Una riflessione su e con Micah P.

La voce di un adulto dentro al corpo di un fanciullo calato nel ruolo di rocker fiero e indi(e)pendente. L'impeto di un ventenne distillato dalle registrazioni in studio e che la dimensione live restituisce nella carnalità del miglior country d’autore. La corrosione di un’anima che si scioglie nella melodia e consegna, a chi ha la pazienza di ascoltare, piccole suite placide ma pericolose, come pozze dalla superficie cheta e dal fondo in ebollizione. Ebbene sì: Micah P. Hinson è cresciuto troppo in fretta, è un ragazzo che si è visto ad un tratto riflesso nello specchio, sorprendendosi a cantare con l’urgenza di chi ha già visto e vissuto. Bruciando le tappe. Bruciandosi gli occhi e l’anima. Eppure, al di là delle forme dei toni e dei registri, le trame ordite con spontaneità e finezza puntano diritte al cuore, tessendo melodrammi romantici che, contagiati da tanta e tale disperazione, finiscono per trasformarsi in intrighi di sottesa paranoia, in nevrotici impasti d’amore e nostalgia.

From the Early days to the satellites

Trovarsi a tu per tu con Micah P. Hinson vuol dire rendersi conto del groviglio di contraddizioni – già parzialmente in nuce nella sua musica, riflesso della duplice identità di ventenne dalla voce e dall’esperienza di vita di un vecchio country man – che ne costituiscono la natura stilistica e personale. Il vecchio corvo e il ragazzino scalmanato, la verve polemica e la frenesia adolescenziale, l’aria navigata e lo sguardo basso, il narcisismo e l’insicurezza. Un palpitante campionario di contrasti cui non sfugge la “manifestazione” live: anche il trionfante tour della scorsa primavera, culminato al Primavera Sound, è una splendida ferita che ancora brucia.

La sua è una pasta tra le più schiette, come chiaramente emerge dalle parole declinate nei racconti più o meno spezzati del ragazzo che è ora, felice del corso che ha preso la propria vita da un lato ed i suoi testi, breviari di una tragica adolescenza, dall’altro. Le impressioni con cui si va via dopo il suo concerto al Covo di Bologna ed il giudizio complessivo che ne deriva, specie – appunto – dal vivo, non possono che tener conto di tutte le antinomie che circondano e compongono il personaggio, ricco com'è di sincero emotional folk-punk nutrito di pacato disincanto, medicamento e sedativo pronto all'uso.

La figura di Micah P. è il risultato di un compromesso esistenziale e musicale: un ragazzo che s’è rotto ossa e sinapsi nella profonda provincia americana dove "l'unico modo di far passare il tempo è farsi di metanfetamine e narcolettici nei college cattolici" e nel quale "mettere incinta una ragazza sembra l'unico modo di far cambiare le cose", ma dove, d'altra parte, trovare una via d'espressione nella scrittura aiuta a migliorarsi e sentirsi vivi". L’autoritratto di artista che ci offre è tinteggiato di una consapevolezza profonda e assieme una schiettezza sfrontata ("Le mie canzoni sono stupide, lo so. Roba da adolescenti. Parlo di ragazze, di rabbia, di incontri clandestini e fortuiti, di telefonate che non arrivano") dal momento che, come il Cobain di Aberdeen, si dichiara cresciuto in uno dei tanti suburbs a stelle e strisce dove la noia diventa una muttura con la quale dover fare i conti, e il paese una sorta di fanta-horror di alieni lobotomizzati contro i quali, a un certo punto, è necessario cospirare, tramare, o perlomeno, ribellarsi.

Eppure, come in ogni vecchia stramaledetta storia e/o rivolta, occorre scontrarsi inevitabilmente con lo smarrimento: la disperazione che, tra le tante vie di fuga possibili, cerca (quando non trova) l'amore come migliore o perlomeno più vicina strada maestra verso una salvezza che sarà, forse inevitabilmente, l'anticamera di un'altra lacerazione.

(Del resto, il Texas di Micah è lo stesso dei natali tormentati di un cantore del disagio americano, della purezza alienata, dell’amore come alpha e omega di una quotidianità arida e sabbiosa: Daniel Johnston. Il genio storto di cui – non troppo curiosamente dal momento che sono compagni di etichetta, la Sketchbook – Micah porta la spilletta sul cappello a visiera)

Dagli unforgettable love struggle all'esperienza mancuniana con gli Earlies

Attraverso i suoi racconti, intravediamo, o crediamo di intravedere, molti ricordi. La leggenda vuole che il giovane insider della scena texana Micah P. Hinson un bel giorno si sia innamorato perdutamente di una vedova nera; una femme fatale in senso quasi classico che ha usato il caustico impasto di attrazione e ingenuità di un ventenne per ottenere ricette false di narcotici. Una brutta abitudine che è costata molto a quello che era probabilmente il fanciullo-artista di allora, che, per meglio dire, ha trasformato quel ragazzo nel male e nel bene: gli ha procurato l’esperienza della galera, della solitudine e, pare, persino dell’accattonaggio.

Ma d’altro canto, forzandolo a vivere negli stenti, gli ha fornito il male di vivere che proverbialmente funziona così bene da fonte di ispirazione. Micah P. Hinson è morto, quindi è nato il Micah P. Hinson sensibile, iroso, intenso e costernato capace di scrivere le canzoni che sono andate a finire sul suo debutto più che (meritatamente) fortunato – Micah P. Hinson and the Gospel of Progress. La rabbia e la vitalità accumulate nel “periodo buio”, imprescindibile fase di transizione tra la fine e il nuovo inizio, si fondono perfettamente tra le chitarre e le batterie dei fidi Earlies, il gruppo dei fratelli Madden che, come ancora una volta leggenda vuole, a un certo punto tirano su il giovane letteralmente dalla strada offrendogli tetto, cibo e sigarette.

Loro, i Gospel of Progress, sono i responsabili di quella trasferta a Manchester che porta alla registrazione del disco così come lo conosciamo. E’ interessante come dalla conversazione emerga un ricordo molto crudo delle sessions di studio, nel quale l'imbarazzo del texano ("Durante le session non conoscevo nessuno, né i fonici né i musicisti, nessuno, io e degli estranei, non è stato facile raccontarmi attraverso la mia musica e i miei testi davanti a gente che non ti ha mai visto prima") si confonde a quello che ha l’aria di una sorta di velato disprezzo; quello che dovrebbe, a rigor di logica, essere un sentimento di gratitudine è stato spazzato via dalla sensazione stringente di sentirsi pesce fuor d'acqua forte della lucida e strafottente visione della realtà che lo circonda e che pare averlo segnato in maniera irreversibile.

Una profonda disillusione che segna di acido cinismo la poetica di Micah, al punto da risultare in qualche modo divertente il profluvio di invettive contro i figli di papà e all the young art dudes che caratterizzano le metropoli del Regno texano, ben conosciuto durante la registrazione del disco. Invettive che ci sbattono in faccia, con una sincerità pari a quella di un vecchio veneto in odor di campagna e con un misto di cronaca e compiacimento, lo statement per cui "un appartamento, anche il più piccolo e infame costa mille dollari, e che tutti quei gruppi che si chiamano The Libertines, The Bravery, sono dei perfetti cretini, che non dicono nulla di nuovo ma sono gli idoli della masse e popolano i rotocalchi” e per questo non vorrebbe mai vivere in Inghilterra, in quel postaccio dove "tutti aspettano, ancora oggi, i nuovi Beatles e Rolling Stones, nel quale i Franz Ferdinand, dormono nei cinque stelle, i Kaiser Chiefs vestiti come damerini provano a entrare nel calderone dei revivalismi giusto perché così va di moda e, come se non bastasse, per la strada non fai che sentire quale stupefacente droga si è fatto Pete Doherty".

Del resto, aggiunge, paese che vai moda che trovi e in madrepatria il business attorno a Daniel Johnston è disgustoso proprio come certe pose già posticce di gente come Devendra Banhart e, in special modo, Johanna Newsom e Cocorosie assortite, sui quali, nonostante siano in tour assieme, Micah non lesina commenti sagaci, spiritosi e irriverenti. In ogni caso le varie dichiarazioni di antipatia suonano come sfoghi che sono anzitutto figli di una rabbia più profonda e generalizzata, oltre di una conquistata scafataggine e certamente di una grinta prorompente: sono perciò lungi dall’instaurare un contro-snobismo da baraccone, piuttosto aprono la strada ad altri discorsi più intimi.

La voce di un adulto dentro al corpo di un fanciullo

Infatti, si arriva presto a parlare delle sue canzoni. Certi suoi discorsi provano il suo non essere ancora completamente uscito fuori dai drammi psichici che lo hanno portato vicino all'auto-annientamento: Micah spiega nervosamente la sensazione di rivivere tutto quello che ha passato ogni volta che si riaccendono le luci del palco, raccontando per l’ennesima volta i racconti disastrosi dei giorni delle sconfitte, della caduta dalla grazia e della fine. Adesso, continua, si ritrova paradossalmente a essere fidanzato con la sorella della “vedova nera” causa dei suoi guai (la prima appare di spalle nella copertina del disco omonimo ndr) e sta bene.

A vedere Micah P. Hinson, a conti fatti, non gli si darebbero sedici anni. Abbracciato a quella chitarra, sul palco, pare un misto tra Costello e Woody Allen, eppure quando arriva il momento di cantare si trasforma in un alt.folkster dalla naturalezza verosimilmente innata, il suo corpo si mimetizza e sparisce nel corpo sonoro: il cuore della questione è ben oltre l'ostacolo dei segni e delle forme. Micah respira lontano, lontanissimo, altrove, coi polmoni pieni del fumo delle sue sigarette e si grida con la voce rauca di chi ne ha fumate troppe. La voglia e la necessità di esprimersi vengono prima di tutto: il resto segue a ruota, fragrante come una pagnotta appena sfornata.

(tutti i testi presi da un’intervista al Covo il 22 aprile 2005)

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