Curaci le orecchie, Melampus…

Sono in due e vengono da Bologna, la città “che trova sempre il modo di farti incrociare mille volte con persone con le quali stabilisci un contatto solo dopo mesi”. Lui suona la batteria (più droni e loop), lei la chitarra (più piano, percussioni e voce) ma il risultato è ben lontano dal classico duo male-female à la White Stripes. Zero divise dai colori sgargianti e melodie aperte e appiccicose. Le atmosfere dei Melampus sono scure come gli abiti indossati da Angelo “Gelo” Casarrubia e Francesca “Billy” Pizzo e il rock assemblato con eleganza e perizia dai due si propone notturno e minimale, tinto di sensuale intimismo e venature malinconiche. Ovviamente compresso in una forma canzone ben definita, ché alla fine di canzoni si tratta: L’idea iniziale – è Francesca a rispondere a nome dei due – era quella di avviare il progetto con voce, basso e batteria, ma dopo quella prova la chitarra ci è sembrata più adatta alla composizioni di brani che rispettassero una forma canzone canonica. Non ci interessava la via della sperimentazione. Volevamo comporre canzoni. Facciamo parte di quella categoria di musicisti romantici che ancora cercano struttura e melodia perfette, senza tempo.

Sono romantici i due. Imperfetti e inconclusi, pronti a ricercare in quella non finitezza la propria cifra stilistica, a farne elemento caratterizzante puntando alle corde più sensibili dell’animo di chi ascolta. Ne esce una musica fatta di ipnotiche melodie sottotraccia e chiaroscuri emozionali, in cui è però l’immaginario evocato a fare da collante, più che i suoni in sè: Abbiamo cercato di narrare qualcosa attraverso brani che non volevamo risultassero tutti simili tra loro. Un comune denominatore è necessario, fa parte della poetica di ogni musicista o artista in generale. Rimaniamo volentieri su quel versante umbratile e fumoso. Potremmo definirlo gusto …oppure carattere.

Ad aleggiare sul tutto è, pertanto, una forte impronta letteraria e intellettuale, che emerge carsicamente non solo lungo l’intero lavoro, ma in ogni aspetto del progetto. A partire dal nome: tratto dalla mitologia greca, rievoca Melampo, il primo essere umano a cui gli dei donarono capacità divinatorie e da guaritore, mentre la capacità di comprendere il linguaggio degli animali, come da vulgata, fu ottenuta dopo aver salvato due serpenti che gli leccarono l’orecchio. Passando poi per l’immaginario iconografico evocato dagli algidi scatti in b/n e dalla china con cui Francesca rifinisce l’artwork dell’album e i flyer dei live. Terminando, infine, con un titolo che fa molto Faulkner e su cui spirano laterali i fantasmi delle maledette Flannery O’ Connor e Carson McCullers, pronte ad accompagnarci in un viaggio-narrazione oscuro e sofferto, posseduto e larvatamente inquietante : Il titolo è arrivato a noi mentre cercavamo di immaginarci un luogo, fisico o meno, nel quale dare corpo alla tracklist del disco. I nomi propri, sempre femminili, ricorrono spesso in questi nostri testi. Allora una Via dell’Ode ci è parsa il luogo migliore, con la sua idea di movimento e la circolarità del suono. Ho deciso di occuparmi io stessa dell’artwork – e le varie locandine dei concerti – per mantenere una coerenza estetica. In fondo il nome Melampus è già una dichiarazione. Forse, proprio come disse Grant Wood a proposito del dipinto American Gothic, noi siamo le persone che potrebbero vivere in Ode Road.

Il percorso lungo la via dell’ode prevede una sorta di via crucis esistenziale da gotico americano suddivisa in nove tracce, in cui scie di sabbiosa musica desertica, psichedelia docile, wave posseduta, un quarantennio di femmes fatales, ambiziose aperture cinematiche e molto altro, divengono solo cangianti (s)punti di riferimento sparsi sotto una tenue luce grigiastra. Riverberi e sfumature giocano un ruolo predominante, tanto che ascoltando l’omonimo esordio si ha come l’impressione di unire i puntini che compongono una sorta di geografia emotiva o di silhouette esistenziale dei due: Se di cartina geografica si tratta, allora bisogna dire che abbiamo stabilito un itinerario preciso e breve. Nel corso di un anno – è proprio da un anno che Melampus esiste – abbiamo composto molti più brani di quelli compresi nel disco. Grazie al rapporto con Gabriele (Locomotiv Records) e a diverse sessioni di pre-produzione, abbiamo stabilito quali brani scartare, quali includere o all’occorrenza aggiungere. Poi tutto accade come scritto nel testo di Dots: improvvisamente si trova il modo di usare la china, improvvisamente si trova il modo di collegare i punti.

Quella del duo bolognese è musica che evoca immagini, senza per forza essere imaginary soundtrack. Propone visioni, senza per forza essere visionaria. Il che, in tempi di standardizzazione dell’immaginazione, non è affatto poco.

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