Nati per armonizzare

Vocalese: stile di jazz canoro nel quale le lyrics vengono composte in base alle melodie eseguite nella composizione o improvvisazione originale di riferimento. A differenza della tecnica scat perciò, questo fraseggio adopera, per il proprio assolo, una versificazione scritta e di senso compiuto.

In ambito solista la voce più nominata nell’ambiente è senza dubbio quella polverosa di Eddie Jefferson, pioniere del genere con la sua versione della celebre So What di Miles Davis. Tra i gruppi invece, è doveroso citare il trio Lambert, Hendricks & Ross, il quale contribuì a complicare la faccenda grazie alle armonizzazioni delle tre voci e a uno stile che, sfruttando a piene mani versi sillabici pesantemente influenzati dal bebop, riversa sull’ascoltatore una cascata di parole dalla stordente bellezza.

I Manhattan Transfer, attraverso una carriera di oltre trentacinque anni, si confermano il gruppo di vocalese più famoso e premiato nella storia, avendo contribuito all’elevazione di uno stile altrimenti ristretto alla cerchia dei suoi fedelissimi. Ciò che va riconosciuto all’opera della band è una predisposizione al conio della canzone popolare perfetta, summa di generi e influenze la cui base di riferimento resta il jazz degli anni d’oro, ma solo per convenzione. Lavorando a partire dal proprio innegabile talento, i Manhattan hanno sperimentato, nel disinteresse dell’intellighenzia musicale, contaminazioni e soluzioni che ne hanno arricchito la discografia al punto da trasformarla in un iperbolico affresco studiato sistematicamente, ahinoi, per sommi capi.

Rapace collezionista d’introvabili 78 giri, il cantante Tim Hauser (New York, classe 1941) sognava un proprio gruppo vocale che attraversasse le tante diramazioni del jazz per portarle al grande pubblico, reinventando brani più o meno noti ma pure omaggiando episodi minori di compositori conosciuti solo dai propri aficionados. Il nome scelto omaggia un romanzo di John Dos Passos ambientato nella New York Anni ’20, metropoli di febbricitante modernismo e inesauribili contraddizioni. Un’embrionale formazione Manhattan Transfer muove i primi passi a partire dal ’69 e comprende, oltre a Tim, Erin Dickens, Marty Nelson, Gene Pistilli, e Pat Rosalia. L’esordio è dunque in quintetto con Jukin’ (1971, Capital), tentativo per fan della primissima ora liquidato dallo stesso Hauser come una prova generale quasi subito interrotta dalla defezione di Pistilli, il quale lascia per divergenze artistiche.

L’anno successivo Tim ci riprova tentando un nuovo organico in quartetto: vi prendono parte Laurel Massé, Janis Siegel e Alan Paul, quest’ultimo distintosi a Broadway nel primo allestimento del musical Grease.

La soluzione con due voci femminili e due maschili si rivelerà capace di coprire una gamma cromatica praticamente illimitata. Dopo tre anni di gavetta giunge finalmente una ghiotta proposta dalla storica etichetta Atlantic Records che lancia sul mercato l’esordio ufficialmente riconosciuto, The Manhattan Transfer (’75). Pur non essendo una pietra miliare l’album getta il seme di una carriera eclettica e godibilissima, bilanciata con sapienza e mestiere tra easy jazz pronto a conquistare i mercati esteri (il 24simo posto nelle classifiche inglesi di Tuxedo Junction), prelibatezze pop (la Sweet Talking Guy che fu delle Chiffons) e tentazioni contemporanee (il funk bianco Occapella).

Rispedite al mittente le accuse di certa critica che attribuiscono al gruppo un atteggiamento eccessivamente nostalgico (accentuato spesso da costumi di scena che ripropongono ironicamente le mode di tempi evidentemente trascorsi), il successivo Coming Out (’76, Atlantic) sembra investigare scelte relativamente più attuali con l’aiuto di qualche cameo (la batteria di Ringo Starr  e il piano di Dr. John in Zindy Lou, il sax dell’oggi glorificato  Michael Brecker nella delicata Poinciana). L’inaspettato successo del singolo Chanson d’Amour – un motivetto di fine Anni ’50 – consacra definitivamente i Manhattan in Europa (primo posto in Francia e Inghilterra) grazie all’intuizione dell’istrionica Massè la quale, al primo take, registra la propria linea vocale utilizzando un’inflessione “francese” omaggiante, a suo dire, Edith Piaf. Con Pastiche (’78, Atlantic) Hauser produce una delle opere preferite della band, spaziando tra arrangiamenti per big band (Four Brothers, cavallo di battaglia in ambito concertistico), atmosfere country & western (Love For Sale) e ritagliando occasioni soliste cucite apposta per la predisposizione melodica di Paul e l’abilità scat della Siegel.

Intenzionato a evocare le atmosfere della Berlino nel primo dopoguerra mondiale, il regista inglese David Hemmings contatta i Nostri affinché registrino una manciata di brani da inserire nel suo Gigolò, pellicola senza infamia e senza lode nota per tenere David Bowie come protagonista oltre a un’ultima fugace apparizione di Marlene Dietrich sul grande schermo.

Tratto da alcune date londinesi, The Manhattan Transfer Live (’78, Atlantic) è il primo live ufficiale del gruppo e l’ultima uscita discografica con la Massè, di lì a poco vittima di un incidente automobilistico che la costrinse lontana dalle scene per quasi due anni. Decisa ad abbandonare il mondo della musica la cantante optò poi per un ripensamento, inaugurando una discreta attività solista nell’84 con Alone Together. Al suo posto venne ingaggiata Cheryl Bentyne, pervenendo così alla formazione definitiva nota al grande pubblico.

La Bentyne arriva in tempo per prendere parte al primo indiscusso capolavoro, quell’Extentions (’79, Atlantic) con in copertina i disegni degli abiti di scena creati da Jean Paul Gautier per il quartetto. L’opera è raccolta esemplare di fusion(e) tra generi: c’è spazio per la new wave disumanizzata Coo Coo U, il perfect pop preso a prestito dagli Airplay (Nothin’ You Can Do About It) e il sentimentalismo a cappella nella Foreign Affair di Tom Waits. Una menzione a parte merita l’arcinota Birdland, tratta dal repertorio degli Weather Reaport o, più precisamente, dall’unione artistica dei fuoriclasse Joe Zawinul+Jaco Pastorius. Il brano sarà il più ascoltato in ambito jazz di tutto il 1980 in virtù di tre elementi imprescindibili: validità della linea melodica (accattivante e originale al contempo), prestazione vocale (che valse un Grammy alla Siegel) e intelligenza del testo. Quest’ultimo fu originalmente affidato nientemeno che a Eddie Jefferson, il quale però verrà ucciso prima di portarlo a termine. L’ingrato compito di sostituirlo fu affidato a Jon Hendricks: il risultato è una spassosa declamazione dei principali frequentatori del leggendario jazzclub newyorkese: sfruttando nomi e nomignoli dei celebri jazzisti (“Bird would cook/Max would look/Miles came through/‘Trane came too”) il paroliere fornisce versi ritmici ideali per un’interpretazione swingante e “catchy”, soluzione questa qui abbracciata magnificamente negli ambiti solisti e collettivi.

Il successivo Mecca For Moderns (’81, Atlantic) strizza l’occhio alla classifica una volta di troppo, col risultato di incoronare i Manhattan il primo gruppo a vincere un Grammy lo stesso anno sia nella categoria pop che jazz. La piacioneria alla base della hit Boy From New York City sbilancia la credibilità di una band che, per capacità tecniche e stile, avrebbe potuto azzardare un ulteriore passo avanti nella propria crescita artistica. Ma premi e riconoscimenti piovono in abbondanza e i Nostri non sembrano crucciarsene. La sola eccezione di rilievo è Kafka del polacco Bernard Kafka, efficace esempio di frizzantura fusion contemporanea e ricca di mordente.

Il processo di commercializzazione avanza su Bodies And Souls (’83, Atlantic), producendo un pop sintetico amplificato dalla partecipazione di Stevie Wonder  all’armonica (Spice Of Life), sdoganando così i Manhattan nelle classifiche r’n’b e concedendo l’ennesimo Grammy per l’interpretazione di Why Not!. Al di là dai clamori della stampa l’album suona come una raccolta oggi datata di canzoni ben arrangiate, adatte per un film sentimentale da cassetta e poco più. Leggerino e svagato, Bop Doo-Wop (’85, Atlantic) mischia sei canzoni dal tour giapponese a materiale di studio, sfornando comunque quella Route 66 di Nat King Cole per il filmetto di Burt Reynolds Pelle di sbirro che, guarda un po’, frutta l’ennesimo Grammy come “Miglior prestazione vocale in ambito jazz”. Il materiale live verrà ripreso e ampliato dieci anni più tardi con la pubblicazione del discreto Man-Tora! (’96, Rhino).

Sfumata la possibilità di una collaborazione con Count Basie a causa della morte di quest’ultimo, il bandolo della matassa viene ripigliato col monumentale Vocalese (’85, Atlantic), summa delle tante influenze dei suoi protagonisti e quindi vaudeville, swing, r’n’b, soul, doo-wop, r’n’r e jazz nelle sue tante sfaccettature. Il prevedibile omaggio a Basie riguarda le trascurabili Rambo e Blee Blop Blues, per le quali ci si avvale della sua orchestra ufficiale. Ben più meritoria Another Night In Tunisia, sorniona versione della A Night In Tunisia di Dizzy Gillespie, la quale si aggiudica altri due Grammy. Il registro melodrammatico viene rispolverato invece con Oh Yes, I remember Clifford e la struggente To You. Il successo è ormai planetario: le dodici nomination ai Grammy di Vocalese per poco non battono Thriller di Michael Jackson. La motivazione, oltre alle assodate capacità del quartetto e a impeccabili esecuzioni strumentali, sta nella scelta di un repertorio particolarmente azzeccato che concede episodi appassionanti e mozzafiato (AireginThat’s Killer Joe), nuovamente impreziositi dai testi di Hendricks. Live (Atlantic, ’87) contiene la selezione da un concerto a Tokyo del 1986: secondo album dal vivo e primo con la Bentyne a sostituzione della Massé è il ritratto perfetto del gruppo al suo apice; si consiglia la versione dvd Vocalese Live, con una tracklist estesa a 80 minuti e la possibilità di gustare i quattro in gigionesche coreografie e stravaganti costumi.

Le influenze sudamericane derivate dalla collaborazione col cantante e compositore brasiliano Djavan in Brasil (’87, Atlantic) danno vita a uno degli album più riusciti nel sottogenere Aor, al pari di masterpiece quali The Nightfly di Donald Fagen  o dell’esordio omonimo di Christopher Cross. Dall’arcinota Soul Food To Go passando per l’easy-rock Metropolis fino a certe complicazioni melodico/armoniche evidenti nel finale Notes From the Underground, l’opera è gioiello per un pubblico adulto, capace di riconoscerne le tante finezze ma pure l’indubbia fruibilità. Unica puntualizzazione, per onor di franchezza: la versione di Agua suona decisamente inferiore a quella di Loredana Berté (Acqua), la quale aveva già collaborato con Djavan in Carioca, nel 1985.

L’ingresso nel nuovo decennio stimola i Manhattan a testarsi in veste di compositori: ne risulta il transitorio The Offbeat Of Avenues (’92) che, col successivo The Christmas Album, esaurisce la breve esperienza per la Columbia Records. Si segnalano alcune bizzarre tentazioni di hip-hop sui generis nel primo e la beatlesiana Goodnight nel secondo. Sorvolando il trascurabile The Manhattan Transfer Meets Tubby The Tuba (’94, Summit) – sorta di Pierino E Il Lupo americano – Tonin’ (’95) rappresenta il felice ritorno in casa Atlantic, con una mirabile raccolta di classics Anni ’50-’60 in duetto con artisti del calibro di James Taylor (Dream Lover) e con la leggenda della Motown Smokey Robinson (I Second That Emotion).

Le fatiche discografiche proseguono con una reimmersione nel passato in Swing (’97, Atlantic) e con l’omaggio al repertorio di Louis Armstrong The Spirit Of St. Louis (2000, Atlantic), da sempre influenza imprescindibile per Tim.

A riprova di una primavera artistica che sembra non aver mai fine Couldn’t Be Hotter (’03, Telarc) è forse il live migliore pubblicato a oggi, forte di esecuzioni effervescenti e di una carica emotiva sapientemente miscelata a un controllo vocale in grado di far scuola e intrattenimento al prezzo di un solo biglietto. Vibrate (’04, Telarc) intende aggiornare il repertorio, iniettando le composizioni melò del giovane cantautore Rufus Wainwright  e tentando il Miles Davis di Tutu, ma se ne esce con un occhio pesto. Dopo un secondo album natalizio (An Acapella Christmas Album, ’04, King Rec) la nuova sfida è con una vera e propria orchestra sinfonica in The Symphony Sessions (’06, King Rec). Ne deriva un album di straordinario impatto emotivo, certamente uno dei più sottovalutati nell’intero repertorio.

L’ultimo sorprendente guizzo di vitalità, alla faccia di chi da sempre taccia i Manhattan come un barbershop group spintosi troppo in là, è titolato The Chick Corea Songbook (’09, Four Quarters Entertainment): cimentandosi col repertorio del famoso jazzista americano, l’occasione è ghiotta per approfondire lo studio sulle sonorità latine, come pure per interpretare un approccio compositivo contemporaneo e certamente meno fruibile rispetto agli episodi più acclamati.

Il futuro dei Manhattan Transfer a quanto sembra, oltre all’instancabile attività live, riserverà per l’ascoltatore disponibile sorprese pronte a deliziarne le orecchie e, al contempo, a educarle.

 

L’intervista

Tim, iniziamo dal presente: in che stato versa il vocalese oggidì?

Devo ammettere, non senza una certa sorpresa, che sto scoprendo un nuovo pubblico nei giovani, specialmente quelli che magari cantano nel coro jazz della propria università.

A dispetto di chi vi etichetta come easy listening l’anno scorso siete tornati con un progetto assolutamente ambizioso, reinterpetando Corea.

Già, un progetto davvero interessante. Letto nella sua interezza l’album si distingue dal resto della nostra discografia per la sua spiccata complessità. Era la prima volta che interpretavamo il repertorio di Chick e credimi se ti dico che si è trattato forse del lavoro più impegnativo della nostra carriera, sia in termini di comprensione che di riproduzione armonica del cantato.

Non solo: in Another Roadside Attraction, a esempio, emerge una componente sperimentale che aggiunge un importante tassello alla vostra biografia.

Mi fa molto piacere che tu abbia notato proprio quella canzone. La penso come te e ti devo confessare che Another Roadside Attraction vanta l’arrangiamento di mio figlio, Basie. Il risultato è ancor più sorprendente se consideri che ha ventun’anni.

Lo show biz è orribile come lo si dipinge?

Sai com’è, ci sono sempre stati e sempre ci saranno gruppi di persone, all’interno di questo settore, animati da uno spirito predatorio. Purtroppo è così che va il mondo: alcuni individui si arricchiscono sulle spalle di talenti giovani e inesperti.

Svariati i lavori che hai abbracciato per sostentarti durante la gavetta musicale…

Ho fatto veramente di tutto e ti assicuro che ogni impiego mi ha insegnato cose importanti a livello umano e non solo. Non mi vergogno di nessuna mansione svolta: tra quelle che mi tornano alla mente ora… vediamo… sono stato analista marketing, caddie per un golf club, cuoco in una tavola calda e tassista. Una notte stavo guidando il mio taxi quando ho caricato questa ragazza dai capelli rossi. Al tempo lavorava come cameriera ma la sua passione era il canto. Fu così che incontrai Laurel Massé!

Elemento spesso trascurato dalla critica riguardo ai vostri album: la straordinaria qualità degli arrangiamenti strumentali.

Avrai notato che, fin dagli esordi, abbiamo sempre tentato di procurarci la crema tra i sessionmen sul mercato anche se, ovviamente, questo comportava per noi un maggiore investimento economico. Una volta in studio non seguiamo un modus particolare: ci diamo dentro mettendo sul tavolo intuizioni, mestiere ed esperienze, cercando di pianificare gli arrangiamenti e il ruolo da conferire a ogni strumento all’interno dei brani selezionati.

Le qualità imprescindibili per un cantante?

A costo di sembrarti banale, tutti questi anni nel mondo della musica mi hanno insegnato che, in ultima analisi, l’unico requisito fondamentale è l’abilità di arrivare dritti al cuore dell’ascoltatore e lasciarci dentro un po’ di se stessi.

Un gruppo vocale ingiustamente sottostimato?

Tra i tanti nomi che mi vengono in mente scelgo senz’ombra di dubbio il quartetto degli Hi-Lo’s. Loro non sono mai riusciti a sfondare veramente e avrebbero meritato molto. La ragione sta forse nel fatto che, sotto un profilo musicale, avevano un non so che di “esoterico”. Ma credimi se ti dico che erano grandissimi.

Il musicista più sopravvalutato nella storia del jazz?

Anche se ti dicessi chi ho in mente non vorrei che venisse pubblicato, perciò…

Il tuo stile lascia pensare che non ti sia andata a genio la new thing esplosa negli Anni ’60.

Beh, oltre al free quel periodo ha elargito be-bopper del calibro del tenorsassofonista Benny Golson, del quale reinterpretammo Killer Joe su Vocalese. In questi giorni invece stiamo lavorando su Sidewinder, altro pezzo interessante di un trombettista dei ’60, Lee Morgan.

Qualcuno ti avrà certamente accusato di essere un nostalgico.

Quelli che sollevano questa critica mancano spesso di una conoscenza musicale approfondita.

Igor Stravinsky: “La mia musica la capiscono sopratutto bimbi e animali”. Riesci a tratteggiare il profilo del tuo ascoltatore tipo?

Non saprei. Non sono mai riuscito a delineare un filo conduttore tra i nostri fan. Credo si tratti di un’inspiegabile qualità percettiva, che porta una persona a scegliere un filone musicale piuttosto che un altro.

La dimensione live è un aspetto molto importante nei Manhattan. Le tournée non ti snervano?

Alla gente dico sempre: “Canto a gratis, vengo pagato per dover viaggiare”.

Tutti furono d’accordo nel decretare un enorme successo a Extentions; da cosa credi sia dipeso?

Extentions ha rappresentato un vero e proprio punto di svolta, sia per la qualità del materiale che per le scelte di Jay Graydon in veste di produttore (da allora in avanti è stato richiesto da artisti del calibro di Al Jarreau, Art Garfunkel e Dionne Warwick). Jay è stato determinante per la formulazione di un sound ibrido che in definitiva attualizzò il nostro stile, avvicinandoci così a un pubblico ancor più vasto. Va poi evidenziato il contributo creativo delle voci di Alan (ascoltalo in Twilight Tone) e di Janis, la cui interpretazione di Birdland le valse come sai un Grammy.

Spesso i vostri album ricevono un’accoglienza più calda in Europa rispetto agli States…

Sono convinto che gli europei in genere riescono ad apprezzare il jazz americano molto più degli americani stessi. Triste a dirsi, ma è la pura verità.

Riascoltando Tonin’ riflettevo sul fatto che quell’album contiene con tutta probabilità l’ultima registrazione da studio di Laura Nyro prima della sua morte a soli cinquant’anni.

Ecco appunto, a proposito di gusti musicali: la Nyro, fin dal suo esordio, è stata una delle mie cantanti preferite, in assoluto. Ricordo ancora l’impressione che mi fece il suo primo album per la Verve Forecast More Than A New Discovery. Ho ascoltato quel vinile tante di quelle volte che ora è completamente consumato. Ho anche avuto il privilegio di lavorarle a fianco una volta, ai tempi dei primi Manhattan, nel 1970, se ben ricordo. Pensa che siamo l’unico gruppo con cui ha accettato di registrare un duetto, fatta eccezione per il brano Promenade in coppia col compositore  Kenny Rankin, anche se non mi risulta che il pezzo sia mai stato pubblicato.

Comparando il jazz nella sua età dell’oro (Anni ’30 e ’40) con la scena attuale, quali sono le tue conclusioni?

Bisogna tener presente che in quegli anni il jazz veniva considerato la musica popolare del momento. Trascorso quel periodo è innegabile che, generalizzando, la sua diffusione rispetto alle grandi masse si sia abbassata significativamente in favore di altri generi ben più immediati.

Non trovi che arrangiare una canzone sia molto simile a cucinare una pietanza?

Hai assolutamente ragione. Tra l’altro devo confessarti che adoro far da mangiare e mi capita spesso di cimentarmi con qualche ricetta italiana. Cucinare è veramente simile a quando ti stai approcciando a un brano ancora grezzo e decidi come sagomarlo, cosa aggiungere, quali sono le modifiche che ne determineranno un feeling specifico.

Nell’ambiente è nota la tua passione per il collezionismo di vinili rari: qual è il titolo a cui ti senti più attaccato?

Questa è dura… spero di poter scegliere, in blocco, tutta la parte dedicate ai gruppi vocali di r’n’b, dagli Anni ’30 e fino ai ’50 compresi.

A proposito di collezionismi: pare che anche le auto d’epoca facciano parte delle tue debolezze.

Oh sì! Attualmente mi sto godendo una Mercedes Benz 190 Sl del 1961, che restauro pazientemente da una vita. E tra un paio di settimane sarà finalmente pronta la mia Coupé-Cabriolet Mercury del ‘41. Sto anche modificando una Ford Coupé del ’50: ho recentemente sostituito il tettuccio con uno del ’51 e mi sono procurato una calandra proveniente da una Pontiac datata 1954. Voglio anche cambiarle il colore con un bel blu metallo.

Com’è la tua giornata ideale?

Ti sembrerò scontato ma direi la giornata in cui riesco a sbrigare tutto quello che mi sono prefissato senza alcun tipo di intoppo esterno.

Louis Armstrong dichiarò: “Un musicista non si ritira mai: smette solo quando non c’è più musica dentro di lui”. Mai avuto la tentazione di mollare la carriera per un’esistenza meno movimentata?

Naaa, non sono il tipo che molla. Anche perché, riflettendoci, non saprei che altro fare della mia vita.

Nonostante trentacinque anni nel mondo della musica sei l’ultimo dei Manhattan ad aver registrato un album solista, nel 2007. Quale necessità hai soddisfatto con Love Stories?

Avevo bisogno di esprimere un particolare aspetto della mia personalità, un lato intimista, diciamo, che coi Manhattan non era mai veramente emerso. Mi sono limitato a scegliere quelle canzoni del passato che mi affascinavano profondamente, quei pezzi in grado di emozionarmi ancor oggi.

Un consiglio che t’ha illuminato?

Agli inizi lavorammo con Baby Lawrence e sua moglie Dorothy Bradley. Baby era noto nell’ambiente come il “Charlie Parker del tip-tap” e Dorothy era la vedova di Buddy Bradley, coreografo attivo nel cinema per star come Fred Astaire. In sostanza dovevano insegnarci le basi per muoverci sul palco, oltre a certi passi tipici del jazz ballato tipo il camel walk, lo shorty george ecc.. Mi resterà sempre impressa la volta in cui Baby mi disse: “Tienilo bene a mente Tim, solo due cose sono fondamentali nel mondo dello spettacolo: atteggiamento e portamento, sta tutto lì”. Non me lo sono più scordato, anche perché con gli anni ho scoperto quanto avesse ragione.

Dopo una carriera costellata di premi e riconoscimenti resta da chiedersi quali siano i tuoi prossimi traguardi.

In realtà ci sono ancora una serie di progetti di cui da anni discutiamo la fattibilità, in ambito Manhattan. Il mio intento è perciò quello di adoperarmi affinché presto o tardi si riesca a concretizzarli, come nel caso di The Chick Corea Songbook, album che gravitava nella mia mente dagli Anni ‘70.

Qual è l’aspetto più straordinario dell’essere un artista?

Essere in grado di sostenere me e la mia famiglia: questo è un vero e proprio dono, un privilegio che non darò mai per scontato. E poi ho sempre pensato che questa mia professione, per quanto complessa, sia pur sempre preferibile a una vita in ufficio.

1 Novembre 2010
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