Nuovo? Noise? Italiano?
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Stefano Pifferi
- 1 Settembre 2008
A chi segue l’evolversi della “scena italiana” – definizione odiosa, ma plausibile e non rinviabile – non sarà sfuggito una serie di uscite concentrate a cavallo tra 2007 e 2008 che hanno come caratteristica trasversale quella di rinverdire i fasti del noise-rock anni ’90. Cadendo nella trappola più antica dello scrivere di musica – quella degli steccati e delle classificazioni – verrebbe da chiedersi se esiste un nuovo noise-rock italiano. O meglio, se esiste una serie di gruppi geograficamente nati e cresciuti nella penisola che sta riproponendo in forma nuova e personale quel sound che tante orecchie devastò nei ’90. La risposta è ovviamente sì, anche se alla luce delle prove prodotte c’è uno scarto innegabile: quello che esce dagli ampli del noise-rock all’italiana non è un suono pedissequo o riverente, quanto piuttosto un qualcosa di nuovo, plasmato e modificato a piacimento attraverso le proprie propensioni artistiche, il proprio background, i propri ascolti e, perché no?, i propri incubi personali. Prima di procedere oltre, però, bisogna puntualizzare e mettere paletti. In seguito, tentare, abbozzare, suggerire definizioni e delimitare il raggio d’azione. Infine conoscere, non solo attraverso le musiche ma anche mediante le parole, i protagonisti di quella che definiamo come rinascita.
Definizione (approssimativa) dell’indefinibile: noise-rock
Noise. Da vocabolario, rumore. Bella definizione per un genere musicale, apparentemente. In realtà nulla più di un contenitore in cui riporre indistintamente e agevolmente le convulsioni industriali di Einsturzende Neubauten e Throbbing Gristle, gli slanci della no-wave newyorchese, gli estremismi japan di Merzbow, e giù giù fino ai debosciati dei giorni nostri Lightning Bolt, Wolf Eyes e compagnia bella. Il suffisso in questo caso aiuta e molto. Restringe il campo, delimitandolo all’ambito rock, seppur deforme. Strumentazione classica insomma, incentrata sulla sacra triade chitarra/basso/batteria, ma declinata al rumore. La batteria diviene perciò un tuono improvviso, capace di sommovimenti intestini; il basso un caterpillar tanto mobile quanto pesante, ruvido e elefantiaco; la chitarra contemporaneamente uno stiletto che provoca spasmi e dolori e un muro che sferza piegando l’ascoltatore ai propri, sudici voleri. Cosa questa che in questo articolo tornerà spesso.
Delimitazione del campo d’azione
Prima di debordare oltre, però, è necessario mettere dei paletti; in primis, geografici. Ci occuperemo solo di ciò che proviene dalla penisola: etichette, gruppi, locali. Di tutto di più quando a parlare è il verbo del noise-rock, mai tanto vivo come in questo squarcio di nuovo millennio. Non di pedisseque imitazioni si sta parlando, né tanto meno di vili ed ossequiosi revival. Quanto piuttosto di una (neanche tanto) latente tendenza sottotraccia che non è mai morta, dopo il calo di attenzione verso certe musiche. Era il finire del millennio scorso. Dopo i fasti (ehm) del grunge e le attenzioni verso le chitarre sporche e i suoni micidiali, le mire del pubblico si spostarono verso qualcosa di più accomodante. E più comodo da conoscere e catalogare. Ma il cuore marcio di quel suono metropolitano e sconcio, disadorno e sporco ha continuato a battere fino a riproporsi in veste deforme grazie alla instancabile passione di chi quella musica la suona e di chi la produce. Ne abbiamo eletti 4 a rappresentanza di un panorama tricolore mai tanto attivo sul versante delle chitarre che sanguinano. Ma la scelta sarebbe potuta tranquillamente cadere su molti altri. I veterani Three Second Kiss sul versante math-post o Il Teatro Degli Orrori, intenti a declinare al verbo italico il marasma dell’eredità One Dimensional Man. O ancora sugli spasmi basso/batteria di G.I. Joe, sul sudore zozzo e grasso di Fuck Vegas e Torquemada, sul blues-core di Satantango. O ancora sulle Marche che furono di Sedia e che sono di Butcher Mind Collapse, Lleroy, del collettivo Marinaio Gaio, dei poetici Dadamatto. O di etichette spaccatimpani come quelle che Mirko Spino (Wallace) e Stefano Paternoster (RobotRadio) portano avanti da tempo; o quelle più giovani e non per questo meno agguerrite, come DonnaBavosa o l’ultima arrivata AfricanTape. O di locali come il Sinister Noise di Roma, sempre attento a tener fede al proprio nome. O di mille altri ancora ai quali chiediamo venia per la dimenticanza ma che rinforzano l’idea del fermento in atto sul versante del rumore chitarristico della penisola. I quattro nomi che abbiamo scelto come rappresentanti della neue welle rumorosa sono qui, in rigoroso ordine alfabetico. Nomi forti, crudi, diretti. Tanto quanto le musiche che producono. Signori e signore, a voi Dead Elephant, Hell Demonio, Lucertulas, Putiferio.
Elefanti, demoni, bestie, cacofonie
Dead Elephant
I primi. In tre. Semi esordienti. Da Cuneo. Unici rappresentanti non veneti del lotto e forse i più deviati. Malati e perversi? Psicopatici e pericolosi? No, nulla di tutto questo. Tre normali trentenni che torturano volumi, evocando incubi lynchiani mentre si dilettano a far sanguinare orecchie e stropicciare frangette alla moda nel festival più cool d’Italia. In Lowest Shared Descent, coproduzione RobotRadio/DonnaBavosa, riprendono il filo del discorso noise-core dei mid-nineties dilatandone i confini, allungandolo come fosse materia plasmabile, instabile e fluttuante, fino a aprire voragini di malefica ambient disturbante più degli assalti sonici. Metallica senza essere metal; rumorosa senza essere (solo) noise; aggressiva ben oltre l’hc, la musica dell’elefante morto è una corsa all’impazzata giù per tutti i gironi dell’inferno dantesco con ritorno al punto di partenza. L’inferno, ovviamente.
Hell Demonio
Col nuovo Discography gli HD hanno avuto l’onore di celebrare l’uscita n. 100 di Wallace. Traguardo meritatissimo per Mirko Spino e, alla luce della scarsa mezzora di furore atletico dei veronesi, miglior scelta non poteva esserci. Un concentrato noise-rock essenziale e asciutto, il loro; fatto principalmente di chitarre e di ritmatissimo rock all’essenza. Magari più canonico rispetto ai compagni di merende di questa indagine, ma pur sempre suonato dai demoni degli inferi. Assatanato. Invasato. Spiritato. Hell Demonio è ettolitri di sudore e sforzo muscolare, ugole infiammate e suoni compressi, incastri ritmici e furibondi breaks strumentali in un blob che centrifuga tutto il noise a stellestrisce a noi tanto caro. Ma non una copia sterile, né un omaggio rispettoso ai nomi di riferimento, quanto un sentire comune, una affinità elettiva.
Lucertulas
Ovvero, come perdere (un pezzo del) il nome e non il vizio. Quello della potenza nuda e cruda cara ad un altro rettile (coincidenza o omaggio trasversale?), quello anfetamico gestito nei ’90 da Tom Hazelmyer. Di loro i tre da Vittorio Veneto ci mettono carica iconoclastica, rabbia espressionista e lodevole dono per la sintesi che si manifesta in un muro sonoro incompromissorio e brutale che colpisce in faccia senza perdersi in ghirigori e svolazzi alla moda. Mid-tempo da cacofonia industriale e latente blues liofilizzato sono ascisse e ordinate di un suono che non disprezza sperimentalismi in sottrazione, quando si sfalda in vuoti cosmici da apnea immediata. Tragol De Rova rappresenta la testa di ponte tra il nord-est produttivo ed alienante e l’America scalcinata e sfatta dei vicoli newyorchesi. Così lontani eppur così vicini.
Putiferio
Per ultimi i più giovani. Almeno cronologicamente con questo moniker, dato che alle spalle ci sono esperienze importanti del sottobosco italico al guado tra hc e noise (Lodio, Kelvin, Antisgammo, One Dimensional Man) e all’orizzonte un presente (ehm) radioso. Ate Ate Ate è un putiferio sonico che pesca da attacchi straight in your face come d’ordinanza, ma allarga lo spettro delle possibilità soniche in un frullato indigesto e amaro. Sfaccettati, allergici a forma canzone e ortodossia strumentale; con macchine, tromba, sax e quant’altro ad unire le forze con una strumentazione classica portata al suo punto di rottura. I padovani grondano sarcasmo macabro e lucidità di intenti dissacratori, risultando noise come volumi, ma apocalittici per impatto e prospettive. L’album spacca letteralmente: i timpani di chi ascolta quando debordano in crudezze; ma anche i confini “classici” del genere quando schizzano brandelli sanguinolenti di musiche in ogni dove, come in una kristallnacht mai tanto attesa e benvenuta.
Intervista
Dopo averne cantato le lodi, abbiamo sentito la necessità di scambiare due parole in simultanea coi 4 eletti. Per conoscerne il mondo un po’ più a fondo, ma anche per tentare di capire cosa significhi oggi, anno domini 2008, la parola noise attraverso il pensiero di alcuni dei più fieri rappresentanti del rock peninsulare. Ci hanno materialmente risposto Enrico, chitarra/voce di Dead Elephant; Christian, chitarra di Lucertulas; Mirko e Giulio, chitarra e batteria di Putiferio e gli Hell Demonio tutti.
Con le ovvie differenze stilistiche suonate tutti qualcosa riconducibile al noise-rock. Vi riconoscete in questa (non)definizione?
(DE) C’è un bel po’ di noise in Lowest Shared Descent ma non siamo stati influenzati solo da quello. Non siamo una band prettamente noise ma di musica estrema. Credo che questo si capisca bene ascoltando il nostro disco.
(L) Mirko: Non credo di riconoscere ciò che facciamo in nessun tipo di definizione sbrigativa o categoria, non ho mai apprezzato le etichette, ho sempre pensato che ciò che facciamo sia un qualcosa di particolare anche e soprattutto perché noi per primi cerchiamo di non adoperare strutture canoniche o forme già sentite.
(P) Come (non) definizione come potremmo (non) riconoscerci! Comunque si, direi che da l’impronta, poi l’idea vera se la fa ciascuno ascoltando.
(HD) Oddio. Le etichettature stilistiche sono state cose che, personalmente, ci sono sempre state strette e per di più le vediamo pure come abbastanza riduttive, soprattutto come in questo caso quando appunto la definizione non definisce niente o nel migliore dei casi poco. Noi siamo un gruppo che propone musica rock. Gli HD sono un gruppo prettamente rock con influenze prettamente noise.
Cos’è per voi il noise? Solo suonare al massimo del volume oppure una sorta di filosofia di vita?
(DE) Riusciamo a dare un senso al termine noise solamente se gli attribuiamo un’attitudine più che un genere musicale. In questa categoria ci sono musiche completamente diverse anche se credo che ci siano denominatori comuni in esse, come ad esempio suonare al massimo volume possibile, essere propensi alla dissonanza e avere un approccio piuttosto ruvido nei suoni.
(L) Noise per noi significa rumore, lo percepiamo ogni giorno come contorno delle nostre vite… macchine, fabbriche, persone ecc… dovunque.
(P) Mirco: Noise è un vocabolo, un’etichetta, se poi aiuta a identificare quello che esce dalla nostra musica ci sta bene. Può attrarci come approccio musicale, ma di certo non è una filosofia di vita. Piuttosto il punk ha influenzato e caratterizzato il mio modo di pormi in musica, il tirar fuori qualcosa di mio fregandomene delle opinioni e delle convenzioni, il do it yourself, le distribuzioni, le fanzine, mi riferisco più ad un approccio che ad un preciso genere musicale, infatti tutto ciò ha poco a che vedere con tanti gruppi punk rock di oggi. Giulio: credo sia possibile che qualcuno pensi che il noise possa essere una filosofia di vita…sinceramente non credo ci sia niente di filosofico, se non il fatto che personalmente penso sia la naturale ed intelligente trasformazione di un certo tipo di Punk; quello che eventualmente sento è una sorta di sentire e performare in totale libertà infischiandosene delle regole di mercato o del non-mercato indipendente. Noise vuol dire rumore, che molti percepiscono come una definizione dispregiativa del suono, e altri come l’unica verità sonora che si avvicina a Dio, al Caos. In realtà, suonare noise, o rumore, vuol dire semplicemente fare quel cazzo che ti passa per la testa, senza dover stare attento a feedbacks o rumori di fondo, quelle sono cose che non hanno importanza, mentre la musica che esce dal rumore è lo scopo. Ah dimenticavo: per molti è una delle tante mode…ma “non ti curar di loro e guarda e passa”…
(HD) Sappiamo che nel nostro atteggiamento c’è questa predisposizione a suonare a volumi alti e che all’interno di questa banale azione ci sono mille differenze e sfaccettature, sostanziali differenze di approccio ed espressione. Suonare ad alto volume vuol dire molte cose, come l’avere certe dinamiche, altra cosa poi e chi si approccia a questo senza cognizione di causa. Noi se suoniamo al massimo del volume non stiamo bene. Abbiamo sicuramente bisogno dei volumi giusti, poi cercare di capirlo per chi sta dall’altra parte è sicuramente un altro discorso. Crediamo sia necessario che la gente capisca un minimo quello che suoniamo, in tutti i sensi.
Molti hanno indagato e riflettuto a lungo (penso al Simon Reynolds di Blissed Out) sulla seduzione del rumore. Esiste per voi questa seduzione?
(DE) L’idea di ciò che consideriamo rumore è una cosa assolutamente soggettiva. Per noi esiste una seduzione verso materiali sonori che comportano un certo impegno per essere decifrati. Come ascoltatori è lì che abbiamo trovato i nostri dischi preferiti. Anche il punk e prima ancora il r’n’r erano considerati rumore, poi tutte e due le musiche hanno lasciato un segno indelebile nella storia della nostra società.
(L) Sicuramente!! esiste per noi la seduzione di un qualcosa che riempie le orecchie e l’ambiente intorno a te, un qualcosa che ti avvolge, che ti rapisce la mente e soprattutto il corpo: le vibrazioni che senti nello stomaco di fronte alle frequenze basse…
(P) Mirco: Sinceramente non mi sono mai soffermato a riflettere sulla cosa, anche se non nego il nostro coinvolgimento nei confronti di musiche “rumorose” sia come ascoltatori che come musicisti. Penso che il rumore come dissonanza, come elemento discontinuo in un contesto armonico, abbia contribuito al cambiamento della musica e del modo di ascoltarla. Sicuramente era rumoroso Captain Beefheart, o lo era la new thing in ambito jazz, lo erano i primi feedback di chitarra, e molto altro che poi nel tempo è stato più o meno acquisito e digerito dal sentire comune. Detto questo non è che ci interessa fare gli intellettuali del rumore e scomodare qualche illuminato della musica concreta o chicchessia per dare spessore culturale a quello che facciamo, credo sia più una questione di stomaco. Giulio: Probabile…una delle cose che mi ha sempre incantato nei dischi e nei live sono i feedbacks. Ti ipnotizzano e rendono tutto più crudo e reale, più vivo. Hendrix lo sapeva bene, così come star del pop come Brian May…secondo me i feedbacks seducono, non c’è dubbio…se ben fatti e incanalati in una soluzione armonica efficace, incantano il pubblico…per esperienza ne sono sicuro…come il flauto con i cobra, anzi di più, perché lì è il movimento del musicista e non il suono…forse non tutti i rumori sono realmente seducenti, ma una sicurezza ce l’ho: il suono è un qualcosa che interagisce con l’organismo, in modo profondo, per cui di sicuro si può sedurre con il rumore, però direi che lo devi volere, devi volere conquistare, comunicare, esprimere, amare o odiare…non è casuale…se lo è, non lo è per tutti…
(HD) Più che una seduzione verso il rumore troviamo una certa affinità ad un modo di approcciarsi e vivere la musica. Decisamente contrario al trend deludente che da un tot di anni a questa parte ha coinvolto anche “scene” o situazioni che si erano dedicate ad un certo modo di fruire la musica, del messaggio che potesse portare. Conosciamo il Simon Reynolds di “Post-punk” e da quello che si può percepire dalle sue pagine è che fino al 1984 c’è stato un modo di “fare” musica sicuramente come lo intendiamo noi, sicuramente anche negli anni a seguire questo tipo di atteggiamento verso la musica lo si è potuto percepire, e fortunatamente la nostra generazione ha potuto vivere alcuni di questi momenti. È indubbio che nel giro di due o tre anni le cose si siano drasticamente trasformate: non potremmo ad esempio affermare con certezza quanto detto prima anche a proposito di chi si inserisce oggi in questo ambiente.
Demoni, caos, inferi, morte ma anche elefanti e lucertole come sinonimi di ferinità e istintualità. Nei vostri nomi è già possibile leggere le vostre musiche. Siete d’accordo?
(DE) Assolutamente si.
(L) Certamente in ciò che facciamo c’è molto di istintivo e a volte quasi bestiale e selvaggio ma non mi sento di associarlo alla scelta del nome che è venuta molto prima e a prescindere dalle scelte stilistiche. Diciamo che il nome è uscito in maniera quasi casuale, ci piaceva e l’abbiamo tenuto (con qualche modifica nel tempo)
(P) Mirco: Beh sicuramente è più facile la risposta per noi che per i Lucertulas! Giulio: Mmm…non saprei…ferinità è sinonimo di crudeltà, bestialità…non credo che nessuno di questi gruppi voglia essere “crudele”o “bestiale”…diciamo che i nostri nomi rispecchiano parecchio quello che c’è nella musica, nelle atmosfere che abbiamo intenzione di esprimere…ci sta tutta. Però occhio, perché nei prossimi dischi il nome potrebbe rappresentare l’esatto opposto…quindi direi che in fin dei conti un nome è un nome…si cerca sempre di inventarsi qualcosa di strano e indimenticabile. L’unica cosa che ti dico è che “putiferio” non l’abbiamo scelto noi. E che è in italiano, perché prima o poi mi auguro che sia l’italiano la lingua in cui verranno cantati i pezzi.
(HD) Sinceramente è la prima volta che pensiamo a questo tipo di simbologia così spinta tra questi gruppi. Per quanto ci riguarda Hell Demonio è un nome ignorante come un caprone, colto come un fiore, pretenzioso perché i nostri nipoti arriveranno. Nessuna particolare propensione verso il voler usare questo nome più di altri, penso si noti anche dai nostri titoli dei pezzi che parole assurde accostate assieme abbiano comunque un significato.
A differenza di noisers e bruttisti d’ultima generazione (da Wolf Eyes in giù) in cui è evidente la tendenza al nichilismo, nelle vostre musiche lo sfinimento non è definitivo, bensì mezzo per qualcosa di altro. Cosa volete provocare nell’ascoltatore?
(DE) Senso di smarrimento, irruenza, tensione , ripetute sensazioni di vuoto allo stomaco.
(L) Semplicemente delle emozioni vive! i nostri concerti spesso sono costituiti da un’unica suite (tutti i pezzi sono collegati tra loro da intermezzi rumoristici o ambient) ci è sempre piaciuta l’idea del concerto-viaggio attraverso il quale l’ascoltatore si perde, si infastidisce, si muove…
(P) Mirco: Già provocare l’ascoltatore sarebbe qualcosa, sul cosa provocare non saprei, credo che quanto abbiamo tirato fuori sia nato in maniera abbastanza spontanea dal nostro incontro, 4 persone con approccio simile ma con teste e sensibilità diverse. Cosa questo provochi nell’ascoltatore mi incuriosisce ora, ma non è cosa che abbiamo preso in considerazione a priori. Giulio: Ti posso dire che noi siamo un popolo di artisti e di poeti…abbiamo un animo romantico e sognatore…non siamo freddi e calcolatori come gli anglosassoni. Personalmente, non mi piace ascoltare i gruppi noise di ultima generazione…a un concerto dei Lightning Bolt ti sembra di essere in una battaglia, in guerra…non mi sento per niente rappresentato come odio il rumore rosa gratuito o le jam senza un fine di musicisti incredibilmente bravi…amo la poesia, e la comunicazione…amiamo l’esprimersi per provocare un emozione reale, umana…anche negativa o malinconica…cerchiamo di stabilire un contatto con l’anima dello spettatore. Ricordo un concerto di Neurosis nel 1998, in cui la gente si sentiva male per quello che il gruppo gli stava tirando fuori da dentro. Ecco direi che questo è un ottimo risultato: farti espiare in via emotiva, tutte le tue paure o felicità…“una musica può fare” dice Max Gazzè, noto nichilista pop dell’epoca moderna…
(HD) Gli HD sono un gruppo che rende parecchio nei live. Il nostro modo di fare musica è molto diretto, quindi quello che succede nei live è praticamente l’estrema sintesi viscerale di quello che sono gli HD. Quello che senti o che puoi percepire nel disco è sostanzialmente quello che ti trovi davanti al palco, noi pensiamo che questo aspetto sia importante, spesso vedendo parecchi concerti ormai tante volte ti posso assicurare che non è più così. Il nostro modo del comporre ed eseguire è sicuramente differente da band come Wolf Eyes, che comunque apprezziamo. Puntiamo a divertire e divertirci e a trovare un contatto con il pubblico, è una cosa essenziale.
Avvertite una rinascita di interesse verso il noise-rock? o è un puro caso che alcune delle cose più interessanti in ambito chitarristico prodotte in Italia siano, presenti esclusi, Teatro degli Orrori e Three Second Kiss?
(DE) Sinceramente non credo di rendermi conto di quello che accade in questo senso. Sto notando un crescente interesse verso di noi e questo ci fa davvero molto piacere. Comunque io all’elenco che hai fatto aggiungerei almeno anche gli Uzeda.
(HD) Forse, per contrappasso alla disastrosa situazione in cui verte l’ambiente musicale italiano, avvertiamo di certo la presenza di gruppi validissimi. (Molti esempi anche da noi in veneto, terra di spregevoli iniziative ma che in questo campo invece se la cava egregiamente). Gli esempi che hai fatto hanno gravitato in questo ambiente da molti anni prima di noi, passando per diversi nomi, sapendo dare ancora oggi un certo valore ad un particolare modo di suonare. Noi non sappiamo se il nostro punto di vista sia perfettamente coerente con quello che accadeva ad esempio anche solo 10 anni fa. Ma certo è che alcuni gruppi italiani di eccellente livello musicale hanno saputo percepire e riproporre una proposta che ha decisamente attecchito nella nostra penisola, dando luogo a quello che puoi trovare nel panorama sotterraneo italiano di oggi. Un approccio generale alla musica che in passato, è stata una cosa più che normale nella grandi città anche estere, e che tutto sommato si è riproposto anche nel nostro ambiente. Tuttavia, quello che va veramente oggi in Italia invece è l’indie, da intendere nel lato più repellente del termine. La parola che inaugura questa nuova moda è qualcosa molto più affine al termine “paninaro” che a quello di “indipendente”. Curioso come qualsiasi nuovo gruppo che esce oggi sia indie (che fine hanno fatto gli altri…chiamiamoli “generi”?). Le canzoncine pop sono “indiepop”, il rock è “indie” e così via. In Italia, abbiamo alcuni esempi di una morbosità quasi epocale: con uno scarto di almeno 10 anni ci giungono proposte ritardate e provinciali. Proposte che tuttavia hanno fortuna, grazie ad una tempèrie musicale che porta con sé un nuovo tipo di pubblico, caratterizzato da uno scellerato mix di supponenza e ingenuità. Appropriandosi di termini e situazioni che ben altro significato veicolavano anche solo 5 anni or sono, l’indie italiano è oggi una festa, un po’ adolescenziale, in cui vengono esibite le nuove meraviglie di un diy comicamente seriale.
(L) Credo che l’interesse verso questo genere di musica sia sempre rimasto alto a partire da quando sui palchi c’erano Uzeda, SixMinuteWarMadness, ecc, anche se mentre questi in Italia sono comunque rimasti per un sacco di tempo chiusi all’interno del panorama underground quelli citati da te stanno riscuotendo un ampio successo anche nei confronti di persone non abituate ad un certo genere di suoni, sicuramente tante persone stanno scoprendo questo tipo di musica grazie a questi gruppi che hanno trovato forse la giusta mediazione tra suoni potenti e formule accattivanti e più appetibili.
(P) Giulio: guarda, non c’è nessuna rinascita. TSK suonano dal ’96, Il Teatro degli Orrori sono una naturale prosecuzione di One Dimensional Man, che il noise lo hanno iniziato a fare nel ’96 pure loro…insomma, non è mai morto l’interesse, semmai molti giovani lo stanno scoprendo, però vorrei fare il punto su questa questione del noise: non è una filosofia di vita, non è una moda, non è niente…le etichette applicate alla musica servivano alle grandi catene di distribuzione per catalogare i dischi negli scaffali…cioè, noi si suona musica, rumorosa o meno, ma si cerca di fare delle canzoni. Non c’è volontà di seguire un qualsivoglia movimento o moda del momento. Siamo così e basta; la nostra musica è lo specchio delle nostre vite, evidentemente viviamo in posti in cui la nostra personalità, per uscire, lo deve fare a 120db, fischiando e ululando e andando fuori tempo…io poi guarda, avrei voluto fare il conservatorio e scrivere musica per film…sono 14 anni che faccio la stessa musica…altro che risveglio, mi so rotto anche le palle ti dirò, per cui il prossimo disco del teatro sarà un disco di musica classica e quello dei putiferio un disco hiphop con le coriste!!! Così finalmente arriveremo a conquistare i nostri veri obbiettivi: LE DONNE! (lo so, stiamo facendo il giro largo…)
Le vostre grafiche sono notevoli; siano esse bruto-espressioniste (L) o vintage warholiane (HD), da incubo lynchiano (DE) o gotico-fumettistiche (P) mostrano sempre nella ricercata accuratezza di ogni minimo dettaglio un ideale connubio musica/arti visive:…quanto conta per voi questo rapporto?
(DE) Ci piace curare le grafiche perché per noi è importante cercare di dare una buona “cornice” alla musica. Credo che questo sia un aspetto significativo nei confronti di un disco che esce nel 2008, anche se cerchiamo sempre di fare in modo che esso non prevarichi il nostro interesse principale, che è quello di curare la musica prima di ogni altra cosa. Quando Marco Corona ci ha presentato le immagini da utilizzare per il packaging del disco non abbiamo avuto dubbi sul fatto che il risultato ci sarebbe piaciuto molto. Le tre immagini di Lowest Shared Descent sono molto esplicative per rappresentare l’atmosfera del disco…Marco è per noi uno dei migliori autori di fumetti in Italia.
(HD) L’attenzione che mettiamo anche nel risultato estetico oltre che stilistico è sicuramente importante, qualcuno di noi lavora anche con la grafica e l’illustrazione quindi forse una certa nostra sensibilità in questo particolare aspetto dipende anche da questo. Gli HD curano tutto personalmente, dal disco fino alla realizzazione delle grafiche, infatti la grafica è stata sviluppata da Alessio Sacchetto (voce e seconda batteria) insieme alla supervisone della band. Tu parli di grafiche “vintage warholiane” forse per il processo serigrafico che abbiamo usato per la realizzazione del booklet, in realtà a me premeva puntare su un’idea più vicina ad un concept album, cioè dove i contenuti ci sono ma non sono visibili. Così si spiega la sovracopertina cartonata con lo stereogramma simbolicamente strutturato su delle audio cassette (dove la copertina c’è ma deve essere vista tramite una certa impostazione visiva), e il booklet interno completamente sviluppato in “tono su tono” quindi con tutte le pagine bianche e le scritte visibili solamente in controluce. Mi piace l’idea di poter destabilizzare il normale concetto di uso di un disco, un disco va principalmente ascoltato poi se ci si vuole documentare lo si può fare ma dedicandoci anche in questa fase una certa attenzione. Non ti nascondiamo che siamo molto legati all’idea dell’importanza di un disco in quanto tale, come quella che si può dedicare ad un vinile dove appunto si ascolta con attenzione, a tempo debito si deve cambiare lato e mentre lo si ascolta si capiscono i contenuti.
(L) Per quanto riguarda il nostro disco ci siamo affidati alla mano amica di Giovanni Donadini (basso di With Love e rumori vari con NastroMortal attualmente impegnato nella serigrafia artigianale con lo pseudonimo di CANEDICODA per chi non lo conoscesse www.canedicoda.com) ci piaceva l’idea di fare tutto come dire in famiglia. La cura e la ricerca sia dei materiali che delle grafiche a nostro avviso e’ parte integrante del lavoro musicale. Un cd dev’essere bello sia dentro che fuori.
(P) Un disco si presume che rappresenti quanto più possibile il gruppo che ne è autore, perlomeno in quel dato momento, è naturale quindi che cerchi per quanto ci riesci di curarne i vari aspetti. La musica è sicuramente l’aspetto preponderante, il contenuto, ma credo che anche una bella confezione renda il tutto più interessante, soprattutto per quei pochi che ancora li comprano i dischi. In realtà l’artwork doveva uscire parecchio diverso, ma vari problemi tecnici ci hanno costretto a rivedere alcune scelte. Considera che nessuno di noi è grafico, i disegni li ha fatti Panda, ma abbiamo comunque voluto curare in prima persona ogni aspetto legato al disco.
Avete suonato insieme all’ultimo RobotFest organizzato dalla RobotRadio di Stefano Paternoster. Ovvio chiedervi quali sono i rapporti tra di voi e con le etichette (Wallace e RobotRadio).
(DE) Verso tutti i gruppi di RobotRadio c’è un profondo rispetto perché, anche se non conosciamo tutti allo stesso modo, sono persone che suonano in modo onesto. Con impegno e passione cercano di portare avanti il loro discorso musicale al di là di ciò che maggiormente va di moda. Credo che questo sia una cosa importante e non scontata anche nella musica che viene considerata “alternativa”. L’omologazione è un rischio molto forte anche in questo ambiente. I gruppi RobotRadio possono piacere o non piacere ma credo che sia fuori discussione la loro originalità. Abbiamo stretto rapporti più continuativi con i Lucertulas, che sono davvero buoni amici. Con gli altri gruppi non vediamo l’ora di condividere più tempo…magari in un altro festival…
(HD) Ottimi. Con le altre band ci si conosce da tempo, ancora prima di scoprirsi compagni di etichette, con loro è sempre molto bello condividere il palco. Per quanto riguarda noi con Mirko e Stefano abbiamo un rapporto perfetto, anche in questo caso con alcuni di loro ci si conosceva ancora prima che avessero l’idea di mettere su un’etichetta discografica; loro due sono persone incredibili che mettono in quello che fanno la stessa energia che potremmo mettere noi su palco, infatti le grandi persone che sono, lo sforzo che ci mettono e i risultati a cui arrivano ci fanno capire sempre di più che sono due ottime etichette veramente indipendenti. Siamo molto contenti che i nostri dischi usciti fino ad oggi siano con loro. Il RobotFest è un progetto nato da un’idea del nostro chitarrista ancora un tot di tempo fa dove essenzialmente si voleva riunire tutte le band dell’etichetta, che stavano diventando cospicue, per una sorta di benefit cioè per aiutare Stefano con il progetto dell’etichetta che sappiamo e possiamo garantire richiede sforzi anche economici non certo indifferenti. Due serate diverse in due diverse città ma con un unico scopo, sono state ambedue ottime e pensiamo sia stato importante farlo.
(L) Siamo tutti una grande famiglia!! Papà Stefano e pargoli uniti!!!
(P) Con Stefano di RobotRadio è facile trovarsi bene, mette entusiasmo e passione in quel che fa, si dà un sacco da fare nonostante gli impegni siano lievitati con le ultime uscite, segue con attenzione e si esprime su ogni aspetto delle uscite che cura. Non ti aspetteresti mai da uno così il trattamento di schiavitù e cinica umiliazione cui sottopone il Panda per le traduzioni in e dall’inglese! Per quanto riguarda i gruppi, ormai siamo tutti cugini che si incontrano alla festa dello zio, con Dead Elephant non abbiamo ancora avuto occasione di suonare e speriamo di farlo presto!
