Myss Keta, Milano, Sushi & Weimar: l’insospettabile ponte tra Myss Keta e il costruttivismo russo

So di essere parecchio in ritardo rispetto all’uscita del disco, ma mi sono comunque sentito quasi in dovere di scrivere qualcosa su uno dei fenomeni (non necessariamente) musicali che più mi ha intrigato negli ultimi tempi. Sto parlando di Myss Keta, e il gap temporale che intercorre tra queste righe e l’uscita di UNA VITA IN CAPSLOCK, il suo primo disco, è giustificato da due motivi: il primo è che ho sempre la sensazione che nella mia godereccia fruizione di Keta continui a sfuggirmi qualcosa di inafferrabile. Mi diverte molto ma credo di non capirla quanto dovrei. Il secondo è che sul suo sincretismo italo-pop – e ancora parlo più di cultura che di musica in senso stretto – hanno già speso fin troppe parole in troppi altri. La proposta musicale di Keta, tra pop, electro, fidget house e un sacco di altre cose, e la sua estetica iperrealista e camp, sono state ampiamente sviscerate su praticamente tutti i lidi disponibili. 

Un paio di settimane fa però ho avuto nuovamente il piacere (è la terza edizione che mi conta tra i presenti) di partecipare al MusicalZoo Festival di Brescia. Nella serata di giovedì, dopo Yombe e Coma Cose e prima di Bruno Belissimo, eccola. Velo sul viso e occhiali da sole, gonna rossa in latex e gluteo birichino a fare capolino. Un live anfetaminico, quasi estenuante per la carica cinetica di ogni pezzo, esaltante e disturbante, edonista e perfidamente cinico. E lì mi è arrivato un grande paradosso. Keta è una donna emancipata e indipendente, una figura femminile forte e dirompente, sicuramente dominante. È un ponte femdom tracciato da Craxi all’ultimo berlusconismo, e lo sboccato totem ad un luciferino feticismo cfnm (acronimo di clothed female naked man, una sottocategoria di dominazione femminile) facilmente immaginabile a suo agio con strapon e frustino. Ma affermando la propria femminilità come campionessa di ball busting, eccola pronta a ri-oggettivarsi spontaneamente. Alza la gonna e si schiaffeggia le chiappe, usa lo spastico ed esagitato ballerino di contorno come un palo da lap dance, limona la compagna di Porta Venezia. La sua sessualità è volgare, esibi(zionis)ta. Sembra insomma declinata per adeguarsi pari pari agli stereotipi più ma(s)chisti, pur nella sua vibrante voracità. È uno stridio non da poco. Ma del resto già Cardi B e prima ancora Nicki Minaj non sono state esenti da polemiche a causa della loro estetica chiappa & spada. Fino a che punto è lecito incorporare e cavalcare (letteralmente) l’oggettivazione maschilista? L’ironia giustifica tutto?

Il “problema” insomma è: fai la donna forte e indipendente, e poi passi il live a sculacciarti sul palco? Come Fibra che passava un intero libro a scagliarsi contro il branding come strumento di affermazione sociale, e poi chiudeva Dietrologia con una sua foto griffato Adidas dalla tesa ai piedi. Non stai avallando ciò che vorresti o dovresti combattere? Sull’ultimo numero del Mucchio uscito in edicola, interrogata sulla questione #metoo, la Keta rispondeva così: «È importante che si parli di queste cose: non ci dobbiamo vergognare noi, sono gli uomini a doversi vergognare per quello che fanno. Deve cambiare l’atteggiamento dell’uomo, è questa la vera rivoluzione». E allora mi chiedo: «sono io, uomo, che guardo il suo live e (non) noto questa contraddizione, il problema?». La Donna che Conta come incarnazione, feticcio e (forse) demonizzazione di un tipico arrivismo femminile ma anti-femminista, svilente e da sempre efficacissimo, passa anche attraverso l’estremizzazione pratica di un ruolo sessuale che mortifica e abbruttisce? «In gabbia non ci vado, no no no che non ci vado». Forse parla delle macro-categorie del maschio alpha di cui auspica il superamento, dei suoi pregiudizi e dei suoi automatismi, anziché della galera guadagnata a suon di bamba.

Quanto è facile per lo spettatore del suo live cogliere la chiave ironica della sua esibizione? Certo da sempre l’appropriazione dei codici estetici di una cultura e la loro conseguente estremizzazione è la cifra principale di tante rivendicazioni LGBT eccetera (ora in Canada la sigla più corretta e omnicomprensiva è LGBTQKIIAA, come segnala Barbara Costa in Pornage). Il legame con la comunità gay ecc è certificato da Keta anche e soprattutto nei suoi video, che di fatto costituiscono una buona metà dell’identità complessiva del progetto. Il corrispettivo visual alla musica va in tal senso a parare esattamente dove andava a colpire l’estetica queer dei primi anni ’80, tra Warhol, Bowie, Roxy Music e compagnia. Quindi Amanda Lear in tuta di latex e dobermann al guinzaglio sbattuta sulla cover di For Your Pleasure, e l’ambigua androginia aliena di Ziggy a suggellare il proprio posto nella storia della pop culture. Da qui il ponte con l’elettronica tedesca più fruibile e concettuale al contempo, vedi Kraftwerk e Klaus Nomi, con il secondo che infatti venne notato e spinto proprio da Bowie in uno scambio di influenze estetiche reciproco. 

È facile notare i punti di contatto tra Klaus Nomi, di fatto un cantante lirico prestato alla new wave e al synth pop, e Bowie, anche prescindendo dalle tangenze eminentemente musicali. Il tedesco – così come i Kraftwerk – affondava le sue radici in un cosmo di riferimenti concettuali tra i più disparati: la composizione seriale e la musica concreta di Stockhausen, la kosmik musique, un algido retrofuturismo anni Venti, il costruttivismo russo e tutto il calderone della Repubblica di Weimar (l’espressionismo di Lang, il Bauhaus, il teatro di Brecht, il cabaret dekadent e la musica atonale di Schönberg). Nomi era una presenza scenica cartoonesca, quasi macchiettistica: viso bianco e incerato sul modello delle maschere kabuki del teatro giapponese, capello cubista ingellato e scolpito, identità sessuale molto incerta. Il suo retaggio in tante figure pop successive è evidente, basti pensare al Cappellaio Matto di Tim Burton o ai costumi più faraonici di Vitas. Il fatto che sia stato tra i primi morti “celebri” a causa del virus HIV lo ha reso una figura ancor più di culto nel circuito.

Tutto questo per dire che quelle maneggiate da Keta e date in pasto alla comunità LGBT ecc, sono dinamiche consolidate da tempo, e la gioiosa celebrazione di un plasticoso immaginario al neon targato anni ’80 forse non è che l’ennesima retromania. È insomma un altro rigurgito del decennio più mitizzato recentemente, vedi Stranger Things, l’episodio San Junipero di Black Mirror, e via all’infinito. Stavolta si va a colpire l’electroclash di inizio anni Duemila che, guarda un po’, a sua volta buttava l’occhio indietro fino a Nomi e a tutto quel mondo di elettronicità teutoniche. Il bello di Keta è che la sua è un’ironica rivisitazione tutta italiana, basata sul generatore a random di milanesità stereotipate: strisce, sushi e serate, botox, botte e boutade. È gustosa ed è molto divertente, a patto di tenere bene a mente su quale piano stia giocando. Allora più che una missione post-femminista, quella di Keta sembra – è – una retromania utilitaristica e non molto di più, un ennesimo cortocircuito estetico le cui conseguenze potrebbero anche essere dannose per la causa del #metoo se fruita da un pubblico non abbastanza smaliziato. Forse però non si dovrebbe nemmeno arrivare a chiederle tanto: in fondo il suo è “solo” pop, un cul de sac artistico dagli esiti più cosmetici che etici. Divertente, a condizione di non fare confusione.

31 luglio 2018
31 luglio 2018
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