Pop Will Eat Itself

Sembra una favola, sicuramente è una storia insolita,
o quantomeno rara. Appena tre anni fa, dal profondo underground dei club di
South London, emergeva un trio sperimentale – gli inglesi Andrew Pettitt e
David Farrell, la chanteuse svedese Ulrika Bjorsne – caparbiamente dedito a un pop
imbastardito e contaminato da un’allure inconfondibilmente vintage. Del
progetto Shortwave Set, e del relativo debutto discografico The
Debt Collection
(Independiente, 2005), in realtà dalle nostre parti è
arrivata soltanto una flebile eco; a dirla tutta, al momento attuale le notizie
reperibili in rete restano scarse, come se davvero di questo gruppo se ne
fossero accorti giusto in due gatti (quattro, per carità, sarebbero stati
troppi). Com’è allora possibile che questi illustri sconosciuti si trovino,
oggi, autori di un disco pop importante e imponente come Replica Sun Machine (vedi
spazio recensioni), toccato dalla mano santa di Danger Mouse, del raro John
Cale
(in veste di producer aggiunto e ospite) e di Van Dyke Parks (qui al suo secondo exploit nel pop moderno dopo il
pluripremiato Ys della Newsom)? Pare
una congiuntura fantastica, irreale, e infatti lo è. Osservando da vicino, è
uno dei rari casi in cui talento e fortuna hanno avuto il medesimo peso. Vero è
che, a fronte di vendite modeste e promozione semi-fantasma, i tre hanno goduto
del considerevole vantaggio di piacere, e subito, alla gente che piace (oltre
ai critici britannici, che premiano il disco in occasione della consueta vendemmia
di fine anno, Zane Lowe di BBC Radio One e Lauren Laverne di XFM decretano il
disco album of the week, insieme al
Times e l’Observer); ma è altrettanto vero che The Debt Collection, con
i suoi richiami insistenti a Beta Band, Pink Floyd, Flaming Lips e la Goldfrapp di Felt Mountain, quell’hype sotterraneo lo meritava tutto. E’ di certo
quell’attitudine cannibalesca (definita dai propri autori victorian funk), votata al sample spregiudicato e alla costruzione
di filastrocche con mezzi di fortuna, che ha destato l’interesse dell’autore
del Grey Album. Così, nonostante il
magro budget di partenza, Brian Burton ha invitato i tre nel suo studio a Los
Angeles (non prima di esserseli portati in giro con i Gnarls Barkley). Il risultato sono undici nuove canzoni che, aldilà
dei “pesanti” nomi coinvolti nella loro realizzazione, compongono un
caleidoscopio popadelico e solenne, intriso di sci-fi e di innumerevoli
riferimenti all’universo popular
degli ultimi 40 anni. Stavolta, vedrete, se ne accorgeranno in più di due
gatti, degli Shortwave Set.

SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare