlo tutto dal vivo…

In verità qualcosa molleremo, nel senso che ci sono un paio di brani, 2-3 diciamo, che dal vivo è difficile riproporre per via della loro complessità. Per il resto, sì, lo suoneremo in larga parte, sia al Monk di Roma, dove ci esibiremo il 4 maggio, che nelle successive date estive che renderemo note a breve.

Avete senza dubbio un piglio prevalentemente “local”, nel senso di italico, nostrano, ma per un gruppo come voi può essere uno scenario plausibile il varcare i nostri confini e affermarvi anche all’estero?

Considera che abbiamo già suonato a Parigi, ma sai una cosa interessante? Su Spotify l’Italia è solo il quarto paese per numero di ascolti de La Batteria. Prima ci sono Francia, Germania e Turchia, non chiedermi perchè. Restiamo comunque sempre una realtà di nicchia, facciamo musica strumentale per appassionati di un certo genere e non perchè non amiamo il mainstream, anzi. Però questo è ciò che ci piace fare.

In quanto a cose che vi piace fare, non dimentico la vostra cover della sigla de L’Ispettore Derrick. La suonerete dal vivo?

Quella fu una cosa un po’ estemporanea. Ce la chiesero per una compilation e live l’avremo eseguita sì e no una volta. Il fatto è che tendiamo a non fare troppe cover dal vivo: non vorremmo che si sentisse la differenza con gli originali (ride, ndSA).

23 Aprile 2019
23 Aprile 2019
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