Deep inside RETROMANIA: il nuovo libro di Simon Reynolds

Abbiamo conosciuto Michele Piumini (Varese, 1975; figlio del Roberto celebre autore di narrativa per ragazzi) con le sue traduzioni dei fondamentali volumi reynoldsiani Post-Punk e Hip-hop-Rock. Michele ha appena terminato la traduzione del nuovo libro di Simon Reynolds, RETROMANIA (in uscita a giugno per Faber&Faber; edizione italiana sempre a cura di ISBN, programmata per settembre): un lavoro che intende fare il punto della situazione sulla vera e propria “ossessione del passato che sembra permeare la cultura pop contemporanea”.

Il disponibilissimo Michele ci ha guidato dentro il libro e dentro il pensiero di Reynolds (approfondendo risvolti che – almeno musicalmente e culturalmente parlando – sono come minimo drammatici: paralisi delle arti, fine della storia, ecc.) e ci ha svelato i retroscena del suo lavoro di traduttore reynoldsiano…

Hai tradotto due tra i volumi più importanti pubblicati negli ultimi anni per chiunque voglia approfondire sul serio – potremmo dire studiare – la materia musica: Rip It Up and Start Again: Post Punk 1978-1984 e Bring The Noise cioè Hip-Hop-Rock. Com’è tradurre Simon Reynolds?

È una sfida entusiasmante per un traduttore, soprattutto se (come me) ha la passione della musica e suona vari strumenti da parecchi anni. Reynolds ha uno stile scoppiettante, pieno di neologismi e crasi che spesso non sono traducibili in quanto tali: in quei casi si gioca di fantasia, oppure, se è davvero impossibile, se ne inseriscono altri dove si può. me ne viene in mente uno che ho infilato in Hip-hop-Rock: ritmolleggiato. Oltre a questo, avendo la fortuna di essere in contatto con lui, tradurre i suoi libri è un’esperienza ancora più straordinaria. Quando ho dei dubbi non solo me li risolve, ma mi racconta i retroscena (per esempio) degli articoli che ha scritto nell’arco di vent’anni e poi raccolto per Hip-hop-Rock. Senza contare che, ovviamente, grazie a lui ho scoperto decine di artisti che non conoscevo.

Quindi il suo feedback c’è ed è continuo, segue la traduzione da vicino, con interesse…

Assolutamente sì, ed è felicissimo di ricevere segnalazioni di refusi, ripetizioni o altro. Da questo punto di vista, con Retromania è successa una cosa straordinaria. Come a volte capita, mi hanno dato il testo da tradurre prima ancora che venisse pubblicata l’edizione originale. Questo significa che ho lavorato su un pdf ricevuto direttamente da Reynolds. Man mano che procedevo, ho trovato una serie di refusi, errori nei nomi, ripetizioni o altro che gli ho via via segnalato. Lui ha apprezzato a tal punto da inserirmi nei ringraziamenti prima di inviare il testo per la stampa.

Fare critica musicale vuol dire bilanciare competenze assai diverse, oscillare tra poli estremi: musica (l’oggetto cui la critica allude) e scrittura (lo strumento di cui si serve); soggettività (esibita) e oggettività (pretesa); informazione, descrizione, giudizio e trasfigurazione (dove termina l’uno e comincia l’altro?); giornalismo, estetica, analisi musicale e racconto. Ecco, secondo te, chi scrive di musica deve essere uno scrittore a tutti gli effetti? Reynolds, in tal senso, è considerato un vero esempio, riesce a coniugare competenze musicali, densità teorica (cultural studies, studi storici, ecc.) e piacere per la costruzione della pagina in senso quasi narrativo.

Ha una cultura davvero impressionante. Definire “libri di musica” i suoi testi è riduttivo. Dopo l’uscita di Hip-hop-Rock mi hanno chiesto di tradurre un’intervista nella quale Reynolds lamentava il fatto che, ultimamente, la critica musicale si è più che altro trasformata in una serie di “consigli per gli acquisti”, rinunciando al suo ruolo di stimolo e inquadramento della musica nel più ampio contesto storico-culturale.

Vexata quaestio… Chi traduce libri di chimica deve avere competenze di chimica? Chi traduce libri di musica deve avere competenze musicali, anche specifiche (se si tratta di libri come quelli di Reynolds, uno che mette in campo competenze quasi socio-musicologiche)?

Dipende da libro a libro, ma per quanto riguarda Reynolds credo obiettivamente che sarebbe difficile tradurlo sapendo poco o nulla di musica.

Reynolds ha sempre svolto una fondamentale lavoro di sistematizzazione teorica dei fenomeni e dei movimenti musicali, dall’hardcore continuum in avanti. È stato uno dei primi a riflettere seriamente sulle pagine di The Wire su quel nodo di questioni che conosciamo con il nome di “Hauntology”. Ecco, il libro, da quello che sappiamo, parla di hauntology in musica, quindi del fenomeno del glo- e della chillwave, un’ondata di musiche di autori “nuovi” che ha fatto però della nostalgia, del retrò, del vintagismo (prima con focus sugli anni Ottanta, ora anche sugli anni Novanta), il proprio credo estetico. Tanto che questa hauntology è ormai un po’ lo Zeitgeist degli ultimi anni e non solo in ambito musicale (cinema, moda). Tutto ciò richiama fortemente, per definizione, il concetto di post-Moderno. Paralisi del pensiero, fine della fiducia nella capacità delle arti di veicolare contenuti che non siano autoreferenziali e metalinguistici, morte della musica come forza propulsiva e produttrice di novità, fine della storia in ultima analisi. Questa ossessione del passato – Reynolds parla proprio di delirium, di mania – sarebbe specchio di tutto questo… Tu che idea ti sei fatto?

Retromania è il libro meno esclusivamente musicale di Reynolds. Il sottotitolo, non a caso, è “la dipendenza della cultura pop dal proprio passato”. Nel libro, Reynolds confessa di essere un “futurista naturale”, convinto che la musica, e l’arte in generale, debbano liberarsi del passato il più in fretta possibile, come un razzo che sgancia i moduli dopo il decollo. Ciò non significa che non apprezzi artisti odierni e per l’appunto “hauntologici”, a cominciare da Ariel Pink, ma la tesi di fondo è: cosa rimarrà della musica di oggi a disposizione degli hauntologi di domani? Quali sono i generi che definiscono la nostra era, così come (per esempio) il rock’n’roll ha definito gli anni Cinquanta e il grunge i Novanta? È una domanda aperta alla quale lui (e non solo lui) non sa dare risposta. La tesi di fondo è che, anche e soprattutto grazie a (o per colpa di?) internet, oggi il passato ci travolge, rendendosi accessibile gratuitamente come mai era successo prima. Questo costituisce un obiettivo ostacolo alla sviluppo di forme nuove: pescare nel mare del passato è una tentazione troppo irresistibile.

Ecco, questione cardine: Reynolds identifica delle nicchie di novità a livello musicale? Ci sono delle musiche che, oggi, anche solo minimamente si possono definire nuove? O è solo, ormai, tutto un gioco combinatorio? In tal senso, è un libro pessimista?

Sì, lo definirei un libro pessimista. L’ultimissima frase recita: I still believe the future is out there. Non tanto nel senso che lo intravvede all’orizzonte, ma nel senso che al momento vede solo sprazzi isolati e non significativi di novità vera.

Questa hauntology allora non è mero “scatto di pigrizia”, riciclo stilistico di comodo, neo-manierismo, ma segna una condizione più generale, esistenziale. Il termine del resto è mutuato da Derrida…

Assolutamente sì. Il discorso è inquadrato in una riflessione più ampia: una rassegnata incapacità di immaginare il futuro a differenza di quanto accadeva decenni fa. Reynolds traccia una parallelo con la fantascienza, dichiarandosi sbigottito, per esempio, dalle ultime prese di posizione di William Gibson, i cui ultimi romanzi sono ambientati nel presente e non più nel futuro.

Insomma, come a dire che siamo già dentro alla fantascienza e alla distopia… Musicalmente si parla di artisti come Ariel Pink e Toro Y Moi, artisti ben inquadrabili nell’ondata glo/-chill… Altri artisti citati come esempio di hauntology musicale?

Reynolds spiega di aver coniato il termine nel 2005 insieme a Mark Fisher per descrivere una rete di artisti soprattutto inglesi che ruotavano attorno all’etichetta Ghost Box: Focus Group, Belbury Poly, Advisory Circle. Come precursori immediati cita i Boards of Canada.

Possibile, per Reynolds, che questa paralisi del nuovo musicale sia dovuta anche ad una saturazione squisitamente linguistica? Cioè: è possibile immaginare oggi delle musiche nuove – non dico interi generi – anche solo a livello di sfumature stilistiche, modi di nuovi di fare musica, ecc.? Parla anche dell’improvvisazione non idiomatica (o free improvisation), tentativo di uscire da queste gabbie linguistiche?

No, non in questo libro. So però che se ne parla in “The Wire Primers” [La guida alla musica moderna di Wire], uscito mesi fa per Isbn. In ogni caso, Reynolds non sembra vedere molte prospettive di superamento della paralisi, soprattutto per quanto riguarda l’universo occidentale. Arriva addirittura, tra il serio e il faceto, a suggerire che l’Occidente farebbe meglio a “riposarsi un po’”, perché al momento i fermenti più culturalmente fertili sembrano quelli in atto, per esempio, in India e in Cina.

Com’è fare il traduttore. La vulgata ce lo dipinge come un mestiere “ingrato”. Tantissimo lavoro, pochi soldi, poco riconoscimento anche da parte degli stessi fruitori finali, i lettori… Su ISBN invece il lavoro del traduttore sembra sempre tenuto in buon conto. Immagino anche che con loro tu non abbia avuto quelle questioni, quei radicali disaccordi, che ti hanno spinto a inserire alcuni disclaimer sul tuo sito (questioni che sono le stesse per cui in Italia si arriva a tradurre Eternal Sunshine Of The Spotless Mind con Se mi lasci ti cancello).

Verissimo, il traduttore è un lavoro da fare solo se sei davvero motivato. Io la definisco, e non credo di esagerare, una vocazione. È inoltre un lavoro paradossale (la cosiddetta questione del “traduttore invisibile”), perché più il traduttore è bravo, meno fa avvertire la sua mano e meno il lettore ha l’impressione di leggere un libro tradotto. Per quanto riguarda Isbn, è certamente apprezzabile l’idea della nota finale del traduttore (io l’ho potuta scrivere per Hip-hop-Rock), anche se mi sembra che non l’abbiano portata avanti con regolarità.

A che punto sei con la traduzione di RETROMANIA e quando uscirà in Italia?

L’ho consegnato due giorni fa. Non so esattamente quando verrà pubblicato in Italia, credo a inizio dell’autunno.

14 Maggio 2011
14 Maggio 2011
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