Petali e spine

Ci sono volte in cui intervisti un musicista, e sai già come andrà a finire. Gian Luca Mondo ci ha lasciati senza parole col suo Petali, disco di blues atipico e caracollante su un binario di canzone d’autore ai confini con la poesia, e conferma le ottime impressioni ricavate in sede di recensione con un’intervista diretta e senza fronzoli. «Forse sono un bluesman – dice – perché fino a quando non è stato scritto in varie recensioni, non sapevo di esserlo, credevo solo di essere un tipo poco sociale». E bluesman lo è sul serio, ma senza patente. Il suo blues non ha niente a che vedere con la didattica del genere, è materia nera e pulsante che ha la faccia della solitudine e l’odore stantìo di qualche bar di periferia. Un mood esistenziale che è più di un semplice metro musicale, con poche certezze e molto istinto, attuale perché fuori dal tempo, epidermico e meravigliosamente disomogeneo. «Voglio avere il mio cappello in testa e due monete sopra gli occhi» canta in Istruzioni per Lipe, ed è con versi come questo che costruisce il suo immaginario. Un “mondo” fatto di ossessioni per donne reali o inventate, pioggia, morte, cieli viola, e chissà cos’altro, talmente disturbante e senza sconti da ricordare il Nick Cave degli esordi, ma al tempo stesso capace di allegare un talento poetico davvero raro. Per ora ce lo teniamo stretto, sperando che al Premio Tenco stiano già prendendo appunti per il prossimo anno.

Blues, poesia, cantautorato: tre elementi che ti contraddistinguono, eppure molto diversi tra loro. Come convivono nell’universo di Gian Luca Mondo?

Sono tre cose che formano l’alfabeto con cui è bello parlare a tutta la mia quotidianità (anche se trovo improprio il termine “cantautore”, è un neologismo che non mi piace). Credo di essermi fatto la mia idea sulla convivenza di questi tre elementi quando da ragazzino ascoltai Highway 61 Revisited di Bob Dylan.

Citami il nome di un musicista blues, di un poeta e di un cantautore a cui ti senti particolarmente legato…

Blind Willie McTell, William Blake e Lyle Lovett.

Petali mi è parso un bell’esempio di come dovrebbe sempre essere, in generale, lo scrivere canzoni: cercare un significato in un traballare di linguaggi flessibili, poco irregimentati, quasi estemporanei, tesi verso uno spleen che parte dai testi e finisce in una musica vibrante, ed eloquente allo stesso modo. Che idea avevi, quando hai cominciato a lavorare al disco?

Grazie davvero. Quando abbiamo iniziato le registrazioni in studio diverse canzoni erano solo abbozzate, i testi solo appunti. Uno dei miei difetti è quello di scrivere velocemente, in pochi minuti, e poi accantonare il problema. Il suono che avevo nella testa era Marilyn Manson con un paio di elementi dei Calexico. Per fortuna il produttore Carlo Marrone è stato il più intelligente di tutti e ha trattato le mie canzoni con un rispetto che io non credevo meritassero.

In Italia il blues è spesso interpretato come un canone estetico istituzionalizzato, da applicare alla lettera, manco fosse corredato da istruzioni per l’uso. Personalmente, ho sempre pensato che, in qualche modo, uno come Fabrizio De André (o magari anche un Tenco) fosse molto più vicino al blues di molti altri musicisti appartenenti al genere musicale specifico. Il blues come mood, come condizione esistenziale, più che come standard formale. Il tuo disco credo mostri analogie, in questo senso. Cosa ne pensi?

Condivido in pieno il tuo pensiero. Il blues per quanto mi riguarda è una pianta rampicante dell’anima, non un semplice genere musicale. Sicuramente può essere una scappatoia metrica per lamentare il lamentabile, ma così è facile che slitti, come dici tu, nella forma più che nella sostanza. Ma è semplice riconoscere chi è finto: un vero bluesman non sceglie di esserlo. Mi viene in mente, ad esempio, Townes Van Zandt. Io per esempio forse sono un bluesman perché fino a quando non è stato scritto in varie recensioni non sapevo di esserlo, credevo solo di essere un tipo poco sociale.

Di solito come lavori a un brano?

Solitamente musica e parole escono contemporaneamente. Mi sono accorto che se mi soffermo su una canzone per più di un paio di giorni poi la scarto. A volte un’idea mi infesta la testa per molto tempo ma quando prendo la matita in mano deve essere buona alla prima. Solitamente scrivo di sera e rileggo al mattino e devo essere in un momento di difficoltà emotiva. Se sto bene preferisco di gran lunga vivere.

Gian Luca Mondo 2

Oltre ad aver pubblicato dischi, hai scritto raccolte di poesia. A tuo modo di vedere, cosa distingue la buona poesia dalla cattiva poesia? E quando, la poesia, diventa canzone (o viceversa)?

È una domanda difficilissima…la buona poesia per me è saper mettere una dietro l’altra parole che suonano bene insieme e in cui nasce l’incantesimo del riconoscere qualcosa. Se si aggiunge anche l’essere perseguitati da alcune di quelle parole una volta chiuso il libro, allora quella è buona poesia. Credo poi che canzone e poesia siano due arti differenti che non hanno nulla in comune, nemmeno l’uso della metrica, che è una cosa secondo me poco poetica. La canzone mi pare molto più complessa: credo sia più difficile scrivere una buona canzone che una buona poesia. Su questo argomento mi sento molto in linea con il pensiero di De Gregori, uno degli scrittori di canzoni più intelligenti che abbiamo, secondo me. Ma guarda, ho già quasi cambiato idea, davvero non so. So solo che quando mi viene in mente un verso è già immediatamente chiaro se rimarrà scritto o se verrà cantato, ma il perché non lo so.

Hai vissuto a Torino e ora vivi a Genova. Quanto il contesto urbano di una città come il capoluogo ligure – da sempre porto di mare nonché covo di un umanità peculiare ed estremamente diversificata – ha influenzato la tua produzione artistica? In fondo i tuoi testi sono storie di esseri umani e di relazioni…

Non riesco da dentro a vedere quanto Genova abbia influenzato le ultime canzoni. Forse il riferimento a lunghe piogge, dato che da quando vivo qui mi sembra che piova sempre. Sicuramente sono stati fondamentali i primi mesi. I miei sono paesaggi interiori, certo Genova è una città coinvolgente ma non è la città di un tempo. Quando è morto De Andrè invece che dedicargli una via, avrebbero dovuto cambiare nome alla città.

Provo una certa predilezione per un brano come Valentina Blues, forse perché è molto rappresentativo dell’atmosfera e del carattere che ha il disco, pur essendo forse uno di quelli più “tradizionali”. Come è nata la canzone?

Valentina Blues è la mia umile riscrittura di St James Infirmary Blues, soprattutto dal punto di vista musicale e per via dell’ambientazione iniziale (nel disco c’è anche Istruzioni Per Lipe che al contrario è basata sul testo di St James Infirmary Blues, quasi una traduzione). In diverse altre canzoni ci sono riferimenti a quel vecchio blues, forse da qui il senso di atmosfera del disco e il retrogusto tradizionale. Tanto per dire che non ho inventato nulla e mi sono divertito a giocare con vecchie canzoni che mi piacciono, tutte immensamente più belle delle mie.

Guardo la tua produzione e mi accorgo che c’entri davvero poco col presenzialismo d’accatto che si vede oggigiorno nel mondo musicale. Ti vedo seduto un po’ scomodo, sulle tue, impegnato a definire contenuti in un certo senso fuori dall’attualità, e forse appartenenti a un altro modo di concepire l’arte. E’ un complimento il mio. Come ti trovi nel piccolo calderone rockeggiante italico?

Sono completamente al di fuori di ogni calderone musicale. Non lo dico per fare l’outsider o il ribelle, che tanto oggi è una cosa che non piace neanche più alle ragazze. È che proprio non me ne frega niente. È un posto in cui non mi piace stare e mi piace poco la gente che ci sguazza. Può sembrare una ipocrisia dato che ho fatto anch’io dei dischi, ma è così.

8 Dicembre 2014
8 Dicembre 2014
Leggi tutto
Precedente
“Uno spettro si aggira per l’Europa”. Intervista ai Laibach. Laibach - “Uno spettro si aggira per l’Europa”. Intervista ai Laibach.
Successivo
Gimme Some Inches #54 Above The Tree - Gimme Some Inches #54

Altre notizie suggerite