New Tribal amERicA

Prendete settantasette batteristi e metteteli disposti a spirale patafisica, chiamati da Yamatsuka Eye, Yojiro e naturalmente Yoshimi P-We dei Boredoms. Vi ricorda qualcosa? Se sì, è sicuramente la notizia (o la visione e l’ascolto, per pochi fortunati) di ciò che è avvenuto il 07/07/07 (potenza dei numeri) a New York (precisamente al Brooklyn’s Empire-Fulton Ferry State Park), ovvero il progetto 77Boadrum; una sorta di esecuzione unica ideata dai Boredoms che ha compreso 77 drummer tra i migliori al mondo; ma, come vedremo, non è certo la bravura il criterio che deve aver dettato la scelta.

Se la cosa non lascia indifferenti per la portata dell’evento, possiamo tranquillizzare chi proprio non si capacita di aver perso il concerto dicendogli che forse sarà riprodotto l’08/08/08 – indovinate quanti saranno i batteristi; a noi di SA quel dionisiaco sproloquio ritmico interessa però per un altro motivo fondamentale, ovvero che l’evento può acquisire qualche valore aggiunto se messo come punto di partenza di un discorso più ampio, che riguarda una cosa che chiamiamo, come avrete letto nel titolo, NEW TRIBAL amERicA. Di cosa si tratta? Diciamo subito che – Boredoms a parte – il focus della nostra attenzione, nelle righe che seguiranno, si concentra sugli Stati Uniti. In secondo luogo – come abbiamo fatto il mese scorso con il modernariato rock – precisiamo che l’articolo che sta faticosamente muovendo i primi caratteri vuole cogliere una tendenza collettiva – o comunque non isolata e isolabile come un’eccezione – che abbiamo registrato nel rock degli ultimi tempi. Terzo, but not least, il punto questa volta è l’emergenza veemente di un ritorno ad un aspetto primordiale del rock, che un esercito di batteristi impazziti esemplificano alla perfezione (ma, badate bene, il 77Boadrum aveva alla fine poco di davvero pazzesco), alla percussività come gesto e non come azione.

Ma che vuol dire? Significa occuparsi di un nuovo primitivismo dei gesti organizzati, non delle apparenze o delle azioni ostentate – che so io, come una scenografia di pelli di leopardo. C’è un indubbio, continuo e mai domo fermento che assume di volta in volta connotati e caratteristiche differenti. Una tendenza in particolare si è manifestata trasversalmente in numerosi gruppi non appartenenti ad una scena comune, né geograficamente, né tantomeno stilisticamente; una tendenza caratterizzata da un mood primitivistico e da malsano back-to-nature simboleggiato musicalmente da un forte tratto percussivo tribal-metropolitano. Con NEW TRIBAL amERicA vogliamo dunque scoprire l’ennesima penetrazione del tribale nella musica, soprattutto di quella che fa uso di rumore; una penetrazione compositiva, esecutiva, non filo-terzomondista, anzi ancorata profondamente al contesto occidentale in cui ha luogo; e in questo – crediamo – politicamente più efficace, come spiegheremo, e come già avvenuto in un passato recente.

I conti col passato (recente)

Basta fare una ricerca tra le pagine di SA per accorgersi che una fetta importantissima (ma spesso dimenticata) del jazz di qualche decennio fa viene citata come il prezzemolo in cucina. Che lo si chiami free-jazz, o free-free, o ancora meglio New Thing, per essere più precisi, il suo peso specifico tra i riferimenti imputati a molte cose nuove è indubbiamente fondamentale. Per chi volesse farsi un’idea della libera improvvisazione di quella fetta di black music tra Cinquanta e Sessanta, qualche chiacchiera in libertà sarebbe poco; si potrebbe semplificare sottolineando l’opposizione verso le regole del jazz modale e del bebop; ma preferiamo rimandare all’ottimo Old New Thing uscito (in libro più doppio cd per la Abraxas) nel 2007, curato da Wu Ming 1 e co-editato dai Pankow (con introduzione di Pino Saulo, un’autentica istituzione in merito). Per chi crede alla suggestione dei nomi, segnaliamo anche la dizione “Energy Music”, o il fatto che quei musicisti (da Albert Ayler a Ornette Coleman, da Sun Ra al vudù-jazz di Archie Shepp) amavano stare all’aperto; ma per trovare una chiave di lettura che serve al qui-e-ora, crediamo che ascoltare quella compila doppia, con i suoi proclami politici contro l’oppressione nera inframezzati nelle derive free degli strumenti, sia l’operazione preliminare della quadratura del cerchio che stiamo cercando. La New Thing non era certo primitivista, infatti, ma scioglieva le sue idee in un disordine e ipnotismo ancestrale, che era gesto di libertà commisurato alla serietà dei problemi della comunità di cui faceva parte.

Tutto all’opposto sembra essere il discorso per la Mutant Disco, zona perennemente al limite di generi diversi, rivolta verso l’esterno, più che verso un monolite interiore. Quella specie di incrocio tra la disco dei Settanta, la negligenza della No Wave e le conquiste post-punk compì un movimento che al giorno d’oggi la qualifica come uno degli antenati più in vista alla New Tribal Era; sancì infatti il matrimonio tra il bianco disagio newyorkese e una struttura esotica e poliritmica che sfogava la negatività repressa con la stessa gioia della disco, ma rimanendo strettamente legata all’underground meno ospitale. Un modo di sfogarsi, sì, ma senza liberare violenza, quanto spezzettandola nei mille colpi di tamburo (in un modo poi non troppo dissimile dagli esperimenti di Byrne e Eno sui Talking Heads e su loro stessi); un nome su tutti, a esser volutamente banali ma per riconoscere un merito oggettivo, è quello dei Liquid Liquid (ma anche i Pulsallama, e pure le compilation Mutant Disco pubblicate dalla Ze, etichetta simbolo del movimento).

Allo stesso tempo, il post-punk diresse parte delle sue energie verso un’altra direzione di sfogo, meno filtrato e più rabbioso, ma ugualmente anti-esotico, anzi prettamente occidentale. Industriale, per dirla tutta. Non proprio nel senso che conferirono all’espressione i Throbbing Gristle, quanto per gli usi che ne fecero da lì a poco un gruppo come gli Einstürzende Neubauten, che andavano di città in città senza portarsi la strumentazione, ma raccogliendola – e facendone fonti di rumore percussivo; ascoltare oggi i primi loro dischi, o guardare Halber Mensch (di Sogo Ishii), di qualche anno dopo, vuol dire ascoltare (o subire) un’esperienza percussiva, veder percuotere la mediocrità dei rifiuti industriali fino ad elevarla a strumento, anche qui, di violento sfogo primitivo. Ma ha senso mettere nello stesso paragrafo Coltrane (quello di New Thing At Newport) e Blixa Bargeld? Sì, se serve a mettere a fuoco qualcosa; per New Tribal amERicA intendiamo proprio quel misto di tratti distintivi di ognuno di questi movimenti, dal percussionismo sfrenato alla liberazione di una violenza primitiva, alla facoltà che un musicista si prende di esercitare la propria libertà, facendo l’effetto di un ritorno ancestrale all’origine della musica.

I nuovi precursori

Germogli lontani nel tempo che sono (ri)sbocciati agli albori del terzo millennio principalmente in quel catino di esperimenti da melting pot globale che è la grande mela; basti pensare ai primi Black Dice e Animal Collective, a sfuggenti formazioni come Gang Gang Dance ed Excepter (si ascolti il nuovo Debt Dept in uscita su Paw Tracks) o ai mille rivoli solisti di quella scena (uno su tutti, il Baroocha etno del progetto Soft Circle). Ma un gruppo più di tutti ha condensato in forma compiutamente tribal questo ritorno alla natura: i Liars di Drum’s Not Dead. Furono loro a (ri)scoperchiare il proverbiale vaso di Pandora. Anzi, giocando coi termini, furono i tre apolidi newyorkesi a percuotere per primi il vaso di Pandora, fino a rovesciarlo e farne uscire una schiera di gruppi non emuli, bensì affini. La storia di Mt. Heart Attack è un Giano plurifronte capace di assumere tante forme quante sono le angolazioni dal quale lo si guarda/ascolta. Dal punto di vista ritmico il disco procedeva lungo un asse temporale che prevedeva, inscatolandolo nella vecchia idea di concept, il rovesciamento dell’idea terzomondista di ritmo.

Il suono di quel capolavoro era sì, attraversato dal funk bianco in salsa wave che molti anni fa bands come il Pop Group avevano provato a sdoganare ad un pubblico estremo quale quello punk, ma anche letteralmente pervaso da un ipnotismo ossessivo-percussivo tipicamente metropolitano che ne segnò lo scarto da altre produzioni simili e contribuì sostanzialmente a far erigere ai tre bugiardi l’agognato monumento sul trono della musica rumorosa. Senza citarne l’ideale “prequel” – la Seadrum che apriva l’omonimo album del 2004 – abbiamo poi già accennato all’importanza della performance, sorta di sabba pagan-esoterico, voluta dal mastro di cerimonie per antonomasia, il nipponoiser Yamatsuka Eye e dai suoi Boredoms. Suonando per 77 minuti come “one giant instrument”, la spirale percussiva rendeva un orgiastico tributo alla percussione stessa. A prendere parte a questo rituale di purificazione collettivo è stata un po’ la crème de la crème dell’underground a stellestrisce: Hisham Bharoocha (Soft Circle), Kid Millions (Oneida), Brian Chippendale (Lightning Bolt), ma anche Alan Licht e Andrew W.K. Suonare quel giorno è stato, parola di John Atkinson degli Aa, su cui ci concentreremo tra breve, “un incredibile privilegio”.

Normale che il fermento ronzante intorno a questa scena/non scena, si coagulasse a breve in forma più compiuta e si estendesse quasi come un virus nello sterminato territorio dell’underground americano. Numerose bands hanno iniziato a confrontarsi e rispecchiarsi – non pedissequamente – in quel percussivismo incessante che pone in essere un sostanziale stravolgimento dell’assioma world music=musica etnica, rovesciandolo completamente in funzione di una ossessiva colonna sonora urbano-metropolitana. Non echi di mondi lontani ed esotici, non terzomondismi di facciata, bensì l’assordante clangore della quotidianità metropolitan-occidentale. Quella della new tribal america è una etno-world music che ne rovescia il senso dal di dentro, utilizzandone gli stilemi classici per giungere a nuove interpretazioni.

Aa, ovvero “a never-ending rhythm experiment”

A never-ending rhythm experiment”. Così si definiscono i 4 + n Aa da NY, Brooklyn per l’esattezza. Semplici sono semplici: voci, synth, uno spruzzetto di elettronica e tons of drums, tanto per rubar loro ancora una definizione. Ma tanta semplicità è anche decisamente stimolante, con quel percuotere tutto in continuazione, senza soste, senza esitazioni. Sono in quattro, dicevamo: John, Josh, Nadav, Aron, anche se a voler essere più precisi sono in quattro + n, visto che spesso e volentieri si aggiungono altri amici ai loro sabba live tanto da essere descritti dalla stampa d’oltreoceano come “an urban dance-noise nightmare” e da se stessi, parola di John “a digital psychedelic warehouse rave”. Il primo disco vero giunge dopo l’ovvia gavetta fatta di release semi-carbonare: split con gente del calibro di Part & Labor e Bipolar Bear (con remix da panico opera di Books On Tape), cassette per Deathbomb Arc e un 12” one-sided su Narnack nel 2006.

GAame (Gigantic, 2007) è stato accolto ottimamente un po’ ovunque in virtù di un suono che seppur debitore del post-punk più tribale, è dotato di una ventata di piacevole riproposizione in tempi di cupo e becero emul-rock. La parte interessante dell’album risiede nel DVD allegato: oltre ai 13 video opera di creativi amici della band, amatoriali ma per nulla scontati, sono i frammenti delle esibizioni live colti nei luoghi più improbabili a catturare l’attenzione. Una furia brada coglie i quattro o più quando si piegano sulle percussioni, provocando maremoti di suoni in libertà e urlando megafonati nonsense e animaleschi balbettii. Estatici a tratti, spesso e volentieri mantrici nel loro incedere ritual-pagano, gli Aa sono una delle esperienze più trancey ascoltate nell’anno appena trascorso in ambiti prettamente rock con in più, come sottolineato dal nostro Comunale, “una componente rozzamente da strada, urlata, da mercato (globale)” che li allontana da pretestuose tendenze arty e da concettualismi troppo invadenti. Chiudendo gli occhi sembrano materializzarsi gli Stati Uniti d’Africa ipotizzati dall’omonimo libro di Abdourahman Waberi.

Interrogati a proposito di questa supposta Nuova America Tribale i quattro ci hanno confermato l’esistenza di un approccio comune in senso percussivo (“sentiamo totalmente l’affinità con alcune altre bands come Health e Foot Village”), rivendicato l’originalità del proprio sound (“non sono sicuro che abbiamo mai voluto essere infilati in qualche posto, musicalmente”) oltre che dato prova di una certa lucidità critica nei confronti del “movimento”. Così risponde John: “Ad un certo livello, la nostra musica è indubbiamente inspirata da quella che amiamo, che include un sacco di rap, dance e elettronica da tutto il mondo. Dopotutto, non c’è niente di speciale in tutto ciò, perché vedi suoni urbani e suoni più tradizionalmente non occidentali convivere in ogni tipo di genere ibrido. Anche molte altre band americane sintetizzano questi elementi, ma credo che molte di esse lo facciamo in una maniera ‘passatista’, nostalgica, come se cercassero di essere i nuovi Peter Gabriel o qualcosa del genere senza sforzarsi di mettere le cose insieme in un modo ‘nuovo’. Credo che il nostro obiettivo sia sempre stato quello di andare oltre e creare qualcosa di veramente unico e nuovo, e siamo sempre attenti ad usare le varie influenze contemporanee in contesti inattesi o in nuove combinazioni”.

HEALTH. La salute vien ballando

Sull’onda lunga di questa nuova America tribale, altre band dall’appeal simile sono giunte ora all’esordio lungo. È il caso dei californiani HEALTH (BJ Miller – drums; John Famiglietti – bass, zoothorn, electronic percussion; Jake Duzsik – vocals, guitar, zoothorn; Jupiter Keyes – guitar, percussion, zoothorn). Un quartetto di base a Los Angeles, altri quattro americani giovani, annoiati e senza speranza ma con molta voglia di fare. Energici tanto quanto i Liars e gli Aa, ma meno incentrati sulla percussione tout-court, sono wave/post-punk come base di partenza ma inclini a virare le coordinate del genere verso lidi noise (per volumi ed esplosioni), no-wave (per strutture) e ovviamente tribal-percussivi (per muscolarità e risultati). L’approccio è libero per ammissione del bassista John Famiglietti: “La più grossa influenza del post-punk per noi è indubbiamente la libertà”. E di approccio libero è pieno l’esordio appena licenziato dalla lungimirante LovePump, piccola e agguerrita etichetta di NY che ha già dato prova di eclettismo noise-wave con Aids Wolf e Child Abuse.

Anche questo esordio arriva dopo la consueta messe di produzioni underground in edizioni ultralimitate: cd-r in proprio, tour edition, split in vinile 7”, ma soprattutto collaborazioni e remix con gente del calibro di Crystal Castles, Captain Ahab, Mae Shi, dimostrazione allo stesso tempo di assenza di steccati e di (seppur malata) attitudine groovey che sconfina quasi in una forma di dance atavica. Inclinazione che peraltro si amplifica nell’idea/progetto HEALTH//DISCO, ovvero, come afferma John, una “copertura che abbiamo creato per conservare l’aspetto dancefloor oriented della nostra proposta. Vorremmo che i remix venissero presi sul serio e non dimenticati”. La sublimazione dell’idea Mutant Disco, verrebbe da dire. Breve ed intenso nelle sue epilessie arty e no-wave, l’esordio mette in luce la forza dirompente del quartetto grazie a ritmiche forsennate e profondamente groovey da primitivismo (disco)rock mentre i volumi da noise band che lo attraversano nella sua interezza fanno da traino alle evoluzioni degli altri strumenti, portati allo spasimo senza mai scivolare nell’autoindulgenza. Dopotutto il noise-rock 2.0 è citato come forte fonte di ispirazione dai quattro: Ex Models, Locust, Arab On Radar, gli immancabili Lightning Bolt uniti ad una sensibilità per il ritmo che fa muovere le chiappe ne fanno uno degli album più interessanti di questo 2008.

Varie e percussive eventuali

È ormai chiaro che quello del percussivismo è un virus che va contagiando sempre più band, seppur trasversalmente. Non ne sono rimasti immuni i californiani Clipd Beaks, ad esempio, o il collettivo di freaks Mahjongg. I primi, compagni di etichetta degli HEALTH, sono un quartetto da Oakland sfuggente, avaro di notizie e avverso alle logiche delle facili friendship virtuali, con alle spalle un mini (Preyers su DeletedArt/Tigetbeat6) e un quantitativo ignoto di split cassette con improbabili formazioni americane. Meno tribali in senso stretto, sono anch’essi debitori di un suono wavish (che in High On Charms si fa palesemente nostalgico, quasi a mettere in chiaro i legami con il passato) che ripropone sin dalla copertina dell’album Hoarse Lords un immaginario post-punk o quasi crassiano.

Ma sono anch’essi ritmicamente potenti e in fissa pesante coi poliritmi urban: nelle litanie ossessive dei quattro, infatti, il drumming ha un ruolo centrale, sia esso sommesso battito cardiaco in acido (Wrathscapes) o delirante e riverberato accompagnamento all’esplosione (la title track). Sorta di Lightning Bolt più meditati e post-punk oriented, oscillano continuamente e furiosamente tra ordine e caos grazie ad una potente e instabile sezione ritmica che oltreoceano ha fatto coniare la definizione afro-kraut (!?). Definizione sulla carta del tutto pertinente per quello di cui stiamo parlando. Restando sulle etichette da dare a un suono, ci è capitato poi di recente di coniare un fantomatico mutant-electro per un gruppo che – a leggere quanto scrivono i suoi componenti – credono molto in un ritorno etnico alla percussività primitiva, ma con i vintagismi synth di oggi (e quindi anche dell’altro ieri).

Parliamo dei Mahjongg, che hanno tenuto l’anno entrante a battesimo con l’ottimo Kontpab (SA #39); di mutante hanno l’approccio, che riprende il credo poliritmico e lo declina in occidente; di electro hanno la struttura, la destinazione che si pensa naturale per la loro musica (le sale da ballo, o i concerti dove è difficile stare fermi). Il risultato tratta l’elemento etnico, tribale, primitivista come uno scandisk processa un virus; ma la grossa sorpresa è che il virus vince, e infetta tutta la materia musicale. La electro ne esce snaturata, anzi; ritaglia una piccola rivincita verso quella cosmic lounge in cui l’Occidente accetta il nero sciamanesimo, non gli si prostra o rassegna ma partecipa alla festa. Non sono, però, solo le band di matrice rock ad esser state fulminate dall’infatuazione per tamburi e sabba tribaleggianti; man mano che si scende nel sottobosco americano si nota come la deriva percussiva faccia sentire i suoi colpi anche in formazioni legate a giri e fenomeni più estremi. Senza tirare in ballo l’ormai abusata scena providenciana che tante brutture primitiviste ha sdoganato ad un pubblico più ampio – pensiamo al relativo hype intorno a Sightings, Wolf Eyes o agli efferati Lightning Bolt – sono piccole e semicarbonare etichette a fornire lo scarto più interessante anche in chiave post-industrial.

La DeathBomb Arc ne è esempio lampante. Brian Miller, vero e proprio deus-ex-machina, è uno strano personaggio capace di gestire in solitudine una marea montante di uscite nei formati più desueti, oltre che cimentarsi in prima persona nei progetti musicali più disparati. Come Foot Village. Un quartetto autodefinitosi come “no-electricity nation current being built” il cui obbiettivo è indagare/osservare ogni singola nazione esistente sulla Terra per fondare la propria nazione (!?). In realtà, questioni filosofico-politiche a parte, FV è un quartetto di debosciati (Brian Miller – drums and body; Grace Pickleshine – snare, toms, kick drum, cow bell, symbols, hi hat, vox; Gregory Witscher – piccolo, tom1, tom2, floor tom4, big symbolic, chipped symbolic, and voice; Jeff – snare, cymbos, voice, dreamhat) che suona ogni sorta di percussione in maniera totalmente “unplugged” e demente, chiamando i pezzi col nome di nazioni come dimostrato nell’eccellente raccolta Fuck The Future. Il cd raccoglie le ovviamente limitate uscite precedenti (il 10” World Fantasy su Not Not Fun, il 3” e il 7” omonimi su DBA) ed è un profluvio di urla prepuberali e filastrocche spastiche e sguaiate su un tappeto ritmico insieme ossessivo e giocoso che rimanda ad una versione tribale della no-wave newyorkese, altezza Mars. Il nuovo album Friendship Nation in imminente uscita per Tome Recs potrebbe fare il botto. Tanto infantili e dementi sono i Foot Village, quanto efferate e grezze sono le band che il buon Brian ha avuto l’ardire di raccogliere in una compilation, da subito divenuta di culto per gli amanti del rumore. Pisspounder, triplo vinile confezionato a mano, è una ipotesi di No New York per il terzo millennio visto che racchiude alcune delle più sconclusionate e depravate bands tribali in circolazione.

Sì, perché il senso dell’operazione – nelle parole di Brian stesso – era quello di “lasciare una facciata del vinile ad ogni partecipante affinché fornisse la propria idea di percussione”. Il risultato è che, filtrate, bastonate, distorte e/o loopate, le percussioni messe in scena vengono continuamente e inarrestabilmente trasfigurate in chiave noise, industrial, da apocalisse swansiana (Sword Heaven) o da fall-out post-atomico (Rainbow Blanket) fino a far divenire le tre facciate dell’album una fanghiglia melmosa in cui gli Aa risultano essere i meno incompromissori. Manifesto estetico di una nuova via per il rumore o bruttura ready-made sulla scia duchampiana, il dubbio resta. Resta anche, però, la certezza di un progetto (quasi) intenzionale, meditato verrebbe da dire, dietro quella improvvisa ed istintuale messa in scena di una musica primitiva.

Una nuova world? Uno sfogo consapevole

In questo senso, sono illuminanti proprio le parole di Miller, che posizionano questa musica fortemente percussiva e “altra” dai panorami classici anche del new noise, come una sorta di nuova world-music delle periferie occidentali: “Esteticamente non considero la mia musica in antitesi alla world music, ma piuttosto ne riconosco la relazione di base. Dopotutto la scelta di suonare percussivi non poteva e non può allontanarci da un simile paragone […] ma la nostra è una scelta artistica e non un mettere in pratica un dogma. […] Non saprei dire se questo riflette un movimento artistico-musicale intenzionale, come potrebbe essere una “scena”, ma mi sembra più di una mera coincidenza che oggigiorno le percussioni siano al centro di un nuovo modo di pensare la musica”.

Un suono, quello tribale, sfuggente e poco classificabile, le cui tentacolari propaggini sembrano spingersi in ogni direzione, stilistica soprattutto, ma anche geografica del sottobosco americano. Altri nomi si accavallano, sempre più sconosciuti e oscuri, titolari di poche (o nulle) releases in edizioni carbonare e spesso homemade, che inondano trasversalmente il web e che ci inducono a quella rincorsa umanamente impossibile verso suoni esteticamente sempre più singolari e sempre più nascosti. Senza mettersi a tirare in ballo i primitivisti par excellence Raccoo-oo-oon o i già noti drones’n’drums Robedoor, i suggerimenti cadono su bands come Meho Plaza, trio losangelino che fa un supergroovey “pop” con loops di elettronica rumorosa e batteria in bella vista; oppure sui bostoniani Bone Ratte, terrificante duo nato dalle ceneri dei Dreamhouse. O ancora i malatissimi Social Junk dal Kentucky, la comunità freak Tent City o i misteriosi Open Star Clusters, dal Connecticut, parte del collettivo art-musicale Tape Reels For Eyes, rumorosissimi e sbilenchi, col loro muoversi tra isterie da new noise, pesantezze (quasi)metal e tribalismo furente. Il tutto con una schizoide attitudine no! Cosa dire, se non tribal is the future?

In conclusione, possiamo tentare una strada alla ricerca almeno di un punto in comune fra i tutte le musiche di cui abbiamo parlato, e addirittura possiamo scorgere in questo tratto distintivo una macro-tendenza; un atteggiamento condiviso che segna – probabilmente – i Duemila, almeno da questo punto di vista. Il minimo comune denominatore della Tribal Era americana è un moto di liberazione, di sfogo – e non a caso gli Aa, che sono stati tra i maggiori protagonisti delle righe sopra, ricordano nel cantato un’attitudine emocore – di allontanamento, per riassumere, da quel trattenere emozioni e rumore che segna a volte il legame tra art-rock, post-rock (pensate a For Dinner… degli Slint) e avanguardie. Ciò che a volte è considerato rozzo è proprio il lasciarsi andare, e la musica l’ha a lungo confinato nel suo settore adolescenziale o tutt’al più sballone. Ma a volte quel lasciarsi andare è hippy, seguendo l’origine etimologica del termine, cioè indaga delle strade in coscienza, attraverso lo sfogo dionisiaco, di certo, ma con un’intenzione. La libertà dei neri era il chiodo fisso del free-jazz, e ha ragione il già citato Waberi quando ci racconta dei tentativi di ricreare, negli Stati Uniti, l’Africa dell’origine, che sarà necessariamente diversa da quella vera. Il concetto di world-music del Duemila che abbiamo proposto sopra va di pari passo; una world che non sia mimetica rispetto ai folklori che cita, ma che filtri quegli esotismi con l’underground da cui nasce, con risultati che a noi piacciono molto.

Questo discorso, a mo’ di conferma, ha avuto il suo baricentro nel noise (la liberazione della violenza per eccellenza), ma se ne è – in qualche modo – differenziato, come certo post-punk (quello che raramente si scostava dalla musica intellettuale e trattenuta per eccellenza) dall’hardcore e dall’Oi. Quello che ci ha insegnato la New Thing del free-jazz, che continua a insegnarci e a creare alunni nel caos e nel battito poliritmico, è che il caos-mo liberatorio può essere anche molto maturo e consapevole. Sciamanico e politico.