Vita Sonica – Parte II

Dall’underground al mainstream

Al punto in cui sono arrivati dopo il successo di critica di Daydream Nation, i Sonic Youth iniziano a interessare anche alle major. Alla fine la spunta la Geffen, che garantisce al gruppo la libertà creativa e l’ultima parola sulla musica e la grafica dei dischi. La decisione di accasarsi presso una grossa etichetta porta come conseguenza la fine della collaborazione con Paul Smith, la persona che più si era dannata l’anima per promuovere la band. Siamo alla fine degli anni ’80, e questo periodo rappresenta un crocevia importante tanto per i Sonic Youth quanto per tutta la scena rock indipendente americana. Il passaggio del quartetto di New York su una major anticipa di un paio d’anni l’esplosione del rock alternativo e di fatto è uno degli eventi che preparano il terreno al controverso fenomeno. Intanto Moore è impegnato in numerosi progetti e collaborazioni, che vanno da Lydia Lunch ai Velvet Monkeys in cui suona insieme a Richard Hell, agli olandesi Ex e ai terroristi avant-jazz Borbetomagus. L’intera band lavora invece con Maureen Tucker, indimenticata batterista dei Velvet Underground, per il suo album Life in Exile After Abdication.

Il primo frutto dell’accordo con la Geffen è Goo (1990), definito dallo stesso gruppo un album di transizione. Brani come Mote, Disappearer e Cinderella’s Big Score non avrebbero sfigurato in Daydream Nation; sono pezzi che risentono chiaramente dell’ispirazione del doppio LP di due anni prima, così come dell’influenza di Television e Dinosaur Jr. Queste canzoni riescono a dare al noise rock una forma elegante e armonicamente raffinata. Altrove il gruppo sembra interessarsi a un revival del più semplice punk rock, senza per questo suonare meno dissonante e strano; Cool Thing, cantata da Kim Gordon, contiene un duetto rap tra Kim e Chuck D dei Public Enemy, questi ultimi impegnati a registrare negli stessi studi della band di Moore. I Sonic Youth impiegano il budget messo a disposizione dalla casa discografica per girare videoclip di tutte le canzoni, chiamando a lavorare amici come Richard Kern e registi emergenti, tra cui gli ancora sconosciuti Todd Haynes e Sofia Coppola (a cui Moore avrebbe prestato il libro di Jeffrey Eugenides The Virgin Suicides, consigliandole di leggerlo; il resto è storia). I risultati si possono vedere nella raccolta di video Corporate Ghost.

Nei mesi successivi i “sonici” cercano di arrivare a nuove platee e di portare nel mainstream anche la cultura da cui provengono. Ma aprendo un tour di Neil Young, loro grande ammiratore, e pur avendo a che fare con l’entourage –  e il pubblico – di un musicista a tratti scomodo e di sensibilità nettamente superiore alla media, i quattro vedono l’abisso che separa il loro mondo dallo showbiz rock. Parliamo, tra l’altro, dello stesso Young che sarebbe diventato una sorta di padre putativo dei rocker della generazione X, quella di cui i Sonic Youth erano i fratelli maggiori. Non per questo, il suo manager e la sua crew vedono di buon occhio i Nostri e anche il pubblico è decisamente prevenuto nei loro confronti.

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The Year Punk Broke

Il 1991 è l’anno del famoso tour europeo immortalato da Dave Markey nel documentario The Year Punk Broke. Tra le band che accompagnano i Sonic Youth ci sono anche i Nirvana, sorta di protegés dei quattro di New York, che li hanno seguiti alla stessa agenzia di management, la Gold Mountain, e alla Geffen. I Sonic Youth hanno sempre dimostrato grande rispetto e – caso raro – una vera attenzione per chi apre i loro concerti. Nei primi anni hanno approfittato spesso dei tour per girare insieme alle loro band preferite e creare una rete di amicizie da una parte all’altra degli States, con tanto di appartamento di Thurston e Kim a disposizione degli amici musicisti che passano da New York. Man mano che il gruppo cresce, porta spesso con sé band come Dinosaur Jr., Pavement, Butthole Surfers, Boredoms e, appunto, Nirvana, quando ancora sono una formazione underground e non certo delle star. Durante il set del gruppo spalla Moore o i suoi compagni sono spesso intenti a seguire da dietro le quinte. Siamo nei mesi che precedono la pubblicazione di Nevermind, e il film di Markey da questo punto di vista è un documento storico. Il titolo stesso, The Year Punk Broke, che nasceva da tutt’altre premesse, cioè dalla disillusione per aver visto i parrucconi rock Motley Crue suonare Anarchy in the Uk in un loro concerto – la fine del punk, nell’ottica del regista –, diventa senza volerlo il manifesto di un’epoca, che vede le sonorità un tempo underground arrivare in cima alle classifiche (ironia della sorte, in Italia il filmato, in cui compaiono anche Dinosaur Jr., Babes in Toyland e Gumball, circolerà in maniera semiufficiale all’interno di una VHS sui Nirvana).

Il post-punk americano passato dai circoli underground ai mass media diventa il “rock alternativo” su cui le major si buttano dopo che il boom di Nevermind le coglie completamente di sorpresa. Lo stesso team che ha curato i suoni del secondo disco dei Nirvana, Butch Vig in cabina di regia e Andy Wallace al mixaggio, è all’opera anche su Dirty (1992) dei Sonic Youth. È curioso, ma non per chi conosce Moore, leggere che il suono che il Nostro voleva da Vig fosse quello di un 45 giri degli sconosciuti Mecht Mensch, stampato in pochissime copie. Il genere di dischi a cui Vig aveva lavorato negli anni ’80 quando era uno dei produttori indipendenti più apprezzati per il punk del Midwest e i primi dischi della Touch and Go. Dirty è un doppio LP con meno inventiva di Daydream Nation, che completa semmai la transizione di Goo verso forme più dirette, immediate e orecchiabili. Il noise ora aderisce come un guanto su una canzone rock dalle strutture canoniche, anche se abbastanza fantasiosa. Non è un azzardo definirlo il disco pop dei Sonic Youth. Lo è senz’altro più di Goo. Se Daydream Nation è stato il culmine di un percorso che dal punk d’avanguardia li ha portati a rivoltare come un guanto la musica rock appropriandosi delle sue forme ma con i propri suoni, Dirty è la risposta dei Sonic Youth all’esplosione del grunge. Certo l’interludio di Sugar Kane ricorda Daydream Nation anche se non dura più di venti secondi, ma alcune canzoni sono le più lineari partorite dai quattro sonici, le più vicine al rock classico, siano brevi e dissonanti come 100% o melodiche e rifinite come Sugar Kane, Wish Fulfillment e Chapel Hill. Non si tratta solo di una questione di scrittura ma di suono, grazie al lavoro di Butch Vig e di Andy Wallace, intervenuti anche in postproduzione sulla batteria e in particolare sulla voce di Kim Gordon, filtrata con un harmonizer per renderla più intonata.

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Jet-set sperimentale

Se l’orizzonte di Dirty era quello del rock alternativo delle major, di cui Thurston Moore e compagni rimanevano la band più originale per la loro cultura del suono e non soltanto per quella, Experimental Jet Set (1994), pur essendo un album targato Geffen, è molto sensibile agli umori del coevo indie rock e sembra abbracciare il modello in bassa fedeltà di cui sono portatrici band come Sebadoh, Royal Trux, Pavement e Guided By Voices. È album lo-fi dei Sonic Youth nella maniera in cui Ghost and Stories sarà il loro album post-rock. Non deve sorprendere che molti brani assomiglino a dei bozzetti, sia per le fonti di ispirazione, sia perché gli stessi titolari parlano, ai tempi, di “composizione istantanea” e di pezzi nati intorno a un unico riff. La canzone più memorabile è la conclusiva Sweet Shine, perché la più melodica. Le altre sono dei numeri surreali, acustici come Winner’s Blues, insidiosi come Bull in the Heather, stravaganti come Screaming Skull, scritta di getto dopo una visita al superstore della SST a Los Angeles. L’album non viene promosso con un tour perché, nel frattempo, Kim è rimasta incinta. La prima e unica figlia della coppia, Coco Hayley Moore, nasce nel 1995. Thurston e Kim lasciano New York per trasferirsi nella più tranquilla Northampton, nel Massachusetts.

 

Al contrario di Experimental Jet Set, Washing Machine, uscito nell’autunno del 1995, nasce da lunghe jam session e da spunti improvvisati. La title-track contiene una lunghissima jam, come non si sentivano da qualche album a questa parte e The Diamond Sea arriva a sfiorare i venti minuti. Capolavoro dell’album, quest’ultima inizia come una ballata indolente post velvettiana, ma gran parte del suo svolgimento è occupato da divagazioni strumentali che riportano le lancette del tempo per i Sonic Youth ai primi anni ’80, poi addirittura a una psichedelia quasi pinkfloydiana, al krautrock e all’acid rock degli anni ’60. Washing Machine anche un disco più melodico, un aspetto che qualcuno ai tempi vide come una sorta di principio di senilità, trovandosi costretto, per la prima volta, ad alzare il volume dello stereo ascoltando i Sonic Youth….

Arrivederci XX secolo

Nel 1996 Thurston Moore può approfittare di un momento di pausa dei Sonic Youth per dedicarsi ad alcuni progetti in proprio. Tra la primavera e l’estate suona con altri due musicisti – Tom Surgal e William Winant –  in un festival d’avanguardia in Canada, producendosi in un set di un’ora di musica improvvisata per chitarra e percussioni. Quindi pubblica il suo primo album da solista. Registrato con Steve Shelley e Tim Foljahn, Psychic Hearts è un disco di canzoni minimaliste, primitive e naïf. Tranne Elegy for All the Dead Rock Stars, che a tratti sembra un demo della band, gli altri brani – Ono Soul, la title-track e Patti Smith Math Scratch – non rimandano tanto ai Sonic Youth, bensì a ritagli di garage rock dimenticati in una soffitta della gioventù, citazioni dei suoi primi amori musicali. Accordi e riff elementari suonati in maniera volutamente goffa (Blues from Beyond the Grave) non fanno pensare alla lo-fi ma a un inedito gonzo rock. Il biennio ’96-’97 è invero ricco di progetti collaterali, dalla Piece for Jetsun Dolma, un lungo brano improvvisato dal vivo, fino alle due collaborazioni con Nels Cline, futuro chitarrista dei Wilco ancora in pieno fulgore jazz (Pillow Wand e In-Store).

Nel 1996 i Sonic Youth affittano uno spazio in un palazzo a Manhattan, esattamente al n. 47 di Murray Street, a pochi passi dal World Trade Center. Qui allestiscono il proprio studio di registrazione, l’Echo Canyon. Liberi di registrare il loro materiale, i quattro decidono quindi di fondare l’etichetta Sonic Youth Recordings (SYR), allo scopo di pubblicare i progetti più sperimentali, a partire dai tre brani strumentali di Anagrama, la prima uscita targata SYR, pubblicato nel 1997 come il successivo Slaapkamers Met Slagroom. Con un’etichetta tutta loro, i Sonic Youth possono sbizzarrirsi nel creare musica che la Geffen non avrebbe mai avuto interesse a licenziare. Per questo non c’è nessun ostruzionismo da parte della casa discografica, fintanto che i nuovi dischi di canzoni arrivano puntuali. Ogni progetto ha una lingua diversa, così nascono anche Invito al cielo (in Esperanto), in combutta con Jim O’Rourke, e poi il più imponente dei progetti SYR, il doppio CD Goodbye Twentieth Century (1999), con le sue collaborazioni e riletture in tema di musica d’avanguardia contemporanea. Le uscite SYR contemplano registrazioni dal vivo di musica strumentale insieme a ospiti come il Koncertas Stan Brakhage prisiminimui (2005), in cui i Sonic Youth accompagnati dal percussionista Tim Barnes, musicano dal vivo le pellicole mute del più grande regista americano di film sperimentali, il J’Accuse Ted Hughes (2008) per metà registrato dal vivo all’All Tomorrow’s Parties, o l’Andre Sider Af Sonic Youth, tratto dall’esibizione di Roskilde nel 2005 con Mats Gustafsson e Merzbow.

Una svolta non proprio voluta

Per quanto riguarda i dischi rock, nel 1998 è il turno di A Thousand Leaves, il primo disco Geffen registrato all’Echo Canyon. L’album vive anche di momenti di tensione (Female Mechanic Now On Duty) ma per la maggior parte è virato verso un’idea di moderna psichedelia di cui si registravano le avvisaglie in Washing Machine. I tempi si dilatano mentre i ritmi rallentano e le strutture si liberano. Nello stesso anno Thurston pubblica Root, un curioso progetto di 25 brani da un minuto affidati ai remix di artisti come Mogwai, Luke Vibert, Stereolab, Merzbow e Blur. Il 4 luglio del 1999 i Sonic Youth sono attesi per un festival ad Orange County.  È atteso anche il furgone con la loro strumentazione. L’autista l’ha lasciato la sera prima fuori dall’albergo dove si è fermato a dormire; al mattino nel parcheggio, il mezzo non c’è più. Più tardi verrà ritrovato, ma vuoto. Sono state rubate ventisette chitarre, e con loro venti tra amplificatori e casse acustiche, dodici microfoni, ventinove pedali per gli effetti, la batteria di Steve Shelley, corde di ricambio e quasi mille magliette. Il valore del materiale sottratto è stimato in circa 70 mila dollari. Non si tratta tanto del valore, quanto del fatto che le chitarre, modificate e preparate per suonare determinate canzoni, sono difficilmente sostituibili per i loro titolari e inservibili per qualunque altra band. «È buffo, ma potevamo usarle solo noi». Tra questi strumenti c’era anche la famosa chitarra che Thurston aveva suonato la prima sera a casa di Kim. Per il gruppo eseguire i vecchi pezzi ora diventa difficilissimo, senza gli strumenti con cui sono stati scritti e registrati.

I fantasmi di New York

Il quartetto aveva già registrato due brani del nuovo album per la Geffen prima del furto della strumentazione. Quando riprende a lavorare sul disco, per dirla con le parole di David Browne «non ha scelta se non quella di ripensare da capo il proprio approccio alla musica». Il risultato, NYC Ghost and Flowers, è in parte un ripensamento della propria esperienza. Una sorta di anno zero per i Sonic Youth, che senza le loro abituali chitarre si trovano a tentare sonorità rumoristiche inedite (la conclusiva Lightnin’) e ad allontanarsi dalla forma canzone; anche la batteria di Steve Shelley, abitualmente il più solido elemento rock del sound Sonic Youth, scandisce metri più imprevedibili. È come se dalla disillusione di Dirty, l’album che non aveva aperto le porte del grande successo, fosse partito un percorso inverso rispetto a quello che li aveva portati fino alle major. L’uso del recitativo al posto del canto si può spiegare in diversi modi: NYC Ghost and Flowers è una sorta di elegia di New York, un album ispirato ai poeti della Grande Mela e allo spirito di una città che la modernità ha cancellato; si tratta di un meditato ritorno alle origini, ai tempi del primo EP; infine, i Sonic Youth si sono lasciati permeare dalle forme di quel post-rock di cui loro stessi sono stati precursori – e sotto questo aspetto la presenza di Jim O’Rourke al basso e alla consolle è assolutamente emblematica. Una spiegazione non esclude l’altra, se è vero che Renegade Princess riecheggia il Patti Smith Group quanto in Small Flowers Crack Concrete gli Slint e la genia di Louisville. «Per i gruppi post-rock» scriveva Simon Reynolds «l’idea concepita dai Sonic Youth di “reinventare la chitarra” significa “derockizzarla”»; orientati a timbri e textures sin dall’inizio della loro carriera, dopo averli impiantati nella canzone rock, gli stessi Sonic Youth sono ritornati a svilupparli in forma più libera. Bollato come pretenzioso e spesso sottovalutato, NYC Ghosts and Flowers ha almeno un pezzo, Free City Rhymes, che vale tutto il prezzo del biglietto, ed è il lavoro più coraggioso dell’ultima parte della loro carriera, almeno in termini di sfida sonora. Ma la svolta “post” si esaurisce qui.

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Fine di due storie

 Con l’ingresso in pianta stabile di Jim O’Rourke, il polistrumentista si occupa del basso, lasciando quindi che Kim Gordon passi in via praticamente definitiva alla chitarra. Cerca di sorprendere anche Murray Street (2002); solo, prova a farlo con le canzoni, recuperando, al contrario, i riff di classic rock, il jingle-jangle di The Empty Page, gli arpeggi folk-rock di Rain on Tin – il cui micro assolo di chitarra sembra il più tradizionalmente rock di tutto il catalogo dei sonici -, gli accordi aperti e le distorsioni psichedeliche di Karen Revisited – che traccia pure qualche vaga assonanza con i R.E.M –, il boogie rollingstoniano di Radical Adults Lick Godhead Style. Il tutto ha un sapore vagamente inquietante, se pensiamo che il rovesciamento di prospettiva è anche il frutto di quello che ha vissuto la band dopo l’11 settembre. Il successivo Sonic Nurse (2004) è un altro album di canzoni prevalentemente melodiche. I suoni sono meno connotati “alla Sonic Youth” rispetto al passato, e le chitarre un po’ più convenzionali, pure se meno apertamente classic che in Murray Street. Anche se non rinverdisce i fasti di Daydream Nation, la scrittura fluida e articolata di Dripping Dream e Stones – pezzi che superano i sette minuti – sembra ispirarsi proprio al periodo della maturità.  Come modello compositivo, i sonici guardano a se stessi e richiamano il rock urbano dei loro ispiratori Velvet Underground e Television (a dire il vero, New Hampshire ricorda il krautrock dei primi Neu!). Rather Ripped (2006), registrato di nuovo dal quartetto storico, è uno scintillante disco pop, che condensa le ricerche dei tardi anni ’90 in canzoni lineari. È la stessa cosa che aveva fatto Dirty rispetto alle intuizioni dei tardi anni ’80. Alcune song – Reena, Incinerate – sono tra le più immediate dei Sonic Youth. Lo stesso anno esce la raccolta di B-Sides The Destroyed Room, che chiude il contratto con la Geffen. L’anno dopo, oltre al nuovo album, il gruppo, con l’aggiunta di Mark Ibold al basso, porta in concerto l’intero Daydream Nation. Lasciata la Geffen la band si accasa presso la Matador e pubblica The Eternal (2009), in cui riscopre il noise rock melodico in una versione leggermente più lo-fi e stralunata di quella dei tempi d’oro (Sacred Trickster, Anti-Orgasm, Antenna, Poison Arrow). È una sorta di gemello sporco di Rather Ripped, che mostra il genuino sforzo di eludere la trappola del manierismo. All’uscita nessuno si aspetta ancora che sarà l’ultimo LP in studio dei Sonic Youth. Lo diventa nell’ottobre del 2011 quando la notizia del divorzio di Thurston Moore e Kim Gordon è ormai di dominio pubblico. Qualche mese più tardi è Kim a spiegare in un’intervista i motivi della separazione, dovuta a una relazione che Thurston aveva da tempo con un’altra donna. La colonna sonora di Simon Werner a Disparu (2010) e il live Smart Bar Chicago (2011), registrazione di un concerto del 1985, diventano i capitoli conclusivi di una delle più appassionanti storie discografiche degli ultimi trent’anni di musica. Nessuna frase riassume meglio il signficato e l’importanza dei Sonic Youth nella storia della musica rock delle parole del loro ex discografico Gerard Cosloy: «I Sonic Youth hanno contribuito a creare il contesto in cui ci muoviamo oggi […] Se hanno influenzato qualcuno, lo hanno fatto insegnando a essere se stessi, e non uguali a loro. E hanno creato un ambiente in cui persone che suonano musica più strana della loro può avere occasione di suonare di fronte a più di dieci persone. È una cosa fantastica. Di questo possono essere orgogliosi».

Thurston goes solo… anzi no

Al di là di una serie infinita di collaborazioni, gli album solisti a firma Thurston Moore si contano per ora sulle dita di una mano. Dopo Psychic Hearts del 1995, bisogna arrivare al 2010 per vedere pubblicato Trees Outside the Academy. Registrato nello studio casalingo di J Mascis, l’album vede il nostro affiancato da Steve Shelley – come per Psychic Hearts – e dalla violinista Samara Lubelsky, e contiene molta più chitarra acustica che distorsione, svelando per la prima volta il Nostro nelle vesti inedite di cantautore. Demolished Thoughts (2011), prodotto da Beck, è ancora più brillante e convincente, con le sue atmosfere stratificate e, allo stesso tempo, rarefatte. Le armonie folk rock Benediction, Circulation, Blood Never Lies lo innalzano subito in vetta alla produzione solistica dell’ex Sonic Youth. Se qualcuno si aspetta che dal vivo Moore suoni la chitarra acustica in modo classco e ovattato, i suoi concerti lo smentiscono senza appello. L’intensità è la stessa.   

Nel 2012 Moore esce allo scoperto e mescola le carte con un nuovo progetto, un quartetto che ricorda molto più da vicino i Sonic Youth. L’album omonimo del 2013 è un mix di punk, spoken word, rumorismo, rock and roll dissonante e hard rock. In Burroughs Moore sembra rifare inconsciamente la vecchia Hey Joni dei Sonic Youth, altrove riscopre i riff heavy blues e ritorna per un attimo il giovane musicista arty con un debole per l’hardcore punk. Un ritorno alle origini che non nasconde una certa nostalgia? Di sicuro le ultime evoluzioni lasciano tutte le strade aperte. Vedremo quali, il Nostro, deciderà di percorrere. 

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