Gotico folk, sgranando le perle dell’underground

L’acid folk dei Pearls Before Swine  è stato uno dei principali fenomeni cult emersi dai sixties; figlio della psichedelia acustica ma solo per vaghe generalità, il progetto ha attinto quasi esclusivamente alla polimorfica personalità del suo autore e cantante, quel Tom Rapp dal pronunciato sigmatismo che oggi può bearsi al raccolto di una semina neppure tanto prolifica dalla quale è derivata però, con l’aiuto del tempo, una nutrita schiera di estimatori intenzionati a proseguire il discorso artistico dei Pbs nella speranza di superarlo.

Tanti gli artisti che ne hanno riconosciuto la grandezza: dal regista Julien Temple  allo scrittore Thomas Pynchon (leggere per credere il Vizio di forma), passando per il chitarrista del Patty Smith Group Lenny Kaye, Julian Cope, Genesis P-Orridge, Cul de Sac  e Ivo Watts-Russell che rese tributo a Rapp con una cover di The Jeweller nel secondo imperdibile episodio della trilogia dark-pop dei This Mortal Coil, Filigree & Shadow.

Conosciuta quasi esclusivamente per i primi due album di fine Anni ’60, la carriera artistica di Rapp è proseguita con una manciata di lavori ammantati da un delicato torpore bucolico, degna evoluzione umanista dei celebrati One Nation Underground e Balaklava. Il nuovo millennio, con la rinascita dalle ceneri dello psych-indie-freak folk grazie a personaggi estrosi quali Devendra Banhart  e Joanna Newsom, ha decretato giocoforza un’occasione di rispolvero per la storia del buon Tom, qui raccontata grazie allo studio della discografia e con il contributo diretto del compositore statunitense. Inizieremo dunque, citando niente meno che Gesù Cristo nel Vangelo secondo Matteo (Capitolo 7, Versetto 6): “Non date ciò che è santo ai cani, né gettate le vostre perle davanti ai porci, affinché non le calpestino coi loro piedi e voltandosi non vi sbranino”.

Con un pizzico di grandiosità ma sopratutto in virtù di quello humour che in pochi sapranno intravedere nelle opere lì a venire, il giovane Thomas Dale Rapp (classe 1947) conia il nome della sua band, adducendo la previsione di una carriera alla mercé di un pubblico poco riconoscente. Nativo del North Dakota (Bottineau) ma trasferitosi ancora ragazzino coi genitori insegnanti nel Minnesota (siamo sempre al confine col Canada dell’amato Leonard Cohen), egli dimostra “orecchio” fin dalla tenera età, imparando i rudimenti di ukulele e chitarra e ideando il primo pezzo a sei anni, una ballata su un cowboy prossimo alla morte, secondo il suo vago ricordo. Leggenda vuole che a un concorso per nuovi talenti la terza posizione fosse tributata proprio a Rapp, mentre un imberbe “Bobby Zimmerman da Hibbing” (non ancora battezzatosi Dylan) si fermò al quinto posto. Gli spostamenti dei Rapp però non sono finiti: sarà la volta della Pennsylvania e dunque dell’assolata Melbourne in Florida, dove il nostro compie gli studi superiori e, insieme ad alcuni compagni di scuola, dà vita alla prima e unica formazione stabile dei Pearls Before Swine, nel 1965.

L’ascolto dell’album omonimo dei Fugs, prodotto per la oggi leggendaria Esp Disk (promotrice di icone jazz quali Albert Ayler, Patty Waters e Sun Ra), suggerisce alla band di spedire un demo all’ufficio newyorkese dell’etichetta, chiedendole senza troppi giri di parole di metterla sotto contratto. Possiamo immaginare dunque la sopresa dei ragazzi, ricevuta la richiesta di recarsi nella Big Apple per registrare il loro esordio.

Per arrivare alla lunghezza delle due facciate, Tom & Co. terminano di elaborare la tracklist durante il viaggio in aereo; One Nation Underground (Esp Disk, 1967) verrà registrato in soli quattro giorni, ottenendo un insperato successo di vendita (200.000 copie) che ai nostri frutterà – come da tradizione underground – ricompensi economici quasi nulli. In apertura, la delicata Another Time ripercorre l’episodio di un incidente nel quale Rapp venne sbalzato fuori dall’auto di cui era passeggero, cavandosela solo con un taglio al sopracciglio. Sotto un profilo musicale, il brano è manifesto di uno stile che, pur attingendo ai manierismi del proprio decennio, si colloca in un limbo di autentica unicità, grazie al timbro impalpabile della voce di Rapp e alle stranianti incursioni di vibrafono, clavicembalo, celesta e clavioline. Se Playmate scimmiotta la cantilena del Dylan Blonde On Blonde e I Shall Not Care non si distacca di molto dallo psychedelic rock del tempo, numeri quali Morning Song e Regions of May, suonate con la rassegnazione di un’anima pronta al distacco dal corpo, danno la misura di una sensibilità cresciuta e sviluppatasi nei territori crepuscolari di un intimismo universale. Ballad To An Amber Lady proietta l’ascoltatore in un’altra epoca, merito del polistrumentista Roger Crissinger, qui responsabile di un testo di struggente malinconia tardo romantica: “Madama dell’Ambra/sedeva al clavicembalo di velluto vestita/nella stanza delle meraviglie orientali/fissando la veranda fiorita/ammantata com’era di seta e tristezze//Rebecca singhiozzava tormentandosi all’arpa/Leila invece, si donava a uno sconosciuto/nei campi riarsi da un sole cinereo”. La chiusa è affidata alla spettrale The Surrealist Waltz, abbandono mortale in formato pop e gemma esoterica d’indescrivibile efficacia.

Balaklava (Esp Disk, ’68) affina le migliori intuizioni dell’esordio, palesando il proprio mood a partire dalla copertina, dettaglio dal Trionfo della morte del pittore fiammingo Pieter Bruegel. Concept incentrato sull’orrore della guerra, Balaklava è raccolta di incisioni toccanti e sapientemente arrangiate, perfetta dalla prima all’ultima traccia. L’incipit con Translucent Carriages, il brano più richiesto dell’intero repertorio, proietta in una dimensione atemporale, persa tra i fumi dei sixties e il post-battaglia del 1854, a Balaclava, durante la guerra di Crimea, salvo risvegliare l’ascoltatore nel paradiso maomettano di Images Of April, animato da cinguettii ed echi di pifferi fiabeschi. Persa la formazione originale (salvo il banjo di Wayne Harley) lo stupore estatico di Rapp prosegue tra leggiadri clangori percussivi e archi arrangiati con elegante emotività in I Saw The World e Lepers And Roses. Pure non mancano episodi di arrendevole semplicità, come la spoglia dolcezza cantautorale There Was A Man e il sentito tributo a Cohen con una delle migliori versioni dell’arcinota Suzanne. Guardian Angels, unico picco di stravaganza, consiste nella riproduzione di un gracchiante 78 giri del 1929, sul quale è intonata una torch song di ironico patetismo. Il congedo, Ring Thung, vestirà i panni della morte violenta, con l’incedere trascinato di una pastoia medievale interrotta da un vorticoso giochetto di nastri.

L’entusiasmo della critica specializzata spinge Rapp a tentare un contratto con la Reprise, nella speranza di allargare il proprio bacino di ascoltatori al di fuori degli States. Ma il Cristo inquietante ritratto dal nostro Giovanni Bellini nella copertina di These Things Too (Reprise, ’69) paga lo scotto di un parziale distaccamento col nuovo repertorio del gruppo (ridotto praticamente ai soli Harley, un tale Jim Fairs, Rapp e la neo-sposa Elisabeth ai cori). Album di transizione verso liriche dall’approccio più narrativo e un’apparente standardizzazione del songwriting, These Things Too flirta qua e là con blues e country, pervenendo a miniature come dal pennello di un Townes Van Zandt parnassiano; oltre a una maggiore qualità esecutiva, l’opera si spoglia degli orpelli già di maniera dei lavori trascorsi, concedendo soavi tenerezze (Look Into Her Eyes, Man In the Tree, Wizard Of Is) e una spontaneità back to roots che non sarebbe dispiaciuta alla Band di Music From Big Pink (I’m Going To The City).

Trasferitosi per alcuni mesi con la moglie in una pittoresca cittadina dei Paesi Bassi, il cantautore trova ispirazione per del nuovo materiale, che incide in soli tre giorni al suo ritorno negli States utilizzando sessionmen di Nashville e una piccola orchestra d’archi e legni. The Use Of Ashes (Reprise, ‘70) dimostra un’ulteriore maturazione compositiva, elargendo alcuni dei migliori numeri a catalogo (The Jeweller, God Save The Child, Riegal) e ispirando al paroliere Bernie Taupin il soggetto per Rocket Man, uno dei suoi capolavori indiscussi in coppia con Elton John. Il successivo City Of Gold (Reprise, ’71) rischia, sotto un profilo stilistico, una pericolosa overdose di Americana, imitando il Dylan svagato in Nashville Skyline e coverizzando Judy Collins, Jaques Brel e il solito Cohen.

…Beautiful Lies You Could Live In (Reprise, ’71), inspiegabilmente, risale la china di un estro insabbiato con una manciata di irrinunciabili malinconie, su tutte quella Snow Queen circondata di gabbiani che le intimano cripticamente “Nella nostra cecità, dobbiamo pur sfiorarci tra noi”. Ma vanno anche investigate, con tutta calma, le eteree esecuzioni di Island Lady (“…Signora dell’isola, a volte dio si manifesta, e se anche fossero solo menzogne, ti prometto bugie meravigliose con cui poter vivere”), Butterlies, Freedom e l’acquerello tracciato appositamente per la voce di Elisabeth, Epitaph.

Il non autorizzato Familiar Songs (‘72) a nome Tom Rapp, raccoglie canzoni già note ai fan rubate da una session particolarmente riuscita e sancisce l’abbandono definitivo dalla Reprise. I tentativi solisti Stardancer (Blue Thumb, ’72) e Sunforest (Blue Thumb, ’73) sono testimonianze di un pop-rock vagamente psichedelico e ormai fuori tempo massimo, pur contenendo alcune tracce di pregevole fattura (For The Dead In Space, Stardancer, Blind River). La seconda metà dei seventies, archiviata la Guerra in Vietnam e con essa lo spirito vitale che animò la controcultura, suggerisce a Rapp un drastico abbandono dello showbiz (qualcuno lo avvisterà, a torto, in Italia, nelle vesti di becchino). La realtà è ovviamente più prosaica: egli riprende gli studi laureandosi in economia, si separa da Elisabeth e sceglie la strada dell’avvocatura.

La re-entry, nei nineties, avviene un po’ per volta: prima con la partecipazione in sordina all’esordio del Terrastock festival nel 1997 a Providence, poi con la progressiva ripubblicazione dell’intero catalogo, integrato da compilation trascurabili, tribute di insospettata validità artistica (i tre volumi For The Dead In Space, Secret Eye, ’97), raccolte di demo e inediti (il doppio The Wizard Of Is, Water, 2003) e un live particolarmente ispirato del ’71 (Live Pearls, Wild Cat 2008) . C’è spazio persino per un nuovo capitolo da studio a proprio nome, prodotto dagli ex Galaxy 500 Damon Krukowski e Naomi Yang: A Journal Of The Plague Year (Woronzow, ’99) ripropone tali e quali profumi e sapori dei sixties, passando inosservato nei 10 minuti dell’acid Dylan Shoebox Symphony ma toccando i vertici emozionali dei lavori più noti nell’immediatezza acustica di The Swimmer e Silver Apples II (dedicata all’amico Simeon Coxe, col quale il nostro condivise il palco nel rientro al Terrastock festival del ’97).

Letta nella sua interezza l’avventura creativa di Tom Rapp è situata in quella nicchia del mercato discografico popolata da outsider che al business musicale finiscono per preferire la straordinarietà di una vita “ordinaria”. Per tirare le somme di tanto valore artistico, chiuderemo citando il Borges dei Frammenti di un Vangelo apocrifo:

“Da’ quel ch’è santo ai cani, getta le tue perle ai porci; quel che importa è dare”.

 

L’intervista

Tom, iniziamo dalla tua ultima fatica da studio: cosa ti inorgoglisce di A Journal Of The Plague Year?

È stato un piacere lavorare fianco a fianco con Damon e Naomi, i quali avevano appena inaugurato il loro studio di registrazione a Cambridge, nel Massachussets. L’album rappresenta la loro prima produzione ufficiale conto terzi. Mi sono limitato ad affidargli alcuni brani che tenevo nel cassetto dal 1973. Eppoi devo evidenziare l’ottimo lavoro di Adrian Shaw e l’ospitata di Nick Saloman, rispettivamente bassista e compositore nell’indie rock band Bevis Frond. Tutta bella gente.

A Journal Of … è da considerarsi il tuo album conclusivo o c’è dell’altro?

Sto lavoricchiando coi The Late Cord per il loro nuovo album. Ho alcune canzoni da parte e di tanto in tanto mi piglia la tentazione di lavorarci su e registrarle. Chissà…

E ora il passato. Togliamoci subito il pensiero: che ricordi delle registrazioni di Balaklava?

Eh, ci è voluto un anno per realizzarlo. Avevamo aspirazioni ben precise e arrangiamenti diversi da quelli che sono poi stati registrati per quasi ogni canzone. Fu solo dopo Balaklava che provai la marijuana e a quel punto sì che “aspiravo” alla grande! Il precedente One Nation Underground, a esempio, al contrario di quanto ipotizzò la critica, fu registrato in un’atmosfera assolutamente sobria e “pulita”. Diciamo che mi sentivo psichedelico ancor prima di venire a contatto con qualsivoglia tipo di droga. C’è quel pensiero di Abbie Hoffman secondo il quale chi abbia ricordi degli Anni ’60 vuol dire che non li ha vissuti veramente. Da parte mia rammento il profondo stato di trance, assolutamente naturale, in cui precipitai appena terminata di incidere la mia versione di Suzanne.

La critica sembra concorde nel tributarti onori quasi esclusivamente per i tuoi primi due album; non trovi seccante questo atteggiamento, il quale pone in ombra lavori successivi tipo The Use Of Ashes?

I lavori che preferisco, oltre a One Nation Underground e Balaklava sono appunto The Use of Ashes ma anche Stardancer. Forse, a influenzare il mio giudizio sono le condizioni in cui ricordo che sono stati realizzati e il fatto che ci siamo divertiti un sacco per inciderli. Questi quattro titoli hanno toccato il cuore a un sacco di persone. Pensa che nei Paesi Bassi c’è perfino un gruppo che si chiama The Use Of Ashes e sono pure bravi.

Dalle copertine dei tuoi album traspare una predilezione per l’arte medievale e, più generalmente, per un’estetica grottesca…

Beh, ho sempre adorato Hieronymus Bosch e Bruegel il Vecchio ma, al contempo, la mia estetica abbraccia anche la cinematografia horror Anni ’30 della Universal (e allora vai di film come Frankenstein, Dracula, La mummia, L’uomo lupo) così come certe pellicole dei ’50-’60 prodotte dall’inglese Hammer Film. E poi mi hanno sempre affascinato film come Il mastino dei Baskervilles (consiglio la versione del ’39 con Basil Rathbone nella parte di Holmes) e il Macbeth di Orson Welles. Una delle prime canzoni che ho composto da bambino si intitolava “Sherlock Holmes e le tre streghe”; non ricordo come faceva ma mi pare fosse un pezzo particolarmente complicato.

E nella letteratura, cosa ti ha segnato?

Non ho dubbi: leggetevi The hollow men di Thomas S. Eliot.

Eccezioni a parte non trovi che la letteratura beat sia tra i fenomeni culturali più sopravvalutati del ventesimo secolo?

Adoro Ginsberg e Burroughs ma non scordiamoci Kerouac! Ancor oggi assaporo la bellezza di Mexico city blues; senti che meraviglia questo estratto dalla strofa 211: “La ruota della carne tremante – il concepimento – gira nel vuoto catapultando esseri umani, porci, tartarughe, rane, insetti, pulci (…) orribili innominabili pidocchi d’avvoltoi (…) tutto l’infinito concepimento di esseri viventi (…) Vorrei essere libero/da quell’incatenante ruota di carne/e salvo, in un cielo morto”. Sfortunatamente la loro poetica si è prestata a facili manierismi ma il fulcro della letteratura beat riesce a fondere l’aspetto estatico con il rigore di un testo obiettivamente ben scritto. Oggi leggo molto volentieri David Tibet e un poeta canadese poco conosciuto ma che mi sento di consigliare, tale Marc Creamore.

Chi è il giudice più importante: l’artista o il pubblico?

Crei sempre per te stesso e, contemporaneamente, per quell’ascoltatore di cui non sai nulla se non il fatto che è davvero interessato a capire ciò che hai scritto e, talvolta, ha bisogno di essere confortato dalla tua musica. Non sai quante persone mi hanno riferito che la mia musica li ha aiutati a desistere da pensieri suicidi. Pensa che durante la seconda edizione del Terrastock festival, a Londra, mi sono trovato davanti un fan con il viso interamente ricoperto di bende. Disse che stava morendo di cancro e mi chiedeva il permesso per mettere di sottofondo un brano dei Pbs al suo funerale. Due mesi dopo se n’è andato. Che dire? Cose del genere sono talmente commoventi! Ti fanno capire che ciò che hai fatto nella vita ha avuto un senso, un ruolo importante in quella degli altri. Molto semplicemente, realizzi che sì, sei riuscito a entrare in contatto con qualcuno e ad aiutarlo.

Uno dei tuoi pezzi più recenti, The Swimmer, è dedicata a Cobain: te ne frega davvero dei Nirvana o hai solo omaggiato un giovane artista morto prematuramente?

La morte di Kurt Cobain e tutta la questione concernente il suicidio hanno suscitato in me una reazione che si è poi tradotta in The Swimmer. Credo davvero che la sua perdita, oltre a essere un fatto obiettivamente triste, abbia significato per noi la privazione di un talento che poteva dare ancora molto in termini musicali.

E oggi? Qualche nome di rilievo tra le nuove leve dello psych folk?

Ascolto molto volentieri gli album in duo dei miei amici Damon & Naomi. Poi vediamo: Black Forest/Black Sea, Dave Pearce, Kitchen Cynics (cioè Alan Davidson), Prydwyn e gruppo annesso, Timothy Renner e i suoi tanti progetti paralleli, i giapponesi Ghost, Alastair Galbraith, Spacious Mind. Fanno tutti bella roba.

Nel 1997 il tuo ritorno ufficiale on stage dopo più di vent’anni d’assenza…

Tutto grazie a Phil McMullen, editore della rivista Ptolemaic Terrascope. È stato il primo a venirmi a cercare, agli inizi degli Anni ’90. A quanto pare la maggior parte di quelli che apprezzavano i Pbs erano convinti che fossi morto e sepolto. Ha insistito affinché partecipassi alla prima edizione del festival indie organizzato dalla rivista, a Providence. Visto che anche mio figlio David avrebbe suonato lì coi suoi Shy Camp mi sono fatto forza e ho accettato. Solo che non avevo più toccato una chitarra da un sacco di tempo ed è stato necessario esercitarsi, esercitarsi, esercitarsi. Ho dovuto dannarmi a ritrovare gli accordi delle mie stesse canzoni, non ricordavo neanche le parole. Eppoi non avevo più i calli sui polpastrelli perciò le dita mi sanguinavano alla grande. Molto fico comunque.

La formazione originale dei Pbs non sembrava particolarmente interessata a suonare dal vivo.

Poi però esibirsi nei primi Anni ’70 sì rivelò un’esperienza affascinante: ho conosciuto gente come John Lennon, Tim Hardin, Jerry Garcia dei Grateful Dead  e diviso il palco con mostri sacri quali Odetta, Chuck Berry e i Pink Floyd. Cosa potevo chiedere di più a quel punto? Il rovescio della medaglia era che avvertivo una pressione costante e di soldi ne giravano assai pochi perciò talvolta c’era davvero poco per cui stare allegri.

Quanta fama può tollerare un uomo prima di perdere contatto con la realtà?

È una questione, quella della fama, che tratto in un brano ancora inedito, dal titolo Every Change Is A Release. Sono assolutamente felice della mia vita e della piega che ha preso in questo momento. Sono in armonia con le persone che mi circondano, con il sobrio stile di vita che conduco. Se un giorno dovessi rimuginare rispetto alle occasioni sprecate o ai progetti naufragati beh, mi basterebbe pensare che se la mia vita fosse andata diversamente, con buona probabilità ora non sarei appagato come sono.

Arriviamo ai giorni nostri: “Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato”. C’è del vero?

George Orwell ci vedeva giusto il più delle volte. La questione oggi è che una piccola percentuale della popolazione si è accaparrata la maggior parte delle risorse disponibili. Inoltre la disparità di guadagno tra le diverse classi sociali non fa che aumentare, senza controllo. Stati Uniti e Inghilterra stanno facendo del loro meglio per vanificare anni e anni di lotte per ottenere un livello minimo di benessere sociale. Citando la Genesi, Capitolo 4, Versetto 9: “Sono forse il custode di mio fratello?”, la risposta del partito repubblicano è un secco: “Cavolo, no!”.

Qual è il tuo bilancio dopo tre anni di presidenza Obama?

Obama è troppo cauto quando fronteggia repubblicani e teabaggers. Ma dico io: visto che non gli piacerai mai a prescindere (non so se te l’ho detto che Obama è nero…) perché non prenderli direttamente a calci sul culo e passare ad altro?

Qual è il pericolo più imminente che stiamo correndo?

L’ambiente e la salvaguardia del pianeta, sono le questioni principe. Negli States la fazione di destra se ne frega del riscaldamento globale: vorrebbero farci credere si tratti di inutili allarmismi. E vorrebbero pure che credessimo alla loro buonafede in questa convinzione.

Blowin’ In The Wind t’ha convinto a diventare cantautore; il Dylan di oggi lo trovi ancora efficace?

Un atteggiamento ingeneroso, il tuo. È come dire: ok, Dylan ha inventato la ruota ma poi che ha fatto? Quando l’ho incontrato si è dimostrato una persona gentile e generosa, completamente avvolta dalla propria travolgente creatività. Amerò tutto quello che vorrà ancora donarci per il resto della sua vita, che mi auguro duri almeno un centinaio d’anni.

Allora è Dylan la tua influenza principale?

Mettiamola così: lui ha inventato l’alfabeto che noi tutti abbiamo adoperato. Però l’autore che più mi ha influenzato è Leonard Cohen. La sua poetica mescola sapientemente Amor Sacro e Amor Profano. Sai, ero un ragazzino cattolico al tempo, perciò conoscevo bene queste due forze in eterna collisione. Quel genere di tensione si è trovata uno spazio all’interno di molte mie canzoni.

Che hai fatto negli Anni ’80?

Nel 1979 mi sono reiscritto a scuola pur avendo trovato un lavoro a tempo pieno: fino al 1982 credo di aver dormito per una media di cinque ore a notte. Nell’84, conseguita una laurea presso la University of Pennsylvania Law School, decisi di restare a Filadelfia, per esercitare a tutela dei diritti civili e contro quelle leggi che ci discriminano in merito alla razza, l’età, l’orientamento sessuale ecc.. Ho lavorato in una piccola società gestita da un uomo straordinario, Alan Epstein, una persona che si è battuta davvero contro le ingiustizie del governo, in favore di vedove e bambini. Un paio dei nostri casi si sono spinti fino alla Corte Suprema. So che sembra la trama di un film ma ricordo che avevamo questo caso entusiasmante di un giovane e brillante avvocato, silurato per aver contratto l’Hiv. Poco prima che la giuria rientrasse in aula per esprimere il verdetto la grande società che l’aveva licenziato patteggiò un’importante somma di denaro. Soddisfazioni. Trasferitomi in Florida nel 2001 lavorai per alcuni anni nell’ufficio legale della contea in cui stavo.

Sei ancora operativo come avvocato civilista?

Mi sono ritirato nel 2008 e adesso vivo sulla costa est della Florida con Lynn, mia moglie da venticinque anni, e con Atticus e Lucy, due cani assolutamente indisciplinati. Ti prego di specificare che sono raggiungibile all’indirizzo email [email protected]. Beh, chiaro: astenersi stalker psicotici con tendenze assassine!

Keats azzardava: “Se la poesia non vi arriva con la naturalezza della foglia sull’albero è meglio che non nasca nemmeno”. Mai avuto un blocco creativo?

Le canzoni sono solite sgorgarmi fuori con una certa scioltezza. Notizie che leggo sui quotidiani o fatti di cui vengo a conoscenza o che mi toccano riesco a tramutarli facilmente in canzoni. Riegal l’ho scritta dopo aver letto nell’International Herald Tribune del ritrovamento di una nave da guerra tedesca affondata nel 1944 dagli inglesi, circostanza che causò la morte dei 400 prigionieri in essa detenuti. Ho acceso il registratore incidendo tutto, parole in rima e musica, in cinque minuti. Il processo è stato talmente immediato che ho dovuto riascoltare il nastro per trascrivere gli accordi che avevo suonato. Chiaramente anche la location aiuta: nel mio caso aver abitato, per alcuni mesi del 1969, in una casetta circondata di rose con vista sul un lago meraviglioso popolato dai cigni (e con un bunker nazista a pochi metri, aggiungerei) sai… vorrei poter scrivere più musica in quelle stesse condizioni.

Qualche inciampo musicale che non ti perdoni?

“Non, je ne regrette rien”.

Sei credente, in qualche modo?

Non proprio. Credo piuttosto che gente come Martin Luther King abbia rappresentato la mano salvifica di dio, una possibilità concreta per aggiustare le nostre diatribe terrene. Scelgo, giorno dopo giorno, di credere nella giustizia e nell’amore.

Cos’è allora, la religione?

Una speranza tutta umana in merito a qualcosa che sta al di là di noi e che utilizziamo come infrastruttura per raggranellare un po’ di speranza nei giorni difficili. Qualcuno ha detto meglio di me che dio, per “funzionare”, non deve necessariamente esistere.

Senti questa di Confucio: “L’uomo che commette un errore e non tenta di porvi rimedio commette un altro errore”.

Sì ma certi errori sono irreparabili e tentare di correggerli sarebbe uno sbaglio ulteriore. Questa l’ha detta, sempre Confucio, un anno dopo della tua!

Qual è l’aspetto più straordinario dell’essere un artista?

Ti risponderei col verso di una canzone: “Money for nothin’ and chicks for free” (“Soldi facili e pupe a volontà”)… no aspetta, questo è di un altro autore. Credo che gli artisti e tutti quelli implicati in ogni genere di attività creativa siano immersi costantemente in un lavorio di rielaborazione della realtà che poi propongono agli altri, affinché la percezione di ciò che li circonda divenga più nitida e consapevole.

4 Aprile 2011
4 Aprile 2011
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