Mutoid motown. Il sound di Druid Perfume, Human Eye e Frustrations
Detr-oid
Di cosa si compone una scena? Di storie individuali e di storie collettive, che si intrecciano senza soluzioni di continuità. E di un contesto. Quello che oggi fa da quinta teatrale alla scena di cui vi si vuole parlare non è dei migliori; la città dei motori era di fatto una delle capitali mondiali dell’automobile, e sicuramente era negli Stati Uniti città sinonimo di quattro ruote e di motorizzazione di massa, al punto che quando negli States qualcuno si compra un’auto, gli si dice proverbialmente “buon acciaio detroitiano”. Quasi due milioni di persone – oggi dimezzate – lavoravano nelle catene di montaggio di Ford, Chrysler, Dodge, Cadillac. Cose di cui ci si accorge veramente, forse, quando non ci sono più, come in questi anni.
Ma se di crisi si parla fin troppo, di fervido gorgoglio si parla sempre troppo poco. A Detroit noi di SA non ci siamo certo avvicinati per cogliere i frutti acerbi della recessione; ma per gustarci e farvi gustare il marciume vitalissimo che sprizza dalla motor city da ormai almeno dieci anni. Per introdurlo ci rifacciamo solo un poco a quel rumore macchinico e ai clangori ripetuti come sezioni ritmiche figli delle catene di montaggio. Le macchine infernali che animano la scena detroitiana oggi sono androidi e informi; perennemente ancorate nel punk più sanguigno, spiccano voli pindarici di un mutantismo alieno; questi i due elementi con cui definiremmo il core della motown odierna; questi i tratti distintivi musicali che ci fanno parlare oggi – nella nostra schizo-mappatura della città che fu “soulful” e degli Stooges – di mutoid-punk. L’etichetta è densa e stringente, ma non deve escludere una quantità di sfumature di cui faticosamente cercheremo di rendere conto. C’è, dietro ogni angolo android punk, del free-jazz incontrollabile; c’è l’eccentricità del sottobosco post-punk/new wave americano; ci sono artwork ed etichette che confezionano un’estetica irresistibile.
E se una scena è fatta di storie di individui e di gruppi di persone, c’è anche da dire che nella Detroit dei Duemila ciò che sembra funzionare particolarmente bene è la trasversalità di quell’approccio punk mutante, che fa sì che nel discorso che sta avendo la sua introduzione si mescolino e si intreccino luoghi delegati alla musica – anche la più violenta – e all’arte – da piccole gallerie al museo cittadino di arte contemporanea. Ma, fedeli alla ripercussione spaziale figlia dell’estetica android-retro-sci-fi dei Chrome, è là tra gli astri che spariamo il colpo, per poi catapultarci in caduta libera nella città dei motori mutanti… [g.c.]
Human Eye. Eye Am The Human Alien!
Nell’immensità del cosmo, su immense distese spaziotemporali, i gas vanno alla deriva: le scorie di diecimila soli, un diffuso miasma di esplosioni oramai soffocate, di fuochi infernali oramai morti e le furie di centinaia di milioni di formidabili macchie solari…Informi, senza scopo.
Al centro di questo uragano emerge, portandosi dietro un manipolo di creature mostruose a vedersi, la città della macchina, Detroit, Motor City per eccellenza. Il drappello di esseri mutanti che, imbracciata l’usuale strumentazione rock, riesce a varcare le soglie dell’Universo punk sgattaiolando via dalle casematte psych’n’heavy ha per guida lui, Timmy “Vulgar” Lampinen. Biondo, stravagante, cultore dell’improbabile, amante della grafica e devoto asservito al rock’n’roll sguaiato. Lo dicono, innanzitutto, i lavori dei Clone Defects. La Detroit del gruppo è stata quella di Jim Diamond, proprietario della Ghetto Recorders, mitico studio di registrazione analogico, anima e core del suono vintage. Goddamn, Easy Action, Valentinos, Death In Custody, I Accuse, H8 Inc e Amino Acids sono stati gli eroi di questa scena.
Discontinua assai la carriera di Lampinen, Wild Mid Wes, Chuck Fog e Fast Eddie, che ancor’oggi, nel 2008, si esibiscono live. Dapprima il 7″ eponimo (Addition Records/Tom Perkins Records, 1999), registrato e prodotto da Jack White dei White Stripes e stampato in mille copie; poi singoletti quali Scissors Chop (Italy Records, 2000), The Lizard Boy (2000) e Shapes Of Venus (In The Red, 2003). Il primo e il terzo prodotti da Jim Diamond: garanzia di qualità! Così come i piatti forti della casa. Due LP – Blood On Jupiter (Tom Perkins Records, 2001) e Shapes Of Venus (In The Red, 2003) – saturi del sound di Stooges, MC5, Stones e Damned.
Ancora nulla al confronto di quanto sarebbe venuto. Billy Haffer (aka Billy Tornado o Hurricane Williams) Tim lo incontra nel backstage di un concerto dei Defects, al Magic Stick. Così come Johnny Lzr. Nascono gli Human Eye. Alla chitarra c’è lui, l’alieno biondo che fa impazzire il mondo delle sette note: Timmy Vulgar! L’estetica della band sarà ancor più punk che quella dei Defects. Beefheart, Germs, Chrome, Soupy Sales, Residents, Hendrix, Boredoms, Hawkwind, Screamers, Electric Eels, le influenze dello psicotico combo. Esso autodefinisce la propria musica “alien punk” o “experimental psychedelic punk”. Esce l’esordio, per la In The Red, a confermare la veridicità dell’assunto. Siamo nel 2005. L’LP contiene 12 canzoni, scritte per intero da Lampinen, mixate da Tim assieme a Ryan Sabatis dei Piranhas ed eseguite da Johnny Lazer (‘alien pianos’), Thommy Hawk (basso), Timmy Vulgar Lampinen (voce, chitarra, tromba) e ben due batteristi ad alternarsi (Billy Hafner, anche allo xilofono, e Jimmy Vomits). Human Eye, brano apripista, risale le correnti astrali per andarsi a posizionare davanti a quel geoide sonoro che fu abitato dal primo Helios Creed solista (The Last Laugh, 1989). Distorsioni senza posa, chitarre filtrate, interferenze rumorose abbandonate a se stesse, velleitarie ed arty eppure spastiche. Una gran devastazione di generi “classici” (blues, rockabilly, garage, hard rock, scum-punk ecc.) dominata dalla voce, assolutamente non filtrata (Timmy è miglior cantante che non Creed), di Lampinen (Episode People, Girl Named Trouble, Extraterrtrial March, Car Was Alive… durata media due minuti o poco più). I testi, poi, sono altrettanto caustici. Eccovi qui Kill Pop Culture: “Have an alien lazer kill you all! Wanna ufo invasion I wanna help em shut it down i can hear the new culture call“.
Intanto i Nostri partecipano al Gonerfest 2 nel 2005 a Memphis (ma non vengono inclusi nel relativo DVD/CD) e pubblicano un po’ di cose su 7” ed affini (Dinosaur Bones, Spiders And Their Kin, Rare Little Creature, il cd-r Serpent Shadow). Tim, dal canto suo, si perfeziona nel disegnare poster sempre più visionari (vedi le copertine della band, ma non solo quelle!) e si lancia in tour scalmanati – pure in Europa (Madrid, Marsiglia, Firenze) – durante i quali leggenda vuole i musicisti gettino sul pubblico, travestiti da marziani dei b movie, rane, anguille elettriche, serpenti, polpi…Un album nuovo viene incubato nel mentre. La In The Red decide di passare la mano. Billy Tornado (anche al sax stavolta), Johnny Lzr, Brad Hales (Lamps Bass guitar) e Timmy Vulgar suonano nel nuovo Fragments Of The Universe Nurse (Hook Or Crook) sfornando un’epidemia di suoni aliena e virulenta, denunciabile quale spacejazz-noise. Perfetto surrogato di quell’electroshock che mai aveste a patire! [m.p.]
X! Recs, Tasty Soil, Odd Clouds, Jimbo Easter; tra rumore e arte.
Uno dei centri propulsori della Detroit underground ha sede poco fuori dalla motor city più famosa del mondo. È un’etichetta e risponde al nome di X! Recordings; la gestisce Scott Dunkerley e ha il proprio quartier generale in quel di Ferndale, poche miglia a nord di Detroit, in quel dedalo ortogonale di sobborghi e cittadine che formano l’immensa suburbia tipica delle metropoli americane.
Poche uscite quelle contraddistinte dal marchio X! e spesso in formato vinilico minore a testimonianza di un approccio diy mai domo, come conferma Scott via mail: […] Idea e nome della label risalgono al 2003 quand’ero ancora alla high school e volevo far uscire i dischi delle band con cui suonavo (Skinny Fists e Yarbles), poi la cosa è cresciuta: prima qualche cd-r, poi i primi 7” e via via lp e cd. L’incontro con spiriti affini come Terribile Twos mi ha fatto rendere conto che c’erano molte band simili al mio approccio che sarebbe stato giusto riunire sotto lo stesso tetto e promuovere come un unicum.
Una tendenza all’aggregazione che ha dato i suoi frutti proprio in questo ultimo periodo. Due eventi organizzati dalla X! hanno caratterizzato la scena proprio mentre scriviamo questo articolo. In primis l’uscita della compilation Shitfless Decay, programmaticamente sottotitolata New Sounds Of Detroit, in cui fanno bella e spavalda mostra di sé molti dei gioielli di città e dintorni: i veterani Terrible Twos, Tyvek, Human Eye, Frustrations, le nuove leve The Mahonies, Johnny Ill Band, Heroes & Villains, l’ala più freak (Odd Clouds) e out (Tentacle Lizardo), qualche “prestito” (Little Claw); tutte bands stilisticamente diverse ma accomunate dalla trasversalità dell’approccio alle musiche punk. È, però, nelle liner notes dell’album che risiede lo spirito ultimo che ha mosso la X! Recs, nella persona del suo unico titolare Scott Dunkerley, alla compilazione in oggetto. Shiftless Decay racchiude musicalmente il suono che ha definito la scena di Detroit nel periodo 2005-2009, ma anche sociologicamente una riflessione sullo stato della città e della sua suburbia e sulla possibile rinascita culturale attraverso l’arte e la musica.
Il secondo evento è diretta emanazione del primo. Nei martedì del mese di febbraio quasi tutte le band della compilation hanno partecipato a due a due agli Shiftless Decay Thursdays, serate intese per promuovere la compilation omonima ma in realtà, immaginiamo, sorta di mappatura degli scompigli che il sottobosco mutoid-punk della città sta creando: La compilation e la label stessa sono focalizzate principalmente sulle band di Detroit, ma non è che sia contrario a pubblicare gruppi di altre scene, come ad esempio Michael Yonkers. Il fatto è che, solo a Detroit, c’è un tale fermento da documentare e approfondire che non mi restano tempo e soldi per band di altre aree.
Ad inaugurare l’accoppiata Frustrations/Mahonies; a chiudere Terribile Twos e Fontana; in mezzo Tyvek/Johnny Ill Band e Human Eye/Heroes & Villains. Il tutto rigorosamente free al PJ’s Lager House, ennesimo punto di ritrovo di una geografia musicale cittadina che ormai non fa più distinzione tra gallerie d’arte sui generis e localacci maleodoranti e lerci, tra esposizioni di arti visive e approccio diy scalcinato e raw.
Proprio nella serata iniziale era di scena il capo della combriccola X!, Scott Dunkerley col suo attuale progetto Frustrations. Trio considerato di punta in questa nuova alien noise wave cittadina – appropriata definizione fornita da Victim Of Time – i Frustrations sono giovani white trash inquieti e devastanti, in fissa con Birthday Party, post-punk e alienati suoni post-Chrome. Dopo il 7” Nerves Are Fried è stata la volta del disco lungo Glowing Red Pill, concentrato di post-punk in overdrive e reiterazione indiavolata.
Instancabile nonostante l’aspetto low budget, Scott/X! Recs ha già pronto un nuovo asso nella manica: la release del secondo volume della compilation “itinerante” Tarantismo Summit che, come indica il nome, è un inno al tarantolismo. Il primo volume è da poco uscito per l’etichetta di Chicago Rampage e vedeva in scena Smegma, K.K. Rampage, Insect Joy e Ghost Moth. Roba che esula dal contento del presente articolo ma rende sempre l’idea della trasversalità che si respira da quelle parti. [s.p.]
Non solo Ferndale e non solo X! Recs infiammano il sottobosco detroitiano. A ben vedere è tutto il circondario di Detroit a brulicare di personaggi enigmatici e di suoni spigolosi. Senza tirare in ballo la vicina Ann Arbor, basterebbero pochi nomi ultranoti per comprendere quanto l’aria della motor city e delle zone limitrofe sia allo stesso tempo malsana e fertile per personaggi borderline: Stooges, Dirtbombs, White Stripes, giusto per rimanere in ambiti garage-punk.
Prendete Royal Oak, ad esempio; sempre un sobborgo e sempre ad un tiro di schioppo in direzione nord-est dal cuore della città. Lì agisce Chris Pottinger: artista grafico, musicista, “discografico”. Tutto questo (e molto altro ancora) non rigorosamente in questo ordine.
Sul versante prettamente artistico Pottinger è grossomodo un illustratore: armato principalmente di pen & ink ama dilettarsi con una sorta di deturpata art brut fumettistica da applicare indistintamente a cover di dischi, pins, manifesti e ovviamente disegni in formati diversi e alternativamente a colori o b/n. Nulla di dilettantesco, sia chiaro. Il nostro espone pure in circuiti convenzionali e, pare, anche con un certo successo. Pottinger, come nella miglior tradizione del nerd del terzo millennio, non si fa mancare la classica etichetta homemade da nerd 2.0. Il nome scelto è Tasty Soil e nelle rade ma interessanti uscite si premura di pubblicare le weirditudini più off non solo dei progetti di casa – Odd Clouds, Cotton Museum, Slither, tutti ruotanti intorno alla sua figura – o di quelli limitrofi – i Sick Llama del sodale Heath Moerland – ma anche di spiriti affini più o meno noti come Sixes e Thurston Moore.
Tasty Soil – ci conferma Chris telematicamente – è nata sul finire del 2004 perché volevo pubblicare la mia musica e quella dei miei amici, e nello stesso tempo avere il controllo sull’artwork delle uscite. È importante per me che ogni disco che pubblico abbia un artwork interessante che lo accompagni. Voglio pubblicare dischi che la gente, pur ignorandone il contenuto, prenda in mano e guardi anche solo per la copertina. Tasty Soil deve perciò essere molto più di una semplice etichetta: voglio che si focalizzi su poster, magliette, libri, dvd e tutto ciò che mi permetta di disegnare più possibile. Da che ho memoria sono sempre stato interessato dal dipingere creature deformi e bestie.
L’arte, perciò, e l’interazione di questa con la musica sembrano essere al centro dell’universo artistico di Pottinger. Non vi sfuggono le sue attività più strettamente musicali che, a dirla tutta, si svolgono prevalentemente in solitaria coi progetti Cotton Museum e Slither. Slither – in combutta con l’amico Moerland – mortifica il “free-jazz” a base di droni in bassa frequenza, elettronica garbage e sax/clarinetto in modalità improv tanto da far esclamare tempo addietro a Bull Tongue – invero esagerando un po’ – che la musica del duo sia Today’s jazz for today’s playboys; Cotton Museum invece è il progetto onanistico-rumorista di Pottinger armato di theremin + synth + oscillatori ed elettronica sfatta: lunghi drones di rumore bianco nella migliore (peggiore?) tradizione della vicina Ann Arbor in cui riemerge il legame arte visuale/musica: Cotton Museum è partito come progetto harsh crudo e grezzo, ma negli anni si è spostato verso una maggiore complessità focalizzandosi su suoni fuori asse. Ho sempre sentito i suoni CM come provenienti direttamente dalle bestie e dai mostri che ritraggo nelle copertine, come se fossero i field recordings dei luoghi immaginari dove quegli esseri vivono.
Entrambi i progetti hanno uscite indifferentemente in k7, vinile, cd-r per etichette come Fag Tapes, Not Not Fun e la nostrana Qbico, a testimonianza della credibilità in certi giri underground più o meno free, più o meno grezzi.
È però il progetto Odd Clouds ad attirare la nostra attenzione. Sorta di collettivo/supergruppo aperto – per quanto la seconda definizione possa risultare bizzarra visto che si parla di musiche decisamente “di nicchia” – Odd Clouds ruota intorno a mr. Tasty Soil e ad altri svitati come il già citato Heath Moerland aka Sick Llama e Jamie Jimbo Easter. Più la degenerazione weird del suono psych che la trasfigurazione del suono della Detroit dei 60s, in realtà, ma è impossibile evitare di parlarne in questa sede, in quanto parte integrante di quel sottobosco mutoide – si veda la compilation-manifesto da cui siamo partiti – cui facciamo riferimento. Tra i tanti progetti di Pottinger, Odd Clouds sembra quello più intento a “mutare” dal di dentro gli stilemi di una tradizione; che in questo caso abbia poco a che vedere con quella genericamente raw-rock di altri gruppi esaminati qui, poco importa. È il modus operandi che conta.
Nella frantumata discografia Odd Clouds spicca, insieme all’omonimo vinile per Qbico, il cd-r Cleft Foot Of The Woods. Vera e propria summa dell’operato del collettivo è nelle parole di Pottinger una sorta di tributo alla vita delle foreste attraverso rumorismo e jazz libero, stralci weird-folk e percussività ossessiva, spesso in modalità impro che si muove come un monolite lungo 11 tracce untitled e 74 minuti di puro delirio/deliquio.
Legato a doppia mandata con la Tasty Soil e con Pottinger è un altro personaggio della Detroit più out & weird. Il suo nome è già noto a quanti siano avvezzi a frequentare le melmose paludi dell’underground Usa. Voce e automutilazioni punk per i seminali Piranhas e membro (futuro o passato, a titolo definitivo o meno non è dato sapere) di Little Claw, Jamie “Jimbo” Easter è l’ennesimo personaggio inquietante prodotto dalla Detroit degli ultimi anni a meritare un posto d’onore nella presente indagine perché anche lui cortocircuita punk e arte, come ricorda Pottinger: Posso affermare tranquillamente che siamo diventati amici attraverso la musica e l’arte. Il mio rapporto con lui risale al 2002, quando dopo una performance che tenni come Cotton Museum all’annuale festival Noise Camp organizzato dai tipi di Time Stereo (gente del giro Ufo Factory/His Name Is Alive, nda), rimanemmo a parlare della nostra ossessione per i ritratti di bestie e mostri.
Da quella chiacchierata, complice anche lo scioglimento dei Piranhas, nasce il sodalizio che avrebbe portato a Odd Clouds – sorta di comune musicale primi anni 70, la definisce sempre Pottinger – e a numerosi travasi, prestiti, collaborazioni in campo strettamente artistico.
Personaggio chiave, dicevamo questo James Easter, per comprendere il sottobosco arty-alien-punk di Detroit. C’è lui infatti dietro i fantastici Druid Perfume – di cui leggerete più avanti – ma ultimamente Jimbo si è riciclato come il più weirdo performance artist della città dal punto di vista meramente artistico: scultore, illustratore, pittore sempre sul filone artbruttista più mongoloide. Cosa questa che ci viene confermata da Scott della X! Recs: Non solo Jamie Easter ma anche Timmy Vulgar (Human Eye) hanno sempre fatto arte e un po’ meno art-shows; è però pur vero che entrambi con le rispettive band hanno sempre considerato molto l’aspetto visuale dei live, molto più della media delle band da queste parti. Qualcosa che si può definire mutoid-punk e che si può considerare come outsider art che va di pari passo con le loro musiche da outsider.
Una retrospettiva/omaggio/celebrazione delle opere di Jimbo Easter è proprio in questi giorni ospitata da un altro luogo famoso per i cortocircuiti tra esposizioni d’arte e musiche off, la UFO Factory gestita da Davin Brainard, Dion Fisher e quel Warren Defever fondatore di His Name Is Alive.
È nei programmi schedulati da posti come questa art-gallery che risiede forse il senso ultimo del suono mutoide e mutante della scena detroitiana: art-shows in cui collidono la pop-art trasfigurata di Dion Fischer e le asperità di Wolf Eyes, la concettualità buddista e post-postmoderna del progetto HNH – Humanities Not Heroes di Trong G. Nguyen (obbligatorio approfondire) – e il post-punk alieno dei Druid Perfume di Easter.
L’Ufo Factory – continua sempre Scott via mail – ha fatto molti ottimi show in passato, sia d’arte che di musica…c’è inoltre uno studio di registrazione gestito da Warren di His Name Is Alive. I Druid Perfume ad esempio hanno registrato tutto lì, così come si accingono a fare Terrible Twos e i miei Frustrations.
Un luogo minuscolo, con le pareti completamente color argento che ricordano giocoforza quelle di una astronave aliena. Una TAZ (le zone temporaneamente autonome teorizzate da Hakim Bey, a.k.a. Peter Lamborn Wilson) nel cuore dismesso della città, l’Easter Market district, riconosciuta perfino dal Mocad, il Museo di Arte Contemporanea di Detroit che ha ospitato una installazione che riproduceva in cardboard gli spazi della galleria. Un luogo in cui ha sede la Church Of The Infinite gestita dal reverendo Dion Fischer e disponibile per matrimoni, funerali, battesimi e quant’altro; in cui si organizzano concerti/proiezioni/colazioni all’alba incentrate sul 2012 (Silver Sunrise) o eventi musicali per festeggiare il piano argentato appena acquisito. Insomma, qualcosa che tende a motivare e smuovere la fantasia della Detroit underground. A playhouse for arty outsiders, in definitiva.
A dirla tutta, Chris Pottinger sembra però scettico sulla sopravvivenza di questa ondata a metà tra punk alieno e arte concettuale: La scena mutoid-punk di Detroit è molto interessante, ma credo che qualche anno fa fosse veramente eccitante. Oggigiorno è difficile trovare uno spazio in cui organizzare weirdo-music show tanto che credo sia sempre più arduo iniziare per le nuove band. Realisticamente, la Ufo Factory gestita dalla crew di Time Stereo è una delle poche art-venues che organizza concerti regolarmente.
Cosa che apparentemente stride col nostro articolo, tanto e tale il fermento che agita la città e i suoi sobborghi in questo periodo. [s.p.]
I diseredati
Infatti intorno ai poli di cui ci siamo occupati, c’è una intera genia in fermento continuo che diviene impossibile focalizzare in qualsivoglia compilation, per quanto lungimirante fermoimmagine di un suono tentacolare in continuo mutamento essa possa essere.
Ecco così che accanto a quei nomi già (ehm) noti, si aggirano per i basement metropolitani o in scalcinati bar disposti a tutto pur di attirare movimento, bands di furibondi capaci di declinare in varie forme il concetto di (dopo)punk, zozzo e garagey o deviante e mutoide poco importa.
Spesso, al centro di questo vorticoso riprodursi di mutanti dopo-punk – mutante mutandis, verrebbe da pensare – si ritrova lui, Timmy Vulgar (de)mente di Human Eye/Clone Defects. Alieno visionario e volgare, sboccato quanto completamente folle, spalma le sue perversioni tra vari moniker. I Reptile Forcefield innanzitutto; sorta di Devo psychodelic più raw e rissosi, strutturati as usual nella sacra triade rock (Vulgar a chitarra e voce, Ben alla batteria e Sean al basso) con un 7” in uscita per Solid Sex Lovie Doll Records e una quanto mai appropriata traccia disponibile sul myspace dall’eloquente titolo Alien Creeps. Oppure nella incarnazione più zozza, sguaiata e garagey del solo project Timmy’s Organism, in cui a raggiungerlo è spesso il sodale Fast Eddie.
A far compagnia al volgare per antonomasia, ci sono però degni compari. Ad esempio i Tentacle Lizardo e Tentacle Saxophone, misteriosi e scarsamente prolifici – per usare un eufemismo, dato che la pubblicazione di dischi sembra essere giusto un optional – duetti batteria/basso e batteria/sax ruotanti intorno al drummer Christmas Woods. Uno che cambia ragione sociale come cambia le mutande; uno che dichiara a chiare lettere I am not human anymore su uno dei suoi infiniti myspace; uno che sembra capace di sondare l’intero spettro delle musiche larvatamente rock passando con nonchalance dalle declinazioni noise a quelle post-punk abbrutite, dal black metal sintetico da immaginario Dungeons&Dragons di Fantastic Dungeon alla onanistica art-brut del collettivo E.A.R. Immortal, per finire con l’electro-pop deviato di Ill Tongue o con la lounge da cabaret satanico del progetto omonimo. L’elenco potrebbe realmente continuare, tanti e tali sono i moniker sotto i quali si rifrange la musica di Woods, ma giusto per inquadrarne la follia latente, basta leggere ciò che scrive di sé: I am a creature of habit seeking myth, might and magic. I am child of the living dead who happily plays in the blood and bile of slayed beasts of lore. I tell stories with harsh noise to warn the coming of the TENTACLE. BEWARE foolish humans for your existence is but a mere teardropped stain on my cape of terror. I am TENTACLE LIZARDO!
Roba che proprio nell’ascolto di Tentacle Lizardo risulta essere piuttosto affine alla realtà delle cose. Accompagnato dal basso di Chris Fusion, Tentacle Lizardo sembra uno spin-off di Hella e Lightning Bolt in fissa col metal e con i giochi di ruolo. Il sax di Ryan Sabatis che lo accompagna in Tentacle Saxophone invece ne propone una variante (ehm) jazz ancor più schizoide e aliena. Da dissociati, insomma. Ma credo che questo sia ben chiaro ormai.
Intorno a questi veri e propri personaggi ruota ancora un microcosmo sfaccettato e lurido che assume di volta in volta connotati musicali diversi: giusto per rimanere sul versante garage-rock Lee Marvin Computer Arm e Mahonies, ad esempio. I primi, un sestetto aperto dagli umori fortemente sixties, sono addirittura additati come The future of Detroit Rock dalla stampa locale e hanno un nuovo album in dirittura d’arrivo per Italy Records, altra realtà che andrebbe investigata a fondo, se solo ci fosse lo spazio. I Mahonies, invece, sono un duo formato under the influence of many beers, e si dilettano a sputare fuori grezze minuterie rock con piglio punk e dissacratorio come d’ordinanza nel loro unico 7” per X!. Più articolati sono i suoni prodotti da altri nomi sconosciuti ai più, magari già sciolti e riformati sotto altri nomi come Mountains & Rainbows – al confine tra psych, impro e rock grezzo –, Gardens, trio in fissa pesante coi Velvet o gli oramai incensati ovunque Tyvek che dopo aver mutato per ragioni di copyright il moniker in Tivjk ed esser stati inseriti praticamente ovunque nel filone shitgaze, continuano imperterriti a produrre vinili su vinili di garage storto e spastico. L’attualizzazione mutata del rock, in definitiva. [s.p.]
Piranhas
Si diceva sopra di Jamie “Jimbo” Easter e del fermento che si raccoglie intorno al suo convincente nuovo progetto, i nascenti Druid Perfume, che ha proposto di mettere in piedi all’amico Bryan Wade all’inizio del 2008; una summa e parziale pretesto per questo articolo di mappatura della città dei motori. In effetti il brivido che corre lungo la schiena mentre si ascolta il loro recentissimo self titled è qualcosa che raccoglie una sommatoria di unghie che per anni hanno minato e scavato la nostra pelle e le nostre orecchie – tutte provenienti dai suoni lontani da noi, ma vicini tra loro, di una città decadente ma fervidissima.
Per arrivare ai Druid Perfume, è di piacevole obbligo parlare innanzitutto della formazione da cui la band di oggi ha preso corpo, se non altro per il passaggio massivo dei componenti da un gruppo all’altro. Stiamo parlando dei Piranhas, formazione leggendaria che per ferocia punk-oriented e per estetica seminalmente deviata e mutante è stato un sicuro pilastro della Detroit di cui vi parliamo.
Chris Pottinger probabilmente si riferiva infatti a loro e a Human Eye, quando faceva cenno, durante la nostra conversazione via mail, ai bei tempi andati (qualche anno fa, non di più) in cui la scena mutoid-punk detroitiana era veramente fresca e frizzante. E se la sfilza di nomi che oggi vi proponiamo lo contraddice di facto, è la facilità di impatto dei piccoli ferocissimi pesci che pensiamo avesse in mente Chris quando chiosava così il lustro passato. I Piranhas sono brutti sporchi e cattivi, sono il cuore punk (ma anche garage) della faccenda, ma soprattutto sono agitatori. Non agitatori sociali, niente agit prop, ma agitatori fisici. È la massa la chiave del suono dei Piranhas. Lo si intuisce fin dalle due primissime uscite, ancora non assestate nella formazione: il singolo d’esordio Garbage Can (Addition Records/Tom Perkins Records, 1999) e il 12 pollici Piranhas Attack (Tom Perkins Records, 2000) – che fa guadagnare alla band la copertina di Maximum Rock n’ Roll – vero spasmo punk (sentite Hard To Do) dove però il suono è ancora memore della dirompenza del garage più puro.
Tutto aggredisce della carica dei Piranhas; tutti e cinque i componenti – Nai, Ami, Jamie, Brian, Karl, Ryan – ce lo dimostrano nel vero debutto full-length, Erotic Grit Movies, uscito nel 2002 per la In The Red, etichetta in cui i pesci sembrano nuotare con la disinvoltura di casa, e per cui faranno uscire anche il successivo sguaiato canto del cigno Piscis Clangor, del 2004. Ma non andiamo troppo di fretta, resistiamo alla tentazione di seguire i folli binari del combo. Se ci sono due cose che dei Piranhas rimangono tatuate nelle orecchie, sono la voce smaccatamente eccessiva di Jamie e l’organo impazzito di Ami, che trascina i riff della chitarra verso velocità supersoniche o gorgoglii infernali. Pare ovvio parlare di denti e tagli; quella tastiera – rubata alle spiagge della West Coast – rende scellerato e ancor più tagliente il sound di Erotic Grit Movies, dove inizia a prendere una maggiore autorità rispetto agli esordi. Ma un altro elemento da non dimenticare è il sax, strumento che ci traghetterà verso i druidi. Lo suonerà Bryan Wade, e si fa sentire già da Soft Mold Prisons (in Piscis Clangor), traccia che prima occhieggia al jazz modale e lo trasfigura in una visione quasi sci-fi a bassissima definizione, melmoso ma sempre e comunque inevitabilmente dentato. Sempre in Piscis, i latrati della title-track ci fanno pensare a qualcosa che lentamente si allontanano dalla veemenza punk per raggiungere uno statuto di declamazione sgolata; nascono probabilmente qui i timbri vocali di Jamie che poi sentiremo nel nuovo gruppo che sa di druido.
Certo un riassunto sulla vicenda Piranhas non potrebbe finire qui; si dimenticherebbe di singoli come Dictating Machine Service (Rocknroll Blitzkrieg, 2002) ma soprattutto di quella che forse è la vera dimensione totale dei piranha della città dei motori. Si è detto dell’attenzione all’aspetto visivo e performativo di Jamie “Jimbo” Easter; e se i dischi sotto la ragione sociale Piranhas non mancano di farci sballottare la carne, è anche vero che fanno immediatamente pensare alla foga che questi cinque potevano esprimere dal vivo. Una delle loro ultime apparizioni è stata sotto il natale scorso, in un concerto proprio a Detroit di cui si fa menzione da qualche parte nella rete. La vera testimonianza a portata di tutti è però raccolta e consegnataci nel Live On WFMU, registrazione di un concerto del 24 gennaio 2003 in una radio del New Jersey; purtroppo neanche qui possiamo cogliere la carica visiva del combo – ma un’idea ce la si può fare sentendo il modo in cui risolvono decomprimendone in successive esplosioni il riff della finale Isolation – presente appunto in Dictating…, il 7” sopra menzionato.
In definitiva il punk dei Piranhas è fatto di addizione e di continua esplosione. È uno sfogo sulla lunga distanza con fortissimo potere aggregativo – e quindi anche in questo fondamentale per la scena mutoide di Detroit. Ascoltandoli non vengono certo in mente Chrome – paradossalmente risuonano più i Deerhoof e i loro discepoli, comunque spazzati da quella voce anti-indulgente e da quella velocità supersonica figlia della velocizzazione del punk. Ma anche, per tornare alla chiave garage di cui sopra, viene in mente quella psichedelia di metà Sessanta – ascoltate la versione del live di My Desease per avere un’idea di quello di cui stiamo parlando. E, esagerando un poco, si pascola fino nella no-wave nel lato B di Dictating…, come nel caos intollerabile di cui raccontano i testimoni della sala prove in cui i primi PF provavano liberi Interstellar Overdrive. E, infine c’è l’ironia dalla loro; quella con cui rubano a un luna-park i jingle di Piranhas Attack, facendoli diventare anthem deturpati. [g.c.]
Druid Perfume
Insomma, una la costante nei Piranhas; trattare con foga qualsiasi riferimento. In questo i Druid Perfume non sembrano figli loro; e però l’anagrafe ci smentisce. Nei Druid confluiscono infatti tre dei cinque piranha della formazione dei dischi su In The Red – per l’esattezza Jamie “Jimbo” Easter, Ryan Sabatis e Bryan Wade. E sicuramente i druidi hanno ancora in bocca il sapore del sangue delle razzie acquatiche del gruppo di provenienza. Eppure l’esperienza della storica band In The Red in qualche modo è svanita. Brian, da noi intervistato in proposito, si prende poco sul serio e minimizza:
“Riguardo al nostro rapporto con Ian e Ami, chitarra e tastiere dei Piranhas, siamo ancora buoni amici. Quella band ha semplicemente finito il suo corso, agli occhi di tutte le persone che ne erano coinvolte. Parlando invece di cosa è cambiato musicalmente, posso dire che i Druid Perfume sono una cosa del tutto diversa. Il modo in cui scriviamo è molto più “sciolto”, quasi sfilacciato, ognuno di noi contribuisce, e soprattutto nessuno di noi pensa a cosa facevano prima i Piranhas e a cosa fanno ora i Druid Perfume. L’unica cosa rimasta uguale è che ci sono ancora cinque idioti che si mostrano le terga a vicenda”.
Comunque sia, se dovessimo trovare dietro ai DP un albero genealogico immanente (quindi basato solo sulla musica come testo) e tutto interno a Detroit, forse approcceremmo più Human Eye che Piranhas. Di fatto, non smettiamo di dirlo, è una matrice intera che schizza le sue linee storte verso la vicenda dei Perfume. Storia che inizia acusticamente solo qualche mese fa, con la pubblicazione dello splendido self titled, che qui su SA vi abbiamo presentato il mese scorso.
Il 2008 aveva già partorito un altro supergruppo dalle parti della motor city. Si chiamavano Fashion e pescavano da Terrible Twos, The Mahonies, Tentacle Lizardo e ovviamente Piranhas. Ma i protagonisti dell’anno rimarranno innegabilmente i Druid. Del loro album di debutto dà notizia il co-proprietario della piccola etichetta Pigs, per cui uscirà a dicembre 2008, su un forum, un paio di mesi prima dell’uscita – specificando di non accettare pre-order, e sotto sotto già sapendo di fare il botto.
Certo i Druid Perfume sono innanzitutto dei maestri nel sapersi scegliere i riferimenti, che disposti su un tavolo uno affianco all’altro, come carte, fanno venire davvero voglia di giocare. La prima cosa di cui ci si stupisce, dato il paragone con la band di provenienza, è la trasformazione del piglio vocale di Jamie. Non più un ossesso punk ma un maturo – post-hippy – declamatore con l’ugola in fiamme. C’è innanzitutto, dietro al suo nuovo modo di prevalere, la raucedine cadenzata di Captain Beefheart; ma non solo. Tutto il suono Druid Perfume è in qualche modo figlio dell’attitudine free dei Sessanta. La voce risente dei happening, dei jukebox idrogenati di Allen Ginsberg, e solo da lì partendo – e sopra tornando – del para-blues/anti-blues delle folli armonie di Don Van Vliet.
A piè pari si va nel terreno che in suolo vicino al nostro ricorda ovviamente gli Zu, e cioè il free-jazz fragoroso del sax. I Perfume però sono in grado di fare di più, cioè di riuscire ad avvicinare le modalità jazz, quei riff sostenuti dal sassofono di Wade e poi lasciati andare come cani liberati dal guinzaglio verso accidentate lande free – lande in cui lo strumento a fiato spesso rincorre o si fa rincorrere dalle macchine analogiche.
L’estetica anche qui è insomma l’accrescimento smodato, a volte. Ma più a parole che ai fatti – come invece facevano i Piranhas. Si legga l’auto-descrizione sul loro MySpace per avere conferma (www.myspace.com/druidperfume); proprio lì si menziona la componente circense, altra chiave espressa nel sound dei druidi, che li avvicina alla parabola di Laughing Clowns, oltre che ai Lubricated Goat del nuovissimo mondo, e, ancora su beefheartiana memoria, a Stu Spasm.
Si pensi poi anche a una leggendaria band post-punk/newwave che proveniva anch’essa da territori lontani dalle metropoli LA e NY, ovvero i Debris; un viaggio fino a metà Settanta fatto forse per arrivare all’ultimo tassello per così dire “naturale” da citare, parlando della creatura detroitiana. Parliamo dei Pere Ubu, per almeno un paio di buone ragioni. La prima risiede in una sorta di suddivisione interna del sound dei DP, che riesce a miscelare gli elementi pur mantenendo una scissione coerente e sinergica tra sezione ritmica rock e dada-follia free. Una scelta che già David Thomas, a suo tempo, sanzionava, durante i live dei figli di Jarry, segnando con un gesso sul palco la riga che divideva la parte intellettuale della band da quella primordialmente rock. Ego Death dei DP è la traccia che forse si espone meglio a questo paragone, con quel suo rapporto tra synth/theremin-sassofono da un lato e batteria-basso-chitarra dall’altro, con la voce e la decelerazione che fanno da collante dell’assurdo.
Di micro in macro, e per finire, c’è poi un confronto possibile tra la Cleveland di allora con la Detroit di oggi; due città industriali in crisi, due realtà che devono raccogliere i pezzi del capitalismo che vedono a pezzi; due posti dove la musica in determinati momenti ha fatto versare litri di inchiostro.
Insomma nei Druid Perfume c’è tutta l’arte del florilegio che ha in sé la scena di Detroit. Chiamiamo a testimone anche l’ancor più recente 7” Goat Skin Glue (Italy Records, 2009), ma soprattutto il DVD appena uscito sulla parabola Perfume, che ci sembra un po’ chiuda il cerchio con musica e immagini della motor city druida e mutoide. I diretti interessati glissano ironicamente in proposito:
“Il DVD è solo una compilation di pezzi di show dell’anno scorso. C’è un po’ di gente che ha girato dei video durante i nostri live e poi li ha condivisi con noi. Il nostro amico Davin Brainard ha editato il tutto e l’ha infiocchettato, art work compreso. Ma non siamo tanto soddisfatti; su video non abbiamo la fisicità che vorremmo, sapete, ci piacerebbe avere dei fisici scolpiti e oleati tipo quelli dei Manowar. Fortunatamente abbiamo tutta la primavera davanti per rinnovare a fondo la nostra immagine…
“A proposito di Detroit, poi, sì, la puoi sicuramente chiamare “scena”, ma la cosa non significa poi molto per noi. Abbiamo attorno grandissime band con cui suonare, e tante delle persone che le compongono sono nostri grandi amici da tanto tempo. Ciò detto, nessuno si preoccupa di stare dentro “generi” o “scene”. Facciamo solo la musica che ci piace, vogliamo che le nostre orecchie siano colpite dal suono di una navicella spaziale che si scontra con il vertice della classifica di Billboard. Davvero.”
Ma forse dietro questa scrollata di spalle c’è una forma sottile “di autoconsapevolezza”. Di fatto, a far cortocircuitare più parti di questo articolo, a brevissimo usciranno due 7” dei DP, uno su X! Records e uno su M’Lady’s Records.
Non si può poi non menzionare uno degli strumenti per così dire “interni” di Detroit più efficaci di auto-rappresentazione. Per concludere il sopralluogo sul mutoidismo di Detroit, andate a visitare il sito Detroit Art Space (www.detroitartspace.10eastern.com). E, come suggerisce il gestore, “Stay Tuned for Fut! ure Events!” [g.c.]
