People are conditioned to believe

“Bring it all back home”. Vien da buttarla giù quella frase ogni tanto. C’ha tanta America buona dentro, un senso di ritorno dopo la scoperta del mondo. E quando senti ritornelli che riecheggiano gli “Hard Times”, soprattutto se a cantarli è un punk rocker, pensi che il messaggio possa viaggiare fresco nel tempo e che la forbice atlantica è pur sempre la stessa.

Da una parte la melodia e dall’altra lo “spirito”, al di qua lo stile (anzi style) e al di là la sincerità. Il bel vestitino dei fighetti inglesi e la camicia a quadrettoni di Kurt Cobain. Luoghi comuni e verità apparenti del resto, come ci saranno dei Placebo USA ma non ci sono Thermals in the UK, perché questo duo è cosa americana, un fenomeno che soltanto tra le stellestrisce può crescere sano e robusto, come unicamente i buoni wurstel sono tedeschi, e il buon latte olandese.

Diversamente non si possono negare le ragioni diciamo socioeconomiche, l’ordinaria sequela di gruppi che sono un mito aldiquà e una squadra di cretini qualsiasi aldilà dell’Oceano, e rotolando per quella via: c’è il Regno che ti sventola in faccia i bigliettoni dell’I wanna be Oasis e un enorme ventre a sfidare i propri artisti.

The Thermals USA sono il gruppo che canta la canzone da due minuti e quaranta nel 2006. Pop roco. Punk ramonesiano via Pixies. Distorsore e strofe all’osso. Usciamo vivi da qui. E via… poca musicologia à la Replacements o pose oblique Husker Du, mabubblegum per folkster scaraventati nell’orgia garage. Due accordi per una storia di provincia, altri due per un’impressione fugace sul mondo. Energia grezza e tasso zero di pose arty con interessi costanti: 30% Dylan e 50% tra punk rock e pop dalle parti dei Dinosaur Jr.. Il restante mettetelo alla voce The Thermals. È tutta energia analogica.

Dell’intervista che Sentireascoltare ha fatto ai ragazzi non ce ne faremo nulla. Non la pubblicheremo. Nell’ultimo album il gruppo s’interroga su una nazione dominata da repubblicani di stampo cattolico ma l’unica cosa che Hutch Harris, metà dei Thermals si sente di aggiungere ai testi è che “il suo interesse non riguarda né fascismi né fondamentalismi, piuttosto la sua è una ricerca di sé, il trovare una via d’uscita”. Il solito frasario, ma con una frase d’effetto a spiccare che dà al lettore il giusto scarto tra ignoranza e consapevolezza: “People are conditioned to believe”, come dire, il dubbio opposto all’assoluto, la ricerca continua di una frontiera mobile come sola base di libertà. Forse la compagna di lungo corso Kathy Foster ci avrebbe detto qualcosa in più. Sono dettagli.

Il duo gode comunque di un sodalizio stabile e di un feeling immediato che è culminato nel terzo lavoro. e questo è quel che conta. Il feedback arriverà, ne siamo certi. Come non ci scordiamo di parlare del “prima”, due frutti di una formazione a tre che comprendeva un batterista non eccelso ma energico come Jordan Hudson, quanto basta per dare corpo alle prime song. Con lui i Thermals avevano inciso un album garagista ma efficace intitolato More Parts Per Million (Sub Pop, 2003) e perfezionato la formula con il mini Fuckin’ A (Sub Pop, 2004), un proiettile più veloce e meglio prodotto. Due prove per una calibratura lenta ma già in traiettoria, nerbo e libertà espresse nel verbo garage declinato punk con i testi a tradire una scrittura folk asciutta come un peperoncino al sole.

Nel primo lavoro troviamo chicche come l’acerba ma freschissima It’s Trivia (l’attacco in dissonanza sonica ’90, la batteria chiassosa e pestona) e l’abc emo di Brace And Break, mentre tra gli iniziali spurghi d’anthem spiccano No Culture Icons, forte del memorabile leitmotiv “ hardly art / hardly starving / hardly art / hardly garbage / more coloured liquid / no scent, no skin /more stained paper /more parts per million ” e la più melodica Time To Lose ( I think we’ve reached our limit / I think we’re getting finished ). Sulla girandola dei riferimenti la meteorologia è piuttosto questa: echi dei primi Nirvana per Goddamn The Light, andamento cow punk à la Gun Club in My Little Machine, melodie Lemonheads per A Passing Feeling. Soprattutto, per ciò che interessa al percorso della band, è un brano come Out Of The Old And Thin a fornire la cifra stilistica dei Thermals, è lui il più convincente esempio di testo folk e rabbia garage punk, e se qualcuno nutrisse qualche dubbio il ritornello intona una “ On your breath, on your flesh / On line, on time / On your head, on your chest / On line, on time ” senza vergognarsi di un’inflessione ben nota.

È la via, anzi un modo, un motore due tempi che s’accende senza troppe menate, una modalità che ritroviamo nel successivo mini Fuckin’A: ancora brani che si specchiano l’un l’altro, con Every Stitch e la pixiesiana How We Know tra virgolette più verbosi e articolati. La storia infine è recente, allargando il solco dei consueti arrangiamenti: The Body, The Blood, The Machine è senz’altro l’album della maturità. In consolle c’è Brendan Canty dei Fugazi e l’album (registrato con l’aiuto di una turnista come Caitlin Love alla batteria) vede persino un paio di ballate e l’uso sporadico di un synth a mo’ di wave band. La propulsione hardcore di Here’s Your Future e la wave di A Pillar Of Salt sono già dei classici del genere.

1 Agosto 2006
1 Agosto 2006
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