The folly and the fury

Stadio nido d’uccello di Pechino o Olympiastadion di Berlino, finale delle Olimpiadi o dei Mondiali che sia per lui non fa differenza. Brucia tutto e tutti sullo scatto, parte a velocità supersonica e con una progressione devastante straccia il nastro del traguardo lasciando tutto il mondo molto dietro di sé. Poi, incurante di tutto e tutti, ricomincia la sua sceneggiata buffonesca fatta di balli primitivi e sconclusionati, risatine sguaiate e facce buffe.

Follia e velocità, guasconeria e scatto bruciante. Questo è ciò che fa di un ragazzone giamaicano di nome Usain, il Bolt più veloce e pazzo del pianeta. A chi si intende di musiche dell’underground quel nome – e soprattutto l’essere abbinato a velocità e follia clownesca – dev’essere apparso qualcosa di simile ad uno scherzo del destino. Sì, perché l’ascoltare/vedere un Bolt sfrecciare in quel modo irriverente e devastante, non può non aver richiamato alla mente un duo di altrettanto furibondi personaggi anch’essi al limite del cartoonesco. Di nome fanno entrambi Brian; uno (Chippendale) suona la batteria e ogni tanto urla frasi sconnesse, l’altro (Gibson) suona il basso. Sono il duo più potente al mondo e il nome che si scelsero ormai più di un decennio fa non lascia spazio a dubbi: Lightning Bolt. Proprio come è stato soprannominato quel pischello giamaicano tutto mossette e furia.

Non sono però le gesta da recordman del giamaicano a spingerci a parlare del duo americano, quanto un’altra ghiotta occasione. Di quelle da non lasciarsi sfuggire per offrire una riflessione di più ampio respiro sul fenomeno Lightning Bolt. È infatti appena uscito il quinto album Earthly Delights, dopo che uno iato quasi quinquennale dal precedente Hypermagic Mountain aveva addensato tristi presagi sul progetto: o la dismissione (cosa peraltro smentita da una attività live piuttosto cospicua per gli standard del duo e dai continui side-project Mindflayer, Black Pus e Wizardzz) o, peggio ancora, una preoccupante pausa di riflessione su una direzione musicale talmente incompromissoria da essere sempre sul crinale del cedimento strutturale.

Insomma, non ci meraviglieremmo se a molti di coloro che seguono approfonditamente le vicende del duo di Providence la notizia del comeback – dopo l’iniziale brivido entusiastico – avesse posto dei dubbi sul cosa (e soprattutto sul come) avrebbero combinato quei due. Il rischio, in casi estremi come questo, si sa, è che la formula mostri la corda, soprattutto nel lungo periodo. Che, cioè, partita letteralmente a spron battuto finisca col diventare parodia di se stessa, ripetizione standardizzata, vuota e fiacca di quello che assomiglia più a un “gesto” che a un “suono”. È successo a mostri sacri come i Napalm Death, perché non temere che possa accadere a due nerd della provincia americana?

Tra matematica ed educazione fisica

La storia dell’entità LB è ben nota ormai: l’occupazione/creazione di Fort Thunder (squat, laboratorio artistico, sala prove/concerti, e solo il dio del rumore sa cos’altro) intorno alla metà dei ’90; l’esordio proprio in quelle stanze da archeologia industriale come trio col nomade noise Hisham Baroocha (di lì a breve transfugo nei Black Dice); la crescente fama extra-musicale come artisti e/o creativi sui generis che ha scoperchiato il vaso di pandora di una nuova arte brutta made in Usa.

Prima di tutto questo, l’amicizia ormai pluridecennale tra Chippendale e Gibson nata sui banchi del Rhode Island School Of Design (RISD); dopo, la credibilità conquistata a squassoni basso&batteria che ne ha fatto gli assoluti paladini del nuovo weird-noise brutale a cavallo dei due millenni. Punto di riferimento e prisma iridescente di cacofonie “brutte”, la coppia di fatto(ni) si sarebbe a breve dimostrata esempio di “artista del 2.0” in grado di interagire sia col sottobosco diy di matrice punk che coi circuiti d’arte istituzionalizzati.

Proprio il RISD occupa una posizione fondamentale nella genesi dei LB. Da quell’ammasso di creatività deforme che è l’istituzione arty per antonomasia del Rhode Island sono usciti personaggi niente male (da David Byrne a Gus Van Sant, per arrivare a – sembra – mostri come Prurient…) e da lì prende il via quel continuo mesh-up tra arte e musica, vita e attitudine che ne segnerà il percorso. Da quel contesto scolastico però i due Brian traggono anche una metafora utilissima per definire il proprio suono e ribadire affinità e divergenze con altri mostri sacri del rumore. Ecco cosa dichiaravano in una intervista datata in merito ai Ruins, duo nippo-noise molto affine all’eruzione sonica del duo americano: Se fossimo studenti della stessa classe loro sarebbero i più bravi in matematica e noi i migliori in educazione fisica.

Semplice, vero? Una metafora che in nemmeno un paio di righe riassume grossomodo tutto l’universo LB. Un universo fatto sì, di rumore primordiale, di scale vorticose, di ampli fumanti e costantemente al massimo livello ma soprattutto di estrema fisicità, di atletismo spinto, di agonismo brutale. Ed ecco che l’accostamento iniziale con l’altro Bolt, quello giamaicano, torna di diritto. Solo che se lì si tratta di mettersi alla prova con se stessi, nel caso dei due fulmini (o fulminati?) di Providence lo scontro è col mondo intero, racchiuso circolarmente intorno a sé. Basta fare un giro su youtube o dare uno sguardo al dvd The Power Of Salad And Milkshakes (Load, 2003) per rendersene conto. Proprio il secondo è un documento fondamentale per farsi una idea di chi e cosa siano questi due scotennati. Una breve intro li mostra alla guida di una macchina scassata e piena di peluche coloratissimi come due nerd americani qualsiasi in fissa con la vita on the road. Ma è una illusione, perché tempo di sistemare ampli e batteria e parte una sarabanda di live footage – che questo è il realtà il dvd, una fotografia del tour del 2001 inframmezzato da qualche sporadica intervista agli amici Pink & Brown, Dan Auchenbach e altri – da lasciare interdetti. Sì, perché specialmente dal vivo, quello dei LB è uno scontro. Estenuante. Sfibrante. Abnorme. Sempre sul filo della tensione e dell’eccesso di volumi e violenza sonora senza mai finire nel parossismo o nella parodia. Non è wrestling, insomma, nonostante l’immaginario da supereroi fake possa ricordarlo, specie nelle maschere usate da Chippendale per reggere in bocca il microfono. Quella dei LB è qualcosa che al limite rimanda alla lotta greco-romana. È sfavillio di muscoli e lucentezza di sudore. Tanto sudore. E tanta, tantissima energia.

Cavalcando i cieli

Restii alle interviste (Non è che non ci piace essere intervistati… semplicemente non lo cerchiamo, dichiarava tempo fa Chippendale in proposito) i due preferiscono far parlare ampli e tamburi. Annichilendo l’ascoltatore messo egli stesso ogni volta alla prova – che sia live o semplice ascolto casalingo – dallo sconquasso mongoloide e selvaggio inscenato ormai da un buon decennio. Tutto nasce con Ride The Skies, l’album del 2001 che li consegna all’attenzione di un numero crescente di ascoltatori, anche fuori dai confini americani. Quel monolite sfaccettato in 8 tracce però non è l’album d’esordio. Prima, molto prima, diciamo intorno al 1997 c’era stato l’omonimo album giallo, anche conosciuto col nome di Yellow Album o First Record. Della serie, evviva l’originalità. Eppure di originalità ce n’è eccome sepolta sotto una coltre cacofonica da far spavento. L’impatto soprattutto, è di quelli devastanti: metal deviante suonato da hardcore freaks per una gioventù bisognosa di distorsione e feedback che si raccoglie devota intorno ai suoi dei in quello che è un vero e proprio rituale pagano dedicato ai gods of thunder. L’edizione vinyl-only viene poi ristampata sempre dalla Load nel 1999 con l’aggiunta di un paio di monstre bonus track (Zone conta ben 32 minuti di devastazioni free-noise in modalità impro) e – seppur limitata in quanto a resa sonora – resta un ottimo punto di partenza per decodificare il fenomeno LB. Certo, l’hi-fi non è che sia al centro dell’universo del duo, ma il passaggio dalla registrazione casalinga in quel di Fort Thunder ad uno studio professionale (e soprattutto ad un ingegnere del suono come David Auchenbach) si farà sentire eccome al momento di Ride The Skies.

L’amplified tribe of two, secondo la splendida definizione che ne da l’etichetta, spicca il volo e cavalca letteralmente i cieli del suono rumoroso in un disco che però è anche dolorosa polaroid della fine di un’epoca. Fort Thunder è infatti, a quell’altezza, sull’orlo dell’esproprio. Il microcosmo weird messo su dalla comune artistoide di Providence sta collassando e i due sembrano sfogare tutta la frustrazione accumulata in un disco che è non solo una bomba in quanto a violenza sonica e nitidezza di suoni, ma anche un accorato epitaffio al proprio mondo. Alcuni brani (Force Field, St. Jacques) sono esplicite dediche a chi ha condiviso l’esperienza dello squat, ma è l’albo nella sua interezza a porre la devastante proposta del duo sullo stesso piano delle efferatezze di progetti made in Japan come Ruins, Zeni Geva, Boredoms. Merito del basso di Gibson, modificato e accordato in modalità eterodosse, capace di esprimersi quasi fosse una orchestra di rumorose corde in scale vertiginose e assalti all’arma bianca, mentre il sodale Chippendale percuote pelli come un primitivo armato di clava e gorgheggia incomprensibili nenie autistiche (la aliena The Faire Folk). La situazione personale è lì lì per degenerare, ma l’indole cazzona dei due non perde occasione per mostrare il proprio spirito freak e buffonesco: ascoltate Wee Ones Parade, pezzo che per buona parte dei suoi 5 minuti gioca di sponda tra un basso che sembra imitare una gallina scontrosa e una batteria che gli fa il verso, prima di infilarsi nel vicolo cieco di un maelstrom reiterato e cafonissimo.

La fase post-Fort Thunder procede poi a scatti biennali con Wonderful Rainbow, prima e Hypermagic Mountain, poi. Ma non si tratta di timbrare stancamente un biglietto guadagnato sul campo. Si tratta di porre un abisso ancora più ampio tra sé e tutti gli altri efferati calpestatori di decibel del pianeta. Roba da bang post-atomico, fusione termonucleare a caldo, Tetsuo deforme di mille forme di musica estrema ma… umano all’inverosimile. Sì, perché lo scarto – uno dei tanti possibili – risiede proprio nella materialità fisica, concreta, corporale del suono dei due, nella sua componente ipoenergetica fatta di muscoli, sudore, movimento ipervitaminizzato. Ipercinesi è un ottimo termine per sintetizzare il portato della band all’altezza del distico centrale della propria produzione. Il suono si ispessisce all’infinito, si centuplica. Le frasi musicali si stratificano mentre l’assalto ritmico sembra sfasarsi in contorsioni epilettiche. Su tutto, un inquietante wall of noise letteralmente annichilente e aberrante. Dracula Mountain dal primo e 2 Morro Morro Land dal secondo sono forse i vertici mai toccati dai LB e vette realmente irraggiungibili per moltissimi adepti al culto del rumore.

Do it yourself metallaro e delizie terrestri

Nell’immaginario rutilante dei due Brian tutto rimanda al do it yourself d’ascendenza punk. L’occupazione di stabili in disuso come difesa dalla fottutissima quiete dell’americano medio (Mat Brinkmann dixit); l’arte fumettistica e non, fatta di riutilizzo di scarti post-industriali come referente immaginifico o, più spesso (come nel collettivo Forcefield) come reale riuso arty della pattumiera; lo schiaffo in faccia delle musiche dure e prive di compromessi che diviene urlo munchiano di chi è troppo spesso senza voce e si vede costretto ad inventarsi un megafono che la amplifichi (in una parola, l’hardcore).

Però a ben vedere dietro la musica dei due, o meglio dentro, c’è il metallo, anche se suonato con la furia iconoclasta tipica degli hc kids. Strumentalmente parlando, non passano inosservate le vertiginose scale del basso distorto di Gibson – spesso capace di fare il verso a Van Halen et similia – così come i ritmi impostati dal furibondo e tentacolare collega Chippendale sfiorano lo stomp metal, tanto cadenzato quanto cafone e esagerato. La musica del duo è insomma un continuo incitare all’headbanging e alla slam dance furiosa, nello stesso modo in cui è l’immaginario anche semplicemente discografico (titoli e copertine, insomma) a richiamare alla mente un cartoon heavy metal. E del metal la musica del duo mantiene in nuce una sorta di spiritualità incompromissoria, depurata però delle sovrastrutture e degli orpelli inutili. Niente pose (rimando al dvd perché le immagini sono più esplicative delle parole), zero politica o denuncia sociale; solo autoironia e attitudine dissacratoria per una musica che è etimologicamente metallo (fuso) pesante.

Riprova ne è anche l’appena uscito Earthly Delights. Sin dal distico iniziale, il comeback si immola al verbo del metallo e del rumore, dissipando i dubbi di cui parlavamo in apertura e (ri)collocando i due sull’olimpo delle musiche noise. Rispetto ai brothers in arms Wolf Eyes e Black Dice – trimurti ormai storicizzata del nuovo noise a stelle e strisce – i LB sono come si sarà capito quelli più matericamente umani, gli unici che non ricorrono a macchine o tecnologia per produrre le quintalate di rumore puro col quale da un decennio fanno sanguinare le orecchie di chi li ascolta. Earthly Delights conferma, inoltre, che delle mille sottorivoluzioni cui abbiamo avuto modo di assistere in questo scorcio di terzo millennio, i LB sono – sia rispetto ai precursori from Providence (Landed, Arab On Radar, i redivivi Six Finger Satellite…), che ai mille contemporanei ed epigoni – quelli che forse meglio hanno retto la prova del tempo. Un universo coloratissimo e in continua espansione, un buco nero che tritura e ingloba in egual misura Slayer e AC/DC, Ruins e Melvins, Napalm Death e Flying Luttenbachers (ri)proponendo se stesso come un classico delle musiche brutte e rumorose. I LB hanno mano a mano messo a fuoco una proposta incompromissoria e devastante che tale è rimasta negli anni, variandola lievemente (pensiamo alle melodie che sottostanno al wall of sound dei due o alle via via più pulita perizia sui suoni) ma non arretrando mai di un passo in quanto ad aggressività e ferocia. Drum’n’bass del paleolitico; speed-trash-metal rinsecchito dopo essere stato lavato con l’acido muriatico; panzer noise-math-metal out of control: tutte queste e molte di più le possibili definizioni valide per descriverne musiche. E tutte azzeccate.

Per forza di cose, rimangono fuori da questa trattazione alcuni aspetti dell’arte del duo. In campo musicale, i side-project: Wizardzz (Gibson stavolta dietro le pelli con Rich Porter ai synth), Black Pus (Chippendale in solo tra noise e spasmi free) e Mindflayer (sempre Chippendale col fraterno amico Mat Brinkmann in un progetto tra rumore e immaginario fantasy) meriterebbero un discorso a parte, se solo avessimo ulteriore spazio. Così come, in campo più ampiamente artistico, lo meriterebbe tutto il coinvolgimento nelle arti visive, dal fumetto all’istallazione, all’animazione che contraddistingue i due da Fort Thunder in poi. Basterà qui citare il dvd Mystery Tail (Load, 2006) in cui Gibson anima le sue creaturine Barkley’s Barnyard Critters o le prove di Chippendale ben sintetizzate/celebrate nella retrospettiva Wunderground: Providence, 1995 to the present (Picturebox Inc, 2006) o nella appena conclusa mostra al Macro Future di Roma dal titolo New York Minute (insieme, tra gli altri, a Dearraindrop, Paper Rad, Mat Brinkmann…).

Insomma, come concludere il discorso Lightning Bolt senza apparire banali? Beh, depurando il tutto dalle tendenze superomistiche, si potrebbe citare Friedrich Nietzsche e il suo Zarathustra: “…Io vi insegno il Superuomo: egli è il fulmine e la demenza”. Chi più dei Lightning Bolt rientra in questa categoria?