Suono in continuo movimento
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Marco Braggion
- 3 Giugno 2011
Dopo l’uscita del suo nuovo album Th1rt3en, abbiamo sentito da Ibiza Robert Miles. Ne è venuta fuori una piacevole chiacchierata con un italiano all’estero di successo che conosce bene il mondo musicale e che può quindi parlare con cognizione di causa. Il singolo dance Children – che l’ha portato nel gotha della dance mondiale – è ormai storia, dato che l’uomo ha cambiato in ogni album successivo stile e genere. Da Organik in poi (uscito nel 2001 sulla sua etichetta S:Alt Records), Roberto Concina ha fatto quello che gli piaceva di più, cioè approfondire la musica ‘alternativa’ (o meglio underground, come la definisce lui) attraversando i mondi del trip-hop, dell’elettronica, della fusione e della world (vedi la collaborazione con Trilok Gurtu in Miles_Gurtu del 2004).
Grazie all’appoggio di nomi dell’olimpo musicale mondiale, il nostro DJ – Miles è ancora attivo come spinner – riesce a proporre un percorso che si misura costantemente con la qualità e la varietà adatta oggi ad un pubblico adult con le orecchie smaliziate. Oggi approda ad un’elettronica contaminata dalle improvvisazioni prog di Robert Fripp e dall’ambient balearica, tagliando tutto con del sano rock. L’uomo sa che stando fermi non si cresce. Per questo ci piace.
Ciao! Sei l’unico artista italiano ad aver vinto un UK Award. Pensi che ci siano dei talenti in italia pronti per vincerlo di nuovo?
Sicuramente. Penso che Elisa sia sicuramente sulla buona strada.
Ok, ma qualcuno dell’ambito dance?
Mmm [ride, ndSA]… no non penso.
Tutti ti ricordano per Children. La suoni ancora o ti sei stancato?
No, non la suono da molto tempo.
Nel 2006 ti sei stancato del mondo commerciale e sei andato a finire ad Ibiza. Com’è stato trasferirti lì? Hai suonato nei club? Ci puoi parlare un po’ di quest’esperienza?
La storia del mondo commerciale praticamente è finita con il primo album, un’esperienza in cui mi sono trovato quasi per sbaglio, direi, perché Children all’inizio non era un disco commerciale, bensì un singolo che è partito dal circuito underground. Poi ha venduto cinque milioni di copie e a quel punto è diventato una bomba, ed è diventato commerciale. Da lì sono seguiti altri due singoli, l’etichetta spingeva per fare ancora dischi dello stesso genere: ne abiamo fatti due, il secondo mi ha stancato. Ho detto a tutti: “Buonasera, arrivederci, non è quello che voglio fare”. Ho messo in piedi la mia etichetta, la S:alt Records a Londra, e ho iniziato a fare musica più consona con quello che mi piaceva.
Ad Ibiza come ci sei arrivato allora?
Mi sono spostato ad Ibiza nel 2006, ho messo in piedi lo studio anche qua, e ho iniziato a fare degli album diversi, come Organik, Miles_Gurtu e adesso Th1rt3en, cercando di invitare gli artisti che mi piacevano, come Robert Fripp, Trilok Gurtu, Nitin Sawhney e molti altri che comunque fanno parte della cerchia un po’ più alternativa.
Sei andato anche un periodo a Los Angeles…
Son stato quattro anni a Los Angeles e ci vado molto spesso ancora perché faccio parecchio lavoro per le colonne sonore.
Ho letto che hai scritto per The Bourne Identity e altri film. Nell’ultimo disco c’è molta cinematicità nelle tracce, nel senso che c’è un respiro un po’ più ampio, e le tracce sembrano essere quasi una colonna sonora. Sei stato influenzato anche dall’esperienza di L.A. per scrivere il tuo ultimo disco?
Tutto quello che continuo a fare mi influenza. Le colonne sonore sono sempre state un sogno della mia vita a livello musicale. Anche quando facevo musica strettamente dance c’erano degli elementi di cinematicità, come la chiami tu, no?
C’è una traccia del disco (Voices From A Submerged Sea) nella quale ho sentito molti cori di Morricone… sei stato influenzato da altri artisti a parte lui?
Non più di tanto. Quel brano lì è nato a Berlino. L’ho composto in una tipica giornata berlinese fredda e grigia. Verrà utilizzato in una colonna sonora per un film che sto facendo adesso per la Timelife Magazine di New York city che uscirà probabilmente a settembre/ottobre di quest’anno.
Avevi già lavorato con artisti fuori dal mondo dance, Trilok Gurtu e molti altri. In questo disco c’è Robert Fripp; perché hai scelto di lavorare con lui? Cosa ha suonato? Parlaci un po’ di questa vostra amicizia…
Robert Fripp è uno dei miei chitarristi favoriti, già all’età di diciott’anni ascoltavo i King Crimson, i Pink Floyd, un po’ di krautrock; di conseguenza è stato uno di quei musicisti con cui mi sarebbe piaciuto lavorare. Dopo aver lavorato con Trilok Gurtu a Londra, sono venuto a contatto con il manager di Robert Fripp e all’inizio volevamo fare un album in collaborazione; poi per problemi di logistica e di tempo non è successo. Di conseguenza gli chiesi se era disposto a suonare su alcuni brani dell’album nuovo, gli sono piaciuti e ne abbiamo composti quattro insieme. Praticamente i brani erano già pronti, lui è venuto ed ha steso una parte solistica di chitarra.
Il mood dell’album sembra molto rilassato, a parte qualche assolo. Quasi ibizenco, nella parte dell’isola fuori dai club, ovviamente. Ti senti in pace con te stesso ultimamente?
[Ride, ndSA] Diciamo di sì dai. A Ibiza abito nella parte nord dell’isola, dove è tutto molto tranquillo, ho la campagna intorno, di conseguenza il luogo in cui vivo mi ha influenzato. C’è da dire però che alcuni dei brani sull’album sono stati composti a Londra e a Berlino e quindi sono tracce un po’ più rockeggianti/progressive, come Miniature World o Black Rubber, dove c’è un po’ più di ritmo ed energia da città.
Nel sito comunque ho visto che continui a fare dei remix, che hai fatto anche un contest (per miglior remix dell’ultimo album)… insomma non è che ti sia passata proprio la voglia di far ballare la gente…
No, no, assolutamente! Sto ancora facendo ancora molte serate come DJ. A maggio sarò spesso in Italia, a Torino, Milano, Udine, Trieste, Roma. Mi piace anche aiutare i giovani DJ che fanno musica elettronica/dance ed è per questo che ogni volta che faccio l’album cerco di fare un contest dove i DJ emergenti possano remixare dei brani. Questa volta ne abbiamo ricevuti più di seicento, dei quali ne abbiamo scelti solo due che abbiamo pubblicato sulla mia etichetta.
Prossimamente sarai in Italia. Ci sono dei club in cui ti piace suonare di più in Italia?
Ce n’è parecchi. Certo non è più come una volta, come negli anni 80/90, dove comunque si poteva spaziare in vari locali suonando musica di qualità, underground… non è più come allora, però ancora ci sono dei locali dove si può proporre questo tipo di musica. Diventano sempre meno, però ci sono.
Secondo te il gusto della gente è un po’ cambiato ultimamente o sono i DJ che non mettono più bella musica?
È un po’ tutto, un po’ il sistema, un po’ il fatto che anche i titolari delle discoteche hanno paura di fare musica di un certo tipo perché comunque viene associata alle droghe, di conseguenza ti arriva la polizia che fa chiudere il locale. Le radio non trasmettono più musica di questo genere, mentre negli anni 80/90 c’erano delle emittenti che mandavano in onda prettamente musica dance underground, come Italia Network e tante altre. Tutto è cambiato, la gente che vuole ascoltare quella musica c’è ancora, però non ci sono le piattaforme.
Le ultime cose della musica elettronica inglese, visto che bazzichi a Londra, tipo il dubstep o il wonky le ascolti?
La dubstep la trovo abbastanza interessante, l’ultima evoluzione di quella che era la drum’n’bass… a parte quello non è che ci sia niente di nuovo o eclatante al momento; è un po’ uguale in tutto il mondo: la musica elettronica/dance in generale è ferma. Abbiamo bisogno di dare una piccola scossa e cercare di portare nuove idee fresche.
Perché hai intitolato l’album 13?
Dopo tutto quello che ho fatto fino ad adesso, ho di nuovo cambiato il mio genere, come faccio quasi per ogni album e ho cercato di lasciarmi dietro le sonorità che avevo già usato per fare qualcosa di nuovo. Nella numerologia simbolicamente il numero 13 è il numero della trasformazione. Ho scelto di chiamare l’album 13 per questo motivo.
Andrai anche in giro a proporlo live?
Con la band completa non penso, perché tutti i musicisti che hanno lavorato sull’album sono molto impegnati ognuno col proprio progetto. Probabilmente farò delle serate dove porterò uno o due musicisti per una combinazione live/DJ. Un po’ come fa Laurent Garnier.
In questi ultimi giorni cosa stai ascoltando, quali sono le cose che ti piacciono?
Sto ascoltando molto l’ultimo album dei Radiohead che è una band che stimo tantissimo. Poi un po’ di tutto, niente in particolare che emerga dal gruppo a parte l’album del gruppo di Oxford.
Ora mi parli dalla Spagna, ma vivi in tre paesi diversi…
Vivo tra Londra, Parigi e Berlino e ogni tanto mi sposto a Los Angeles, non ho una base fissa.
Quindi in Italia ci torni solo per le serate. Pensi che in Italia sia un po’ difficile proporre musica?
In Italia non è facile proporre la musica che piace a me. Il problema dell’Italia è anche il fatto che c’è un sacco di musica italiana che viene proposta sui media e un sacco di musica vecchia. Perciò lo spazio per la musica alternativa è molto ridotto. Ci sono degli spazi, però son molto di nicchia e comunque vengono presentati la notte, quindi trovo un po’ difficile passare il tempo in Italia per quello che faccio musicalmente.
