La frattura è (ancora) aperta
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Stefano Solventi
- 1 Settembre 2013
Se il rock doveva prendere la parola per mettere in discussione uno dei fenomeni più apprezzati e potenzialmente rivoluzionari degli ultimi anni, probabilmente non poteva scegliere interprete più adatto di Thom Yorke. Il suo j’accuse rivolto a Spotify, che secondo il leader dei Radiohead – spalleggiato dal compagno d’avventure Nigel Godrich e seguito a ruota dal frontman dei Placebo Brian Molko – non distribuirebbe in maniera equa i proventi alle band meno celebri (tutto il vasto sottobosco di debuttanti, talentuosi senza appeal e sfigati semplici) presenti nel suo vastissimo catalogo, sembra chiudere un cerchio aperto proprio dalla band di Oxford quando gli interrogativi posti dall’impatto del P2P sull’industria musicale toccavano l’apice. Mi riferisco ovviamente al turning point di In Rainbows.
Sono passati quasi sei anni, ma ricordo bene il formicolio sulla punta del polpastrello che esitava a cliccare l’invio. Non c’era bisogno d’immaginarselo, non occorrevano particolari attitudini divinatorie: era chiaro che si trattava di un momento storico. Quel 10 ottobre 2007, i Radiohead decisero di chiarire al mondo che il mercato musicale non poteva esimersi dal cambiare, e che avrebbe dovuto farlo in profondità. Casomai, il titolo del docudrama avrebbe potuto essere: “Benvenuti nell’era dell’up-to-you“. Valutai che 5 euro fossero una cifra adeguata per partecipare a quel rituale collettivo, senza sapere bene se intendessi con questo accreditare la mia appartenenza ad un qualche tipo di comunità (quelli che amano i Radiohead, quelli che vogliono stare al passo coi tempi…) o semplicemente pagare sulla fiducia le buone sensazioni che le canzoni degli oxfordiani anche quella volta mi avrebbero senz’altro fatto provare.
In Rainbows si rivelò in effetti un album molto bello, che non ebbi mai in mio possesso nel senso tradizionale del termine ma che ottenni con una transazione virtuale, grazie alla quale ebbi la facoltà d’immagazzinarlo nella memoria del notebook. Confesso che poi, da bravo reduce dalla lunga stagione dei supporti fonografici, non seppi rinunciare a farmene una copia in cd: oggi mi sembra un tic risibile, un riflesso condizionato senza appigli nel reale, ma all’epoca avevo ancora bisogno di aggrapparmi a qualcosa di concreto. Certo, razionalmente capivo che, anche qualora il notebook avesse crashato all’improvviso, non sarebbe stato un grosso problema recuperare quei file. Ma il punto, ovviamente, non era quello.
Con gli mp3 il concetto di possesso non si estingueva, subiva solo una mutazione di senso, diventava una questione di immagazzinamento, di catalogazione. Con impatti devastanti certo sul fronte commerciale, stante la interscambiabilità di fatto incontrollabile dei file. Caratteristica che d’altro canto poteva postulare una nuova “agilità” distributiva, abbattendo i gradi di separazione tra artista e “utente finale”. Quel 10 ottobre in sostanza i Radiohead – grazie soprattutto al loro status di band alternativa e di successo, artisticamente integra malgrado l’hype – ci raccontarono che la carriera del compact disk – quale ultimo anello di una catena commerciale fino ad allora molto remunerativa – piegava decisamente verso il tramonto. Quello che invece non capivamo all’epoca era quanto l’mp3 fosse destinato a tramontare ancora più rapidamente, frutto transitorio di una fase tecnologicamente intermedia, in attesa che le possibilità della rete potessero esprimersi con maggiore pienezza.
Il povero mp3: già autentico spauracchio delle major, per altri volano di inediti scenari commerciali (Apple in primis), algoritmo capace di modificare come pochi altri usi e costumi delle società tecnologicamente avanzate (o in avanzamento), nel volgere di poche stagioni pensionato senza appello, vaporizzato nella nuvola azzurrina dello streaming. I recenti exploit di Pandora e – soprattutto – Spotify non hanno però sorpreso quanti adoperavano già in tempi non sospetti – almeno da metà anni Zero – le web radio customizzabili tipo Last.fm, per non dire di quanti colmavano lacune e nostalgie audiovisive setacciando il sempre più affollato repertorio presente su Youtube. In un certo senso, qualsiasi appassionato di musica non aspettava altro fin dagli albori del web.
L’idea di un iper-catalogo musicale online precede il modello tecnologico e commerciale del music streaming, è connaturata alla stessa “grande promessa” costituita dall’ingresso di internet nelle nostre vite. In questo scenario, il turning point di In Rainbows appare oggi come il tentativo di codificare una fase transitoria, con lo scopo di trarre un qualche ritorno economico da una modalità di distribuzione troppo aleatoria per ambire allo status di merce. Non a caso, gli mp3 di In Rainbows vennero condivisi sulle piattaforme P2P pochi attimi dopo i primi download. Del resto, sarebbe stato utopico aspettarsi che i Radiohead riuscissero al primo tentativo laddove l’industria del disco non aveva cavato un ragno dal buco in anni di battaglia dai toni spesso confusi e più spesso ancora ottusi. Detto che le major tendono fisiologicamente a difendere i sistemi collaudati di guadagno anziché provare ad immaginare nuovi modelli per nuovi scenari, prima di accusarle di conservatorismo ad oltranza bisogna registrare una scomoda verità: fare i soldi col web è dura. Durissima.
Restando all’evento di In Rainbows, ancora oggi non è chiaro quanto i Radiohead ci abbiano effettivamente guadagnato. Si mormora che i fan non siano stati di manica poi così larga. Andò meglio con le edizioni deluxe in vinile più cd – vendute direttamente dal loro shop online – che furono as usual prese d’assalto. Il turning point dell’up-to-you si era consumato, certo, tuttavia apparve subito evidente che la modalità presentava vantaggi soprattutto per le band già famose, con una base di appassionati su cui poter contare. Per i meno noti, per gli esordienti, il ritorno in termini di promozione e denari si avvicinava pericolosamente allo zero. Forse anche sulla scorta di questa constatazione si crearono i presupposti per l’innesco e l’irrobustirsi del crowd funding, la raccolta dei fondi preventiva per finanziare un disco. Nella sua disarmante semplicità, quest’ultima pratica intende enfatizzare il ruolo del supporter nella fase produttiva, è un aggancio emotivo che chiama l’appassionato a partecipare alla creazione dell’oggetto stesso della sua passione, restituendo al denaro quel ruolo di metafora (valore = fiducia) che spesso si smarrisce quando la fruizione ha già consumato il possesso.
A questo punto però è il caso di allargare l’obiettivo: gli anni dieci hanno decretato ad ogni livello (editoria, musica, cinema…) la difficoltà a far quadrare i conti. Il web, fedele alle promesse/premesse che lo hanno visto diffondersi a macchia d’olio, tende alla disponibilità totale, senza vincoli. Chiedere contributi sotto forma di una tantum o abbonamenti si è rivelata fin’ora una scelta poco remunerativa o, nei casi migliori, comunque lontana dall’eguagliare gli equilibri finanziari pre-internet. L’abbondanza di alternative premia la convenienza rispetto alla qualità (soprattutto se le cose migliori si possono trovare anche gratis). Recentemente però non sono mancati segnali incoraggianti: nel terzo trimestre 2013 il New York Times, uno dei più stimati quotidiani del mondo e tra i pionieri del paywall per la versione su web, ha visto i propri conti “salvati” proprio dallo straordinario aumento degli abbonamenti online (un lusinghiero + 40%), sufficiente a controbilanciare l’inarrestabile declino della raccolta pubblicitaria complessiva (-6,8% sulla carta stampata, -2,7% sul digitale). In pratica, facendo perno sulla qualità dei contenuti – con ciò contrapponendosi neanche troppo implicitamente alla deriva del giornalismo in chiave sempre più superficiale e peggio scandalistica – il NYT sta convincendo oltre 700000 lettori a pagare per avere libero accesso a tutti gli articoli pubblicati online.
Nella sua specificità, è la dimostrazione che non è affatto impossibile stabilire connessioni emotive con la quanto quanto mai vasta e indistinta platea del web: riuscere a convolgere anche solo una piccola frazione di cotanto bacino d’utenza può bastare per mettere a bilancio numeri di tutto rispetto. Ma il mercato discografico non ha saputo cogliere questo aspetto della faccenda e ha continuato a fare mercato appunto senza liberarsi della zavorra del supporto, come se il cd fosse un anello irrinunciabile – certificato a norma di legge – della transazione tra musicista e ascoltatore. Auto-illudendosi quindi di possedere la chiave di un forziere che in realtà veniva svuotato di senso giorno dopo giorno. Una miopia imprenditoriale in cui rischia di inciampare anche Spotify: la reginetta svedese dello streaming ha infatti adottato una tattica di adescamento incentrata sull’appeal del servizio scordando però di seminare agganci emotivi per coinvolgere l’utenza. A partire dal 12 agosto infatti anche gli entusiasti utenti italiani hanno appreso che, scaduti i sei mesi di accesso gratuito (solo da pc, con qualche limitazione e a patto di sorbirsi un bel po’ di sfarfallio pubblicitario), viene introdotto un tetto di dieci ore mensili oltre i quali occorre sottoscrivere una delle opzioni a pagamento. Come del resto avviene all over the world.
Una strategia che non fa una piega: prima acquisisci un vantaggio sulla concorrenza poi stringi i cordoni della borsa giocando sull’effetto fidelizzazione. Prassi che ogni consiglio di amministrazione approverebbe senza riserve, sbattendosene bellamente della natura di ciò che smercia. In questo quadro, la levata di scudi di Yorke, Godrich e Molko è la faccia più visibile della stessa medaglia che misura la strisciante insoddisfazione per un meccanismo che trascura il cuore della faccenda. Molto probabilmente Spotify avrà la forza di fregarsene, tirerà dritto e vincerà la sua battaglia, perché rimane oggettivamente un dispensatore di musica senza precedenti, almeno in ambito legale. Però la leggerezza con cui il comunicato ufficiale dell’azienda ha liquidato la diatriba legata alla retribuzione delle band meno note (rivendicando meriti nella “lotta” alla pirateria probabilmente non privi di fondamento, ma che solo con disinvoltura al limite della sfrontatezza possono venire utilizzati per giustificare eventuali iniquità) sembra proprio la stessa che guida certi improbabili suggerimenti di ascolto (amenità del tipo: ti piacciono gli MC5? Prova anche Simon & Garfunkel).
Una sfrontatezza che non è solo di Spotify: da par suo Pandora ha annunciato l’intenzione di esercitare pressione sul governo USA affinché vengano ristrutturate verso il basso le royalties da versare agli autori dei brani, la qual cosa ci autorizza a sospettare che nella battaglia di Yorke siano presenti anche legittimi elementi di autodifesa. Questa disposizione delle piattaforme di streaming ricalca in versione 2.0 la vecchia, tradizionale indifferenza delle grandi case discografiche per la dimensione “artistica” della popular music, divenuta eclatante coi primi segnali di crisi degli anni Novanta: se due decadi fa sullo sfondo c’era la monetizzazione selvaggia carburata dall’effetto compact disk, oggi – mutatis mutandis – abbiamo il privilegio di assistere al fenomeno della ultra-accessibilità indotta dallo streaming. Ma siamo sempre lì. In effetti, cercando quanto possibile di storicizzare, stiamo ancora vivendo quello stesso conflitto, il travagliato distacco della musica pop-rock da ciò che ne ha reso possibile la commercializzazione. Vale a dire, il vinile.
A ben vedere infatti fino agli anni Ottanta inoltrati non si è realmente venduto (e acquistato) musica, ma dischi, intendendo con questo un “oggetto” provvisto di dimensione tangibile (il vinile, la copertina) e intangibile (suoni, voci, testi). L’avvento del cd fece saltare il tavolo. La dimensione tangibile dell’oggetto subì una profonda svalutazione, divenne semanticamente ed emotivamente trascurabile, quasi puro e arido supporto, per sua stessa natura impossibilitato a stabilire empatia con la vita del possessore. Ad esempio: un cd se si logora smette di funzionare, va buttato, mentre all eimperfezioni – fruscii e scoppietti – del vinile finisci per affezionarti, fanno parte del tuo rapporto col disco. Col cd l’oggetto dell’acquisto diventava quindi sempre più e quasi esclusivamente il contenuto sonoro, il quale però si presentava a quel punto come puro dato, quindi in grado di migrare da un supporto all’altro grazie a mezzi tecnologici sempre più diffusi (in primis il masterizzatore).
Nei fatti, il supporto come sede inalienabile della musica acquistata era già condannato all’estinzione. Di quel trauma stiamo ancora subendo l’onda d’urto. La situazione è in fieri, anche se forse siamo ai capitoli conclusivi. In effetti, possiamo vedere il cd come una digitalizzazione provvisoriamente parcheggiata su un supporto di plastica, destinata a smaterializzarsi prima come mp3 poi nella “nuvola” immanente. E’ questa benedetta nuvola la fine del percorso? Molto probabilmente sì. Ma le bocce sono tutt’altro che ferme, c’è ancora da attendere prima di tirare le somme. Dovendo azzardare una previsione, sulla scorta di segnali abbastanza frenetici ma in compenso confusi, ritengo che si possano escludere scenari catastrofici: con buona pace dello stesso Yorke, malgrado l’inaridimento dei tradizionali canali di finanziamento e produzione – quelli che secondo le sue parole hanno reso possibile album quali The Dark Side Of The Moon: ma in contesti economici e culturali diversissimi, santiddio – continuano ad uscire molti album, fin troppi, alcuni dei quali impegnati a definire sonorità anche piuttosto coraggiose. E chissà che prima o poi non spunti anche il colpo di genio, un nuovo album epocale.
Tornando a guardare il pianeta dell’informazione, così come il fenomeno del citizen journalism non ne sta uccidendo ma ridefinendo i codici, così probabilmente dobbiamo attenderci un riposizionamento dei meccanismi che sovrintendono la creazione, produzione e distribuzione di musica. Non c’è mai stata tanta informazione come oggi, e lo stesso vale per il nostro caro pop-rock. Quanto a Spotify, Pandora, iTunes Radio, Google Play Music e compagnia cantante, i soggetti che al momento sembrano essersi attrezzati con più lucidità e prontezza, può darsi che siano le concrezioni iniziali di un panorama destinato a diversificare esponenzialmente l’offerta, anche se c’è da scommettere che la guerra di posizione – così come già accaduto coi motori di ricerca ed i social network – spingerà per uno scenario di poche applicazioni egemoni.
Con l’inevitabile corollario di neo-conflitti: cosa pensare del recente studio commissionato dalla stessa Spotify che evidenzia l’impennata di scambi pirata via Torrent di musica legata ad artisti freschi di partecipazione ad un festival? Più che la notizia, in sé per nulla sorprendente, fa riflettere che sia stata riportata con tanta enfasi, quasi ad indicare il fronte su cui concentrare un eventuale sforzo bellico. Per consegnare inappellabilmente al passato una modalità di scambio ancora molto attiva e vivace, in ragione di ciò forse il più ostico dei rivali. Comunque, in attesa degli eventi – e magari di una nuova startup che piombi sulla scena a sbaragliare le coordinate – restiamo fiduciosi circa il fatto che ci attendano periodi molto interessanti da vivere. E da ascoltare.
