David Thomas, leader dei Pere Ubu
David Thomas, leader dei Pere Ubu

David Thomas, Pere Ubu. Ecce Ubu! L’apocalisse new wave!

Dici David Thomas e pochi sembrano intendere. Dici Pere Ubu e qualcuno drizza le orecchie. Se il talento fosse proporzionale alla popolarità, esisterebbero dentifrici David Thomas, automobili David Thomas, astucci per la scuola David Thomas e questo nome sarebbe sulla bocca di tutti, con il solo disappunto del suo titolare, l’ingombrante performer/compositore/cantante che da più di 25 anni distribuisce prodotti musicali di altissimo valore, incurante del trascorrere delle mode o dei vezzi del mercato.

L’avventura del Nostro ha inizio nella tetra Cleveland, quando un gruppo di ragazzi dalle velleità surrealiste (siamo nel 1975) forma una la band dei Rocket From The Tombs (tributo ai B-movie fantascientifici tanto amati da David). Le sgangherate testimonianze di un’amatorialità che già contiene i semi del genio sono rintracciabili postume su The Day The Earth Met The Rocket From The Tombs (Glitterhouse, 2002) e Rocket Delux (Smog Veil, 2004). Un anno più tardi la formazione cambia nome in Pere Ubu, omaggio ad Alfred Jarry, teorizzatore della “patafisica”, ovvero la “scienza delle soluzioni immaginarie”, sfornando una serie di singoli mozzafiato (si testi l’apocalisse punk di 30 Seconds Over Tokyo) e un full length album oggi unanimemente considerato tra le pietre miliari dell’avant-rock di sempre, The Modern Dance (Blank). La formazione originale comprende Thomas alla voce (suoi pure i testi, tra l’incubo dadaista e l’automatismo fumettistico), Tom Herman alla chitarra, Tony Maimone al basso (subentrato dopo la defezione di Tim Wright, accorso alla piccola corte del destrutturato progetto di Arto Lindsay DNA), Scott Krauss alla batteria e Allen Ravenstine al sax e sintetizzatore.

Si dica innanzitutto: da qui (siamo nel ’77) all’82 gli Ubu realizzeranno una serie di album fondamentali in quanto a dissacrazione del formato canzone. I titoli sono Dub Housing (Chrysalis, ’78), New Picnic Time (Rough Trade ’79), The Art Of Walking (Rough Trade, ’80) e Song Of The Bailing Man (Rough Trade, ’83), tutti attualmente disponibili nell’imprescindibile cofanetto Datapanik In The Year Zero. Si pensi a un Captain Beefheart aggiornato ai più slavati dettami del punk e ri-filtrato attraverso cervellotiche esigenze delle new-wave e no-wave più oltranziste. C’è spazio per nenie stonate rese imperdibili da qualche sprazzo di elettronica agghiacciante, poliritmie fortunatamente imballabili e arpeggi tanto vicini al free-jazz quanto all’inganno della cacofonia gioiosamente fine a se stessa. Poi la pausa, per schiarirsi le idee, contare i caduti sul campo e azzardare progetti solisti.

Cinque anni più tardi si ripristina la sigla Pere Ubu dopo sostanziali e discutibili cambi di formazione ed etichetta (ora Fontana). Qualcosa si è spezzato e il recupero delle matrici rock mal si adatta con la voce sempre più biascicante del buon Thomas. The Tenement Year (’88) fa ben sperare, ma le prove successive s’impoveriscono lungo il percorso, toccando il fondo col concept Story Of My Life (’93). Ma già due anni più in là ecco uno spiraglio di risollevamento (la creatività dei grandi, si sa, è ciclica): Rain Gun Suitcase (Cooking Vinyl, ’95) trova un compromesso convincente tra l’acquietamento sperimentale dell’ultimo periodo e una svagata attitudine indie ben documentata dalle ispirate Turquoise Fins e My Friend Is A Stooge For The Media Priests. A concludere il pacchetto, per il momento, Pennsylvania (Cooking Vinyl, ’98) e l’ottimo St. Arkansas (Glitterhouse, 2004).

E il Thomas solista? Ci si risparmi la consultazione di enciclopedie del rock e giornaletti acquistando a occhi chiusi il cofanetto Monster, pubblicato per la prima volta nel ’97 da Cooking Vinyl e ripubblicato dalla stessa come remastered version nel 2004. “Il mostro” contiene The Sound Of SandVariations On A Theme (con missaggio diverso rispetto all’LP originale), More Places Forever (anche qui, missaggio diverso dall’LP), Monster Walks The Winter Lake Blame The Messenger. I fan oltranzisti avranno notato che nella versione 2004 è assente Meadville, bel concerto col duo dei Two Pale Boys. Inspiegabili leggerezze o bizze d’artisti. Così come l’altro live, Winter Comes Home, dell’83, ha annunciato lo stesso Thomas, non sarà più pubblicato preservandone così l’esclusività per gli acquirenti della prima ora. Un peccato bello e buono, poiché quest’omaccione dalla voce a forma di parodia ha sempre ottenuto, on stage, apprezzabili risultati nello scriteriato tentativo di superare se stesso. In The Sound… ogni traccia è il pretesto per sperimentare generi distanti tra loro; tra i compagni di viaggio torna a far capolino Mayo Thompson, geniale leader dei Red Krayola che già aveva collaborato con gli Ubu nell’81. Lo strumentale Crickets In The Flats, il ritorno alle origini patafisiche Big Dreams e l’approccio iper-jazzy e disperante del traditionale Sloop John B sono tre esempi per tracciare i contorni di un album che ancor oggi suona eclettico e innovativo. Variations… recupera qua e là una testarda voglia di compostezza, ma episodi come The Egg & I continuano a stupire. More Places… è il succulento pretesto per tentare approcci anarcoidi con fiati, pianoforte e un’ottima sezione percussiva. In Monster Walks… l’organetto appiattisce in soporiferi valzerini un discorso sonoro spastico al punto giusto solo nella sgradevole e sublime My TownBlame… vanta imprevedibili cambi di tempo, elettronica naïf e un’insostenibile claustrofobia senza che nessuno di questi elementi sia spinto oltre il confine delle naturalezza.

Buone pure l’assurda piece teatrale Mirror Man con la Pale Orchestra (comprendente, tra gli altri, Linda Thompson alla voce e Peter Hammill alle tastiere e chitarra) pubblicata dalla solita Cooking Vinyl nel ’99 e Bad City a nome David Thomas And Foreigners (Thirsty Ear, 2000).

Coi Two Pale Boys (Andy Diagram alla tromba e Keith Moliné alla chitarra) sono prodotti il capolavoro Erewhon (ispirato al romanzo omonimo di Samuel Butler), il cui CD contiene materiale audio/video interattivo e deliziosamente insensato, Surf’s Up (Thirsty Ear, ’01) e il distorto 18 Monkeys On A Dead Man’s Chest (Glitterhouse, ’04). Unica cedevolezza nel discorso coi due “ragazzi pallidi” è quell’inclinazione a tergiversare più del dovuto su una dilatazione costantemente onirica, rischiando a volte di tediare un po’.

Di Thomas non si hanno notizie succulente riguardo alla vita privat(issim)a o ai vizi da copertina; si sa però che i genitori lo fecero crescere secondo i dettami della Chiesa dei Testimoni di Geova. Unico cruccio riguardo all’intervista che segue: non aver scucito al Nostro una risposta in merito a quella che è forse la domanda più improbabile delle tante possibili: “Mai riuscito a parlare di religiosità in una canzone?”.

Intervista

David, come difendersi dall’accusa di essere un genio?

Per “genio” intendo uno che quando arriva sulla scena sembra giunto da un altro pianeta, senza essere mai stato preceduto da qualcuno di simile a lui e che si rivolge al pubblico attraverso un linguaggio nuovo. Mi fa piacere che sovente i miei estimatori nutrano questa specie di rispetto per me. Non sono una persona modesta: so di avere un talento speciale. Ma so anche individuare i lati fallimentari nella mia opera. Vedo esattamente tutti i passi falsi che ho compiuto finora. Vedo certi passaggi che suonano slegati tra loro, certe soluzioni buttate lì o magari soluzioni in cui, per cavarmela, ho usato qualche trucchetto piuttosto convenzionale. E dato che sono per le collaborazioni, dipendo anche dal talento di chi suona con me. Dipendo dal loro supporto e dalla loro abilità nel comprendere ciò che cerco di comunicargli. Quando tutto funziona posso intrecciare le loro abilità creando un ordito assai speciale. Ecco qual è il mio vero talento ed ecco perché ho bisogno di lavorare con un gruppo di persone coese tra loro. Inoltre l’operato di un genio non può che essere giudicato dopo la sua morte e se permetti non ho ancora trascorso la mia vita per intero. Aspetta che muoia. O aspetta che abbia realizzato l’album per il quale sarò completamente soddisfatto.

Come definiresti Cleveland a uno straniero?

Sono stufo di parlare di Cleveland. Non voglio sembrare astioso ma semplicemente non mi va di tornare sull’argomento. L’ho lasciata vent’anni fa. La città che ha visto i miei primi natali non c’è più e da tempo. Non conosco più nessuno da quelle parti e quando me ne vado in America vedo, al massimo, l’aeroporto e la casa di Jim Jones, ex-chitarrista degli Ubu.

Che tipo di bambino sei stato?

Intelligente. Accademico. I miei mi chiamavano “fessy”, abbreviazione vezzeggiativa di “professor”. Credo di essere stato anche piuttosto autoritario e testardo.

Solitamente i giornalisti ti definiscono un burbero. A me dai l’impressione di una persona perfino timida…

Posso essere burbero. Posso essere loquace e affascinante. Non sono a mio agio con degli sconosciuti e non mi piace rispondere alle domande. Le domande sono un fardello per gli altri. E le risposte una gabbia, qualcosa di limitante per chi le deve rilasciare. Le interviste poi le vedo come una sorta di performance. Mi sono stancato di questo genere di interrogazioni. Ho una certa quantità di energia e la voglio dedicare al lavoro. Non mi va di disperderla rispondendo a domande ed esibendomi per i giornalisti. A volte mi mancano semplicemente le forze per calarmi in quell’arena. A volte i giornalisti non conoscono la mia opera e mancano dell’abilità per carpire quel che tento di comunicargli e in quel contesto rispondere è assai frustrante.

Ascolto Birdies degli Ubu e mi chiedo da dove siete partiti per registrare un pezzo del genere…

Lavoro utilizzando ogni tecnica immaginabile. Preferisco iniziare con uno stralcio musicale. A volte i musicisti che collaborano con me portano in studio un pezzo già bello e pronto. A volte lavoriamo assieme. Altre volte utilizziamo una serie di idee e lavoriamo come equipe tentando di dar forma a qualcosa che abbia a che fare con ciò che voglio ottenere. Poi ci sono le volte in cui parto da una melodia suonata al melodeon. È raro che il tutto abbia inizio con testi già scritti. Nel caso dei Two Pale Boys, beh, loro lavorano insieme per presentarmi dei brani tra i quali scelgo quelli che preferisco. Mi capita anche di chiedere improvvisazioni che penso possano portare a qualcosa. Con gli Ubu a volte si improvvisava in questa maniera: qualcuno propone un’idea che viene utilizzata come punto di partenza.

E i testi?

In ogni album cerco di iniziare da un concetto base col quale le storie narrate si devono approcciare e poi elaboro una struttura generale, riguardante le cose che voglio utilizzare in studio in termini di metodologia e suono. Una volta che il pezzo resta in piedi dall’inizio alla fine mi concentro sulle parole. Preferisco usare questo approccio perché voglio che il sound e la musica siano quanto più possibile veicolo delle mie espressioni. Quanto più si riesce a coniugare suono e musica a supporto della struttura del brano, tanto più ne esce qualcosa di interessante con le parole e la voce.

Hurry Back, da Variations On A Theme, è un brano struggente e con un ottimo potenziale commerciale: ci vedresti un interprete in particolare a rilanciarlo come hit single?

Non ne ho idea. Non penso mai agli altri cantanti. A dire il vero ho scritto una canzone per un’altra persona: s’intitola Fly’s Eye, nel disco Pennsylvania, scritta pensando a Kylie Minogue. Perciò vedi quanto sono bravo a scrivere brani per gli altri o a immaginare cosa potrebbero fare gli altri con le mie intuizioni…

Le voci celebri che preferisci?

Jackie Leven, Linda Thompson e Mark Mulcahy.

Un dovere comune a ogni artista?

Dire le cose come stanno e prendersi la responsabilità delle proprie azioni.

La tua canzone più autobiografica?

Brunswick Parking Lot su 18 Monkeys On A Dead Man’s Chest.

Qualcuno sostiene che se si è felici non c’è bisogno di scriverci su…

Un’assurdità che avrà pronunciato probabilmente una persona paurosa. E se qualcuno cercasse di spacciare questa cosa a me, uscirei dal seminato pur di dimostragli quanto sia in errore. Non mi va di fare nulla che sia semplice da realizzare.

Non è più facile catturare l’attenzione del pubblico trattando tematiche malinconiche e oscure?

Trattare il lato oscuro è più facile, lo ammetto. Molto è comunque determinato da ciò in cui crede l’artista.

Tornando ai tempi dei Rocket From The Tombs, cosa ti riesce di ricordare?

Rabbia, frustrazione e la determinazione di andare oltre.

Dopo The Song Of The Bailing Man gli Ubu si prendono una pausa per coltivare le proprie esigenze soliste. Nell’88 tornano incidendo 4 album in 6 anni. Il primo passo fu il convincente The Tenement Year, ma già Story Of My Life suona piuttosto fiacco…

A questo punto esistono ormai ventisei versioni diverse della band. Tu ti riferisci agli album pubblicati per l’etichetta Fontana, prima dei quali si erano verificati già otto assestamenti nell’organico. A ogni modo mi piace il lavoro che abbiamo fatto per Fontana. Mi piacque il fatto di riuscire a lavorare per una grande compagnia discografica e imparai un sacco di cose che diedero vita al mio lavoro di allora. Registrammo dei buoni album impiegando le metodologie più disparate. L’unica cosa che differenzia una grande etichetta da una indipendente sono i soldi. Riguardo a Story Of My Life diciamo che, a quel punto, eravamo una band in un periodo di transizione.

L’ultima incarnazione degli Ubu ha partorito St. Arkansas, un album che torna alle glorie degli albori, anche grazie all’incubo sonoro Dark

Quella fu un’improvvisazione. Ci piaceva così com’era uscita la prima volta, perciò chiedemmo al batterista Steve Mehlman di annotare ogni variazione del diagramma sonoro prodotto dalla nostra impro e imparammo, pazientemente, a riprodurre ogni anomalia e ogni imprecisione dell’impro perché suonasse tale e quale anche dal vivo. Scrissi il testo percorrendo l’autostrada che collega Nashville a Memphis, in un tardo pomeriggio mentre mi recavo a Toledo. Era un’idea che volevo sfruttare da tempo ed è stata fondamentale per la costruzione dell’album. È così che mi piace scrivere i testi delle canzoni: salire in auto e attraversare gli States per le settimane necessarie a comporre tutte le lyrics. In alcuni miei lavori, conoscendo la geografia dei luoghi, puoi probabilmente stilare il tragitto che ho percorso intorno all’America.

E poi c’è il progetto coi Two Pale Boys…

Le improvvisazioni che creiamo sono esilaranti… oltre a ciò, Andy e Keith sono anche due brave persone. È la band nella quale ho militato più a lungo per due buone ragioni: insieme facciamo un buon lavoro e musicalmente non ci areniamo mai.

Ti interessano i fatti di cronaca?

Vengo a conoscenza della maggior parte degli avvenimenti di attualità attraverso selezionati siti internet. Generalmente non leggo giornali e non guardo telegiornali, a meno che non si tratti della Fox americana che il più delle volte trovo soddisfacente.

Com’è il tuo rapporto con le nuove tecnologie?

Amo la tecnologia. Non credo nello spauracchio della “cattiva tecnologia”. Sono certo che esisteranno eccezioni negative, ma nel mio mondo non ne vedo molte. Esistono tecnologie che incoraggiano un certo impoverimento mentale e impigriscono, questo sì, ma la colpa non è mai dello strumento ma di chi ne usufruisce. Una pistola è uno strumento con un suo perché. Dipende dall’uso che ne viene fatto.

Nel dare alla luce un album trovi frustrante la parte meramente tecnica?

Mi annoio solo affrontando le cose attraverso gli stessi sistemi, altrimenti no, mi piace anche quella parte. Anzi detesto quando sono in dirittura d’arrivo. Non vorrei mai dover terminare un album fino a quando non sono completamente soddisfatto del risultato. E non posso fermarmi mai perché non sono mai completamente soddisfatto. Il giorno che comporrò un album di cui potrò dirmi totalmente felice sarà il giorno in cui deciderò di fermarmi.

Cos’è l’arte?

È ciò che si fa per comunicare quello che esce dal confine delle chiacchiere di tutti i giorni. È ciò che fai per esprime qualcosa di altrimenti inesprimibile attraverso il linguaggio comune. Anche un romanzo, che trova ovviamente una collocazione nel regno delle parole, visto come opera d’arte dovrebbe esprimere qualcosa che sta al di là della somma di conoscenza dei vocaboli, grammatica, sintassi e destrezza narrativa.

Neil Young ha definito Mtv “La cosa peggiore che potesse capitare alla musica”. Che ne pensi?

Semplice: non guardo Mtv. Ma tutti dovrebbero avere ciò che desiderano. Non voglio imporre agli altri cosa ascoltare e cosa non ascoltare. Tutti gli uomini sono uguali e a loro il Creatore ha consegnato diritti inalienabili come la libertà e il diritto alla ricerca della felicità.

Qual è il tuo maggiore limite?

Non conosco limiti. Quando mi trovo davanti un ostacolo cerco di superarlo. Quando incappo in un limite cerco la maniera per raggirarlo. Quando sono davanti a un problema, voglio risolverlo. Penso, ad esempio, che essere un cantante senza una predisposizione naturale al canto e parzialmente stonato sia solo in parte un limite. Ho cercato di risolvere questo problema e ci sono riuscito in una maniera tanto convincente, che molti oggi mi reputano un interprete eccellente. Ora che mi conosco so di poter fare delle cose con la voce che altri cantanti più dotati non si sognano neppure. E ciò grazie alla forza di volontà.

Sei un grande fan di Brian Wilson. La recente pubblicazione del famigerato album Smile ti ha soddisfatto?

Smile non è mai veramente uscito. Quello che trovi oggi nei negozi con quel nome contiene alcune delle canzoni scritte durante quelle session risuonate in tempi recenti. Ma non è la stessa cosa.

Cos’è la fama?

La mia definizione di fama corrisponde al fatto di voler diventare il più grande cantante mai esistito.

Riascolti spesso gli album che ti hanno formato musicalmente o preferisci pescare nella contemporaneità?

Ascolto tutti i generi possibili; sono un estimatore dell’iPod, nel quale tengo sempre impostata la funzione di riproduzione casuale. Ascolto ancora roba come Trout Mask Replica con una certa frequenza, ma mi piacciono anche cantautori più recenti, tipo David Wrench.

Cosa ne pensi di un personaggio ritenuto unanimemente “alternativo” come Beck?

Beck è a posto, ma non sono un suo appassionato.

Qual è l’aspetto più straordinario dell’essere un artista?

Realizzare uno show di valore, essere apprezzato da uomini intelligenti, circondato da belle donne e da musicisti soddisfatti. Farmi qualche bevanda gratis, ricevere un pasto appetitoso da portare nella mia camera d’albergo e lì guardarmi un bel film di fantascienza o qualche emittente in lingua inglese. Vedi? Non sono proprio un genio dopo tutto: solo l’ennesimo sciattone di una rock’n’roll band.

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