Alice nel Paese delle Meravigliose Atrocità (e ritorno)

Quelli che hanno seguito in diretta e dagli inizi la parabola di Polly Jean Harvey, portano dentro una consapevolezza feroce, il marchio di una collisione inaudita. Quel modo di traslocare i rovelli atavici del blues sul pianerottolo del punk rock più rude… Da non credere che muscoli e nervi femminili potessero tanto. Invece, la giovane Harvey – classe ’69 da Corscombe, Dorset – ci riusciva benissimo, immolando la propria femminilità con tanto slancio da annullare quel senso minimo di finzione che siamo soliti attenderci – che in fondo esigiamo – quando ascoltiamo canzoni. Forte di una screanzata immediatezza, Polly dava fondo alle smanie iraconde, al malanimo cocente, all’esplosiva turbolenza erotica. Pescando nella pignatta del passato – nel fetido minestrone da streghe e diavoli al crocicchio, tra i fenomeni della mitologia terrigna – senza concedere sconti alla contemporaneità. Come una Alice di periferia che si getta nella tana del diavolo, solo perché non farlo significa arrendersi ad una realtà peggiore.

Alla musica Polly si prestò fin da giovanissima, spinta da un’atmosfera familiare favorevole – i genitori sono due reduci del ’68 con la discoteca zeppa di sano acidissimo rock’n’roll. A soli quindici anni suonava il sax nell’ensemble Boulogne, avventura curiosa (otto dilettanti in cerca d’eccentricità) ma breve. Timbrò quindi il cartellino nei Polekats e – soprattutto – negli Automatic Dlamini di Bristol, band in cui militava un certo John Parish, di cui riparleremo. La giovane Harvey si occupava di sax, chitarra e backing-vocals: non poteva bastarle. Il tempo di pubblicare un album, From A Diva To A Diver, e se ne andò per dare forma alle proprie composizioni, alla propria musica. La accompagnarono il bassista Steve Vaughan ed il batterista Robert Ellis: con lei a voce e chitarra, era nato il PJ Harvey Trio.

Spezzarsi l’anima

Ne uscì musica come brandelli d’anima e particole viscerali a squassare una morale profonda, incarnita. Cruento cerimoniale d’autoflagellazione. Cercando l’infimo, la degradazione, come una guerra concentrata sul proprio metro quadro, tanto veemente – con la chitarra elettrica scorticata, col canto posseduto e carnefice – da coinvolgere il mondo. Un primo singolo, Dress, ovvero un graffio pericolosamente vicino all’iride. Quanto all’album d’esordio, è ancora oggi un’esperienza sconvolgente. Dry (Too Pure, 1992; (7.3/10) sembra fin dalle prime note un’invocazione al demone del blues perché accolga, esorcizzi e se possibile risolva il dissidio cosmico tra l’amore e la sua insostenibilità. Di più, il suo corollario crudele, la carnefice propensione al dominio dell’Uno sull’Altro, conflitto atavico dalla valenza simbolica pressoché intatta. Undici pezzi selvaggi e disperati: strategie post punk imbrattate di misteri folk-blues, blues e ancora blues, sgranato, rallentato, devastato, elevato a grido catartico, a cerimoniale pagano (la produzione di Head azzecca l’enfasi cruda dei bassi, il crogiolo sonnecchiante ed esplosivo di chitarre e drumming). Tra i titoli spiccano la cruda Oh My Lover, il sabba garage della già citata Dress e la giga amfetaminica di Joe. Poi, soprattutto, Sheela-Na-Gig e Victory, atti al fulmicotone d’una commedia epica e uterina ad un tempo, tra rigurgiti di mitologia e femminilità sotto schiaffo. Discorso a parte merita Plants And Rags, viluppo nevrastenico del violoncello che s’impiastra sui pensieri, una specie di consiglio di sfuggita a tutto il cantautorato folk-rock passato, presente e futuro. E’ solo l’ansito iniziale, preliminare di un amplesso di cui è già facile intuire il fuoco.

Col successivo Rid of Me (Island, 1993; 7.2/10) cambiano “solo” l’etichetta ed il produttore – la benemerita Island ed uno Steve Albini in fase di consacrazione. Quanto al resto, stessa band e stesso piglio. Forse le esplosioni suonano appena più differite, come se la lama fosse penetrata di qualche altro millimetro e la carne e il metallo imbastissero un dialogo fatto di dolore, di adattamento, di confidenza. Musicalmente, quanto detto si riflette nella densità melmosa di episodi come Missed o Ecstasy (brontolii cupi di un grembo senza pace), nella straordinaria “fisicità aerea” che Mr. Albini riesce a imprimere su nastro (come il basso che in Legs aleggia sul frinire del violoncello), il canto appena meno viscerale in una cappa di volume sensibilmente attenuato.
Ma il conflitto è pur sempre in atto, indigerito e indigeribile, pronto ad aggredire ogni ipotesi di quiete. E può contare su una scrittura più matura e strutturata, in equilibrio instabile su improvvisi squarci umorali. Emblematiche in tal senso le due versioni di Man-Size, una allucinata e urticante, l’altra cameristica arrangiata per sestetto d’archi. Quanto al resto, indimenticabili le gighe hardcore di Me Jane e le stordenti lacerazioni di Snake, mentre la sordida strategia valzer di Rub ‘Til It Bleeds ed il crescendo fino allo sconquasso ovarico della title track tracciano uno schema senz’altro risaputo – il rilascio progressivo della tensione, la veemente esplosione – di cui la Harvey s’impossessa senza sforzo. Se Dry suonava come un’anima sul punto di spezzarsi, Rid Of Me sembra la consapevolezza di questo trauma. Polly cresce letteralmente con la propria musica, s’indaga, si costruisce attorno quel guscio che non ha mai avuto e forse mai avrà del tutto.

Quasi a rimarcare la propria natura di sanguigna performer, oltre e nonostante l’accasamento presso Island, esce 4-Track Demos (Island, 1993; 7.1/10), raccolta di demo registrate in totale autarchia, versioni embrionali e scalcianti di pezzi che avrebbero trovato versione definitiva su Rid Of Me, lati “B” e qualche inedito. Sorta di “unplugged” primordiale, si struttura su pochi ingredienti, ma la formula non lascia scampo: il canto come un sortilegio sgraziato, la ruggine sfocata delle chitarre, talora l’organo inacidito o il frinire maligno del violoncello. Il quattro tracce raccoglie tutto, giustappone gli elementi con malferma fragranza, ma fa anche altro: intercetta (crea?) un riverbero stretto da bugigattolo squallido, getta luci deboli e improvvise sulla fisionomia di Polly Jean, mai tanto nuda, in masochistica rivelazione (come nel retro copertina, il broncio apatico, la magrezza inconsolabile avvolta in orrido cellophane). Le versioni scollacciate e sferraglianti dei pezzi già noti sono quindi un’esperienza tutt’altro che trascurabile. Quanto agli inediti, la Harvey non si risparmia: è auto-esorcizzante in Reeling, è uterina e flemmatica in Hardly Wait (trascinante ovvietà già rivelata nella OST di Strange Days per l’interpretazione di una puttanissima Juliette Lewis), capricciosamente mesmerica in Driving, angolosa e spiritata in M-Bike, mentre nella conclusiva Goodnight cavalca lasciva il dio serpente del malanimo. Episodio per nulla accessorio anzi piuttosto inevitabile, ossa e polpa Polly Jean Harvey da gustare addentando anche il dolore. 

I vestiti nuovi del dolore

Come è tipico di tutte le carriere “importanti”, ad un certo punto arriva il disco topico che conferma, potenzia o smentisce. Nel caso di To Bring You My Love (Island, 1995; 8.0/10) accadono tutte queste cose. Nel migliore dei modi. Polly si sposta, trasloca in uno status nuovo, muta la pelle armonizzandosi allo status di matrona d’una stirpe antica e maledetta. E’ Alice che conosce la maturità, raccoglie il sangue nell’urna e compone la propria “persona”. Reclutati Flood ed il vecchio amico John Parish (assieme ai quali co-produce il disco), ingaggiato il “seme cattivo” Mick Harvey, adottato un impatto estetico raffinato e decadente (vedi la languida posa preraffaelita in copertina ed il raso rosso degli abiti vamp per lo sconcerto dei fan), sembra che Polly tenti di incendiare le consuete polveri aggiungendo additivi teatrali e umori moderni, definendo una cortina iconica sempre più spessa che la rivela e la nasconde allo stesso tempo. Conseguentemente, l’ossessione blues-rock sembra consumarsi in un’atmosfera da vivisezione emotiva, destrutturazione psichica-archetipica (e quindi – al solito – mitologica) e ricostruzione accurata e accorata (organi, vibrafoni, percussioni d’ogni ordine e grado, archi). Una sorta di iperblues lancinante e carezzevole che racconta la femminilità violata, la musicista preda di un formidabile circolo vizioso stilistico (da spezzare), l’immagine massmediatica sempre più aliena a se stessa.
Il vecchio e il nuovo in Polly Jean toccano lo zenit, si ridefiniscono a vicenda, sublimando l’impossibilità dell’uno e la necessità dell’altro. La “vecchia” Harvey portata ad implacabile compimento è tanto la travolgente Long Snake Moan – sovraccarica di minacciose metafore sessuali – quanto l’appassionato romanticismo di C’mon Billy, per non dire della cavernosa title track o della crudele Down By The Water. Il “nuovo” si presenta come una ridda di ipotetici umori dal tasso urticante già elevato, tempesta interiore le cui avvisaglie germogliano dai cincischi vischiosi di I Think I’m A Mother (dove sembra la nipotina di Waits in overdose di valium) o dalla morbosa litania di Teclo (in cui convergono gli struggimenti del Cave più sordido). Su questi sostrati, come sul pastoso languore della conclusiva The Dancer e sull’acidità robotica di Meet Ze Monsta, si innesteranno i costrutti sonori degli episodi futuri.

Il sodalizio con Parish si rivelò azzeccatissimo, al punto da fruttare un album in condominio, l’ottimo Dance Hall At Louse Point (Island, 1996; 7.8/10). Undici tracce a firma di Parish più la fascinosa cover di Is That All There Is?, classico a firma Leiber & Stoller. La Harvey si cala nella parte con tutta se stessa, donandosi completamente, facendone materia propria, tanto che in queste trasfigurazioni post-punk, in queste congetture blues claudicanti, languide e vetrose, puoi scorgere un ulteriore tentativo di confondere le acque, di togliersi dal centro del mirino. Il nebuloso incedere di Civil War Correspondent o le fluorescenti striature di Rope Bridge Crossing, per non dire di un delirio fantasmagorico come Taut, propongono una Polly Jean in cerca del punto di equilibrio tra vacuo e sanguigno, tra stregoneria vocale (à la Diamanda Galas) e urlo liberatorio, tra crudezza e incantesimo alla luce di un istinto che poco o nulla concede al mestiere.

A quel punto Polly poteva vantare un repertorio già considerevole, che obbligava e obbliga gli addetti ai lavori a registrare i parametri su nuove frequenze. La Harvey era sì considerata una sorta di appendice femminile di Nick Cave, a cui fu anche effettivamente legata e col quale collaborò in un pezzo di Murder Ballads, ma per quanto riguarda il rock al femminile la sua intransigenza, l’intensità uterina e la veemente presenza artistica la elessero a riferimento irrinunciabile.

Proprio questa straordinaria compiutezza espressiva e iconografica fu probabilmente il motivo per cui Polly Jean si sentì intrappolata, avvertì il pericolo di un cul de sac. I tempi erano maturi per un vero e proprio cambio di rotta. Così, annusato l’estro dei tempi nella compenetrazione stilistica e tecnologica, azzardò Is This Desire? (Island, 1998; (7.0/10). Album che deve molto alle ugge ruggenti del trip-hop bristoliano, in primis dell’amico Tricky (con cui aveva appena collaborato in Angels With Dirty Face), senza però tradire l’amore primo, il blues. Blues colto nel riflusso, dissanguato, sovraesposto e incrudito, ma pur sempre blues (vedi le cupe ossessioni circolari di Electric Light e The Garden). Una vera e propria continuità nel cambiamento, come testimonia anche la conferma dello staff (Flood, Parish, Ellis, Harvey) a cui si aggiunge il multistrumentista Eric Drew Feldman, già al lavoro con Captain Beefheart, mito personale della Harvey.
Scrittura, interpretazione e arrangiamento vivono quindi una tensione implosiva, tra grugniti in slow-motion (My Beautiful Leah) e scudisciate digitali (Joy), dolenti crescendo (la title track, il sordido melodramma di Angelene) e languide cospirazioni di piano e tromba (The River), melme cibernetiche frastagliate da brezze jazzy (The Wind) e un singolo sì commestibile ma irrimediabilmente indolenzito (A Perfect Day Elise), mentre The Sky Lit Up e No Girl So Sweet consumano con una certa brutalità lo zenit energetico della scaletta. Una stessa febbre in ogni canzone. Anime illuminate dall’interno, schegge di sensazioni, stralci di pensiero minimo, una pietà muta ad aleggiare ovunque, unificando ritratti ora malinconici, ora disperati, ora brutali. Scenari che si squadernano aprendosi all’urbanità senza appigli, in cui Polly sembra smarrirsi come Alice nel Paese delle Atrocità. Tuttavia consapevole di doverlo fare, per non perdersi davvero.
 

Mimetismi in traslato

Polly si stava quindi adattando, pagando lo scotto di un necessario rito iniziatico. Non le mancava certo il carattere per superare la prova. Infatti, la Polly Jean colta in fragrante da Stories From The City, Stories From The Sea (Island, 2000; 6.5/10) dimostra nuove, sorprendenti mutazioni. Alice ha imparato la strada, ovvero le strade della Grande Città. New York – dove per mesi vive, scrive, incide – è sfondo ed emblema, gravida di presente in bilico su qualcosa (l’ecatombe delle Twin Towers sarebbe avvenuta l’anno successivo). Polly mimetizza la fragilità selvaggia da animale periferico sotto abiti decisamente urbani. Più sicura, felino metropolitano corazzato Prada, decide di fare a meno di Flood e Parish per co-produrre l’album assieme ad Ellis e Mick Harvey, col non certo piccolo aiuto del redivivo Head alla consolle.
Ne risulta un sound d’impatto wave, flessuoso e tosto, riesumazione Patti Smith – giustificando chi a lei l’aveva spesso paragonata – sfrondata di lirici deliri (Good Fortune) o rigurgito U2 corroborato Iggy Pop (Big Exit), per non dire di quella Kamikaze (a proposito di preveggenze undicisettembre…) che sembra una frenesia Bad Seeds in procinto di farsi Prodigy. L’altra campana sono quelle ballad spalmate su una strisciante frenesia, come Beautiful Feeling o This Mess We’re In (in entrambe la partecipazione di un invero piuttosto risaputo Thom Yorke) o ancora quella Horses In My Dream che caracolla nel solco tra angoscia e liberazione, tra scorie blues e farragini jazz. Quanto Polly abbia lavorato sulla voce, addomesticandola per conseguire un’impostazione cui non sembrava votata, è evidente soprattutto in A Place Called Home e nella conclusiva We Float, nelle quali alterna il registro tumido e flessuoso ad un falsetto lirico e graffiante. Inevitabilmente, qualcosa sembra perdersi. Nel riflesso l’immagine cede intensità, si rilassa compiaciuta. Anche per questo, in un certo senso, è un disco paradigmatico.

Questa “stabilizzazione” in un corpo urbano non poteva durare. Ancora una volta, ancora di più, ciò che Polly era diventata sembrava non appartenerle. Lo rifiutò. Si rifiutò. Per spostarsi, di nuovo. Uh Huh Her (Island, 2004; 6.4/10) si sostanzia di fotogrammi in traslato. L’ennesimo strappo, stavolta però “in fieri”, che azzarda tirare le fila, coinvolgendo nella cesura tutto il passato, come dimostrano esplicitamente gli autoscatti del libretto. Il più recente dei quali è forse quello utilizzato in copertina, lei sdegnosissima seduta in un’auto guidata da un tale che forse è Josh Homme, così come lo sfondo potrebbe essere quel Joshua Tree nel quale presero vita le irresistibili Desert Sessions vol. 9 – 10 cui Polly regalò ragguardevoli performance. Movimenti imprendibili e antigraziosi. Non-definizione. Verità a squarci. Alice si muove verso nuove atrocità. Non importa dove, importa andare. Non farsi intrappolare. E lo fa, finalmente, nuovamente, da sola. O quasi. La produzione è di Polly, restano a dare una mano Head (missaggio, backing vocals) e Rob Ellis (tamburi, backing vocals). Sono indubbiamente suoi quei blues sputati, stridenti, accartocciati (It’s You, The Life And Death Of Mr. Badmouth), così come il punk villano di Who The Fuck – lezioncina di stile en passant ai troppi Yeah Yeah Yeah’s in circolazione.
La scaletta persegue una sconcertante per quanto comprensibile estemporaneità stilistica, bazzica brume industrial-blues (Cat On The Wall) e folk nomade (The End), esplora sonorità esotiche a base di xilofono e tastiere nella splendida You Come Through oppure persegue la più classica delle palpitazioni acustiche in The Disperate Kingdom Of Love. Di questo mood inafferrabile e disagiato, di questo approccio sgarbato all’esigenza espressiva, il disco si nutre ma inevitabilmente soffre, sciorinando episodi oziosi come la danza pellerossa di The Pocket Knife (estremo rigurgito Patti Smith?) o la prevedibile folk-wave di Shame. Il disco di chi se ne sta andando e ti guarda dallo specchietto retrovisore. Srotolandoti le polaroid d’una vita passata e amen. E ti va bene che non ti mostra il dito medio.

 

Alta indefinizone

Dopo quel disco, Polly Jean era un rovello inestinguibile, un’immagine ad alta indefinizione. Cui si accompagnarono dichiarazioni shock circa il ritiro dalle attività live (figuriamoci, lei che sul palco ci sta come un ragno nella ragnatela). Faceva tutto parte del gioco: ritirata strategica, stracciarsi l’ennesima maschera, il trucco lavato via col sapone, i capelli tagliuzzati da sola. Scappare verso dove puoi essere di nuovo, sempre più vicina all’Io che fugge, sfugge, si confonde. E dove, ancora? White Chalk (Island, 24 settembre 2007; 7.1/10) propone l’ennesima tappa. E’ il ritorno al paese natio, un luogo dove ciò che è stato conta meno di ciò che sei. Perché non sei mai stata tanto sola. Ma è anche un costrutto mentale, dove puoi provare a raccogliere i cocci di una carriera ancora viva, organizzare l’esperienza e il talento in una calligrafia, se possibile, nuova. Con sforzo. Snaturandosi al punto da farlo sembrare una naturale necessità. Poche chitarre (argh!), un pianoforte malfermo – suonato da lei – al centro della scena, la voce appesa a registri più alti e rarefatti. Il corpo che prova a indagarsi senza il corpo, come un affare più di spirito che altro. Di coscienza. D’anima.

Dove, in quale luogo esiste White Chalk? Non esiste. E’ solitudine nutritiva, abbandono sotto controllo. Distanza dal mondo che sostanzia la trepidazione di colmarla. E’ il Nebraska che le covava dentro. Pied-à-terre sopra un mondo meraviglioso e atroce, irresistibile richiamo per anime fameliche di vita malgrado la vita. Nido costruito sulla desolazione di esistere, che ci restituisce un’artista in qualche modo rinata.

10 Settembre 2007
10 Settembre 2007
Leggi tutto
Precedente
Free Form Talibam! - Free Form
Successivo
Improvvisazione stabilita Sir Richard Bishop - Improvvisazione stabilita

artista

Altre notizie suggerite