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The clever nerd

Il mad libs è un gioco per bambini tipicamente americano, come tale figlio del dopoguerra, inventato dalla premiata ditta Stern & Price, la stessa dei droodle. Al contrario di questi ultimi però, indovinelli grafici dai titoli che sono le loro surreali soluzioni, il mad libs è un word game, in pratica la versione popular del cadavere squisito dei surrealisti: si devono elencare una serie di parole senza conoscere il contesto in cui verranno poi inserite. L’effetto finale è quasi sempre spiazzante, ora divertente ora inquietante. Mad libs allude ad un folle ad libitum, “a piacere”, “a volontà”, “all’infinito”. Tutto questo giro per dire: potenziale infinità, improvvisazione e gusto del momento. Non è solo una trovata giornalistica, davvero nel suo moniker Madlib ha sintetizzato compiutamente la sua essenza più profonda e vera. [g.m.]

Da Otis a Madlib

La storia oggi come oggi è stranota. Cercheremo quindi l’estrema sintesi biografica, giusto un paio di date, per soffermaci sui punti principali di una produzione discografica vastissima. Madlib nasce Otis Jackson Jr. nel 1973 a Oxnard, sessanta chilometri sopra Los Angeles. Si potrebbe dire che nasce spacciato: immerso nella musica fino al collo. Il padre, Otis Sr., è un cantante e studio man molto richiesto della scena soul californiana; la madre, Dora Sinesca Faddis, è autrice di canzoni, e il fratello di lei, Jon, è un trombettista che collabora con tanti pezzi grossi e piace soprattutto a Gillespie.

Il piccolo Otis cresce immerso nel jazz, nel funk e nel soul (ma ascolta anche rock), segue il padre nel suo lavoro di studio: lo affascinano quelle leve, quei bottoni, quei cursori, e poi le cuffie, il piatto dei dischi, tutto ciò che registra, manipola, diffonde musica. Diventa ben presto un curioso totale del mondo dei suoni, ma soprattutto un fanatico del vinile, un suo amante, cultore e collezionista senza appello. Madlib prende il virus quando ancora adolescente non è ancora Madlib, e sarà per sempre felicemente affetto. E anche contagioso. Dato che il fratello minore Michael, come già Otis dal padre, prenderà il gusto di armeggiare ancora ragazzino nel suo studio di registrazione e intraprenderà poi la stessa carriera di producer col nome di battaglia di Oh No (autoironico gesto di sdegno per il suono del proprio nome e cognome: Michael Jackson).

Otis Jr. scopre poi il mondo della nuova musica nera, l’hip-hop, quella musica che come strumenti utilizza i suoi amati vinili, ed entra nella scena locale con un act di talentuosi, i Lootpack. Siamo a fine anni Ottanta. Otis diventa Madlib, gioco di parole tra mad, mad libs e ad libitum. Ma anche acronimo mascherato di Mind Altering Demented Lessons In Beat. Arrivano le prime produzioni underground, primi anni Novanta, e poi la scoperta da parte di Chris Manak aka Peanut Butter Wolf, deus ex machina della label Stones Throw e suo fan istantaneo, che si innamora di un suono di cui intuisce le potenzialità ancora inespresse. Siamo nel 1999. Accadono tante cose. Fino al 2003, quando arriva la consacrazione definitiva nel mondo della musica senza aggettivi (né musica nera, né bianca, né hip-hop, né jazz, né altro: musica): esce Shades Of Blue. [g.m.]

Chi è Madlib

Mica facile rispondere. Uno dei produttori più importanti di sempre? Ma poi, uno? Uno, nessuno, centomila. Madlib è Madlib, ma anche e soprattutto Beat Konducta, Quasimoto, Yesterdays New Quintet. E restiamo così sui fondamentali, dato che ognuno di questi alias se ne trascina appresso altrettanti. Lui stesso si descrive in maniera molto semplice: «prima di tutto un dj, poi un produttore, per ultimo un rapper». Ma è davvero difficile tracciare un profilo unitario di una personalità artistica tanto ricca e debordante da aver bisogno di una decina di pseudonimi e decine di dischi per esprimersi. La produzione di Madlib è una vera giungla, e rischia ormai di superare le umane possibilità di assorbimento. Basta dare un’occhiata a discogs.com, siamo sui livelli di Zappa, Zorn o Sun Ra (personaggi coi quali Madlib condivide ben più della semplice prolificità).

Madlib è un workaholic, ma non è per lui una questione di stacanovismo, si tratta piuttosto di biologia, metabolismo, sopravvivenza, carne: Madlib fa musica come mangia, dorme e va di corpo. Con tutti i pregi e i difetti del caso. La sua non è una vocazione, è un istinto, non è una benedizione, è una condanna. Madlib ha fatto delle proprie ossessioni il proprio pane quotidiano: come i meglio creatori di cose artistiche della storia, ha deciso di esorcizzarle non combattendole ma abbandonandovisi completamente. Anche solo per questo merita il titolo di eroe, eroe dei nerd musicali: un nerd non guarito, ma santificato anzi nella sua diversità. Vinyl junkie totale, ascoltatore ossessivo, maniaco del digging (la ricerca spasmodica di vinili, anche e soprattutto nei negozi e cestoni più scrausi; stanno qui il divertimento e il virtuosismo più grandi, nel cercare la chicca, il “solco magico” dove meno te lo aspetti). Vinyl junkie totale, lui che nel 2004 dichiarava di fare i dischi, ma si tratta quasi certamente di un’esagerazione, con soltanto un sampler e un registratore otto piste, niente computer. Puro integralismo analogico in epoca pro-tools. Girano leggende forse non troppo lontane dal vero sulla sua personalità schiva e monomaniacale: la sua compagna lo avrebbe addirittura mollato perché esasperata dal suo stare tutto il giorno chiuso in studio a registraresuonareascoltare.

Quante ore di musica sono già pronte e ancora inedite, quante lo resteranno? Sicuramente una montagna. Purtroppo e per fortuna. Peanut Butter Wolf, il suo mecenate, dice che Mad produce più o meno un album al giorno, sicuramente tra i dieci e i venti pezzi fatti e finiti, e che lavora a più progetti contemporaneamente. Insomma, al di là di una figura anche oculatamente costruita per “fare personaggio”, quello dell’artista totalmente votato alla musica, logorroico su vinile ma reticente su tutto il resto e per tutto il resto (interviste col contagocce e sempre meno negli ultimi anni, due parole appena su qualsiasi cosa che non siano musica e dischi, riservatissimo sulla vita privata), sfuggente in tutto, già sfumato in mito come da un alone di incolmabile distanza, di alterità, cristallizzato, è certo insomma che Madlib davvero viva di musica e per la musica. Dall’hip-hop alle sue fonti primarie, nel tempo la sua voracità ne ha fatto ampliare a dismisura il campo d’azione: produzioni, rapping, remix, musica suonata; hip-hop cantato, strumentale, “free-form”, una sorta di jazz funk latin soul; gruppi veri, gruppi fantomatici, progetti solisti, collaborazioni. Per questa sua versatilità, unita a una riconoscibilità immediata, PBW lo ha paragonato a Quincy Jones.

Mad fa dischi con naturalezza, per riflesso condizionato, non potrebbe non farli. Ed essendo per lui fare dischi una questione innanzitutto fisiologica, è normale che di fisiologico abbia anche dei cali: non dischi brutti, semmai minori, forse superflui, note a margine che nulla aggiungono a quanto già detto. Dischi magari frettolosi, dai quali ci si sarebbe aspettati di più, mai però davvero brutti. Madlib quando produce, è risaputo, va “in automatico”, come fosse già tutto , già tutto scritto: il suo felice (?) autismo diventa automatismo. È musicista tutto fuorché cervellotico, è anzi istintivo, tutto pancia, si fissa su certe cose e poi brucia questo suo interesse, e le intuizioni orientate in quel senso, in brevissimo tempo, famelicamente. Questo suo – chiamiamolo così – “disturbo dell’attenzione” spiega tanto i dischi monotematici (vedi i tributi targati Yesterdays New Quintet) quanto quelli votati al contrario all’eclettismo più sfrenato (certe cose Beat Konducta e molte sue produzioni per altri artisti), giù fino alle tracce sincretiche, fatte di scarti netti, di momenti che (lo) stancano subito e allora via avanti il prossimo, come in uno zapping (vedi i pezzi di Quasimoto e Madvillain). Madlib fa coi suoi dischi un elogio del frammento (fin dal titolo del suo discone hip-hop, Soundpieces), e la sua è spesso una poetica dell’accostamento brutale, della cozzatura, della frizione. Frammenti che sono magari immaginati come cinematografici: i primi due volumi della serie Beat Konducta hanno come sottotitolo Movie Scenes, il terzo e il quarto sono calati nell’immaginario bollywoodiano; i pezzi del primo Quasimoto vengono descritti come piccole gag di un film demenziale; tra i miti assoluti di Mad ci sono Melvin Van Peebles, regista di film orgogliosamente negri, picareschi, grotteschi, e Galt MacDermot, l’autore di Hair. Questa sua dichiarata consacrazione al momento, all’intuizione volante, questa sua istintività viscerale ne fanno sopra ogni cosa un produttore riconoscibilissimo. Capace soprattutto di fare di vizi di forma virtù: perché la sua connaturata (e comunque voluta, ricercata) imperfezione diventa tocco, la sua naturale propensione alla confusione (si vedano anche le foto del suo Bomb Shelter, lo studio di registrazione preferito) diventa stile. Il suo suono è quello tra mille: granuloso, ruvido, fragrante. Se fosse un colore sarebbe marrone caffè.

Un filo conduttore poi, una linea che crea continuità: un’attitudine intimamente funk. Ora trascinante ora profondamente rallentato assonnacchiato impigrito. Madlib è un grandissimo fumatore d’erba, si definisce anzi in un suo disco come «il più fumato d’America», ed una delle sue foto più famose lo ritrae con in mano un cespuglietto di marijuana.

In accordo con la sua estetica del frammento, ci piace racchiudere Mad in due indizi, due flash, due video che ne acciuffano l’inafferrabilità e ne restituiscono allo stesso tempo con la migliore sintesi l’immagine canonica: il videoclip per la Slim’s Return estratta dal già citato Shades Of Blue (Madlib impegnato in un ossessivo e immaginifico djing e digging) e il video contenuto nel dvd Stones Throw 101 (2004) girato durante l’afterhour di uno dei primissimi concerti del progetto Jaylib (Mad alla batteria che improvvisa da solo per ore, occhi chiusi, ingessatissimo ma con esplosioni di groove micidiali). [g.m.]

La Stones Throw

Due parole su quella che è la principale responsabile del catalogo madlibiano. La Stones Throw è l’indie black oriented, baricentro decisamente nel funk, fondata dal bianchissimo Peanut Butter Wolf, altro nerd del vinile niente male, nel 1996. Dal 2000 la sacra trimurti ST è completata da Egon, il nerd “riuscito” che tutti i nerd vorrebbero essere (maniaco del funk terzo e quartomondista, ma che, per capirci, tiene anche corsi universitari), tuttofare a tuttocampo e titolare delle dependance di “archeologia musicale” Now-Again e Soul-Cal, e Jeff Jank, fumettista underground promosso a grafico e webmaster. Una label fichissima fatta da nerd senza speranza: che bello. Con questa estetica ostentata, che prima ancora che estetica è etica, del vinile, con gli album che vengono pubblicati prima in questo formato e solo in un secondo momento in cd o digital download.

Anche fuori da facili entusiasmi per quello che appare un clima positivamente cameratesco e un meccanismo perfettamente oliato, la ST resta una delle fucine più interessanti del panorama musicale contemporaneo. In scuderia campioni del rap come Percee P, Med(aphoar), Guilty Simpson e MF Doom, artisti (per accorciare) funk e/o soul come Dudley Perkins, Georgia Anne Muldrow, Heliocentrics, Breakestra, produttori superstar assolute come il compianto J Dilla e nuove promesse come Koushik e lo stesso Oh No. E ovviamente Madlib, che della ST è un po’ il figlio prediletto ma anche il padre-padrone spirituale. Senza l’amore incondizionato per la sua musica da parte di PBW difficilmente oggi Madlib sarebbe il Madlib che conosciamo, con tutti questi dischi, questa libertà, questa autorevolezza, e senza di lui la ST non sarebbe la piccola grande potenza indie che è oggi, capace di attirare musicisti di fama anche dal mondo rock&dintorni, vedi John McEntire e Omar Rodriguez Lopez.

Lootpack

La culla di Madlib musicista è la sua crew tardo-adolescenziale di Oxnard, i Lootpack, nata ai tempi del liceo: Mad dichiara di avere iniziato a “fare sul serio” già nell’87. Nei Lootpack lui produce le basi, Wildchild rappa e Dj Romes scratcha. La primissima traccia del trio sarebbe sull’introvabile 12 pollici Throw ‘Em Up degli Hood 2 No Good, 1992, etichetta Phat Wrekards, feat che però alcuni attribuiscono al solo Romes. Nel ‘93 il primo feat riconosciuto, due pezzi sul disco 21 & Over degli Tha Alkaholics. Nel ’96 l’esordio a nome proprio con un EP stampato dalla Crate Diggas Palace, etichetta effimera creata ad hoc dal padre di Mad. Queste e altre piccole produzioni, nulla comunque per cui strapparsi i capelli (scheletriche rispetto ai barocchismi futuri, scratch in primo piano e batteria secca secca, molto old school), attirano l’attenzione di Peanut Butter Wolf, che mette i Lootpack sotto la sua ala nella neonata Stones Throw.

Esce così nel 1999 il mastodontico Soundpieces: Da Antidote!, doppio, addirittura triplo in edizione limitata. E’ la visione hardcore oldskool di Madlib, il suo manifesto hip-hop nel pieno del suo periodo hip-hop. Emergono già quel suono ruvido che sarà la sua caratteristica di base e il suo eclettismo (condito da un sano pizzico di ostentata follia) in quanto a referenti musicali. Due inni alle sue due ossessioni, l’erba e il digging, feat di Declaime (moniker usato da Dudley Perkins nelle vesti di rapper), Alkaholics, Quasimoto (vedi sotto). Non c’è un solo riempitivo. Summa della summa, i nove intensissimi minuti della conclusiva Episodes. [g.m.]

Madlib “solista”

Il nome Madlib, fuori dai crediti dei Lootpack, compare per la prima volta in Subtext (1999), compilation di underground hip-hop prodotta dallo Strenght Magazine di casa Sire. Mad firma gli skit. Il primo progetto a nome proprio è Invazion (2000), mini con sei pezzi brevissimi, una vera chicca. Feat di Wildchild, Medaphoar, Oh No, Declaime, Godz Gift, Kazi (sempre giro Lootpack) e scratch di Romes. Quasi un’appendice dell’esperienza di gruppo insomma, ma che, nonostante la durata ridotta (in totale meno di dieci minuti!), conferma la solidità di Mad produttore. I cantati poi sono una vera bomba.

Per trovare il nome Madlib sulla copertina di un disco importante bisogna aspettare il 2003. Si tratta di uno dei picchi di Mad e del suo miglior disco nato fuori dalla tana ST: Shades Of Blue. Abbiamo visto come Mad sia stato battezzato alla musica dal jazz, non abbiamo però specificato come sia letteralmente cresciuto a pane e Blue Note. A fine anni Novanta si sente pronto per dire la sua, per fare jazz. Nasce lo Yesterdays New Quintet (vedi sotto). Quei dischi, e i suoi remix di materiali reggae-dub Trojan per la Antidote (Blunted In The Bomb Shelter, 2002), convincono i capoccia Blue Note a dare nuova forma a quel progetto già abbozzato nel 1996 e confluito nel disco The New Groove, in cui nomi hot del mondo cut’n’mix intervenivano su vecchi materiali della prestigiosa label. Stavolta il nome hot è Madlib. Un cerchio si chiude. A lui onore ed onere di scegliere cosa e come passare al suo trattamento. E la scelta cade su cose più e (soprattutto) meno note del catalogo jazz funk soul metà anni Settanta: il suono di cui Madlib è figlio.

Il sottotitolo del disco recita Madlib Invades Blue Note, ma è stato Mad a farsi invadere. Lo immaginiamo intento ad ascoltare vecchi nastri commuovendosi nel sentire errori o voci che confabulano su questo o quell’arrangiamento. La devozione per quel suono tanto amato traspare anche dalla dedica di uno dei pezzi al padre, responsabile del virus jazz del figlio. Mad è qui nella sua dimensione ideale di dj plenipotenziario (ricordiamo la sua icastica autodefinizione), remixa, taglia, cuce, risuona alcune cose. Il risultato è un vellutato, elegantissimo disco d’atmosfera. Inutile rincorrere la tracklist, basta citare l’iniziale instant tormentone Slim’s Return, esercizio micidiale su un pezzo del pianista Gene Harris, scelto non a caso per il video rivelatore di cui si è già detto. La resa impeccabile di questo progetto canonizza Mad nel mondo della musica e della musica che conta. [g.m.]

Quasimoto

Quasimoto è uno dei progetti di Mad più amati dal suo pubblico. Culto già prima che ne uscissero i dischi, almeno per quei fortunati della crew Lootpack e di casa ST che ne hanno visto in diretta la nascita e ne hanno testato per primi gli effetti.

Metà anni Novanta, per puro gusto del cazzeggio e, come lui stesso ha dichiarato, strafumato, Mad si chiude nel suo Bomb Shelter e si mette a fare freestyle su basi a mezza velocità. E’ stanco del suo vocione profondo e stranegro, «alla Barry White», vuole qualcosa di diverso, di divertente, fa strani esperimenti: di questo cantato innaturalmente lento raddoppia la velocità – che torna quindi normale – e ottiene così una voce deformata. Mad fa sentire alcune di queste cose a PBW, così per farsi due risate, e PBW impazzisce: quella roba va assolutamente pubblicata. Quasimoto è la bomba freak di Madlib, il suo alter ego supersballato (il che è quanto dire). Un personaggio a tutti gli effetti, creato visivamente da Dj Design e sviluppato dal grafico di fiducia della ST Jeff Jank, con le fattezze di un alieno nasone e peloso, sorta di Alf anni Duemila. La gobba cui allude il moniker non è però somatica, sta invece tutta nelle storture di questa voce all’elio, sorta di joker rap, con un cantato allucinato, appiccicoso, inaudito, che può ricordare forse certe cose dell’Eminem più acido o meglio ancora il Sir Nose D’voidoffunk immaginato da George Clinton nel 1977. Il tono è quello di una perenne irritante lamentela. Il contenuto non-sense, slang e tante parolacce, un frullatone di underground pop, immaginario adolescenziale, fumetti, film di serie B e vita di strada.

L’esordio su disco è su un pezzo del one shot di PBW, My Vinyl Weight A Tons (1998). Il disco a nome Quasimoto esce nel 2000, titolo The Unseen. Su tutto domina un senso di rintronamento, di torpore. I pezzi sono delle mini sceneggiate vocali e, lo abbiamo detto, Madlib li immagina come estrapolati da un film squinternato. Le basi sono funk soul geneticamente modificato con inserti dei più vari, ma la musica è tutta al servizio del cantato: questo è prima di tutto un disco di rapping. Omaggio ai jazzisti preferiti di Mad, citati (e campionati) nel lungo elenco che è Jazzcats Part 1. Egon definisce Unseen «il più incredibile album di alternative hip-hop di tutti i tempi». Sicuramente, un disco alieno. Checché ne dica poi lo stesso autore («niente di nuovo, niente di vecchio, solo la stessa roba in un momento diverso»), la seconda uscita a nome Quasimoto, The Further Adventures Of Lord Quas (2005), supera addirittura la prima. Le coordinate sono chiare fin dalla copertina, in due indizi chiave: in un angolo il baloon (che esce dalla bocca di J Dilla) che recita Freak Out, “campionato” dalla copertina dell’omonimo esordio zappiano; in un altro angolo la sagoma di Wild Man Fischer, il personaggio più out degli anni Sessanta, presa dal suo An Evening With, disco-culto che da Zappa fu prodotto. Siamo in pieni territori “fuori di testa”, e Further risulta così ancora più sballato della prima prova. Soprattutto, adesso il progetto non intriga soltanto per la sua eccentricità intrinseca, ma anche per meriti più squisitamente musicali (sotto questo profilo Unseen era un disco quasi spartano). Il risultato è più cartoonesco e giocoso, sempre grottesco, ma meno inquietante. Tantissimi campioni vocali dai film di Van Peebles, basi più ricche e varie, anche caotiche, ma di un caos che giova. Torna l’idea dell’omaggio ai maestri, questa volta hip-hop, nella bellissima Rappcats Part 3.

Ultimissima diapositiva sulla coolness ST: il 19 febbraio 2009 è uscita la action figure di Quasimoto, prodotta dalla Kid Robot. 50 dollari. Superflua e fichissima. [g.m.]

Jaylib e Madvillain

Le due più importanti joint venture madlibiane sono accomunate da alcune interessanti similitudini “strutturali”. Entrambe nate come one-song-project, poi dilatatesi fino alla forma-album, entrambe strapubblicizzati incontri tra “pesi massimi”, attesissimi, vendutissimi. Due dischi molto belli, diciamolo subito, ma per i quali alcuni non hanno risparmiato (e non a torto, nel primo caso), il classico “mi aspettavo di più”.

Champion Sound (2003), a nome Jaylib, è la collaborazione tra i due massimi beat maker black indie del momento, Mad e Jay Dee aka J Dilla: i due si conosco a distanza per le rispettive produzioni, si stimano, decidono di fare qualcosa assieme. Il disco in effetti delude in partenza, proprio a livello progettuale, perché non presenta nessuna produzione a quattro mani, ma soltanto pezzi “montati a distanza”, con Dilla che rappa sulle produzioni di Mad e viceversa (Mad anche nelle vesti di Quas). Ospiti Talib Kweli, Percee P, Guilty Simpson. Il disco ha però un suo interesse estetico e perfino antropologico: è l’incontro tra due visionari music junkie che declinano questa loro ossessione attraverso poetiche diverse, qui perfettamente sinottiche. Semplificando molto, un suono urgente, incoerente, granuloso, funk, di pancia, per Mad, un suono più studiato, asciutto, vellutato, hip-hop-soul, cerebrale, per Dilla. Più che un incontro, in effetti è uno showcase di lusso di due grandi personalità, ma va comunque registrato come soprattutto Dilla mimi spesso e volentieri certe sporcature madlibiane.

Madvillainy (2004), a nome Madvillain, è l’incontro tra Mad e uno dei rapper più eccentrici e misteriosi di sempre, la “primadonna” MF Doom. Si tratta di una delle migliori produzioni di Mad per altri. L’immaginario sci-fi b-movie e fumettistico, attraversato da una tensione come da fine del mondo, rintracciabile nel flow melmoso e arrancante di Doom è servito da una parte musicale che mescola ruvidamente soul, jazz, funk e influenze latine (Curls), probabile retaggio queste ultime di un viaggio di Mad in Brasile (leggenda vuole che il disco sia stato prodotto tutto durante quel viaggio, in pochi giorni, a partire da vinili locali). Il disco profuma di una eccentricità che non può non ricordare Quasimoto (citato nei testi e “presente” in due brani), ma virata in maniera più compatta ed essenziale. Molte le perle, da Raid a All Caps. Feat di Med e Wildchild. Nel 2008, in attesa di un annunciato e sempre rinviato capitolo secondo, Mad si è esercitato con un remix del disco (disponibile solo in un cofanetto limitato) che ne è una vera e propria virtuosistica e intrigante ri-produzione. [g.m.]

The Beat Konducta

Beat Konducta è Madlib senza veli, ne espone il cuore della tecnica produttiva, con l’aggravante di un altissimo tasso di sperimentazione (nel senso proprio etimologico di “esperimento” e “prova”). L’intera serie, finora sei volumi in vinile raccolti su tre cd, porta all’estremo quell’estetica del frammento e dell’intuizione – e quel gusto per l’accumulazione barocca – di cui si diceva. Caratteristiche queste che sono una lama a doppio taglio: maggior pregio e maggior difetto. BK è Madlib che salta di palo in frasca, è nel bene e nel male una marmellatona.

La serie viene inaugurata in sordina da una specie di numero zero nel 2001, un doppio 7 pollici a nome The Loop Digga, titolo The Beat Conducta (noto anche come Earth Sounds). Il disco, tredici tracce ultrabrevi, caratteristica questa che resterà in tutte le altre uscite, si discosta però per tutto il resto dai BK di là da venire, perché molto omogeneo, giocato su un soft funk soul trattenuto e asciutto, vicino alle cose più lineari degli Yesterdays. La prima vera uscita del progetto BK è datata allora addirittura 2006, BK Vol. 1-2: Movie Scenes (anche se il primo dei due vinili che lo compongono esce già nel settembre dell’anno precedente). Eclettismo esagerato al contrario del volume zero, tracce sempre brevissime, qui massimo due minuti, ma dalla struttura interna brutalmente spezzettata. Il disco dovrebbe essere letto come raccolta di estratti da colonne sonore di film immaginari, e proprio per questo sorprende la non totale aderenza in alcuni casi delle musiche ai titoli loro appioppati. Questione veniale comunque. Predominano a inizio e fine disco citazioni funk soul (esplicito l’omaggio alla Stax e a James Brown), ma in mezzo c’è di tutto, found voices, un paio di suggestioni africane, i Kraftwerk di Trans Europe, Raymond Scott, roba più grassamente gangsta rap, ipnotismi da “terzo orecchio”, perle sbilenche che potrebbero stare su Quasimoto (e infatti usano materiali dei Residents). Tutti esercizi di stile, tutti possibili intermezzi di dischi “altri”, tutte mini-intuizioni che, quando lo spunto iniziale è ricco, lasciano all’ascoltatore mille suggestioni, ancora più forti proprio perché mai compiute, mai risolte.

I volumi BK Vol. 3-4: In India (2007), sono introdotti da un annuncio programmatico: «Come on let’s journey». E il viaggio è in India, come da titolo, alla base ancora suggestioni cinematografiche, focus sulla Bollywood anni Settanta, protagonisti assoluti una quantità di campioni vocali tratti dalle pellicole di genere. Il disco è frutto di una fascinazione magari momentanea ma totale, come spesso per Madlib, e l’idea è molto intrigante, ma il risultato è come sospeso a mezzo volo. Ovviamente, ci sono anche qui le perle che regalano momenti intensissimi, e comunque il disco può suonare più o meno interessante a seconda della familiarità che si ha con questi suoni. Ma quelli che riescono meglio sono soprattutto quei pezzi dove Mad rifà quella Bollywood che più si allontana dalla tradizione e più si butta nell’esotismo caricaturale e fumettistico, e che più guarda all’America e a Hollywood, in un divertente cortocircuito (Piano Garden).

Fin qui insomma, abbiamo visto un BK come progetto interessantissimo e coi suoi picchi, ma non del tutto riuscito, non al cento per cento, con le imperfezioni costitutive del modus madlibiano forse lasciate troppo sbrigliate, troppo scoperte, e quindi destabilizzanti. E’ da poco stato pubblicato su cd (10 febbraio, già esaurito) quanto contenuto nei due BK volumi 5 (The Dil Cosby Suite) e 6 (The Dil Withers Suite), al solito usciti prima su vinile, e separatamente, nell’agosto e ottobre 2008. BK Vol. 5-6 è, come recita il sottotitolo, A Tribute To J Dilla, il produttore black scomparso nel 2006 a causa di una malattia degenerativa, pochissimo tempo dopo la pubblicazione del suo capolavoro immenso Donuts (fuori da ogni banalità della formula, con ogni parola che pesa un macigno, funk-soul per il nuovo millennio). Il tributo è voluto dai suoi colleghi-amici Madlib e J Rocc, dj e producer sempre accasato ST, che qui scratcha.

Alla base del disco c’è la solita miscela di funk modificato e maltrattato usata da Mad, ma con percentuali soul decisamente più alte del solito, e soprattutto un suono più vellutato ed etereo. E’ Madlib che cerca di avvicinare il suono di Dilla. Il disco è il più omogeneo, organico e compatto della serie, basi più asciutte, meno sconnesse, sia del solito Mad che dei precedenti BK. Tanti gli inserti vocali, e decisamente più rap. Pezzi ipnotici, si direbbe da club spettrale (c’è anche uno shuffle electro con inserti da videogame). Su tutto aleggia una spiritualità urbana, tra abbandono (vedi la citazione del dio rasta Jah) e disperazione, la sensazione è quella di un’ultima spiaggia guardata da lontano ma non troppo. L’atmosfera è intrisa di emotività, ora drammatica (uno dei picchi è in Sacrifice: Beat-a-holic Thoughts, ma anche in Anthenagin’) ora semplicemente epica (The String). E’ probabilmente il migliore BK finora. Rispetto al primo stock, ha dietro un vero tema-progetto che dà un senso al tutto e ha forse fatto muovere meglio in partenza lo stesso Mad. Rispetto al secondo, presenta una selecta di intuizioni semplicemente più ricche, centrate, curate. Così è anche il BK più bello da ascoltare. Un disco mosso da una motivazione forte, con uno spettro che vi aleggia sopra, quello dell’impossibilità di altri incontri musicali con Dilla, pittato qui come una specie di Coltrane dei beat. Ed è forse qui che avviene davvero quell’incontro che era mancato su Champion Sound: Mad avvicina Dilla non per timore reverenziale, ma per fare un sentito omaggio ad uno dei pochissimi che lo vedevano come suo pari.

Breve menzione a parte per la dependence extra-ST del progetto BK, WLIB AM: King Of The Wigflip, settembre 2008, pubblicato nella serie Beat Generation di Rapster/Barely Breaking Even. E’ un disco diversissimo dagli altri BK, di cui condivide soltanto la sigla e la natura eclettica, o meglio, l’eterogeneità. E’ strapieno di feat vocali (Oh No, Guilty Simpson in due pezzi, Prince Po, Talib Kweli, Med, la Muldrow, Kariem Riggins) e ogni pezzo è diverso dall’altro, ma con risultati alterni, che dipendono soprattutto dall’aderenza del rapper di turno al mondo musicale di Mad. Le produzioni sono spesso sorprendentemente pulite, si direbbe quasi mainstream. Da prendere soprattutto come spettro delle molte facce black, e soprattutto hip-hop, di Madlib oggi. [g.m.]

Yestardays New Quintet

Tra il 1999 e il 2000, Madlib, drogato di jazz e devoto a figure come Sun Ra e Thelonius Monk, si comincia ad interessare alla musica suonata. Da performer, non più solo da ascoltatore o dj. La folgorazione avviene causa un incontro ravvicinato con un Fender Rhodes, il piano elettrico responsabile di quei suoni da lui tanto amati in certo jazz anni Settanta. Madlib decide che si metterà a fare (anche) jazz, e intende fare tutto da solo. Come un bravo papà che non può tarpare le ali al figlioletto che profuma di genio, PBW esce di casa e va a comprare i giocattoli nuovi. Coi quali Mad mette in piedi un quintetto (Yesterdays New Quintet, con tutte le varianti grafiche tra plurale, singolare e genitivo sassone) così composto: Monk Hughes al basso, Otis Jackson Jr. alla batteria, Joe McDuphrey alle tastiere, Malik Flavors alle percussioni, Ahmad Miller al vibrafono. Ognuno di questi musicisti immaginari (ma Otis Jackson è il vero nome di Mad) sarà intestatario di almeno un disco “solista” del progetto, senza contare i dischi “collettivi” e altri progetti collaterali: una vera valanga di pubblicazioni, di cui è impossibile rendere qui conto.

Mad comincia a studiare, autodidatta, non ha mai toccato strumento prima, ma è un ossessivo, lo sappiamo, e non è difficile immaginarlo mentre suona tutto il santo giorno cercando di rifare a orecchio questo o quel pezzo preferito, riuscendo a raggiungere livelli impensabili per qualsiasi altra persona. In meno di un anno registra ore di materiale, dice PBW qualcosa come 20 cd-r, per lo più improvvisazioni, motivetti, esercizi sui timbri.

La prima uscita discografica a nome YNQ è un mini, Elle’s Theme, 2001. Nello stesso anno arriva anche il primo album, Angels Without Edges, che di quella pila di cd presentati a Peanut è praticamente un best of. Le batterie sono qui ancora quasi tutte campionate (e va comunque sfatato il mito che il cento per cento del materiale YNQ sia suonato e non campionato) e l’enfasi, fin dalla copertina, è tutta sulle tastiere. Il carattere sperimentale del progetto (ancora, in senso etimologico) è lampante per come alle volte cozzano tra loro certe parti strumentali: è lampante che si tratti di un one man show. E con ancora molto da affinare. Ma il gusto del suono e un appeal funk sottopelle riscattano anche le tracce meno ispirate. Perché si, è molto semplice, per i caratteri con cui nasce questa musica (musica suonata da uno che non sa suonare), qui l’ispirazione è la chiave di tutto e il discrimine tra il materiale interessante e quello francamente superfluo (come molti dei dischi di cui non tratteremo). Angels, ma a ben vedere tutta l’avventura YNQ, ha anche questa caratteristica, come dire, antropologica da non sottovalutare: YNQ è un uomo già “arrivato” che si mette alla prova inseguendo il sogno di una vita, è il bambino che gioca ipnotizzato col fuoco, è Madlib che cerca di suonare quella musica che finora ha sempre e solo “subìto” (di cui ha subìto il fascino da ascoltatore). Che questi dischi esistano è un vero miracolo di commovente umana ostinazione. Angels è solare e placido, un funk soul jazzato con influenze latine: è il suono YNQ al suo nascere, ancora acerbo. Unico brano fuori da questa direttrice, ma che non stona, è il casino totale di Last Day. Da questo disco si spargono i semi del progetto che ossessionerà Mad per anni e lo porterà ad una prolificità, come detto, sconcertante. E anche dissennata.

Si va così dalle intuizioni annegate in una decina di mini qualitativamente altalenanti sparsi tra il 2001 e il 2008, ai due tribute album, il primo di cover da Stevie Wonder (Stevie, pronto già nel 2002, pubblicato nel 2004), sostanzialmente deludente, il secondo con brani ispirati al jazzista Irvine Weldon, suicidatosi nel 2002 (A Tribute To Brother Weldon, 2004), disco invece riuscito, forse il disco free di Mad, molto interessante perché insolitamente torbido e meditativo, fino all’ubriacatura carioca di Sujinho (Kindred Spirits, 2008), collaborazione a distanza con Ivan “Mamao” Conti degli Azymuth, un po’ troppo stiracchiato e di maniera.

Sempre ascrivibile all’universo YNQ (e pubblicato infatti con la dicitura YNQ presents Sound Directions), The Funky Side Of Life (2005) presenta un numero incredibile di collaborazioni di musicisti in carne e ossa, da Catto degli Heliocentrics a turnisti e arrangiatori di area jazz funk che hanno lavorato anche con Beck Hansen e Stevie Wonder. La musica è appunto un jazz funk marcatamente funk, che sa tanto di colonna sonora Seventies. L’iniziale Directions è una delle possibili intro definitive della storia. L’atmosfera è vividamente urbana, ora serena e impigrita, da passeggiata (Wanda Vidal), ora minacciosa e concitata, da inseguimento (Ivory Black). Forse non tutti i pezzi hanno la stessa incisività o restano allo stesso modo, ma il disco è uno dei musicalmente più compiuti e accattivanti di tutta la discografia madlibiana. Cover della classica Forty Days di Billy Brooks e di A Divine Image del mito David Axelrod.

Chiudiamo questa nostra scrematura della discografia YNQ col disco che del progetto rappresenta sintesi, summa e (pare) requiem, Yesterdays Universe: Prepare For A New Yesterday Vol. 1 (2007). Si tratta di una compilation delle ultime produzioni YNQ, un contraltare di Angels insomma, con materiale edito (pezzi presi dai vari satelliti YNQ) e inedito. Il suo pregio, la varietà, è anche il suo difetto. Si va dal pianismo alla George Duke di Umoja, al free alla Art Ensemble of Chicago di Slave Riot, alla fusion alla Chick Corea di One For The Monica Lingas Band, al funk d’assalto di Street Talkin’ e Free Son. E’ il disco ultra-jazz, e il più megalomane, del Quintetto: frammentario, stordente, ma davvero capace di aprire squarci su tanti mondi possibili. In apertura, una rispettosissima Bitches Brew, opportunamente accentuata in melmosità. Piccola nota: assurda la scelta di fare di una chicca come Summer Suite un promo allegato solo ad alcune tirature di Universe, quando si tratta invece di una delle prove più riuscite, fluide, musicali, belle del YNQ. La durata (quaranta minuti), la varietà e allo stesso tempo la cifra stilistica limpida e riconoscibile, ne fanno anzi un vero piccolo compendio, un bignami di tutto il progetto.

Doveroso elenco di release importanti ma di cui, per motivi di spazio e di coerenza tematica (per non rendere dispersivo un discorso già così amplissimo), dobbiamo qui tacere: la take madlibiana su deephouse e breakbeat a nome DJ Rels, Theme For A Broken Soul (2004); le produzioni per Dudley Perkins (dalla sue cose rap come Declaime fino a A Lil’ Light, 2003, e Expressions, 2006), Wildchild (Secondary Protocol, 2003), Percee P (Perseverance, 2007), Talib Kweli (Liberation, 2007), Med (11 pezzi di Push Comes To Shove, 2005), Guilty Simpson (5 pezzi di Ode To The Ghetto, 2008), Erykha Badu (2 pezzi di New Amerykah, Universal/Motown, 2008), Mos Def (2 pezzi di Ecstatic, Downtown, 2009), più pezzi sciolti per De La Soul, Planet Asia, Prince Po, Oh No, MF Doom; i pezzi sui due volumi collettivi ST/Adult Swim, Chrome Children (2006, 2007), e su Hella International (2007), triplo 12 pollici celebrativo; i (finora) sette volumi no-label di mix-remix per il solo mercato giapponese Mind Fusion(2004-2009); il progetto “percussion + djing” della Mochilla confluito nel dvd Brasilintime (2006); alcuni remix one shot come la Nuclear War di Sun Ra sulla compilation The Other Side Of Los Angeles (Time Out, 2007). [Grazie a Mirko “DaBeast” Andreassi, Marco “Wolf” Iacono, David “LittleTonyNegri” Nerattini] [g.m.]

Il culto dei frammenti

Come concludere – provvisoriamente – una cavalcata su un mare di produzione e “dispersione” musicale? Si parlava sopra, appena prima di intraprendere il viaggio tra i moniker, di una chiave di lettura del fenomeno ad libitum del Madlib. Si accennava al culto del frammento, dell’attimo colto e riportato, del potere di immortalare i particolari che consente la stanza che Otis Jr. conosce meglio; quella dei bottoni. Da qui ripartiamo, alla luce delle sfaccettature musicali del ritratto, per fare un’ipotesi di massima un po’ più generale, che abbracci quei frammenti come un taccheggiatore maldestro tiene visibilmente sotto l’impermeabile tutta la merce da portare a casa.

Innanzitutto quel potere di immortalità che Madlib detiene con la massima autorità è in realtà un mero strumento di un compito molto impegnativo ma per lui naturale; non uno scettro evidenziato. Madlib coglie i frammenti e li trascina con sé, nella sua musica, nel mare magnum della sua produzione; e però nel farlo lascia a quelli la natura di frammenti; li usa ma solo nel flusso continuo di qualcosa che quei tocchi, piano piano, e nel loro insieme, costruiscono con un non ben definito senno del di poi. Basta ascoltare l’ultimo Beat Konducta, per capire un po’ meglio quanto si cerca qui di focalizzare invano, a parole. I pezzi sono presi e mai isolati; il loro soul e il loro funk sono adoperati per un obiettivo a scala più ampia; certo la cosa pare scontata, se si pensa che si parla di un episodio dedicato al mito di molti J Dilla. Ma Madlib coglie sempre le occasioni come pretesti, le priva di un’essenza individuale per rendere conto di un costrutto che sta prendendo corpo e anima; nei dischi di Madlib si sentono anche quelle cose che il nostro conserva ancora nel cassetto (negli infiniti cassetti della sua stanza bottoniera). Nelle produzioni ufficiali entrano in risonanza indiretta e inspiegabile i cdr che mai ascolteremo.

Basterebbe dire forse che il frammento di Madlib sussiste solo in quanto parte di un flusso; ma ancora manca qualcosa, a questa area di decompressione tra l’ascolto e la visione critica. Il confronto con J Dilla a cui ci presta il fianco l’ultimo BK è un piatto d’argento ossidabile; è vero che entrambi hanno una natura una e trina, ma non solo; ciò che li accomuna è un’attenzione alla cultura nera in toto che si riflette nel lavoro di produzione e di repertorio della loro attività. I mille moniker di Madlib non sono solo il risultato di un delirio ipertrofico; sono il tentativo, spasmodicamente rilassato, di fare tutta la musica che fa parte della sua cultura. Pensiamo a cuor leggero a quel che Madlib ha fatto; con Yesterdays New Quintet ha affrontato dal be-bop al free jazz; con Beat Konducta è passato da J Dilla fino addirittura a catalogare il kitsch bollywoodiano, senza darne un giudizio o estetizzarlo, ma semplicemente prendendone la fattezza di seconda mano, come può arrivare in una black California, fake del fake. Quello che fa Madlib è spersonalizzarsi per fare una catalogazione della black music, dal funk, al jazz, alle sonorità in arrivo. Il culto del frammento discende allora forse dalla volontà di sciogliere le (sue) molteplici individualità nel corpo frizzante della cultura musicale di cui fa parte.

Detto con una formula: Madlib non è un produttore di musica nera, è colui che si è preso la briga di abbracciare tutte le diramazioni della matrice; siamo nel 2009, l’hip-hop si ritrova storicizzato all’interno della cultura nera, parte essenziale accanto alle altre… E allora Madlib è il produttore della musica nera in genere, con le dirette conseguenze di “atlantificazione” che una tale occupazione comporta. Mad ad libitum, ma produttore, catalogatore, repertorio di un mondo intero; in questo, qui lo si dice e lo si nega, personaggio assolutamente ’00. [g.c.]

10 dischi per avvicinare Madlib

[Tutti Stones Throw, eccetto ove indicato; formato cd]

  • Lootpack [Madlib, Wildchild, Dj Romes] – Soundpieces: Da Antidote! (1999)
  • Yesterdays New Quintet – Angels Without Edges (2001)
  • Madlib – Shades Of Blue: Madlib Invades Blue Note (Blue Note, 2003)
  • Jaylib [Madlib & J Dilla] – Champion Sound (2003)
  • Madvillain [Madlib & MF Doom] – Madvillainy (2004)
  • Quasimoto – The Further Adventures Of Lord Quas (2005)
  • Yesterdays New Quintet presents Sound Directions – The Funky Side Of Life (2005)
  • Madlib – Beat Konducta Vol. 1-2: Movie Scenes (2006)
  • Yesterdays Universe – Yesterdays Universe: Prepare For A New Yesterday Vol. 1 (2007) [+ bonus promo The Last Electro-Acoustic Space Jazz & Percussion Ensemble – Summer Suite]
  • Madlib – Beat Konducta Vol. 5-6: A Tribute To J Dilla (2009)
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