La strada mi ha insegnato tutto: intervista a Glen Hansard

Glen Hansard è un personaggio che non riesce proprio a risparmiarsi, tanto sul palco quanto fuori dalla situazione del concerto. Il suo live all’Alcatraz di Milano è degno delle precedenti esibizioni e il suo pubblico è ripagato a dovere: poco materiale tratto dal repertorio di The Frames (anche la formazione che lo ha seguito stavolta contava solo il chitarrista originario), ma tanti brani da solista – con il nuovo album Didn’t He Ramble in evidenza – e gli immancabili classici del progetto The Swell Season.

Glen emoziona con Her Mercy, si apre a improvvisazioni in stile New Orleans con Lowly Deserter, spezza corde, scherza con il pubblico. Se ne va a cantare in platea e finisce per duettare con una ragazza disabile sul brano da Oscar Falling Slowly. Insomma, chi conosce il cantautore irlandese sa che questo è lo standard. Ma l’occasione per conoscere da vicino il suo pensiero sul nuovo album, sui valori che lo hanno ispirato e sul momento particolare della sua vita artistica arriva in camerino, dopo il soundcheck: nonostante l’evidente stanchezza (“I’m tired and have to eat something“), Glen Hansard si concede molto volentieri e alla fine si scusa anche per aver, secondo lui, raccontato poco.

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Quale è la principale differenza tra Didn’t He Ramble e il tuo precedente album?

La differenza tra questo nuovo album e il primo sta nel concetto di crescita come persona e nell’esplorare i rapporti e i legami con la famiglia e gli amici (non ci sono canzoni d’amore nel disco, tranne Wedding Ring). Mi sono soffermato sul mio mondo di legami personali. L’amicizia richiede la firma di un contratto di onestà che fai con l’altra persona, andando oltre la soglia della superficialità. Onestà e amicizia sono due cose che salvano, e per questo rappresentano un dono. In questo disco c’è la consapevolezza di una precisa responsabilità nei confronti di tutto questo.

In questo senso, pensi di aver messo la scrittura dei testi in particolare evidenza?

La melodia è un veicolo per i testi, e in questo senso è stato un processo più semplice rispetto a quando sei in una rock band; ho voluto scrivere canzoni che si potessero cantare anche senza musica (come l’opening track, ad esempio). È proprio questo che mi attira di più in questo preciso momento. Le canzoni di Didn’t He Ramble recano in sé qualcosa di tradizionale, come ad esempio McCormack Wall, elevandosi a uno stato quasi di preghiera, ma non nel senso classico del termine. Piuttosto, suonano come una richiesta affinché domande trovino risposte e in esse una sorta di redenzione, di grazia, perdono, comprensione o empatia, come a dire “ero totalmente perso e non vedo, ora sono di nuovo qui e mi è tutto chiaro”. È roba profonda: tutti abbiamo avuto dei momenti in cui ci siamo sentiti persi e così per un attimo è stato anche per me.

Da dove deriva la scelta di spezzettare la produzione attraverso diverse città sparse in giro per il mondo?

Non c’è stato un motivo particolare che mi ha spinto a registrare in diversi luoghi. Ho registrato a New York perché Thomas [Bartlett, producer, ndSA] vive lì, a Chicago perché ero lì in tour, in Francia perché mi trovavo nelle vicinanze. Non ho registrato a casa perché a casa si fa altro: si cucina, ci si riposa e ci si dedica alle persone che si amano. Dublino è ancora la mia casa, anche se in realtà vivo lontano dal centro, in una parte di una vecchia casa appartenente alla famiglia Guinness: ci vivo da quando mi ci hanno portato che ero un busker per le strade della città e mi sento molto fortunato!

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Come ti poni nei riguardi dei talent show, in un momento in cui gli aspiranti artisti per emergere non passano per la strada e vanno dritti ai casting?

Riguardo i talent show, quello che mi sento di dire è che sono dei mondi a parte. Per quella che è la mia esperienza, fare il musicista di strada è stata l’esperienza più formativa della mia vita artistica, perché impari a testarti tra la gente, non amplificato, a usare la voce, suonare lo strumento, aumentare naturalmente i volumi cercando di comunicare con persone che vanno e vengono e non sono lì per te. Tutti gli amici che sono con me stasera a Milano provengono dalla strada: non c’è nulla on stage che non abbia imparato da lì. Sulla strada impari ad essere solo tra sconosciuti e a guardarti le spalle, ed è una cosa molto importante perché è una trasposizione di quello che succede anche nel mondo del music business.

Quindi è nata prima la moneta o l’arte?

Soldi e arte sono due mondi totalmente separati. Suonando per strada ho capito che se lo fai con passione, sei ripagato, ma se lo fai solo per i soldi non caverai un ragno dal buco. Perché alla fine i soldi rappresentano energia, il lasciapassare, la manifestazione fisica di una approvazione, del fatto che passavo di qui e mi hai lasciato qualcosa e per questo meriti questi soldi, buona fortuna nel mondo. Quando suoni per strada, e ami davvero farlo, questo arriva alla gente. Ed è la gente che ti dà i soldi, che sono il mezzo per interagire concretamente con il mondo là fuori, da un punto di vista creativo: registrazioni, produzioni, strumenti, semplici incontri di lavoro. La chiave di tutto è l’amore verso quello che si fa, prima di tutto.

29 Ottobre 2015
29 Ottobre 2015
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