Meta-pop 4 everyone!
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Antonio Pancamo Puglia
- 3 Ottobre 2007
They don’t give a fuck about anybody else
Valli a capire, certi percorsi della critica. Ci voleva l’ultimo Hey Venus! per ricordarci ancora una volta quanto grandi fossero – non, badate, fossero stati – i Super Furry Animals, fra gli astri meno celebrati del Britpop. Anzi, del pop tutto, che diamine, perché se attraversi indenne gli anni ‘90 e non solo puoi raccontarlo in giro, ma continui pure a collezionare cascate di elogi (quando il 99% dei tuoi contemporanei – nella migliore delle ipotesi – si è perso per strada o sta ancora raccogliendo i cocci), allora non ti schioda nessuno. In teoria. In pratica, quando il discorso cade sui grandi della musica albionica recente, si tirano fuori i soliti Suede, Oasis, Pulp – tra l’altro, solo da poco collocati in their right place –, Blur, Radiohead, perfino i Verve.
Loro, gli Animali Super Pelosi, sono considerati al massimo un’anomalia; per la maggior parte del pubblico restano “quelli che cantano in gallese” (con tutto ciò che ne consegue in termini di diversità / freakerie), “quelli di 50 volte fuck dentro una canzone” eccetera. Tutto sacrosanto, per carità, ma ci sarebbe dell’altro. E poi certo, si è sempre saputo che sono valenti e talentuosi; a dirla tutta sono i proverbiali critic darlings (fatevi un giro per la rete e vedete un po’ che media voti hanno TUTTI i loro dischi), al punto che ormai ogni loro uscita viene data quasi per scontata e plausi e complimenti, pur meritati, diventano addirittura routine.
Paradossalmente, sono così bravi che la maggior parte della gente non se ne accorge; e dire che in patria il pubblico li ha più volte premiati – e lo fa tuttora – con dignitosi piazzamenti nelle charts. Ora, verrebbe quasi da pensare che in fondo a loro non frega un cazzo di nessuno (“they don’t give a fuck about anybody else”, quella frase scippata agli Steely Dan divenuta vessillo di una carriera), visto che dopo oltre due lustri i Furries restano costantemente immersi in quella catena di montaggio creativa che li ha portati a realizzare quasi un album all’anno, senza contare singoli, EP, progetti visuali, side-projects e ovviamente incessanti tour intorno al globo terraqueo. Senza mai esaurire le batterie. Per loro – e soprattutto, nostra – fortuna.
Questo in teoria farebbe di loro la più grande pop band del pianeta, se il mondo fosse un posto migliore. O almeno, la migliore band britannica degli ultimi 10 anni. Volendo andare un po’ più a fondo, si potrebbe anche dire che i SFA sono stati fra i primi, nel pop, ad anticipare quella tendenza di ultra-assimilazione/rielaborazione che è poi – da un punto di vista snob-nostalgici e un po’ pigro – la cifra dei nostri tempi. Peccato che (quasi) nessuno sappia farlo bene quanto loro. Eppure, non basta.
Sia come sia, non dovete stupirvi se questa monografia probabilmente somiglierà a un interminabile elenco, a una ragnatela potenzialmente infinita – e perché no, opinabile – di riferimenti incrociati. Troverete una riga sì (e l’altra pure) una quantità pantagruelica di nomi di artisti, album e canzoni, perché è proprio questo che sono i SFA: un mega-frullatore pop, un potentissimo sintetizzatore di – almeno – quarant’anni di musica, stilisticamente apolidi e onnicomprensivi eppure riconoscibilissimi nell’approccio, nei suoni, nell’attitudine. Le Mothers del Britpop? I Beck d’Oltremanica? I Beach Boys degli anelli di Saturno? I Roxy from Mars? (E le libere associazioni possono continuare). Probabilmente il segreto sta nell’enciclopedico background dei cinque – Gruff Rhys, voce e chitarra; Huw “Bunf” Bunford , chitarra; Guto Pryce , basso; Cian Ciaran , tastiere e aggeggi assortiti; Dafydd Ieuan , batteria -, fonte inesauribile di input per ogni output degli Animali. Basta scorrere la tracklist del volume di Under The Influence da loro curato nel 2005: Dennis Wilson e Sly Stone, Undertones e Underworld, E.L.O. e MC5, Beach Boys e Datblygu…
Questi ultimi, misconosciuti new wavers attivi fra ’80 e’90, erano stati tra i pochi alfieri di una sparuta quanto seminale scena indie rock gallese (post-Young Marble Giants, per capirci), a cui i Nostri si riallacceranno direttamente al momento di muovere i primi passi nella Cardiff di inizio decennio scorso. Nel 1993, anno in cui Rhys, Ieuan e Pryce sono già noti nell’ambiente come sovversivi techno-ambient, è tempo di rinascite, a livello locale e nazionale. Il Parlamento inglese approva il Welsh Language Act, dando ufficialmente il via alla riscoperta della cultura e della lingua del Galles e, di lì a venire, una serie di band della regione assurgerà a gloria patria: Catatonia, Manic Street Preachers e, in misura minore, Gorky’s Zygotic Mynci. E’ a loro, i più fieri e tradizionalisti – ma anche i più obliqui – del lotto che guardano i Furries quando si comincia a fare sul serio, ovvero una volta fissata la classica formazione a cinque dopo alcuni assestamenti (ad occupare il posto di lead singer per un breve periodo c’è stato persino l’attore Rhys Efans – quello di Twin Town e, per i musicofili, del video di Importance Of Being Idle degli Oasis).
I Gorky’s incidono per la Ankst, storica label locale – già casa dei sunnominati Datblygu – specializzata in indie rock dalla forte matrice psych; e psichedelico è l’esordio dei SFA, un EP di quattro tracce in gallese il cui titolo pare studiato apposta per entrare nel Guinness dei primati (cosa che, effettivamente, avviene).
Show Me Magic!
Llanfairpwllgwyngyllgogerychwyrndrobwllllantysiliogogogochochynygofod (In Space) esce nel giugno del 1995, portando in sé i semi del tipico suono dei primi SFA fra fuzz, coretti, ballate alla Major Tom ed effetti spaziali a iosa. Il successivo Moog Droog , sempre per Ankst, presenta la prima canzone in inglese, God! Show Me Magic; un cambiamento non da poco visto che l’idioma locale, per quanto affascinante, liquido e incredibilmente musicale è anche incomprensibile alla maggior parte degli ascoltatori. Il sig. Alan McGee lo fa notare a Gruff & Co. al momento di scritturarli per la sua Creation, richiedendo che le prossime canzoni siano scritte nella lingua della BBC; nel giro di pochissimo – siamo a inizi 1996 e i cinque non hanno praticamente esperienza al di fuori del Galles -, i SFA si ritrovano già parte di uno dei roster più prestigiosi e celebrati della storia della musica britannica, seppure prossimo all’estinzione (che arriverà inevitabile nel 1999, quando McGee dovrà chiudere baracca e i vari Primal Scream, Teenage Fanclub, Ride, My Bloody Valentine e Oasis sono già leggenda).
A undici anni di distanza, il debutto su LP dei superpelosi sorprende ancora: Fuzzy Logic (Creation, giugno 1996) è certamente figlio del suo tempo, ma va anche oltre quel limite, grazie agli scintillanti gioiellini meta-pop che lo costellano. God! Show Me Magic (ri-registrata per l’occasione e pubblicata su 45) sembra la partenza di una navicella spaziale alimentata a popper, i New York Dolls che surfano con i fratelli Wilson; Something 4 The Weekend è una boccaccia ai Blur di allora, con All The Young Dudes a fare da canovaccio (laddove Gathering Moss è già l’Albarn del futuro, citazione morriconiana inclusa nella chiosa); If You Don’t Want Me To Destroy You, ballatona stringicuore ‘70 con finale d’archi cinematico… E questi sono solo i singoli, ché l a lunga distanza consente ai gallesi di allargare il ventaglio delle possibilità espressive, incorporando inoltre funk&soul (Mario Man, Fuzzy Birds), chitarre Pixies su cori dementi (Frisbee), reminescenze di Madchester (Hangin’ With Howard Marks) e parecchia altra roba, mescolando estro e ironia in un marchio di fabbrica già riconoscibile.
L’album non decolla nelle charts come vorrebbero gli interessati (idea poi abbandonata col tempo, salvo alcune gratificazioni), ma i Furries sono già una cult-band: lo dimostra un’esibizione durante lo Smash HitsTour che vede i Nostri, nel delirio generale, salire sul palco in costumi da animaloni di peluche, in una via di mezzo fra i colleghi Supergrass e i Flaming Lips yet to come.
A consolidare tale status su scala nazionale arriva nel novembre 1995 il singolo al quale il quintetto deve una buona fetta della propria mitologia, The Man Don’t Give A Fuck. Ingredienti: una front cover dedicata a una leggenda del calcio politicamente scorretta (lo scomparso Robin Friday, ripreso nell’atto di mandare affanculo l’obiettivo), un irresistibile sample di Show Biz Kids degli Steely Dan come ritornello (su base ballabilissima), e soprattutto quella parolaccia, che prevedibilmente compromette l’airplay ma garantisce un enorme successo in termini di costume (e un altro record da Guinness). Culto totale.
E’ il preludio a quello che ancor oggi può essere considerato il miglior album della fase “pop” (o meglio, di inizi carriera) dei Super Furry Animals, quello a cui il neofita si deve assolutamente rivolgere, per farla breve (in secondo luogo va bene anche Songbook Vol. 1, che raccoglie tutti i singoli fino al 2004). Classico sin dalla copertina di Pete Fowler – titolare della grafica di tutti gli output dei Nostri fino al 2005 -, Radiator (Creation, agosto 1997) è un ricettacolo ultraconcentrato di arte compositiva e creatività in 14 atti, la cui freschezza e immediatezza restano ineguagliate (primato forse conteso solo dall’attuale Hey Venus!). Rispetto all’esordio, la produzione è meno “pastosa” e più calda nel mescolare tinte elettriche e acustiche, mantenendo comunque quel suono corposo e pieno che, coi dovuti distinguo, avrebbe fatto la fortuna di act affini come la Beta Band (fino alla sua attuale incarnazione The Aliens).
L’entità SFA è un blobbone che assorbe tutto ciò che lo circonda, si tratti di passato, presente o futuro: sentite come suona Pulp Hermann Loves Pauline – in un arrangiamento vocale impossibile -, o come Gruff si trasforma in un clone di Peter Gabriel in Placid Casuals, o ancora come International Language Of Screaming è de facto una delle migliori canzoni di Beck, senza parlare delle solite convergenze Blur – in vena folk… – di Different River, o dell’epos-psych filtrato Fab Four della conclusiva Mountain People. Demons è una gemma che definisce una carriera, ma si potrebbe dire lo stesso di She’s Got Spies (The Velvets+soul+SFApunk) o Play It Cool (acid disco exotica su falsetto impossibile). Come ficcare una bomba dentro il proprio lettore cd, insomma; ed è solo l’inizio. In un crescendo frenetico, gli sforzi discografici saranno sempre più improntati su un imperativo “nessun limite alla creatività”, in una sfornata continua di singoli assurdamente catchy e album minimo da 4 stelle. No, questi Animali decisamente non sono umani.
Cosmic Trigger
Un anno scandito da un solo EP – Ice Hockey Hair (Creation, maggio 1998), che scalerà le classifiche grazie a una vocoderizzata e popadelica title track e alla blaxploitation di Smokin’ – e dall’extra catalogo Out Spaced – (Creation, novembre 1998), vendemmia di b-sides e rarità straripante di gemme -, e ritroviamo i SFA intenti a bissare lo strike di Radiator più carichi e pompati che mai. La prima parola che viene in mente è “ambizione”, anche se è lecito pensare che per i Furries si tratti solo di ordinaria amministrazione, vista la naturalezza con cui attraversano il luna park marziano che hanno allestito nel loro terzo disco. Quando esce, Guerrilla (Creation, giugno 1999)fa cadere più di una mandibola, a colpi di una produzione impressionante – a cura della sola band – e una palette stilistica ancora più ampia.
Vediamo: acid lounge (Check It Out), Genesis in Brazil (The Turning Tide), trip hop (A Specific Ocean), salsa (Northern Lite), electro-ballad à la Zero 7 (Some Things Come From Nothing), John Cale se avesse suonato sul terzo disco dei VU (Fire In My Heart), garage glitterato (Night Vision, Teacher), Flaming Lips catapultati in Smiley Smile (Chewing Chewing Gum), Beatles a base di mellotron (l’hidden track Citizen Band), Zombies in giro sulla luna (Keep The Cosmic Trigger Happy). Basta? No, perché c’è anche – soprattutto – l’electro-dance stupida e contagiosissima di Wherever I Lay My Phone (It’s My Home), a base di slogan, loop e vocoder, messa assieme con l’arte dei dj più scafati. A sentirla oggi fa tanto anni ’90, ma resta puro genio. Che è pure l’opinione che la maggior parte della critica del tempo ha – giustamente – formulato sull’album, anche se non si riesce più a capire cosa c’entrino questi eccentrici gallesi con l’allora morente Britpop. Niente, è chiaro, come dimostra la mossa successiva.
Welsh for Zen
Complice lo scioglimento della Creation, i Pelosi si tolgono infatti uno sfizio mica da poco: un disco tutto in gallese, in aperto omaggio al loro eroe Meic Stevens, solitario folksinger d’altri tempi – e galassie – di cui hanno spesso coverizzato la hit (se può definirsi tale) Y Brawd Houdini. Uno dei suoi EP di fine ’60 si chiamava Mwg, ed ecco allora Mwng (per la loro Placid Casuals, maggio 2000), che si traduce come mane, “criniera”. Le stranezze finiscono qui, ché, a parte l’iniziale cazzeggio di Drygioni, questo è anzi un lavoro apparentemente sottotono, laddove si cerca una via più semplice e rilassata all’arrangiamento con una predilezione per i toni acustici. La perla del caso è fra i brani più lineari ed orecchiabili del repertorio, Dacw Hi (velvettiana alla Rock And Roll, nel momento in cui Y Teimlad – in realtà una cover dei Datblygu – è la loro versione di New Age, restando in tema Reed & co.); non mancano i colpi di coda, vedi Gwreiddiau Dwfn / Mawrth Oer Ar y Blaned Nefion, una ballata prog-folk-jazz aspersa di briciole Tim Buckley, o Pan Ddaw’r Wawr, il fantasma di Pet Sounds che si vaporizza in psichedelie acustiche assortite, mentre il singolo Ysbeidiau Heulog rischia decisamente meno proponendo il tipico suono SFA (una roba alla primi Roxy Music + i Floyd del pifferaio); in Ymaelodi Â’r Ymylon, Y Gwyneb Iau e Nythod Cacwn c’è perfino un relativo antipasto di cartucce ancora da sparare (il Gruff Rhys gigione e folk-barrettiano di Candylion più certo mellow pop ’70 e classic country di Rings Around The World e Phantom Power).
Beh, non si può certo parlare di passo falso: l’album venderà anche bene (11° in classifica, risultato insperato per un album in gallese), e riceverà inoltre una menzione d’onore in Parlamento per meriti linguistico-culturali; nondimeno, presenta alcuni fra i brani più gradevoli del canzoniere degli Animali. Sai mai che, giocando di ripiego, han fatto persino meglio di Guerrilla?
Let’s Get Juxtaposed!
Parrebbe di sì, e Rings Around The World (Epic, luglio 2001) è la controprova che il viaggio è ancora in salita. Messe da parte velleità indie di sorta, adesso si alza il tiro coinvolgendo perfino gente come Sir Paul McCartney e sua maestà John Cale, re del Galles; ma non bisogna farsi abbagliare dai nomi, visto che quello di Macca è un cameo per filologi (rosicchia verdure in Receptacle For The Respectable, in ricordo della sua analoga performance in Vegetables dei Beach Boys, versione inedita dello Smile originale), e quella dell’ex Velvet (al piano in Presidential Suite) è più una partecipazione abortita, una toppa messa sopra il diniego ad arrangiare gli archi del disco. Un’opera invece splendidamente condotta dall’High Llama Sean O’ Hagan che, sommata a un budget da major, si traduce nel disco più magniloquente e – stavolta sì – ambizioso del gruppo.
La solita, inarrestabile emorragia di idee si unisce a una nuova visione del suono, che adesso si vuole il più cinematico e ampio possibile: a partire dal campo lungo di Alternate Route to Vulcan Street, fino allo splendido sogno in Technicolor di Presidential Suite (gli Steely Dan sulla spiaggia di Malibu insieme a Brian Wilson), la musica dei SFA dà proprio l’impressione di prendere letteralmente il volo. Non bastasse, gli input psych e sperimentali vengono tutt’altro che meno, dal trip-hop sci-fi di [A] Touch Sensitive alla pastoral/parodistica Shoot Doris Day, per poi far convivere nello stesso brano kitch ’70, folk e drum’n’bass (No Sympathy), surf pop, hard-psych e thrash metal (Receptacle for the Respectable), infiniti suoni elettrici e acustici, analogici e digitali (Sidewalk Serfer Girl). E, ovviamente, fanno da corollario di lusso i singoli estratti, tutti e tre da punteggio pieno: (Drawing) Rings Around The World (gli Stereolab a braccetto coi Beach Boys classici), It’s Not The End Of The World (la ballatona romantica che i Blur non hanno mai inciso), il capolavoro Juxtaposed With You (il soul di Barry White su una Love Boat in rotta verso il pianeta Venere).
Se proprio vogliamo trovare un apice nella carriera dei Pelosissimi, questo è Rings, un disco che sembra nato per raccogliere applausi, e infatti arriva a sfiorare il Mercury Prize e frutta ai gallesi la posizione più alta di sempre (#3).
Slow Life
A questo punto appare quasi fisiologico allentare la presa, lasciare la via maestra per imboccare un sentiero laterale, tranquillo e in apparenza indisturbato. Phantom Power (Epic, luglio 2003) sembra infatti nascere da un istinto di conservazione, un’urgenza di semplicità – che non è la stessa di Mwng, ma le è parente – non più rinviabile; dall’altro lato però, il sodalizio stipulato con Mario Caldato Jr. (compagno di lungo corso dei Beastie Boys) e rinnovato con O’Hagan (chiamato ancora ad arrangiare gli archi) dimostra che la guardia non si è del tutto abbassata, che lo sguardo è ancora rivolto oltre l’orizzonte.
A fronte di una forte virata verso placidi lidi country rock (Hello Sunshine), folk (le Drake-iane Father Father#1 e #2, la oppiacea e Donovan-iana Sex, War And Robots) e pop classico ( la Wilson-iana Piccolo Snare, dove l’High Llama sciorina meraviglie), l’album in realtà non fa altro che rinnovare il mood da grande schermo di Rings, prefiggendosi altri obiettivi. Non mancano infatti alcune incursioni in territorio rock come Golden Retriever (parte CSNY e prosegue proto-metal) e Out Of Control (gli Hawkwind dell’era Lemmy), assieme a intrattenibili sfoghi di un’indole gigiona impossibile da tenere a freno (Undefeated, la samba di Valet Parking), fino alla conclusiva ed epica Slow Life che mette assieme electro, pop orchestrale per poi ammiccare pesantemente alla Beetlebum di blurresca memoria. Slow sì, ma mica tanto.
Un album irrimediabilmente mellow – leggi: rilassato – per gli standard SFA; forse per questo (o per per puro e semplice sfizio) subirà un drastico restyle in Phantom Phorce (Placid Casuals, aprile 2004), remix concessi da signori come Four Tet, Brave Captain e lo stesso Caldato Jr. Nessuna abiura di quanto fatto, per carità; il progetto successivo vede infatti nuovamente all’opera la medesima squadra, con la differenza che stavolta – e per la prima volta in assoluto – il songwriting è equamente diviso fra Rhys, Bunf, Ieuwan e Ciaran, chiamati anche a spartirsi il microfono. Come dichiara la stessa band, il modello per Love Kraft (Epic, agosto 2005) è Surf’s Up dei Beach Boys e questo, oltre che nella pluralità dei autori, si riflette in un quanto mai massiccio uso di archi da parte di O’Hagan, maestro nel ricreare quei nostalgicissimi landscape tardo-californiani.
Ecco quindi un lavoro dalle atmosfere intense e dal carattere marcatamente classico e rètro, in cui proprio il singolo scelto, Lazer Beam, stona nell’insieme riproponendo certi clichè dei Furries; per il resto Cabin Fever sembra proprio uscita da quel disco dei BB del ’71, Zoom mette assieme Neil Young ed Air, Walk You Home Steely Dan e (ovviamente) High Llamas… Non mancano alcuni scivoloni, come il reiterare un suono trippy che ormai puzza un miglio di ’90 (Pscylone!), e ma quando produzione e songwriting si mantengono sui livelli di una meraviglia popadelica come Atomik Lust, non è proprio il caso di mettersi acercare il pelo nell’uovo. Se questa non è la fatidica “maturità”, le somiglia parecchio.
Run-Away!
Ma i nostri cari Animali di crescere e mettere la testa a posto non ne vogliono proprio sapere, anzi. Dal 2005 le loro attività collaterali sembrano moltiplicarsi magicamente, in un dispendio inesauribile di energie, un rinnovarsi continuo di stimoli, un entusiasmo da seconda adolescenza. Gruff comincia una personalissima carriera solista con Yr Atal Genhedlaeth, dischetto di pop sperimentale su quattro tracce, rigorosamente in lingua madre; a inizio 2007 ha fatto il bis con Candylion, che fa ancora meglio con le sue freakerie folk tinte di rosa-pastello barrettiano, con l’amico O’Hagan sempre presente a dipingere il paesaggio. Intanto è in corso una collaborazione – che è già tutta un programma – col maniaco electro ‘80 Boom Bip nel progetto Neon Neon, di cui si attende presto il primo parto; nel frattempo Rhys sta curando il secondo volume della compilation Welsh Rare Beat – il primo risale al 2005 – e si diletta a ripescare improbabili album di progressive turco. Il tastierista Cian Ciaran non è da meno, dato che a inizio 2006 ha finalmente pubblicato Omni, l’esordio del suo side project Acid Casuals, vecchio quanto i SFA; per non restare indietro, anche Dafydd Ieuan ha messo su un’altra band, i Peth, in cui torna dietro al microfono nientemeno che Rhys Efans.
E’ in questo scenario adrenalinico che si colloca il più recente capitolo della saga, Hey Venus!,che segna anche un cruciale passaggio dei Pelosi alla Rough Trade, oltre all’alleanza con nuovi compagni di viaggio come il producer dei Broken Social Scene David Newfield e l’illustratore giapponese Keiichi Tanaami. Ne abbiamo già parlato in sede di recensione, ma val la pena di rimarcare i punti segnati da questo disco anche qui. Dove i due predecessori soffrivano di una certa pesantezza (in durata e talvolta in sostanza), nonché dell’eredità gravosa (anche in termini di suono) di Rings Around The World, oggi si recupera in agilità e scioltezza, selezionando una tracklist di poco più di mezz’ora in cui i singoli brani sono uno strike pop dietro l’altro.
Oltre alla solita critica, anche il pubblico finalmente gradisce e premia l’album con un buon 11° posto in classifica; in attesa di vederli prossimamente sui palchi d’Europa, sappiate che Suckers, Run-Away, Show Your Hand e Baby Ate My Eightball sono i nomi dei nuovi classici, e se qualche miscredente pensa che i SFA ormai sono belli che alla frutta, ebbene sappia che c’è già un nono album in fase di rifinitura. Insomma, sembra che non ci sbarazzeremo facilmente degli Animaloni. Per loro – e soprattutto, nostra – fortuna.
