The Kitchen Interview

Lindstrøm. Iniziato con la sfida poderosa di Six Cups Of Rebel, col quale il semidio della space disco ha esplorato il suo lato più mentale e intraprendente verso il classicismo, e continuato con il ritorno in studio, fino a Smalhans, dove invece è venuta fuori la verve dancey più esplicita di sempre. Due volti opposti di un modo di girare intorno alla dance sempre unico, due dischi che vi abbiamo raccontato con prontezza e senza peli sulla lingua: a gennaio esprimevamo preoccupazione per la direzione eccessivamente sperimentale intrapresa, e quando avvertivamo il bisogno di un maggior occhio allo stimolo fisico è sembrato quasi di parlare direttamente alla fonte creativa nella testa di Lindstrøm, visto che con Smalhans sembra aver accontentato i desideri inconfessati di una grossa fetta di pubblico.

Un doppio colpo che suona tanto come un punto di arrivo nella discografia del producer norvegese. Dopo i diversi gradi di approfondimento space di Where You Go I Go Too e It’s A Feedelity Affair e le frizzanti collaborazioni con Prins Thomas (due volte) e Christabelle, Lindstrøm schizza quest’anno da una parte all’altra del suo spettro espressivo, riassumendo le due anime del suo sound, quella melodica (che gira da sempre intorno a funk ed ambient) e quella disco. Dove uno dei due risvolti indietreggia, l’altro prende piede, e quest’anno pare che ognuno dei due istinti abbia voluto andare fino in fondo per mettersi alla prova. Come essersi tolti due ingombranti sassolini, gli ultimi languorini prima di poter lasciarsi andare a nuovi, differenti propositi.

Il contatto con Lindstrøm non è stato per nulla facile. Ma dove sono falliti i canali stampa canonici, ha avuto successo il tweet civettuolo del nostro Mirko Carera, al quale Hans ha risposto con tranquilla disponibilità. Non è un tipo da farsi intervistare facilmente, ma l’oretta passata al telefono mentre lui preparava il pranzo è andata via in modo piacevole. Nel momento più rilassato della sua giornata-tipo ci ha raccontato le soddisfazioni e i rimpianti legati agli ultimi due album, i progetti attuali, il suo rapporto con la musica, lo stato di forma della space disco e le affinità con la musica italo. Ne vien fuori un profilo artistico fortemente solido nelle basi e incline alle contaminazioni, che guarda al nuovo con fiducia ma alimenta costantemente l’amore per il classico.

Dopo un ultimo album che esplicita il legame con la dimensione culinaria (le sei tracce di Smalhans hanno i nomi di sei piatti tipici norvegesi) e due anni dopo la nostra panoramica sulla nascita della scena norvegese fatta con Bjørn Torske (un’altro a cui piaceva l’accostamento coi cibi), l’intervista in cucina, tra i rumori di pentole e l’acqua che scorre, è la porta ideale per aprire i segreti del mondo Lindstrøm. A voi.

Il cambiamento è estremamente importante per me. Non voglio finire a ripetere me stesso continuamente

Il tuo management ci spiegava che ci tieni a non togliere tempo alla famiglia e al lavoro in studio, e per questo è stato difficile fissare la data di quest’intervista. Sei in studio adesso?

No, sono a casa, sto cucinando per pranzo [ride]. È vero, non faccio spesso interviste perché richiedono molto tempo, che solitamente devo sottrarre al lavoro in studio. Ora però, dopo i due dischi di quest’anno mi sono preso un periodo di riposo casalingo, quindi è un piacere anche per me farmi questa chiacchierata.

In effetti rilasciare due album nello stesso anno non dev’essere una cosa semplice. Com’è accaduto che iniziassi a lavorare su un altro LP subito dopo Six Cups Of Rebel?

Dopo l’album mi sono rifiondato in studio per nuovi pezzi, ma inizialmente l’intenzione non era fare un altro album. Alla fine però son venute fuori 6-7 tracce e le ho trovate soddisfacenti abbastanza per poterle includerle in una nuova release. Smalhans però è molto diverso da Six Cups Of Rebel..

Assolutamente. Direi quasi agli antipodi: Six Cups Of Rebel può esser visto come il tuo album più astratto e sperimentale, mentre Smalhans è il più dancey, quello più libero da ambizioni intellettuali.

Esatto. Inizio a notare che questa cosa mi accade spesso, dopo un lavoro fortemente sperimentale finisco sempre per buttarmi su qualcosa di più diretto, più orientato alla dance music. È già successo nell’album con Christabelle, venuto fuori dopo Where You Go I Go Too, o anche nei lavori con Prins Thomas. È anche un modo per tornare a vedere cosa succede nell’altra sponda. Con Smalhans ho voluto ristabilire un contatto con la dance, la dimensione live e i club. Tutti i pezzi dell’album sono pensati per quella porzione di pubblico che vorrebbe qualcosa di più ballabile quando assiste ai miei concerti.

Eheh, allora sarai d’accordo con noi, che in sede di recensione abbiamo definito Smalhans “il tuo regalo per i fans“…

È proprio vero [ride]. Sono consapevole che molti di quelli che mi seguono stavano aspettando un album come questo dal 2006 o giù di lì. Solo che ho sempre voluto provare qualcos’altro. Evidentemente il momento per Smalhans è arrivato proprio oggi, anche a me era venuta voglia di qualcosa di più facile, da ascoltare e da ballare.

Quella della ballabilità però è un’ambizione relativa: non credo che Smalhans possa essere amato dal pubblico strettamente legato ai clubs. Per quanto riguarda la mia esperienza, la gente che vuol ballare di solito preferisce musica ancora più semplice di questa. Questo album è molto concentrato sulla melodia, sui crescendo e le distensioni. Non lo definirei massimalismo, ma ci siamo vicini. E pretendere che il pubblico dance lo accolga a braccia aperte forse è un po’ troppo…

Beh, forse non è un album strettamente rivolto al club, ma è sicuramente un album dancey ottimo per essere apprezzato all’ascolto, trovi anche tu?

Sì, e questa è la cosa che conta. La dimensione ideale che immagino per la mia musica è l’ascolto in cuffia, o in auto o a casa. Non è mai stata mia intenzione far suonare i miei pezzi ai dj. Però Smalhans mi dà l’opportunità di soddisfare il pubblico dance che viene ai miei concerti, quello sì.

È stato per te una sorta di “sacrificio” della tua vena sperimentale?

No, in realtà mi è venuto totalmente spontaneo. Dal mio punto di vista, le mie produzioni stavano diventando particolarmente impegnative, soprattutto con Six Cups Of Rebel. Di contro, per Smalhans è venuta fuori la musica più strutturalmente semplice che fossi in grado di fare: nessuna voce, pochi cambi di passo, immediatezza nelle melodie e nella logica. C’è pochissima complessità. Non sono sicuro che i prossimi lavori continueranno in questa direzione, probabilmente adesso proverò ancora qualcosa di ancora differente. Il cambiamento è estremamente importante per me.

Hai già qualche idea?

Molte. Sto lavorando a diversi progetti, e magari molti di questi confluiranno su album. E son tutte collaborazioni con altri artisti. Penso che adesso sia una cosa benefica per me lavorare insieme ad altri, dopo essermi concentrato su me stesso per due album. Sono tornato a lavoro con Prins Thomas, e ho anche diverse cose in ballo con altri ragazzi interessanti. Tutta roba esaltante, vedremo cosa verrà fuori eheh.

Cosa mi dici di Todd Terje? Lo hai scelto per mixare Smalhans e probabilmente è la cosa più fresca che sia venuta fuori dalla scena norvegese recente…

Oh, adoro quel che sta facendo, Todd ha una montagna di talento. Il suo intervento sul mio album è stato un onore per me. Al momento stiamo lavorando su alcune cose insieme. Lo conosco da più di dieci anni ormai, è un ragazzo eccezionale sia musicalmente che umanamente. Un amico.

Restare leggermente disallineato con l’electronica contemporanea mi aiuta a esprimermi in modo differente dagli altri

Non sembra anche a te che questo maggiore orientamento verso la gente sia una direzione comune a tutta la scena space norvegese? Lo stiam vedendo anche negli ultimi lavori di Prins Thomas o Todd Terje, come se la space disco stesse diventando meno “space” e più “disco”, più dancey e facile da apprezzare. Cosa sta accadendo?

È vero. I pezzi di Smalhans sono molto più orecchiabili di Six Cups of Rebel, e anche gli EP di Todd Terje sono sia piacevoli all’orecchio che buoni per il dancefloor. Sinceramente non so cosa stia accadendo [ride]. Parlando personalmente, però, so che tornerò a far musica più articolata di questa. Il costante cambiamento per me è tutto, non voglio finire a ripetere me stesso continuamente.

Però è bello pensare che la scena space disco quest’anno stia raccogliendo i suoi frutti, dopo diversi anni di sperimentazione.

È vero, negli ultimi sei anni l’impatto sulla gente è stato crescente, è stato piacevole vedere una parte di pubblico passare dalla dance abituale alla space disco. Magari questo è stato proprio l’anno giusto.

Tra l’altro non sarebbe nemmeno un caso isolato. Moltissimi producers storici quest’anno han voluto disegnare il perfezionamento formale delle intuizioni maturate finora. Lo abbiam notato per Venetian Snares, Nathan Fake, Photek, i fratelli Kalkbrenner…

Posso immaginare. C’è un sacco di nuova musica interessante in giro, anche se ammetto che impegno i mei ascolti prevalentemente su altri fronti.

Ad esempio?

Ascolto moltissima musica anni ’60, ’70 e ’80. Prima che mi chiamassi stavo ascoltando Donny Hathaway. Mi piace il Motown soul. Ieri ascoltavo Diana Ross. Prediligo la musica del passato, ti sorprenderò dicendoti che non ascolto molta musica elettronica o dance. E non lo sento nemmeno come un grosso problema: restare leggermente disallineato con l’electronica contemporanea mi aiuta a esprimermi in modo differente dagli altri. Sai com’è, la musica che ascolti, volente o nolente, ti spinge all’imitazione. E mi sento più a mio agio se questo avviene con cose più classiche.

Tra le tracce di Smalhans ci abbiam sentito le soundtrack dei Vangelis, ma anche certe cose dei Daft Punk. Possibile?

I Daft Punk li ho ignorati per lungo tempo, ma li ho recuperati recentemente, in particolare i primi album. E l’ho trovata roba molto buona. A volte il valore della musica vien fuori dopo tanto tempo e tanti ascolti ripetuti, coi Daft Punk è stato così.

Daft Punk e Vangelis sì, sono sicuramente influenze reali. È tutta musica ben compatibile con la mia visione, stili che posso assorbire e remixare mentalmente, rielaborare sotto nuove forme.

Abbiamo letto nella cartella stampa di un particolare processo produttivo per le tracce di Smalhans. Ce ne parli?

In pratica mi sedevo in studio e partivo sviluppando la progressione melodica, senza sapere dove sarei andato a parare. Lasciavo che la cosa progredisse sotto le mie mani, magari combinandola con la giusta ritmica, e così via. Non c’era un’idea precisa in testa. A fine giornata caricavo la roba prodotta sull’iPod e la ascoltavo più volte per capire se era buona o no.

L’effetto finale è che Smalhans sembra una creatura dotata di vita propria. Come se fosse cresciuta da sola, secondo direzioni autonome e libera da un’imposizione severa da parte tua.

L’ho trovato un modo piacevole di lavorare, e sono un forte sostenitore dell’idea che se uno ama quel che fa, tira fuori per forza qualcosa di valido. Non ho cercato di compiacere un certo pubblico in particolare, ho lavorato per me stesso, seguendo un’idea di soddisfazione soprattutto mia. Magari la musica che faccio non è adatta proprio a tutti, ma è importante per me seguire la mia visione. Il fatto che stavolta sia andato incontro ai desideri di una parte del mio pubblico è stata una soddisfacente coincidenza.

Penso che la disco music più interessante nella storia sia venuta fuori grazie ai bianchi, fuori dagli Stati Uniti. L’Italia è un ottimo esempio. E se stiam facendo bene il nostro lavoro, anche la Norvegia

Mi spieghi com’è possibile che la tua musica, e la space in generale, suoni sempre così familiare? Ad esempio, da italiano sento spessissimo i Goblin dietro molta space disco, e stavolta Smalhans mi ha fatto tornare in mente certe forme di musica popolare italiana. C’è un legame concreto, o è solo un’impressione soggettiva?

Non saprei. Personalmente, è molta la musica italiana a cui sono legato. Adoro Daniele Baldelli, ad esempio. Il suo approccio alla musica è esattamente lo stile che io amo, un mix eclettico che va in tutte le direzioni e spinge la sperimentazione verso nuovi orizzonti.

Forse Norvegia e Italia hanno in comune lo stesso modo di assorbire il background disco, da posizioni esterne rispetto a dove la disco è nata, ossia gli USA. Penso che la disco music più interessante nella storia sia venuta fuori grazie ai bianchi, fuori dagli Stati Uniti. L’Italia è un ottimo esempio. E se stiam facendo bene il nostro lavoro, anche la Norvegia [ride]. Il pubblico norvegese, poi, è particolarmente aperto, può accettare ogni tipo di musica, di qualsiasi provenienza. E lo fa senza nessun senso di colpa. Anch’io in passato mi son fatto appassionare da certa dance meno ambiziosa, senza alcun pregiudizio. Magari in altri posti certa musica si accetta meno facilmente, non so.

Dici che nel 2012 esiste ancora qualcuno che vede la dance come una cosa cattiva, di cui vergognarsi? Dopo tutto quel che ha dimostrato?

Qui da noi no di sicuro! [ride]

Eheh e tanto basta.
Quindi possiamo dire che Smalhans è il preferito tra i tuoi dischi? Poco fa coglievo un cenno di insoddisfazione su Six Cups Of Rebel, mi sbaglio?

Six Cups è sicuramente una delle cose più difficili che abbia mai tentato di fare, e non saprei dire con assoluta certezza se alla fine sia venuto fuori un album ottimo. Però a me piace molto e ne sono orgoglioso, di questo come di tutti gli altri album. Nel tempo comunque cambia anche l’idea di bellezza che abbiamo. Probabilmente in futuro cambierà il mio modo di considerare belle o no certe cose, dipende anche da quel che senti dietro certa musica. Ora ad esempio vedo un ritorno di certa musica dark anni ’70 e presto ritroveremo questo background nelle nuove produzioni. Tutto è legato con tutto, e ogni nuova combinazione fa cambiare il modo di percepire le cose.

Possiamo dire che Smalhans è il tuo album “pop”?

Mmm, questo oppure quello con Christabelle, lo lascio decidere a voi eheh.

Il pop però è una dimensione diversa, e non nego che mi piacerebbe provarci, sarebbe una bella sfida. Si tratterebbe di interagire anche con la parte cantata, perché il pezzo pop perfetto non può prescindere dalla voce. Forse verrà fuori qualcosa di pop-oriented dal materiale a cui sto lavorando adesso, perché coinvolge diverse vocalist.

In ogni caso, mi sembra di capire che qualsiasi cosa succeda, sarà sempre venuta fuori in maniera spontanea, senza importelo intenzionalmente.

Sicuramente. Non so nemmeno io cosa verrà fuori.

Staremo a vedere anche noi.
Ok Hans, ti lasciamo al tuo pranzo. Grazie e alla prossima!

È stato un piacere, ciao!