La musa di Lamusa II. Intervista a Giampaolo Scapigliati
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Andrea Mi
- 4 Settembre 2017
Lamusa II è Giampaolo Scapigliati, un musicista e dj italiano, classe 1990, con base a Parigi. Lo abbiamo conosciuto quando abbiamo visto il suo nome nella line up del Sónar di Barcellona, scoprendo che avrebbe suonato sul palco della Red Bull Music Academy, la prima a fiutarne il talento. Averlo sentito suonare sul palco del festival spagnolo ci è valsa da definitiva conferma: la sua è una delle proposte musicali italiane da seguire con maggiore attenzione. Fluttua tra elettronica, ambient e soundtrack music, predilige atmosfere che richiamano quanto successo tra la fine degli anni ’80 e primi ’90 e ama giocare con drum machine, sintetizzatori multi-timbrici e MIDI sequencer. A febbraio di quest’anno è uscito l’EP Club Mondo 2000 per l’etichetta Gravity Graffiti, una sorta di polverosa ibridazione house piena di break, spunti meditativi e boogie molto mentali. In attesa di sentirlo nuovamente live sul palco bolognese dello Sciami Festival, lo abbiamo intervistato.
Raccontaci qualcosa del tuo background e dell’incontro con RBMA…
Se partiamo dalle origini e dal mio primo approccio alla musica, posso dirti che i numerosi viaggi in macchina con i miei verso mare o montagna italiana mi hanno portato a fruire artisti tipo Battisti, Battiato, Simon & Garfunkel, Stevie Wonder, Michael Jackson, Earth Wind and Fire e, a tratti, compilation new-age alternate ad altre fusion. Diciamo che questa era la colonna sonora ricorrente che da ascoltatore passivo ho assimilato. Intorno ai 13 anni ho iniziato a prendere lezioni di basso per poi provare le prime registrazioni casalinghe, con Cubase e altri software che uscivano in quegli anni. Successivamente c’è stato un periodo nel quale sono andato alla scoperta di band new wave. È nata lì la mia passione per i primi sintetizzatori che, a venti anni, è diventata maniacale, assieme a quella per le drum machine e per una bella fetta di musica prodotta tra gli anni ’80 e i primi ’90. Assieme a questi ho cominciato a coltivare interessi per le colonne sonore, televisive e cinematografiche, ad arrivare alla dream house italiana. Credo sia questa la miscela che è ancora in corso e mi suggerisce spunti per ciò che produco. L’Academy è stato un qualcosa che, sin da quando compilavo il questionario, non avevo minimamente idea di quale esperienza nascondesse. È stato incredibile partecipare all’edizione di Montreal 2016. Fino ad ora è stata l’esperienza più bella della mia vita. Può sembrare scontata come affermazione, lo so, ma entrare nello specifico e raccontarvi la completa esperienza mi costringerebbe a tagliare troppi particolari che in realtà sono poi fondamentali nell’esperienza. Sicuramente, una delle considerazione che posso fare è dire che, tuttora, è come se la famiglia della RBMA non si fosse mai separata da noi singoli partecipanti e continui, in un modo o nell’altro, ad essere presente e capace di farci rincontrare in occasione molto speciali, come il Sonar a Barcellona, dove la famiglia si è ritrovata, quasi tutta al completo, ed è stato magnifico. Ah, l’application alla RBMA 2018 a Berlino è online: compilatela e inviatela!
Tastiere vintage, sintetizzatori, drum machine e sequencer d’annata sembrano gli strumenti principali con i quali forgi il tuo suono. Da dove nasce questa passione e quali sono i tuoi punti di riferimento?
Non so esattamente cosa sia stato a far scaturire la forte passione che ho verso queste macchine. Se non ricordo male, il primo organo-synth che ha aperto le danze è stato un ELKA fine ’70, comprato insieme ad un amico. Eravamo estremamente contenti per la drum-machine integrata e per il phasing effect and vibrato applicabili ai suoni. Poi sono arrivati: DX7, Korg Polysix, Korg M1, Roland TR-707, un’altra ELKA, ecc. L’ultimo acquisto, del quale vado molto fiero, è una Roland CR-78. Questi sono i miei punti di riferimento dal punto di vista sonoro. Parto molto dal singolo suono e cerco, con esso, di ricreare una situazione, un periodo storico, un ambiente che porti l’ascoltatore in un mood specifico, facendolo poi sentire a suo agio e in grado di muoversi liberamente nella traccia. Nel processo produttivo sono solito utilizzare una grossa catena midi e mandare sequenze ad ognuno dei synths, tramite l’mpc 1000 o altri sequenze. Successivamente registro il tutto in multitraccia.
Certa Italo-disco dal piglio sperimentale, una specifica predilezione per le atmosfere ambiente, una naturale propensione per il suono psichedelico, le inquietanti atmosfere di Badalamenti per Twin Peaks… ci aiuti a trovare dei poli direzionali per la tua musica?
Credo che già la domanda racchiuda in sé molto di quello che vorrei trasmettere con le mie produzioni, o almeno da dove sono partito per arrivare a ciò che faccio. Aggiungerei l’ingrediente Giappone della seconda metà degli anni ’80, un po’ di funk estone alla Uku Kuut e non dimenticherei l’Italia, della quale cito solo alcuni nomi: Piero Umiliani, Piero Piccioni, Riccardo Sinigaglia e Tullio De Piscopo.
Ti senti legato a una scena italiana in generale e romana in particolare?
No, non particolarmente. Anche se prima di trasferirmi in Francia vivevo a Viterbo e mi capitava spesso di andare a Roma per concerti o per serate nei Club, non ho mai avuto modo di legarmi particolarmente ad essa e di frequentare un preciso e definito giro di persone. Credo che, attualmente, ci siano diverse cose molto belle in Italia. Meritano attenzione ed è molto bello vederle apprezzate anche fuori. I primi nomi che mi vengono in mente a livello di etichette discografiche sono Early Sound Recordings, Periodica, Gravity Graffiti, Edizioni Mondo, Slow Motion.
Club Mondo 2000 su Gravity Graffiti è la tua ultima release. Come è nata?
Lo scorso ottobre, poco dopo il ritorno dalla RBMA, ho ricevuto una mail da Riccardo Schirò, il proprietario dell’etichetta. Era interessato al materiale inedito che aveva ascoltato sulla mia pagina Soundcloud. Ho iniziato ad inviargli alcuni lavori fino ad arrivare a scegliere le cinque tracce di Club Mondo 2000. Sono molto contento di aver iniziato la collaborazione con Gravity Graffiti, mi sono trovato sin da subito a mio agio e rispecchia musicalmente ciò che cercavo.
I riferimenti all’house degli anni gloriosi diventano evidenti in una traccia come Unknow Flute, con quella TR-909 che gioca da protagonista. È il tuo debito col decennio nel quale sei nato?
Esatto [ride, ndSA]. Forse era arrivato il momento di sdebitarsi con i cari anni ’90. Come sia nata, non lo ricordo di preciso, ma, come si può sentire dalla traccia, la qualità è leggermente diversa dalle altre perché è fondamentalmente una jam registrata direttamente su cassetta, senza post produzione. Quindi, in un certo senso, l’approccio 90s è presente, e poi c’è un flute ambient del glorioso Korg M1 che fluttua sopra la ritmica. Come hai notato, è stato fatto con una TR 909.
Ho l’impressione che in studio usi le macchine come se fossero musicisti di una tua band immaginaria: penso soprattutto al tuo album Etruria e al mondo in cui tutto pare ruotare attorno alla OMB5, una tastiera Elka di metà anni ’80. È così?
Esatto, hai letto la situazione in maniera perfetta! Etrūrya è stato il primissimo approccio verso una produzione super raw, senza nessuna pretesa, dove mi sono circondato di synth (in particolare due Elka OMB5, una DX7 e un Korg Polysix). Sono stati loro i protagonisti. In più c’era qualche drum machine e il tutto andava dentro un ampli Marvin di fine ’70, successivamente microfonato e mandato dentro un Tascam a cassetta. Per questo motivo il disco ha acquisito quel sapore un po’ sporco e caratterizzato da specifiche frequenze. Tornando al discorso di prima: sì, ho assolutamente utilizzato i sintetizzatori come elementi di una band con lo stesso approccio che più o meno veniva usato negli anni ’80, alla comparsa del midi e dei primi sequencer. Tuttora mi approccio cosi verso le macchine e verso la produzione.
Che effetto ti ha fatto essere sul palco del Sonar, lo scorso giugno?
Ecco: se quella dell’Academy è stata l’esperienza più bella della mia vita fin qui, il Sónar è stata la seconda. Pensavo di essere molto più teso durante la performance, invece sin da subito mi sono sentito rilassato, anche se era la prima volta che portavo questo nuovo live su un palco. Allo stesso tempo ero molto impaziente di testarlo e suonarlo in una situazione del genere, a quell’ora (alle 16:00), con quel pubblico super disposto ed aperto alla scoperta. Poi sono stato al Dancity Festival a Foligno e posso, senza ombra di dubbio, metterlo sullo stesso livello, a mio personale gusto. È stato incredibile. Consiglio a chiunque di andare alla prossima edizione. Da anni, mi lascia sempre più a bocca aperta il gusto nella scelta della line-up.
Cosa stai preparando per i prossimi mesi? Dopo tre Martini Vodka, Jolly Mare mi ha confessato di una vostra collaborazione…
Aaah! Già sai tutto quindi.. Sì, abbiamo avuto modo di parlare con un po’ più di calma, proprio durante il Sónar. Precedentemente ci eravamo incontrati solo in occasione di una data dalle mie parti. È stato molto piacevole come incontro e una delle ultime sere del festival abbiamo avuto l’idea di programmare una session in studio durante l’estate. Proprio in questi giorni stiamo registrando le prime cose. Abbiamo, più o meno, in mente nome e concept di ciò che andremo a fare. Non ci resta che attendere e vedere cosa uscirà fuori… Sempre riguardo al discorso collaborazioni, ho appena concluso un lavoro fatto insieme a Riccardo Schirò (Gravity Graffiti) che dovrebbe uscire dopo l’estate, e poi una collaborazione con Marie Davidson, iniziata a Montréal, ma che probabilmente vedrà la luce nel 2018.

