Do you remember the Pulp times?

Fame, what you get is no tomorrow

C’è chi al successo ci arriva subito, e chi invece deve aspettare un po’. E a volte capita che, una volta in cima, ci si renda conto che giù non si stava poi tanto male. Jarvis Cocker ne sa qualcosa . In un mondo – il musicbiz britannico – in cui l’“esserci” è la cosa più importante, ciò che è successo ai suoi Pulp non ha molti precedenti. Per passare da perfetti sconosciuti – in un mondo indie che, pur accettandone la presenza, non l’ha mai legittimata fino in fondo – a superstar (quasi) incontrastate del Britpop ci sono voluti la bellezza di quindici anni.

Poi, scoppiata la bolla di sapone, un nuovo scivolare via via nel culto, fino ai giorni nostri che vedono Jarvis ormai sciolto dall’illustre ragione sociale, outsider diviso tra il John Lennon periodo casalingo (cfr. gli anni recenti di ritiro parigino, con la moglie francese e il figlio di tre anni), lo Scott Walker più imperturbabile, il Leonard Cohen più saggio e il Serge Gainsbourg più stiloso, ad affrontare una nascente carriera solista come un esordiente qualsiasi (anche se nella scelta di adottare il semplice Jarvis c’è da vedere più un ironicissimo vezzo da star – come Kylie, per dire – che volontà di anonimato). D’altronde lo diceva già l’Esile Duca Bianco una trentina d’anni fa: Fame, what you get is no tomorrow

In ogni caso, dei Pulp non ci si scorda così facilmente. E non soltanto per il recente ciclo di ristampe deluxe dei tre dischi del ’90 (His n’Hers, Different Class, This Is Hardcore), per le Peel Sessions appena pubblicate, o per l’attuale Jarvis solista: aggiungiamo pure tutta una schiera di discendenti – più o meno degni – che vanno dai Franz Ferdinand a certi Killers agli esordienti Long Blondes, passando ovviamente dai nostri Baustelle. Oltre al fatto che, ad oggi, quei dischi e quelle canzoni non hanno perso un briciolo di fascino ed appeal, confermando i Pulp come una delle cose più belle successe al pop inglese da un po’ di tempo a questa parte. Ma facciamo qualche passo indietro, ché la storia è più lunga e tortuosa di quanto si creda.

They Suffocate At Night

Flashback, 1981. In questo momento Jarvis è uno studente appassionato di cinema occhialuto e dai lineamenti rotondi, la band nulla più che il classico gruppo messo su tra compagni di scuola in quel di Sheffield (la primissima formazione risale un paio d’anni addietro, con l’oscuro nome Arabicus Pulp destinato presto ad accorciarsi). Ecco che arriva, più o meno inaspettato, l’interesse del solito John Peel, che trasmette una session di brani inediti registrati per l’occasione a Londra (Turkey Mambo Momma, Please Don’t Worry, Refuse To Be Blind, Wishful Thinking); ma è solo un fuoco di paglia, lontano dall’essere l’usuale trampolino di lancio di cui tante formazioni new wave a quei tempi beneficiavano. Forse perché in sé il suono dei Pulp, pur interessante, non ha nulla di speciale, somigliando piuttosto alla maggior parte delle proposte coeve – un pop psichedelico tendente all’oscuro, accostabile ai Teardrop Explodes o a certe cose Cure / Joy Division –, il riscontro resta basso, ma ciò non toglie che i tizi della Red Rhino, piccola realtà locale, si propongano per un mini LP.

La prima uscita in assoluto a nome Pulp vede la luce nell’aprile 1983, nell’indifferenza pressoché totale. Jarvis e i suoi – in questo caso: Simon e David Hinkler (il primo militerà nei Mission), Wayne Furness, Peter Boam, Gary Wilson e sua sorella Saskia – sono i tipici pesci fuor d’acqua, anche se va detto che i semi di un certo songwriting fanno capolino qua e là (il simil Leonard Cohen con tanto cori femminili di Joking Aside, o le gentilezze Velvet Underground di My Lighthouse e la ritrovata Wishful Thinking). Inoltre il crooning Walker-iano del frontman si fa sentire – Blue Girls –, e gli arrangiamenti – su tutti la frizzante Love Love – denotano una ricercatezza e una varietà strumentale che fa tanto art school, tra sezioni di fiati, tastiere, percussioni e flauti.

It non va comunque aldilà di un ingenuo folk pop, che col senno di poi suona giocoforza fuori contesto in una scena allora dominata da synth pop e new romantic; viene da dire che, fosse uscito nell’era dei Belle And Sebastian, se ne sarebbe parlato come una piccola gemma, pur con tutti i suoi difetti da opera prima, anzi primissima. (6.5/10)

Il punto è che il progetto ha basi tutt’altro che stabili e infatti, dopo la successiva pubblicazione del 45 goffamente ruffiano Everybody’s Problem (tentativo – fallito, vivaddio – del produttore Tony Perrin di fare suonare i Nostri come i Wham!…), Jarvis si rende conto che non è quella la direzione che vuol prendere, tanto più che la labile line-up di compagni di college si dissolve quasi subito. Si tiene così occupato in side projects con nomi improbabili tipo Heroes Of The Beach, Repressive Minority, Michael’s Foot e Jarvis Cocker Explosion Experience; nel frattempo entra in contatto un losco ceffo artistoide rispondente al nome di Russell Senior, che qualche anno prima aveva recensito uno show dei Pulp in una sua fanzine.

Russell ha una personalità forte, è appassionato di dadaismo ed arte estrema e oltre alla chitarra suona il violino. In contemporanea viene ingaggiato alla batteria tal Magnus Doyle, fricchettone come pochi che ha una sorella, Candida, che suonicchia un vecchio Farfisa; di lì a poco si aggiunge un certo Peter Mansell, il futuro fidanzato di lei, al basso. I Pulp così come li conosceremo cominciano finalmente a prendere forma.

Nuova identità quindi, e susseguente contratto discografico con la Fire che tra il 1985 e il 1987 si occupa di pubblicare una serie di singoli (poi raccolti e ristampati nel 1994 in Masters Of The Universe) e un album – il primo, “vero”, della band – , Freaks. Quello dei Pulp di metà ’80 è un suono prevalemente noir, decadente e talvolta minaccioso, legato – specie nei 45 – alle velleità psichedeliche dei primi Velvet Underground e a certi rigurgiti post punk. Modalità stilistiche figlie del loro tempo, ma anche della nuova alchimia su cui si regge il gruppo, in questo momento di fatto una diarchia.

Da un lato c’è Senior, che potremmo per comodità definire il John Cale della situazione (vedi alla voce: urla psicotiche, violino dissonante, brani “disturbati”…); è in tutta probabilità a lui che si devono le svisate dada e clownesche (verrebbero in mente i Virgin Prunes o i Fall, con le dovute pinze) di questi dischi, confermate dagli episodi in cui si avvicina al microfono, in assoluto i più improbabili da ascrivere al catalogo dei Pulp (da Fairground, stramberia da circo psicotico à la Birthday Party / Barrett che apre l’ellepì, ad Anorexic Beauty, in cui riecheggia l’Eno pop più robotico). Un’influenza, la sua, destinata comunque ad esiti più felici e significativi.

Dall’altro c’è Jarvis, in questo contesto non ancora del tutto a suo agio: gli episodi più sperimentali e tipicamente wave lo vedono protagonista un po’goffo (i VU di Simultaneous, i Joy Division di Aborigene, Tunnel, The Never-Ending Story), mentre è nei momenti più melodici, languidi e romantici in cui le sue capacità di scrittura cominciano a fiorire. Già a partire dal primo 45 realizzato dalla nuova line up, Little Girl With Blue Eyes, cadenzata ballata indie pop dal testo – dedicato alla madre – che recita testualmente “ragazzina dagli occhi blu c’è un buco nel tuo cuore / e uno tra le tue gambe”, la futura poetica tutta sesso adolescenziale e quadretti di vita di provincia fa timidamente capolino, ma è ancora troppo presto.

Per il resto Cocker si adagia, con esiti a dire il vero non malvagi, su romanticherie assortite e storie d’amore perverse e combattute (I Want You, There’s No Emotion, Life Must Be So Wonderful) in cui sfoga le sue infatuazioni per maestri come Leonard Cohen e Gainsbourg, oltre a sviluppare ulteriormente il suo crooning; accanto a bislacche analisi socio-antropologiche (Dogs Are Everywhere) o pseudo mitologiche (Master Of The Universe), non manca neppure una certa verve tendenzialmente pop (la deliziosa Don’t You Know), oltre a una predilezione per atmosfere cinematografiche (Being Followed Home, Blue Glow, 97 Lovers, il pre-Baladamenti di Twin Peaks di Goodnight), per arrivare a quella piccola gemma di decadentismo francesizzante che è They Suffocate At Night, per cui si girò anche uno dei primi clip della band.

Insomma, volendo i semi ci sarebbero – quasi – tutti, sono semmai i frutti ancora acerbi: all’epoca dell’uscita di Freaks (primavera 1987) la scena indipendente britannica offre decisamente di meglio di un oscuro gruppo di Sheffield diviso tra un chitarrista/violinista pazzoide e un frontman longilineo, occhialuto e intellettualoide, che pur di far colpo su di una ragazza casca da una finestra fratturandosi una caviglia, un polso e il bacino (episodio realmente avvenuto nel 1985, all’epoca della promozione dei primi singoli). Vuoi per affetto, per curiosità o per puro interesse filologico, un ascolto a questi Pulp in embrione è comunque caldeggiato. (in numeri: Freaks, 6.7/10, Masters Of The Universe, 6.3/10)

Countdown

Eppure, per arrivare ai Pulp che tutti conosceranno, il passo è più breve di quanto si pensi. Tra Freaks a Separations passano cinque anni, almeno sulla carta; in realtà il terzo album di Jarvis e i suoi viene concepito e realizzato già nel 1989, dopo un ulteriore – e definitivo – aggiustamento di line-up: fuori Mansell e Magnus, dentro Nick Banks ai tamburi e lo stilish Steve Mackey al basso, conosciuto a Londra dal frontman. Ci siamo quasi. La vera svolta avviene quando Jarv si ritrova a giocherellare con alcuni ritmi del Yamaha Portasound che ha in casa sua nonna (…) ; nel frattempo, da Manchester arrivano vibrazioni acidissime, e lo sposalizio tra rock ed elettronica non è più un tabù, ma tendenza.

Un input che la band userà per cucirsi addosso un nuovo suono, basato adesso tanto su tonalità più varie quanto sull’uso di synth a tappeto e ritmi ballabili. Il tutto diventa funzionale nella costruzione di un’estetica finalmente personale, che va dall’immagine alle copertine e alle liriche, fatta di glamour e kitch d’altri tempi, che finiscono per fondersi naturalmente con la scrittura e l’interpretazione, adesso decisamente più mature, di Cocker (le stramberie psycho di Senior restano fuori, a favore di un prezioso apporto alla sei corde e ai ricami sulle atmosfere con il suo violino).

Siamo comunque ancora lontani da un prodotto compiuto, tanto che l’album appare visibilmente spaccato a metà: cinque tracce di curioso songwriting pop derivato direttamente dalle ballad di Freaks, con molta più inventiva negli arrangiamenti – vedi il tango comico di Don’t You Want Me Anymore o il mélo semi-parodistico di She’s Dead o i cambi d’umore della title track, con un’intro tragica alla Walker (vedi alla voce Scott 1&2) e quel ritmo da piano bar, datato come il Cohen di I’m Your Mancontro le restanti quattro, che sposano audacemente confessioni da cameretta con il dancefloor mad-chesteriano – le pulsioni Moroder-Kraftwerk della drammatica Countdown, i battiti New Order della lunga This House Is Condemned, la trance ipnotica di My Legendary Girlfriend, che battezza un approccio compositivo che sarà un trademark di lì a venire (6.8/10).

Il suono di una generazione, quella dei mid-Nineties, è quasi servito; ma – tanto per cambiare – i tempi non sono ancora maturi. Il destino vuole infatti che la Fire si rifiuti di pubblicare il disco, con l’unica concessione del singolo My Legendary Girlfriend nella primavera del 1991. Sorpresa sorpresa: diventa single of the week per NME. E la ruota, finalmente, comincia a girare.

Spinta dai consensi crescenti, la label decide di fare uscire Separations nell’estate del 1992, ma ha ormai perso il gruppo, momentaneamente trasmigrato alla Gift – per la cronaca, uno spin-off della Warpcon la quale sta già producendo dei singoli; sarà successivamente la Island, ultima e definitiva casa dei Nostri, a divulgarli in una raccolta (PulpIntro – The Gift Recordings, ottobre 1993). Quello trascorso insieme alla piccola etichetta è un periodo di incubazione, che si rivelerà fondamentale per gli sviluppi immediatamente futuri: il materiale pubblicato tra tardo 1991 e il 1993 è infatti tutt’altro che trascurabile, svelando da un lato un affinamento della scrittura pop di Separations con esiti più che felici (O.U., la leggera e guizzante Babies, Razzmatazz), dall’altro un’accesa verve sperimentale che porta i Nostri ad avventurarsi in derive ai limiti dello space-kraut rock e alla new wave sintetica di dieci anni prima (Space, la techno-lounge che ricopre Gainsbourg di Sheffield: Sex City,Styloroc, l’epopea Inside Susan). (7.2/10)

E’ una band che sa esattamente quello che sta facendo: non più goffi, imbarazzati ed improbabili come agli esordi, i cinque cominciano ad apparire a tappeto sulle riviste specializzate e in video, ed è una presenza pesante, supportata dal look giusto e dall’atteggiamento giusto. Jarvis in breve si crea un personaggio, fatto metà dello stile e l’acume di Bowie, metà dell’ironia surreale e il pungente sarcasmo di Ray Davies; tanto basta a renderlo uno degli individui più cool a calcare un palco. I Pulp sono pronti per l’Inghilterra.

Do You Remember The First Time?

E, insieme, l’Inghilterra è pronta per i Pulp. Le brevi e intensissime stagioni di Madchester e dello shoegazing hanno fatto il loro tempo: un nuovo fenomeno musicale – e sociale – è alle porte, epocale (ovvero distintivo di un’epoca circoscritta) come lo era stato venti anni prima il glam dei young dudes di Ziggy e dei Roxy o, poco più in là, il punk partito dal Bromley Contingent dei seguaci dei Pistols. Tra ’92 e ’93 i primi, nuovi idoli si chiamano Suede: rivestono il miserabilismo smithsiano di una gaia e decadente patina glam e sbancano le classifiche indie con singoli e debutto; nel frattempo, quattro giovanotti londinesi pubblicano un album titolato Modern Life Is Rubbish che, complice la produzione di Stephen Street, mette assieme Jam e Kinks, mentre quel volpone di Alan McGee prepara il colpaccio per la sua Creation: pare abbia tra le mani due fratellini di Manchester che potrebbero realmente diventare i nuovi Beatles. E’ il pop made in U.K. che si ricicla e si rinnova da sé stesso: nella sua variante per la generazione X lo chiamano Britpop.

Nel bel mezzo di tutto ciò, Jarvis e i suoi non si lasciano certo cogliere impreparati, anzi. His n’ Hers (Island, 1994) mette a frutto tutta l’esperienza accumulata nei tre anni precedenti, spianando la strada per la definitiva conquista del Regno. In sé è uno dei migliori prodotti della band, una sintesi di tutti quegli elementi, lirici e puramente musicali, che ne hanno decretato il successo al momento del boom (l’album sarà il primo a raggiungere la top ten).

I Pulp qui si presentano come una sorta di versione da kitchen-sink drama degli Smiths, cantando storie sesso adolescenziale e torbide relazioni amorose in cui gli adolescenti inglesi di metà Novanta possono riconoscersi; Lipgloss, Babies, Do You Remember The First Time?, Acrylic Afternoons sono quadretti di ordinaria educazione sentimentale e sessuale per ragazzi di provincia, descritti con ironia e rappresentati ora drammaticamente, ora con il miglior spirito glam-pop (leggasi Bowie e Roxy Music, con scintille aggiuntive di Sparks). Tra le schitarrate iniziali in pieno stile brit di Joyriders alle fascinazioni Bryan Ferry di David’s Last Summer si racchiude un universo che riesce ad essere catchy e leggero ma altresì sofisticato, dal melodramma kitch di Have You Seen Her Lately e Happy Endings alla disco kraftwerkiana di She’s A Lady, fino ai residui space gonfiati di Walker di Someone Like The Moon. Come dire, the pulp of Pulp. (7.8/10)

Da qui, è tutta un’escalation. Certo, anche se il desiderio di fama covava in cuore da tempo, forse neanche gli stessi protagonisti avrebbero immaginato di arrivare a produrre uno dei singoli di maggiore successo dell’epoca (nonché brano-manifesto del periodo tutto), quella Common People che, uscita nella primavera del 1995, si piazza dritta al numero 2 delle classifiche, in barba alle nascenti faide Blur / Oasis. La consacrazione definitiva avviene subito dopo, quando Jarv & co. si trovano a fare da headliner al Glastonbury di quell’anno (grazie al provvidenziale forfait degli Stone Roses); un momento considerato ad oggi l’apice di una carriera. Ed è in questo clima trionfale che viene realizzato quello che per i Nostri, come in ogni favola che si rispetti, si rivela il disco di una vita.

Pubblicato ai primi di novembre, Different Class è esattamente quello che ci si aspetta da un gruppo al massimo delle sue potenzialità: vuoi perché galvanizzati dal successo del singolo, vuoi perché aiutati in studio da un esperto del calibro di Chris Thomas, i Nostri producono un lavoro che si vuole “classico” dall’inizio alla fine, una cartolina della band – rigorosamente kitch e anni ’70, come suggerito dall’artwork – da tramandare ai posteri. E’ qui che troviamo le canzoni-manifesto dei Pulp, Common People e Disco 2000 , a cui il tempo non ha tolto nulla in termini di fascino, freschezza ed appeal; ed è qui che Jarvis si scopre autore di prim’ordine e sublima le sue influenze dichiarate (Gainsbourg, Hazelwood, Bowie, Cohen) in brani sempre più maturi e adulti, come Pencil Skirt, Live Bed Show, Something Changed, Sorted Out For E’s And Wizz, Underwear, tutte servite da arrangiamenti raffinati e mai ridondanti. E se I Spy – sexy, tragica, voyeristica, oscura, teatrale – è il dramma cinematografico definitivo (almeno fino al prossimo disco…), l’irresistibile Mis-Shapes e Bar Italia – la Rock And Roll Suicide della situazione – sono l’ideale apertura e chiusura di quello che, sia per volontà di chi l’ha fatto sia per un destino finalmente accondiscendente, è il capolavoro di una band e una pietra miliare del pop inglese. Senza se e senza ma. (8.2/10)

The Fear

Il sogno perdura per tutto il 1996, anno vissuto all’insegna dello stardom, tra un incessante touring (prevalentemente inglese, con parentesi in Giappone, Scandinavia e negli States), un Mercury Prize per Different Class e un curioso incidente ai Brit Awards, episodio per cui la fama del leader subisce un’ulteriore impennata. Chi se non Jarvis Cocker – spalleggiato dal vecchio amico Peter Mansell – poteva improvvisare un’invasione di palco durante l’esibizione di Michael Jackson, scatenando un totale putiferio? Se i tabloid inglesi lo vogliono eroe nazionale, la tensione e lo stress crescono inevitabilmente tra le fila della band, che nel frattempo aveva trovato un sesto componente in Mark Webber. E così, dopo tredici anni di onorata militanza, nel gennaio 1997 Russell Senior dice addio ai Pulp. Il gruppo accusa il colpo e reagisce chiudendosi in studio per la maggior parte dell’anno, uscendone soltanto con qualche inedito regalato per colonne sonore (We Are The Boyz in Velvet Goldmine, Like A Friend in Great ExpectationsParadiso Perduto – di Alfonso Cuaròn); in Jarvis intanto monta un senso di frustrazione da post-successo, e il disco che esce nella primavera del 1998 ne risentirà notevolmente.

This Is Hardcore, atteso seguito del best-seller Different Class, non è una faccenda facile. Il momento d’oro del Britpop è scemato, e i protagonisti di quella scena adesso devono lottare per la sopravvivenza; per fortuna il pubblico non abbandona la band e l’album viene accolto positivamente, coronato da un’altra esibizione trionfale a Glastonbury. Ma i Pulp, nonostante Jarvis appaia glamorous come sempre, sono già cambiati.

Hardcore sembra confermare il luogo comune secondo cui gli artisti tirano fuori il meglio di sé nei momenti di crisi. The Fear, composizione epica, solenne, angosciosa, semplicemente da brividi, è l’apertura che segna il mood del disco: passata la sbornia del successo, l’autore adesso deve fare conti con le sue nevrosi, e lo fa nel modo più drammatico (e sincero) possibile. Le ironiche, mature confessioni di Dishes (in cui il Nostro per un attimo si accosta a Gesù Cristo, per via delle iniziali del suo nome…) e le romanticherie di Tv Movie proseguono sullo stesso territorio, in una leggerezza confidenziale che sa tanto di Bowie circa Hunky Dory – notare come in quest’album l’ombra del Thin White Duke si allunghi a dismisura, prima nella quasi-parodia di Stay chiamata Party Hard e nel finale Life On Mars di Sylvia, poi nella conclusiva The Day After The Revolution, ballad sintetica Berlin-era.

Comunque niente a confronto della title-track, che oltre ad essere il cuore del disco è probabilmente il brano più ambizioso di un’intera carriera: nello spazio di sei minuti e mezzo Jarvis si gioca tutti gli espedienti drammatici che conosce, in un climax continuo che ha del cinematografico, per un effetto finale tra una colonna sonora di James Bond fusa alla teatralità di Brecht. Sublime.

Per il resto, A Little Soul, Glory Days (quasi uno spoof di Common People) e la pur divertente I’m A Man suonano come dei riempitivi, specie se paragonati alle summenzionate tracce. La classe comunque è tanta, nonostante l’impressione che alla fine non si sia voluto osare troppo (sospetto confermato dal materiale coevo rimasto inedito o finito come b side, come Cocaine Socialism o The Professional). A conti fatti, se il risultato finale è uno stile nuovo e maturo come quello che si sente nell’ineffabile Help The Aged, cosa importa? (8.0/10)

Riassumendo: un passato nell’ombra, l’inarrestabile ascesa, l’inevitabile crisi. E poi? E poi arriva l’album che davvero non ti aspetti. Sarà per il producer, quel leggendario Scott Walker che fa capolino dal suo storico isolamento per dare una mano a uno dei suoi maggiori fan; sarà anche per un’ispirazione del tutto rinnovata, che adesso si riversa in un songwriting più lineare e dalle ascendenze folk-rock in sfavore del solito glam, ma We Love Life (Island, ottobre 2001) suona come nulla pubblicato dai Pulp fino a quel momento (a parte It, forse, se non fossero passati anni luce…).

Come suggerisce il titolo, un disco quanto mai luminoso, che vive di momenti leggeri come l’impetuosa e corale The Night Minnie Temperley Died o l’ariosa The Trees (love story costruita su un sample di archi), o la tenera I Love Life; di puro e old-fashioned pop classico con ascendenze sixties, tipo la spectoriana Bad Cover Version (occhio al videoclip…), la byrdsiana Bob Lind (simile anche – toh! – a certi Walker Brothers) o Birds In Our Garden. Ma c’è anche dell’altro, come il suono pastoso e stratificato di Weeds (quasi Beta Band), del suo sequel in chiave trance-Marvin Gaye (The Origin Of The Species), o dell’epopea folk-orchestrale di Wickerman (in cui riecheggiano i R.E.M. più crepuscolari…) e Sunrise. Insomma, tutt’altra musica rispetto ad Hardcore, e non solo perché l’esigentissimo uomo dietro il desk pretende un suono analogico che poco ha a che fare con le produzioni del passato.

E’ proprio il mood, l’approccio che sono differenti; Jarvis, prossimo alla quarantina, è sempre più un cantautore con musicisti al seguito che il frontman di una pop band, e alle pagine di NME e del Melody Maker comincia a preferire la compagnia di gente come Nick Cave. Chiaro segno del tempo che passa, tanto che oggi We Love Life suona come una chiara transizione verso il Jarvis solista (basti sentire Road Kill); così come è ormai evidente la frattura che separa la band dal suo pubblico di un tempo, non soltanto in termini generazionali. Non stupisca quindi che, al momento dell’uscita, il disco abbia fornito più domande che risposte a chi si interrogava sul futuro dei Pulp. Di fatto, è un lavoro profondo e di classe, che merita senz’altro riconsiderazione da parte di chi lo avesse preso sottogamba (7.1/10)

…still running the world

Le risposte cui accennavamo sopra cominciano ad arrivare poco dopo, nel 2002. Prima l’adempimento del contratto con la Island con la raccolta PulpHits, che ha tutto il sapore del commiato per la band di Sheffield (a parte qualche apparizione televisiva, la ragione sociale Pulp viene congelata fino a data da destinarsi). Poi un estemporaneo divertissement electro-clash, il progetto Relaxed Muscle, che vede Cocker al fianco dell’amico – e nuovo partner musicale – Richard Hawley. Nient’altro che la bravata di un ex-ragazzo che, prima di mettere la testa a posto – è imminente il ritiro parigino con moglie e figlio – trova il tempo per l’ultimo sberleffo: l’unico album realizzato, A Heavy Night With (Rough Trade, luglio 2003), è un prodotto usa-e-getta che ironizza sul revival synth pop anni ’80, con il frontman che ricorre perfino a un alter ego, Darren Spooner. Cultori a parte, la cosa passa inosservata, ed in fondo va bene anche così.

In tempi recenti, con l’amico/ rivale Neil Hannon (a.k.a. Divine Comedy) a spadroneggiare nel suo stesso territorio lasciato incustodito e il compare Hawley a contendergli lo scettro di crooner – si veda il suo bello Coles Corner) ci si chiedeva quale sarebbe stato infine il destino di colui che, appena dieci anni fa, era tra gli uomini più popolari del Regno Unito. Alcune voci, da lui stesso paventate, parlavano di un ritiro definitivo dalle scene. Così non è stato, come sappiamo. Jarvis, da pochissimo nei negozi, è il ritorno magari non trionfale, piuttosto compassato e in sordina, ma senz’altro atteso e sperato. L’album può presentare qualche falla, ma l’Uomo sembra decisamente in forma.

Classe inestinguibile a parte, la scrittura è matura come non mai (specie nelle liriche), sorretta da un sound vintage che guarda alle produzioni spectoriane e al maestro di sempre, Walker, con una punta di vis polemica tutta lennoniana rivolta alla contemporaneità. E quella sua ineffabile attitudine, quelle pose beffarde, ironiche e dandy, beh, sono ancora lì. Insomma, per parafrasare l’ultimo – discusso e controverso – singolo, Jarvis is still running the world. Se ciò non bastasse, nelle recentissime apparizioni promozionali è apparso accompagnato da buona parte della line up dei Pulp, Candida compresa. La ruota ricomincia a girare..

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