Un uomo migliore
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Stefano Pifferi
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Stefano Solventi
- 28 Giugno 2011
E’ un caldo sabato pomeriggio di fine maggio. Aria sospesa, il frusciare della brezza sulle foglie, il silenzio solleticato da un costante cinguettio. Mi prende un bel torpore bucolico. Strano momento insomma per chiamare Pierpaolo Capovilla, leader de Il Teatro Degli Orrori in procinto di riesumare la band che credevamo dissoltasi da un bel pezzo. Da poche ore infatti siamo in possesso di A Better Man, disco che segna il ritorno in grande stile degli One Dimensional Man. Ebbi modo di vederli solo una volta, sarà stato il 2002 in quel di Urbino, se non ricordo male: la fama dei loro travolgenti live show si dimostrò pienamente meritata. Strano, dicevo, dover parlare col leader di una rock band tutt’altro che accomodante nel bel mezzo di un sabato pomeriggio quasi estivo. Invece Pierpaolo mi stupisce per la franca disponibilità ed un piglio generoso da “chiacchierone”, come si definirà egli stesso. Nella sua voce, l’entusiasmo di chi è pienamente soddisfatto della nuova creatura appena sfornata.
È doveroso, però, prima di goderci l’intervista riavvolgere il nastro e riannodare i fili di una storia che pensavamo conclusa. L’esperienza ODM era stata infatti congelata nel lontano 2004, anno in cui vedeva la luce You Kill Me, col senno di poi zenith creativo e insieme testamento per il trio italiano. La riesumazione del progetto avvenne lo scorso autunno col Box che ne raccoglieva l’intero percorso discografico e che poteva essere superficialmente inteso come un tentativo di “fare cassa” sfruttando l’effetto larsen del successo del Teatro Degli Orrori.
Oggi, con A Better Man in rampa di lancio, si capiscono molte cose legate all’uomo non più stretto nell’unica dimensione di marcusiana memoria. La voglia di far musica innanzitutto. Oppure la volontà di rendere giustizia ad un percorso di vita non ignorato da critica e pubblico, ma sicuramente sottovalutato rispetto alle sue reali potenzialità. E così A Better Man sana il dissidio, stucca le crepe e fornisce una nuova chiave di lettura all’intero percorso targato ODM. Matura e sorprendente, per certi versi.
Il blues virato noise; il rock in overdrive; l’urlo liberatorio sul palco. C’è tutto nel nuovo album, ma c’è infinitamente di più. C’è la volontà di sperimentare, di indagare, di scoprire. C’è la voglia di proseguire per il proprio, ignoto percorso andando sempre oltre quella linea di demarcazione tra l’onesto mestierante e l’appassionato, di superare quella linea che divide l’artista dall’artigiano. E se Capovilla & Favero (non ce ne voglia Luca Bottigliero se facciamo riferimento ai due storici membri) si dimostrano artigiani – del suono, della parola, del rock – sono indubbiamente innalzabili al ruolo di artisti a tutto tondo, dopo aver con successo sperimentato estreme polarità come i bagni di folla del Teatro e le incursioni in territori arty in cui la poesia convive con la musica (il reading dedicato a Majakovskji, ad esempio).
A Better Man è un nuovo punto di partenza. Lo dimostra il suono libero, rock ma anche qualcosa di altro, gli arrangiamenti che sfaldano la forma-canzone, l’uso intelligente dell’elettronica così come il respiro internazionale degli ospiti dimostra il valore, conquistato sul campo, dai protagonisti. Abbiamo detto molto, o poco, a seconda dei pareri. Lasciamo perciò che sia un disponibile e giustamente entusiasta Capovilla a suggerirci qualcosa in più su quello che è un ritorno molto atteso ma non in senso nostalgico, quanto semmai come apertura al nuovo stimolante ed efficace.
Il disco ci piace, è davvero buono. Ti preannuncio una recensione positiva.
Bene, le recensioni positive fanno sempre piacere. Quelle negative fanno venire i nervi (ride). Ok, ci stanno anche quelle…
Rentrée, tour, disco nuovo. Il percorso è completo e di nuovo a pieno regime. In futuro ci dobbiamo aspettare l’attività parallela del Teatro e di ODM?
Me lo auguro. Era un obiettivo che ci eravamo dati al momento della fondazione del TDO, che nelle nostre intenzioni avrebbe dovuto essere un side project di ODM. Poi il successo del Teatro è stato tale che abbiamo dovuto dargli priorità. Ma gli ODM sono il mio gruppo. Quindi credo che le due realtà siano destinate a durare a lungo parallelamente. Vedi, il fatto è che non si vive facilmente di musica. Ma se è dura tirare avanti con un gruppo solo, magari andrà meglio con due (se la ride di gusto, ndi). Magari si lavora come muli da soma, ma è un mestiere che amiamo fare.
Ovvio che siete mossi dalla convinzione che gli ODM dovessero ancora dire e dare qualcosa di importante. D’altro canto, pensate che nella loro breve ma intensa storia abbiano ottenuto i riconoscimenti che meritavano?
Oh Gesù… I rimpianti sono molti. Si sarebbe potuto fare di più, però mi accontento. E’ stata un’esperienza positiva per noi e credo per la musica italiana. Nessuno di noi insegue il successo. L’obiettivo, il vero obiettivo, è il percorso. In fondo siamo dei rocketari, per noi è importante vivere l’esperienza musicale, il concerto. Lo viviamo sulla pelle, nella carne. Ci mettiamo il cuore. Di tutto ciò nutro profonda soddisfazione.
Quanto c’entra la reunion degli ODM col mezzo terremoto in seno al Teatro di un paio di mesi fa?
Non esiste una correlazione immediata. Sapevo che avremmo ripreso in mano il discorso ODM. Quello che è successo nel Teatro è più inerente alle nostre vite… Non è facile fare una lunga tournée col TDO senza uscirne con le ossa rotte. In questo momento sul futuro del Teatro non saprei dirti nulla di veramente circostanziato. Mi piacerebbe riuscire a riannodare i fili delle amicizie, riallacciare i nodi del progetto.
Il discorso ODM si è interrotto con un album, Take Me Away, nel quale sembrava compiersi quel percorso di riequilibrio tra impeto e melodia, tra nervi e scrittura già evidente in You Kill Me. Dal post-hardcore-noise degli esordi ad un rock (indie?) a tutto tondo, insomma. L’avventura riparte da lì?
Direi di sì. Però con A Better Man abbiamo fatto un passo notevole in avanti, verso la forma canzone e dal punto di vista degli arrangiamenti. Giulio (il bassista e produttore Giulio Ragno Favero, ndi) gioca un ruolo importante nella definizione del suono e delle performance. E’ un produttore artistico a tutti gli effetti. Io e Luca Bottigliero, il nostro nuovo napoletanissimo batterista, siamo felicissimi di questo. Questo stato di cose è il nostro nuovo punto di partenza, anche se dopo tutti questi anni sembra come un debutto.
Tracce come la title track (inclusa la reprise Ever Sad), Too Much, This Strange Disease e una cover come Face On Breast (di Scott Walker) rappresentano uno scarto mica da ridere rispetto alla calligrafia che ricordavamo. Sembra un po’ come suonerebbero gli ODM se in questi sette anni non avessero smesso di progredire… Sei d’accordo?
Ti ripeto, non vorrei essere noioso, ma in tutto questo c’è la mano pesantissima di Giulio. Ho una fiducia totale nelle sue scelte. La cosa bella è che oggi c’è una fiducia reciproca veramente ampia sulle direzioni da prendere, non ci sono più i contrasti di prima. Con gli anni poi ho capito che bisogna fidarsi anche del caso: lascio che le canzoni si sviluppino in maniera naturale, errori compresi. Senza dover imporre per forza il mio punto di vista.
C’è molta elettronica nel disco, seppur organica al sound, non gratuita…
Bisogna guardare al futuro. La tradizione è la cosa più importante. Ma non c’è tradizione senza rinnovamento. Si deve guardare avanti per non precipitare, giustamente, nell’oblio. Mi viene in mente una band su tutte: i Jon Spencer Blues Explosion, che non sono riusciti a sfuggire al proprio cliché. Bisogna avere invece il coraggio di ri-debuttare ogni volta.
ODM è sempre un trio ma A Better Man è frutto di moltissime partecipazioni. Segno di grande considerazione nell’ambiente e di altrettanto grande apertura mentale. Sei d’accordo?
Non sai il piacere e la soddisfazione che proviamo ad avere ospiti così importanti nel nostro nuovo disco, mi riferisco in particolare a Justin Trosper (chitarrista e cantante degli Unwound, ndi) e quel demone di Eugene Robinson (vocalist degli Oxbow, ndi). Pensa che Justin era dieci anni che non prendeva in mano la chitarra, lo ha fatto per noi ed è una cosa che mi commuove. Averlo in un nostro disco è una conquista più grande che non vendere cinquantamila copie (ride).
La lista degli ospiti è davvero corposa. D’Erasmo, Gabrielli, Battaglia… Mi intriga particolarmente sapere come e perché è stato coinvolto un musicista sui generis come Sir Bob Cornelius Rifo…
Bob è un antico amico di Giulio, ha collaborato anche nell’ultimo disco del Teatro. La sua è stata una partecipazione, diciamo così, naturale. Non amo particolarmente il suo… Techno punk, che Bob mi perdoni se lo chiamo così. Però credo che contaminazioni di questo tipo siano fruttuose. Se c’è una fregatura che ci impone la società è che ci divide, ognuno nella propria specializzazione. Invece la cooperazione è la cosa più bella che ci sia. Questo disco è proprio un’opera corale, e mi dà un piacere enorme. Mi piace anche il fatto che per la prima volta io interpreto i testi. Non sarei capace di scrivere testi in inglese con questa intensità.
Te lo avrei chiesto: dimmi di Rossmore James Campbell, l’autore di tutti i testi.
E’ stato un mio vicino di casa, è un picaro che viaggia molto e che per un anno si trovò a vivere a Venezia. Collaborò con ODM già per You Kill Me, scrivendo il testo di This Man In Me. Di una scrittura bella come la sua sono del tutto incapace. Scrivendo per il Teatro ho capito che sono più bravo ad esprimermi nella nostra lingua, ci ho messo un bel po’ di anni a capirlo (ride). Ross è una persona molto romantica, si è sposato, ha messo su famiglia. E’ di Sidney, ha vissuto a Londra, a Roma, a Bologna, adesso abita a Città del Messico. Non ci vediamo da una vita. E’ stato molto bello e interessante lavorare a distanza, comunicando via Skype.
Spiegami: ha scritto i testi sulle musiche già pronte?
Si è occupato solo dei testi. Ci ha fatto dono – su nostra pressante sollecitazione, diciamo – di ventisei composizioni che aveva scritto sulla Moleskine durante i suoi numerosi viaggi nel mondo. Scrive con grande attenzione alle rime. Il suo sguardo lo ha portato ad indagare sul lato più oscuro dell’amore, il lato fragile delle persone.
Come cambia la sostanza e l’ambito dei testi dall’italiano del Teatro all’inglese degli ODM? Ad una prima scorsa negli ODM sembrano puntare più sulla suggestione di situazioni noir o su pennellate espressioniste… Dipende più dalla lingua o dall’impostazione dei progetti?
Dal punto di vista dei contenuti i primi quattro album degli ODM non sono così diversi dai due del TDO. I temi e i contenuti sono simili, mi riferisco a tutte quelle piccole grandi ingiustizie che avvengono nella nostra angusta vita. L’amore familiare, amicale, filiale, sono tutti rapporti sociali sui quali si può puntare l’obiettivo per analizzarne i limiti, le ingiustizie e le prevaricazioni. La vedo come una critica filosofica, questo è in un certo senso l’obiettivo poetico dei miei testi. Col TDO sono riuscito a circostanziare meglio la cosa. Con gli ODM – che devono esprimersi inglese, per scelta – ho dovuto mediare con le difficoltà dell’inglese. Per quest’ultimo disco abbiamo preferito sbarazzarci di questo “medium” rappresentato dalla lingua per rivolgerci a Rossmore.
Quel cuore in copertina… My Fucking Black Heart di Simone Fazio (artista modenese, classe 1980, ndi). Ho visto un po’ delle sue opere sul web, sembra avere questa ossessione per il corpo, scavato come certe cose di Egon Schiele. Più anatomico che carnale. Direi antiromantico. C’è un significato preciso?
E’ un cuore disvelato. Più chirurgico, scientifico, anatomico come dicevi tu. In contrasto coi contenuti profondamente romantici dei testi.
Sempre a proposito di significati reconditi, ha un senso particolare un titolo come A Better Man?
E’ il titolo della canzone, che ha un testo semplice e luminoso. Parla di un uomo che attraverso l’amore prende coscienza dei propri errori e cerca di migliorare se stesso nei confronti del mondo. Poi naturalmente si riferisce anche al nuovo debutto per ODM, che ci auguriamo possa essere migliore di prima.
E infine: in coda di Too Much si percepisce un “grazie a tutti“, mentre il disco si chiude con una trepidante “come on, let’s go“. Come siamo autorizzati ad interpretarli?
Il “grazie a tutti” credo sia dovuto all’ubriachezza di quella notte (ride). Alcune cose, come Too Much, sono state registrate di getto, poi certe imperfezioni sono rimaste. Come dicevo, ci siamo un po’ affidati al caso, ed è stato un bene. Il “come on let’s go” significa bene, adesso ci alziamo e percorriamo la nostra via. Avanti verso il futuro, Con speranza. Per quanto le canzoni possano essere intrise di malinconia, mi ritengo una persona molto speranzosa.
Credi che in questi sette anni siano cambiate le cose per il rock in Italia? Che cioè sia possibile proporre altro, e che una proposta come quella degli ODM possa venire recepita diversamente da pubblico e addetti ai lavori?
Credo che se ci sarà nuova attenzione per gli ODM sarà grazie all’esperienza del Teatro. Spero che si aprano nuove possibilità anche all’estero. Se da una parte è stata una soddisfazione farsi capire dal pubblico italiano coi testi del Teatro – ci sono voluti anni per apprezzare questa cosa, meglio tardi che mai (ride) – d’altro canto gli ODM possono ambire anche ad essere apprezzati fuori dall’Italia, per la proposta musicale e per i testi in inglese…
Ultimissima domanda: ti sei ripreso dallo sdoganamento – si fa per dire – del Teatro su Famiglia Cristiana?
Eh, è stata una cosa incredibile, anche se non mi ha sorpreso più di tanto. Padre Nostro fece sbraitare qualche leghista, qualche esponente dell’UDC, i soliti cani che abbaiano a quello che non capiscono. Invece, che su Famiglia Cristiana, uno dei settimanali più venduti del nostro Paese, ci sia qualcuno che capisce qualcosa di musica non deve stupire troppo. In fondo è una pubblicazione con un indirizzo progressista, rispetto allo scorcio storico che stiamo vivendo.
