Profilo poco armonico di una band generazionale

Più di quattromila iscritti sulla fan page di facebook, a dimostrazione del fatto che in tempi di flessibilità di formato e attitudine, possono bastare anche un paio di EP (il Welfare Pop in free download del 2010 e un L’amore ai tempi dell’Ikea pubblicato da Garrincha nel 2011) per fare il botto: Lo stato sociale è già un caso discografico prima ancora di pubblicare l’esordio Turisti della democrazia (in uscita a febbraio 2012), un po’ come quei I cani che l’anno scorso sono arrivati ovunque, dal bar sotto casa, al club blasonato, alle Targhe Tenco. Esperienze artistiche che devono la propria fortuna a concerti-evento che raccolgono un pubblico religiosamente dedicato, a un approccio fresco e da outsider, a un tam tam mediatico on-line inarrestabile. E non ultimo, a un pugno di brani virali nati da quella frustrazione sociale che è un po’ la cartina di tornasole dei tempi in cui viviamo e che si dimostra l’ospite perfetto per veicolare situazioni di disagio condivise. Magari verso una fetta di pubblico preferibilmente under trenta.

Nel caso de Lo stato sociale l’essere contro diventa però un’osservazione partecipata che, nonostante un titolo piuttosto forte, non mina lo status quo, tesa com’è a diffondere un messaggio con un suo codice e regole ben precise. L’oggetto di indagine è autoreferenziale, il lessico pure, rinchiusi in un modello interpretativo delimitato (l’indie, il “giro” giovanile, le facili antitesi da social network con cui affrontare anche la politica) che da un lato si critica richiamandone abitudini e difetti e dall’altro si ricerca in termini di consensi. Tanto che la comprensione del prodotto musicale, il saper contestualizzare tematiche e forma di un’opera come Turisti della democrazia, è il biglietto di ingresso per una fidelizzazione ancora più stretta. “Sono così indie che con la musica non ci arrivo a fine mese ma i soldi per la bamba e i Bloody Beetroots ce li ho sempre” e se non fossi così indie, probabilmente, non capirei nemmeno di cosa si sta parlando.

Metteteci anche la bravura con cui Alberto Cazzola, Alberto Guidetti, Lodo Guenzi, Enrico Roberto, Francesco Draicchio maneggiano il web 2.0, facendosi passare per una congrega di “simpa” a cui della musica non frega quasi nulla, per dei cabarettisti da live show in stile Camillas, e capirete per quale motivo il gruppo raccolga tanti contatti. Il forte impatto che un disco come l’esordio della band bolognese potrebbe avere in termini di contenuti, viene così affievolito dagli stereotipi, a cominciare da un electro-wave ballabile e perfettamente in linea con le cifre stilistiche contemporanee, passando per un approccio semiserio al materiale, per arrivare a un linguaggio che non disdegna il gusto per il triviale: “Mi sono rotto il cazzo di quelli che vogliono andare un anno all’estero/ ma prima tre mesi da cameriere così guadagno qualche soldo/ svegliati stronzo che sono trent’anni che mamma ti mantiene/ e le dispiace pure che vai a fare il cameriere”. Nichilismo in corto circuito da slogan generalista che spara a zero su tutti con una punta di autocompiacimento, pur rimanendo confinato nel proprio orticello: dalla politica alle etichette indipendenti, dalla critica musicale alla superficialità delle relazioni affettive, dai figli di papà finto alternativi ai musicisti. Un iter che ultimamente è sempre lo stesso, tanto da rasentare il clichè. Vedi alla voce I cani di Door Selection: “i fuorisede/ che ci provano con le bariste/ coi soldi dei padri e le consumazioni/ nella tasca di dietro”.

E allora il paragone viene quasi naturale con quegli Uochi Toki diversi per stile ma analoghi nelle aspirazioni. Capaci tuttavia di innalzare il livello della critica sociale a una costruzione tagliente e da interpretare, laddove Lo stato sociale si limita ad usare la pancia tra una “bella regà” e qualche ottima intuizione comunque tratta dal contesto di appartenenza. Il quartierino che spara a zero sul quartierino, come accade in una Sono così indie che ironizza su Vasco Brondi/Le luci della centrale elettrica. Ammesso che lo scopo finale non sia la semplice irriverenza sbronza da sabato sera, quel cazzeggio democratico in cui tutti si ritrovano a meraviglia e con poco sforzo cliccando su “mi piace”, perché in tal caso si spiegherebbe tutto. L’impressione tuttavia è che la band abbia le capacità per muoversi anche in direzioni diverse.

Turisti della democrazia interpreta a suo modo un’epoca e pur con tutti i pregi e i limiti naturali di un esordio, offre l’ennesima occasione per cercare di comprendere i meccanismi che stanno alla base della scena indipendente italiana. E se è vero che non c’è nulla di rivoluzionario nella musica contenuta nel disco (come invece qualcuno si affanna a sostenere), è vero anche che opere come questa o Il sorprendente album d’esordio dei Cani molto ci dicono su quello che siamo diventati noi fruitori con il passare del tempo: parti di una comunità piccola e fin troppo legata a una ritualità espressiva che per paura o per gioco vogliamo sempre più riconoscibile, immediata e infine divertente.

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