Salute ed efficienza

Come per i Faust a inizio millennio, la ReR di Chris Cutler ha approntato in occasione dei trenta anni dell’esordio dei This Heat Out Of Cold Storage, cofanetto che in sei cd ne raggruppa l’intero catalogo. Per l’occasione ci sforziamo di riassumere pensieri e significato di una delle formazioni più innovative e misconosciute di sempre.

Parecchi paragoni possono essere tracciati, analizzando la storia dei This Heat, col già citato ensemble di Wümme: innanzitutto, essere stati emeriti sconosciuti o quasi in attività e, una volta (ri)scoperti, venir additati quali antesignani di una delle stagioni tra le più stimolanti di sempre (il post-rock); l’aver gestito – da provetti non musicisti – la tecnologia a loro disposizione (primitiva se confrontata a quella odierna) e inteso studio e processi di registrazione al pari di strumenti integrati al proprio stile. Da ultimo – e più importante – l’aver narrato ieri molti dei nostri eccellenti domani. Ancora: il trio britannico fu avanguardia al cui centro ha sempre pulsato, anche quando l’oggetto era il grigiore di panorami industriali o l’invettiva contro il buio degli eighties, un cuore umanissimo, capace di avvicinare a musiche d’impatto eppure comunicative come poche. Cosa rara al giorno d’oggi, in cui regna lo sfoggio dell’intellettualismo lambiccato a scapito della trasmissione del messaggio, trappola seducente in cui il trio non cadde mai durante la sua breve però fulgida parabola.

Nel racconto troverete ben pochi scossoni e la totale assenza di avvenimenti buoni per la “mitologia rock”: precursore anche in questo, il trio non perse mai di vista la concentrazione sulla musica, la sostanza del suo agire artistico, conservando un alone situazionista – e perciò punk nel senso più pieno – in un look falsamente anonimo e fotografie sottilmente provocatorie. Tutto comincia coi Dolphin Logic, formatisi nei primi ’70 da due Charles (Bullen e Hayward, chitarra, nastri e viola l’uno, batteria, tastiere e ancora manipolazioni magnetiche l’altro) che incrociano nel 1975 Gareth Williams (basso e ancora tastiere e nastri), iniziando a sperimentare ardite commistioni sonore dapprima a casa Hayward e poi sfruttando uno studio preso in affitto – il Cold Storage, appunto – nel quartiere londinese di Brixton. Ricavato con immane lavoro da una cella frigorifera, fungerà da casa per altri genialoidi dell’epoca come, per non riferire che dei più noti, Art Bears, Raincoats e Robert Wyatt. Se state pensando ai Can e all’Inner Space siete sulla strada giusta: medesima l’incessante dedizione a lavorare sul tessuto sonoro e la concezione del luogo di registrazione come atelier, per non dire dell’impiego di registrazioni per dar vita a sonorità che la strumentazione dell’epoca non consentiva. Come accennato, il debutto col nuovo appellativo si compie nel febbraio del 1976, ma è la lungimiranza di John Peel a premiarli, poiché questi li ospita, sconosciuti privi di contratto discografico, in una session nel marzo del ’77. Assemblata in Made Available diciannove anni dopo, insieme a un’altra trasmissione dell’ottobre dello stesso anno, è uno dei più folgoranti domani avvenne mai ascoltati, una profusione di idee in anticipo e pertanto fuori posto (siamo nel pieno dell’apoteosi punk) amata senza condizioni da chi seppe cogliere. Da qui conviene partire saltando l’ordine cronologico ufficiale, dal momento che questi otto brani precedono l’esordio su disco di ben ventiquattro mesi costituendone in parte l’ossatura. Horizontal Hold riassume il miglior rock “avant”pervenuto dall’asse Chicago-Louisville, centrifuga di matematica Crimsoniana e algido funk che nel frattempo brevetta la Banda dei Quattro. Su di esso una chitarra si snoda serpentina squadrando un blues krauto che muore tra macchie acide d’organo, stasi industriali e strappi ritmici subliminali. Basterebbe da solo a sancire la grandezza del trio, e non si fatica a immaginare i giovani virgulti della nuova onda a prendere furiosamente nota, la bocca spalancata davanti alla radio. In realtà ci sono elargite ulteriori stupefacenti illuminazioni, come l’ambient malata e sulfurea di Not Waving (Eno sputato fuori dalla terza facciata di Tago Mago) e la cupa veduta di una Canterbury trafitta d’epici e irosi clangori per l’anticipo di June Of ’44 a nomeThe Fall Of Saigon. La seconda serie di registrazioni mostra un lato in piccola misura più lineare della formazione in Basement Boy, Slither e nell’astratto jazz di Sitting. A una più profonda disamina, tuttavia, le carte sono mandate in aria a mescolarsi dall’urto frontale di Rimp Romp Ramp, sospensione tra Shellac e Liars (!) che sconfina in un rabbrividente incubo di percussioni rade, e da Makeshift, efferato presagio della furia incompromissoria di P.I.L. e Pop Group, il cui caracollare ritmico richiama alla mente gli Slint.

Devono passare due anni perché cotanto dispiego di idee possa essere digerito: gli unici a dare un’opportunità alla band sono Chris Cunningham dei Flying Lizards, che dopo aver aiutato in studio pubblica quanto prescelto sulla sua neonata Piano, e Anthony Moore, spirito affine negli Slapp Happy che si affianca in fase produttiva. Una vera pietra miliare il risultato, l’omonimo album (Piano Records, 1978) che studia le infinite possibilità di organizzare il suono dopo la sua frammentazione in un apocalittico termometro di tempi a venire. Epocale, in una semplice definizione. Saranno in pochi, nonostante Peel e qualche isolata penna albionica (grande loro fan fu John Lydon: se ne comprendono senza sforzo le ragioni), ad accorgersi di questa musica che si va sempre più ammantando di un vivo senso di umana drammaticità. Nell’album si ripescano i tre brani della prima apparizione alla BBC, ora più affilati e scaltri grazie al magistrale uso dello studio, del quale il brano che apre la seconda facciata costituisce l’epitome suprema. 24 Track Loop consta di dieci secondi di musica incisi su 24 piste, mandati in circolo e filtrati da effetti. Brano molto amato dal gruppo e ripreso più volte, rappresenta una tautologica meditazione sull’ipnosi sonora – La Monte Young sfigurato da plumbei germanismi – che non dimostra le venticinque e più primavere sulle spalle, anzi pare fatto della medesima materia creativa dell’elettronica e del rock non più rock degli ultimi anni. Come del resto è il fantasmatico Testcard, lamina di drone posta come inizio e chiusura dell’lp, abbaglio dei suoni del nulla di fine secolo. Not Waving partecipa in una versione cantata impregnata di tristezza wyattiana amalgamata perfettamente coi fondali da dopo bomba su cui poggia. Water dispiega trame percussive tra Can e il Bowie di stanza a Berlino, ma i vocalismi sono orrorifici lamenti; Twilight Furniture cavalca tribale eppure frenata verso la rarefazione mentre la sei corde produce note sparse perciò pesantissime, chiudendo la prima metà di un lavoro che, nel prosieguo, scioglie la trilogia senza soluzione di continuità di Diet Of Worms (follia in dissoluzione), Music Like Escaping Gas (nenia che accentuando la componente tossica del proprio nome) e Rainforest (sfaldarsi acustico estrapolato dal primo concerto della band).

Prima di congedarsi avanza tempo per una nuova The Fall Of Saigon, coralità aspersa di livore in cui la chitarra cresce angolare e frenetica. Conosciuto anche come Blue And Yellow per i colori della riduzionista copertina, il disco è un teatro dello smembramento del suono, la scomposizione delle sue parti prima studiate per forma e funzione e in seguito riassemblate con esiti di imprevedibile misura. L’anno successivo porta quale dote un tour europeo e il 12” che dà il nome a questo articolo: stampato ancora dalla Piano con l’aiuto di Rough Trade, Health And Efficiency / Graphic Varispeed (1980), conduce alle estreme conseguenze nel retro – nomen omen che si suppone sarcastico – le potenzialità di trattamento dei nastri, sfigurandoli da presentimenti isolazionisti. Il lato A media il krautrock con una melodia folk albionica in un gioco di pieni e vuoti, ritmo ed effetti sonori presi sul campo, segnalando un ingegno per la forma canzone che in retrospettiva dice di un ponte gettato sul lavoro successivo.

Mossi da assoluta e costante fedeltà a un credo artistico improntato alla sperimentazione, i tre pubblicano nel 1982 Deceit, seconda fatica sulla lunga distanza sotto l’egida Rough Trade, mettendo in mostra sensibili mutazioni nella continuità. Si infiltrano influenze etniche (Williams fu studioso e cultore della materia da laurearsi in religione e lingua dell’India dopo lo scioglimento del gruppo) nella percussività terzomondista di Shrink Wrap, e in una Indipendence dalla quale si levano suadenti aromi da potenziale outtake di Remain In Light. La forma canzone – seppur deviata – prevale sovente sulla ricerca, imbrigliata in forme lievemente più contenute per capolavori come l’innodica S.p.q.r. che inventa o quasi Savage Republic, o la cantilenante Sleep che assesta uno schiaffo a certi damerini sedicenti orientalisti. Permangono elementi di raccordo con l’esordio nel satirico jazz mitteleuropeo da rigattiere Triumph e nella frenetica Paper Hats. Altrove si ascoltano progressioni compatte dominate da vocalità ieratica e nondimeno cantabile (Cenotaph: a Chicago se n’è preso nota), un esperimento collagistico sottotono ma sensato nel complesso (Radio Prague), la ripresa matura di Makeshift accompagnata nel titolo da un fuorviante Swahili, invece travolgente quanto equilibrato carro armato dai cingoli di velluto. New Kind Of Water, stravolto canto su percussioni slanciate e sottilmente irregolari contrappuntate da minimali ronzii chitarristici, immette sulla conclusiva elegia funebre Suffer Bomb Disease, base di melodica e rumori, falsa field recording da un oriente futuro visto con disfattisti occhi occidentali.

Meritevole addio Deceit, le cui liriche puntano l’indice contro l’irrespirabile clima politico e sociale del globo, immane sforzo espressivo che richiede come contropartita lo scioglimento del gruppo nel maggio del 1982, mentre Williams già da un po’ studia in India. Prendono così il via le carriere soliste di Hayward con Camberwell Now, di Bullen come Lifetones e Circadian Rhythms e infine di Gareth, attivo anche nei circoli dell’improvvisazione inglese, sotto la sigla Mind The Gap. Si risentirà parlare di nuovo di This Heat nel 1993, quando l’etichetta legata al gruppo – la These – immetterà sul mercato Repeat, che ripesca Graphic Varispeed e la title track, versione lunga di 24 Track Loop più che mai faustiana, cosparsa di frammentazioni rumoristico-ritmiche che fiutano la sperimentazione elettronica oggi popolare. Metal, l’altro inedito, è ipnosi ricomposta in studio, la base di partenza una registrazione effettuata fuori dal Cold Storage con una testina  tridimensionale, spettrale gamelan urbano che stratifica bordoni metallici essiccando un sentire post-industriale in trance pura. Tre anni dopo giungono il dispaccio delle Peel Session (il già citato Made Available) e la ristampa sempre su These di Deceit, mentre l’omonimo resta, dopo una fugace stampa del 1991, chimera fuori catalogo; sarà la ReR a rendere giustizia a Blue And Yellowristampandolo dieci anni dopo, nel 2006. Frattanto, grazie al mutare dei paesaggi sonori e all’assurgere del post rock, vanno chiarendosi influenza e peso della formazione britannica.

Nel dicembre del 2001, dopo che i tre si erano ritrovati a suonare assieme, Gareth Williams ci è strappato da un male incurabile; alla sua memoria si organizza un concerto al quale suonano Bullen più Hayward e gli immensi Wire al gran completo. Negli ultimi giorni del 2004 dalla ReR trapela la notizia relativa a Out Of Cold Storage (1. This Heat; 2. Health & Efficiency; 3. Deceit; 4. Repeat; 5. Made Available (BBC); 6. Live – previously unreleased; con un libretto a colori di 44 pagine), e inizia la trepidante attesa concretizzatasi nell’afosa tarda primavera di quest’anno. In tanta abbondanza, fiore all’occhiello un libretto generoso e rivelatore per apparato critico e iconografico, il sesto cd mette ordine tra cassetti e archivi rintracciando due concerti dal biennio ’80-’81, cui s’aggiunge un altro dischetto 3” compreso solo nelle prime milleduecento copie prenotate. Alla luce della filosofia artistica della band, vi starete probabilmente domandando se vi siano ancora inediti provenienti dalle mura del fu Cold Storage. A questo proposito, due anni fa Hayward si è pronunciato così: “Abbiamo vagliato parecchio materiale e ce ne sarebbe per un paio di doppi cd, più un montaggio virtuale di un live. Tuttavia, dopo la morte di Gareth queste cose sono sempre più dure da farsi dal punto di vista emotivo”. Cuore e anima: uno, sicuramente, brucerà.

14 Gennaio 2007
14 Gennaio 2007
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