Planet Mu? Nothing to do with classic
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Carlo Affatigato
- 30 Luglio 2012
Non facciamo un torto a nessuno se di Mike Paradinas diciamo che è una delle personalità più influenti della storia dell’elettronica, nonché uno dei pochissimi per cui si può spendere senza timore il termine ‘trendmaker‘. Lo è stato come musicista sotto il moniker μ-Ziq, prima con i due album Tango n’ Vectif e Bluff Limbo che in piena fase ambient-techno scavalcavano con grinta il muro braindance e acid, poi con Lunatic Harness a riconciliarsi con la drill’n’bass che sarebbe sopravvissuta ai rave. Ma lo è stato ancor di più come label manager della Planet Mu, la storica etichetta nata inizialmente come divisione della Virgin e poi diventata indipendente nel ’98, una realtà che negli anni è diventata una specie di santuario delle mode electro, sempre attenta alle novità e committata su standard d’alta qualità.
Nel corso degli ultimi quindici anni son passati per la Planet Mu nomi come Venetian Snares, Luke Vibert, Pinch, Vex’d, Distance, Milanese, Boxcutter, Shitman, Falty DL. Si son sviluppate parentesi stilistiche come il glitch IDM (a cavallo tra i ’90 e i ’00), l’acidtronica (più nei secondi ’00) e il breakcore (che da sempre riemerge a cadenza regolare), si è sviluppato in lungo e in largo il dubstep quando era il momento di farlo (ossia dal 2005 al 2010, coi mille volti dei vari iTAL tEK, Starkey, Boxcutter, Brackles, Floating Points, Terror Danjah) e son state accolte anche parentesi isolate come i beats di Slugabed, la hipster house di Ital, il glo-fi di Tropics o il bubbling revival di Anti-G.
Contattare oggi Paradinas è un’occasione unica per confrontarsi sui temi caldi del momento con chi la sa più lunga di tutti. L’abbiamo agganciato via mail in questi giorni, e ci siam fiondati ad approfondire le due tesi più interessanti offerte dalla Planet Mu negli ultimi tempi: il footwork, che tiene banco nell’estetica della label dal 2010 divenendo fin da subito la nuova passione degli artisti di casa, e il percorso elettronico neoclassico che si è sviluppato tramite i recenti dischi di Kuedo, The Host, Last Step e Polysick, che sembrano voler ridefinire l’idea di electronica classica per i tempi moderni. Son state queste le conferme che abbiam voluto cercare nella conversazione con Mike, ed è estremamente interessante analizzare le sue reazioni di fronte alla nostra percezione delle cose.
È evidente che il tema footwork gasa Paradinas oltremodo, visto che è bastata una manciata di domande perché si lanciasse in un riepilogo della storia del juke/footwork dai ’90 ad oggi, esprimendo sicurezza circa il fatto che questo sarà lo stile dominante delle produzioni elettroniche dei prossimi anni, come lo son state le basi 2-step garage lungo tutti i duemila dominati da dubstep e affini (sul footwork come stile prossimo alla consacrazione crediamo fermamente anche noi, come vedrete prossimamente). Significativa invece la reazione avuta di fronte alla visione neoclassica di Kuedo & co.: il balzo dalla sedia avuto al solo nominare la parola ‘classicismo‘ e il “grosso no” ricevuto per risposta fa emergere il profilo di un produttore che non vuol discostarsi in nessun modo dall’immagine di persona attenta al sentire del tempo e costantemente orientata al futuro. “Classico? Nemmeno per sogno!” è sembrato voler dire, anche di fronte a espressioni tanto innamorate dei ’70 cosmici all’origine dell’elettronica.
Un personaggio pieno di spunti di riflessione. Sentite che autorevolezza.
(intervista realizzata in collaborazione con Valentina Ziliani di Contaminazioni Positive)
Negli ultimi anni Planet Mu è diventata la label di punta della ricerca footwork in Europa. Cosa ti ha spinto ad approfondire questo stile? Come lo hai scoperto?
Ho scoperto il footwork nel 2008, attraverso i video su YouTube di Wala Cam e gli altri correlati sullo street dancing, poi mi son fatto trascinare dallo stile di DJ Roc e di DJ Nate. Ho perso la testa perché ha un sacco di elementi che trovo eccitanti, la solida scena locale, i tempi veloci, i ritmi altamente sincopati e le battaglie di strada che hanno aiutato questa musica a diffondersi ed evolversi.
Dopo un così lungo predominio dei ritmi e le velocità garage (dal ’99 fino a ora) e l’evoluzione del grime e poi del dubstep, credo che il Regno Unito abbia bisogno di una bella botta di novità, con una forma musicale piena di energia come questa.
Pensi che il tuo impegno nell’approfondimento footwork abbia avuto impatto nelle produzioni elettroniche degli ultimi tempi? Penso a produttori “occidentali” recenti come Distal, Sully, Mohawke…
Sì, ci sono centinaia di produttori al di fuori della scena di Chicago che sono stati influenzati dal footwork. Oggi ricevo più demo da loro che da produttori dubstep.
Non so (e forse non m’importa) se questo dipende esclusivamente dagli sforzi di Planet Mu, ma penso che questa cultura musicale sia molto eccitante e che il ritmo, l’uso di sincopi e di sample abbia parecchia risonanza nella cultura inglese, in modo particolare per chi si sia abbuffato della vecchia house di Chicago, l’hardcore breakbeat inglese, la jungle e il grime.
Secondo te, come mai il juke e il footwork esistono da circa 15 anni ma non sono mai esplosi definitivamente (come ad esempio è successo al dubstep)? Cos’è mancato? E adesso le cose stanno cambiando?
Beh, il dubstep di fatto è esploso solo recentemente, dopo un periodo di latenza di circa dieci anni nel quale continuava a cambiare forma. Le radici del juke (e della ghetto house) e del footwork risalgono alla nascita della musica house, quindi non è facile stabilire con esattezza quando è iniziato.
Il primissimo stile juke aveva un sacco di elementi che poi si ritrovano nel successivo footwork, anche se restava ancorato ai 4/4 e baldanzoso, un po’ come una house accelerata. In fondo non c’era molta differenza tra quel juke e quello che gente come DJ Funk faceva in quel periodo. Invece l’attuale stile footwork, coi suoi 160bpm+ orientati specificamente per le dancing battles, circola almeno dal 2003/2004, grazie alla spinta di artisti come RP Boo, Traxman, DJ PJ, DJ Clent, Rashad e Spinn. C’è stata un’enorme esplosione di popolarità nel 2007, e molti produttori giovani (alcuni dei quali ancora a scuola) si sono affacciati sulla scena (come Nate e DJ Elmoe) in un secondo momento, proprio quanto molti video riguardanti le dancing battles e le tracce suonate sono apparse su YouTube, sdoganandole fuori dalla nicchia.
Pensi che i pattern ritmici footwork diventeranno il prossimo trend della produzione elettronica, come è stato per i breakbeat 2step lungo tutti i ’00?
Sì, sicuramente. Ormai ci sono un sacco di produttori influenzati dal tempo, dai ritmi e dalla libertà di idee presenti nel footwork.
Planet Mu significa anche album come quelli di Kuedo, The Host e Polysick, che stanno ridefinendo la percezione dell’electronica classica. È come produrre nuovamente un suono che faccia da riferimento classico per la nuova generazione. Potremmo definirlo un approccio “neoclassico”, che ne dici? Pensi ci sia ancora spazio per l’elettronica classica nella generazione giovane?
Guarda, in realtà sia Kuedo che The Host sono stati pesantemente influenzati dai pezzi footwork e trap (in modo più profondo, non solamente perché hanno attinto dai beats come fanno altri produttori), quindi personalmente non userei il termine “classic electronica” per parlare di loro. E non c’è mai stata una specifica intenzione di produrre elettronica classica per la nuova generazione, quindi rispondo alla tua domanda con un grosso “no”.
Cosa significa gestire una label come la Planet Mu, con l’attenzione di tutto il mondo puntata addosso? Non senti la responsabilità di dover pubblicare sempre lavori di qualità superiore?
È un lavoro molto divertente e ricco di soddisfazioni. Certo, una certa responsabilità la sento, ma è verso me stesso: cerco sempre di essere fedele ai miei valori e non concedere troppo ai compromessi.
Guardando le release della Planet Mu, c’è sempre la sensazione di una netta continuità stilistica, molto più che in altre etichette. Come gestisci gli artisti e le espressioni della label? Cerchi di “guidare” lo stile degli artisti con suggerimenti, o li lasci liberi di produrre la musica che vogliono?
Ti ringrazio. Lascio sempre la massima libertà ai producers. Scelgo e ingaggio gli artisti più adatti all’etichetta per la loro visione musicale e la loro personalità. Il resto va da sé. Ci influenziamo tutti a vicenda.
