Nella mente di Ernest: intervista a Washed Out

Ultimamente, il concetto di visual album sta prendendo piede in maniera concreta, dal momento in cui la cultura pop dell’epoca in cui viviamo è fondamentalmente inscindibile dal concetto-base di multimedialità. Se un tempo la pratica poteva essere un vezzo megalomane ad uso e consumo di pochi (The Wall, 1980), o intesa/fraintesa come pura e semplice forma estetica e promozionale – il videoclip, oppure i film iconografici dei Sessanta, come A Hard Day’s Night (R. Lester, 1964) – o ancora semplice corredo scenografico (i visuals proiettati durante i live), adesso il concetto di A/V è intrinseco all’opera stessa, promosso a complemento, a protesi autentica della parte sonora, anche e soprattutto come rivendicazione post-modernista e specchio dell’internet culture e della massiccia dose di layers e informazioni (visive e non) che la multimedialità di cui sopra, inevitabilmente, comporta. Accade che quest’usanza s’insinui nei meccanismi degli alti papaveri del music business (leggi alla voce Jay ZBeyoncè), e che pure il celeberrimo carrozzone pop dei VMAs di MTV abbia voluto promuovere il visual album come forma concreta e pura, come successore legittimo del video musicale. Potremmo dire che le due cose si muovono pedissequamente, ma non è questo ciò che ci interessa: l’importante è comprenderne le intenzioni. Ecco, uno che è sempre stato chiaro con tutti, riguardo alle proprie intenzioni e al proprio immaginario (visivo e sonoro), è Ernest Greene, in arte Washed Out.

Washed Out, come molti sapranno, è un personaggio sorto in un periodo molto vivido in cui la cosiddetta bedroom music trovava spazi sempre più ampi tra le trame fitte del web, in un crescente culto di blogger e diggers devoti ad oscuri producers, carneadi e autori in rampa auto-promossisi attraverso piattaforme di uso comune quali Bandcamp e My Space; in quell’estate del 2009 si assisteva infatti a un’ondata di novità che se non altro sapeva di “già sentito, già esplorato” – e la volgare terminologia retro-wave dice molto a riguardo – sebbene filtrato attraverso i prismi del post-moderno e rinfrescato da un immaginario ben definito che sposava concetti e modalità della chillout music, della psichedelia e di un amore platonico per luoghi tropicali immaginifici ed universi sgranati contenuti in piccole polaroid. Greene esplorava con la sua musica il concetto stesso di saudade, come e quanto autori coevi quali Neon Indian e Toro y Moi – insomma, il giro è quello, lo sappiamo. Ciò che mancava nella produzione di Washed Out era però un’autentica retrospettiva che calasse l’ascoltatore in questa dimensione onirica e tangibile al tempo stesso, un’avventura a ritroso nei ricordi, un tuffo in quel senso effimero di nostalgia per qualcosa che, in realtà, non abbiamo mai vissuto. Così Greene, ormai giunto alla soglia dei trentacinque anni, ci dona la sua opera più ambiziosa e completa, Mister Mellow, un visual album giallognolo e “carrolliano” che cela in sé una miriade di significati ed immaginari e dice molto sul passato del producer statunitense, oltre che sul suo presente.

Quando lo raggiungiamo telefonicamente per farci raccontare la genesi della sua opus mnemonica, Ernest si trova nella sua casa-studio di Atlanta, in cui c’invita a “entrare”, a patto che «vi togliate le scarpe». «Abito qui da quasi cinque anni, ormai: mi sono trasferito già quando ero giovanissimo, durante gli studi, da Perry, il paesino di provincia in cui sono nato e cresciuto, ad Atlanta. Molte delle cose che avete ascoltato a nome Washed Out le ho realizzate qui, tra queste mura: il mio studio è anche diventato casa mia, per motivi di necessità, dal momento in cui mi sono sposato e ho avuto una figlia; ma questa, più che una casa, è proprio un frammento, una parte di me». Ci sentiamo a maggior ragione “costretti” ad entrare in punta di piedi, ma Ernest è un padrone di casa gentile, pacato: «tutti ormai hanno visto casa mia, o almeno parte di essa: il letto di Within and Without, così come le foto dell’artwork, sono tutti interni, oggetti, mobili, angoli della mia “alcova”(ride); voglio che l’ascoltatore si senta a casa, che entri nella mia dimensione affinché possa comprendere il mio linguaggio, e affinché io possa stabilire con lui un determinato grado di confidenza».

Forse è anche e soprattutto per questo motivo che l’immaginario e il modus operandi “casalingo” e DIY di Greene è così forte ed efficace; non è un caso che il suo album precedente, il complesso, stratificato ed artificioso (in senso buono) Paracosm (2013), abbia un artwork naturalistico ma non naturale, grafico, non legato a degli interni concreti ma a luoghi immaginifici: «L’immaginario di Paracosm doveva giocoforza distaccarsi dalla dimensione domestica: ho fatto un ponderato ed accurato lavoro per rendere graficamente efficace quella sensazione di “fauna in moto continuo” che permea l’album. Lo registrai in uno studio lontano da casa, per motivi pratici ma anche perché volevo che rendesse al meglio l’idea di spazialità, di trasversalità sonora, e che uscisse come qualcosa che ti porta in un luogo “altro”, lontano dalla tua camera dal letto o dal tuo ufficio».

Gli chiedo quindi come mai abbia deciso, con questo Mister Mellow, di tornare a una forma più essenziale, confidenziale, intima: “«Premetto che è un album che è il frutto di due anni di lavoro, altrimenti non riuscirei a spiegare meglio questa mia “scomparsa” dalle scene per quasi quattro anni! (ride). Come puoi notare, Mister Mellow si muove come un flusso continuo, perché in quei due anni ho raccolto, collezionato, editato e incollato tra loro un numero non quantificabile di registrazioni, loop, samples e così via. Per me il sampling è una forma d’arte essenziale, diciamo che è la base da cui sono partito e a cui di tanto in tanto mi piace tornare. Con Paracosm ho provato a lavorare molto di più su un’idea di band in senso stretto, infatti il suono è più ampio, gli elementi quasi si accavallano e l’approccio è molto più “analogico”; qui sono tornato alle radici, al mio piccolo studio, anche per un motivo personale, oltre che pratico: faccio molta fatica a non esprimermi attraverso i ricordi, le memorie, le sensazioni e le esperienze che la vita di tutti i giorni mi dona. Così, come ho incollato i frammenti sonori, anche i ricordi contenuti nell’album sono il frutto di un collage elaborato. Dopo aver accumulato demo su demo, provini, bozze, ho trovato una forma compiuta a quest’opera che più di ogni altra rappresenta chi sono, e cosa significhi per me fare questo mestiere».

La complessità e l’accuratezza con cui questi “frammenti” sono stati forgiati riportano inevitabilmente a una forma completa che, come scritto sopra, si traduce in un dialogo audio/visuale molto chiaro nelle intenzioni e nel messaggio: «Ho raggiunto piena consapevolezza dell’opera quando ho iniziato a entrare in contatto con alcuni dei miei grafici e artisti preferiti in merito alla promozione del disco, al layout dell’artwork e ad altri fattori prettamente visivi. Dopo alcuni confronti, ho iniziato a contemplare l’idea che l’album, più che semplici ed isolati videoclip, potesse avvalersi di un vero e proprio corredo visivo, sincronizzato con ogni minuto e secondo del disco: questa considerazione ha completamente ribaltato la mia concezione dell’opera, e mi ha permesso di collaborare con professionisti incredibili che avevano già capito la mia intenzione e la mia visione d’insieme. Questa sincronia è il perno attorno a cui ruota l’album: prendi ad esempio Winston Hacking, un grafico e animatore molto interessante che ha sviluppato negli anni una tecnica di collage sopraffina; rendeva perfettamente il mood e la “forma” delle tracce, che sono appunto nella maggior parte dei casi dei collage, come detto.

È stato anche un modo interessante di lavorare su un immaginario privato, di rimettere mano alle istantanee della mia infanzia e renderle animate, di far rivivere quei momenti, nonché una buona occasione per creare un’esperienza più immersiva e totalizzante. È una cosa che adoro della musica, la possibilità di calarti in un flusso, come in un trip psichedelico. È stato molto genuino, intenso e a tratti commovente, se devo dirla tutta:  è proprio in questo che Mister Mellow rispecchia una parte di me, di ciò che sono stato. Ad esempio, ciò che vedi in copertina è uno scaffale del mio studio, in cui ho raccolto cimeli, memorabilia, giocattoli, gadget apparentemente futili appartenenti alla mia infanzia, uniti ad altri elementi correlati al mood ed all’immaginario del disco».

Incuriosito ed ammaliato dal gran dispiegamento di forze atto alla realizzazione dell’opera, gli faccio notare come lo spirito che permea l’album, oltre che nostalgico, sia festoso, a suo modo colorato e lisergico, molto vicino all’immaginario madchester di inizi-Novanta (come sottolineato nella recensione dell’album), o quello della raccolta psichedelica Nuggets. «Beh certo», risponde Ernest, «lo spirito è sicuramente nostalgico, ma è anche tenero, giocoso; c’è chi ha rintracciato una certa inquietudine tra le trame dell’album, ma in realtà è solo un riflesso di un caleidoscopio emozionale che contiene miliardi di colori e sfumature differenti: il giallo spicca perché è più luminoso, perché fa rima con mellow, perché, come dici tu correttamente, è un colore associato all’obliquità e alla mescolanza sonora di sottoculture come quella psichedelica di fine Sessanta o quella dei raver inglesi di venti, trent’anni fa – tutti luoghi e tempi a cui sono molto legato. C’è anche quella sensazione latente di oscurità, di ombra, che non posso certo negare, e che mette in risalto la luminosità di cui sopra: credo provenga dal mio retaggio, dagli ascolti compulsivi di reggae, dub music, i lavori di J Dilla e Dj Shadow, il funk, l’hip hop – che è forse la mia vera ed autentica base. Insomma tutto un retroterra sonoro che mi appartiene, e che non esito a riversare nei miei dj set e nei mixtape che registro per vari siti».

A tal proposito, gli chiedo del suo passaggio su Stones Throw Records, dopo anni di militanza sulla non meno prestigiosa Sub Pop: «Quando approdai su Sub Pop ero poco più che esordiente, diciamo che quella chillwave di cui tutti parlavano stava veramente girando bene (ride): io e ragazzi come Chaz (Toro y Moi, ndSA) ed Alan (Palomo, aka Neon Indian, ndSA) eravamo veramente sotto gli occhi di tutti, e Sub Pop ha come sempre provato a cogliere le tendenze prima degli altri; a Seattle c’era davvero un bel clima, l’etichetta è tornata in quegli anni ai vertici, con davvero ottimo materiale come Real Estate o Beach House. Il mio contratto con Sub Pop è ad un certo punto praticamente “scaduto”, dopo un tot di uscite, e lo dico a malincuore, ma queste purtroppo sono le rigide logiche del music business. Col senno di poi, il mio passaggio su Stones è stato piuttosto automatico, data la mia passione per certa club culture, il funk-oriented sound , l’hip hop; da un po’ di tempo a questa parte stanno aprendo le porte a cose nuove, più trasversali, io ho semplicemente colto la palla al balzo».

Tutto sommato, Ernest appare com’è, inserito in un music biz e in contesti in cui molto spesso appare come un personaggio tutt’altro che altisonante ed egocentrico, un autentico appassionato di musica, una figura familiare, confidenziale, che non si cela dietro a personaggi, come contrariamente suggerisce il titolo della sua ultima fatica: «Sai, non sono il classico tipo da Sunset Strip, da èlite della musica: mi sento molto distante da quell’idea di rockstar, o comunque di personaggio più legato al fashion e ad un’immagine di sé, che a mostrarsi per come realmente è – e non è necessariamente un male, non lo disprezzo anzi, credo che per alcune personalità questa cosa sia pure un fattore divertente, un punto di forza, ma non mi ci ritrovo, tutto qua. Io provo, sperando di riuscirci, a far parlare un immaginario, più che un personaggio o una proiezione di me. Quello che sentite negli album sono io, Ernest, Washed Out, Mister Mellow, chiamatemi come volete: io vi faccio entrare nella mia mente, la mia dimensione, che è la misura di come vedo, percepisco ed elaboro le cose. L’importante, però, è che vi leviate le scarpe, e siate leggeri nell’animo e nella testa».

30 ottobre 2017
30 ottobre 2017
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