There’s no such thing as… Sparks
-
Antonio Pancamo Puglia
- 2 Febbraio 2008
“Cristo, c’è Hitler alla televisione!”. Si dice che John Lennon
abbia pronunciato queste esatte parole quando vide i baffetti di Ron
Mael sbucare dal suo schermo. Erano i tempi delle prime, leggendarie
apparizioni degli Sparks a Top Of The Pops e, anche se lo
scintillante circo del glam rock girava e girava dispensando stranezze
assortite, kitsch e polvere di stelle, non era così comune vedere
qualcosa di simile in tv. Quei baffetti “a spazzolino”, accompagnati
dagli improvvisi e comicissimi cambi di un’espressione altrimenti
impassibile (un sopracciglio alzato, un ghigno, uno sguardo assassino),
erano un geniale colpo di teatro, una provocazione surreale, uno
scherzo dada, una boutade ridicola, assurda.
Certo, come no.
Eppure sembra che su circa 3000 articoli pubblicati dalla stampa
inglese fra il 1974 e il 1975, soltanto un paio si siano dimenticati di
menzionare quel signore tedesco (pardon, austriaco, ma tant’è) che,
come dicevano i Monty Python, inventò la seconda guerra mondiale.
Chissà a quanti, invece, sarà venuta in mente la parodia buffonesca e
irresistibile del Grande Dittatore chapliniano.
Parodia,
già. Che se c’è un messaggio che i Mael – pure Russell, con i suoi
falsetti operistici e le interpretazioni sopra le righe non è da meno
del fratello – ci trasmettono da circa tre decadi e mezzo, è che il
rock – il pop – in fondo non è una cosa affatto seria; se lo è, lo è
quando diventa farsa, caricatura, finzione, satira. Del resto, cosa
altro è l’opera omnia degli Sparks, se non l’equivalente di un bel paio
di baffi – ovviamente “a spazzolino” – scarabocchiati sul volto di
quella Gioconda che è il pop?
Sperimentare, comunicare,
intrattenere, stupire, divertire. Aldilà dei mutamenti stilistici e
delle alterne fortune, ogni fase della carriera dei due losangelini
sembra aver preso le mosse da tali imperativi. Sono stati molte cose,
gli Sparks: figli bastardi della psichedelia britannica, glam rockers
estremi ed invincibili, proto synth-poppers, divi acclarati del
techno-pop, mattatori di album/performance quantomeno incatalogabili (i
recenti Lil’ Beethoven e Hello Young Lovers,tradotti visualmente su palco e DVD). In tale cammino proteiforme –
venti album che, pur restando per la maggior parte un affare
sostanzialmente per cultori ed affezionati, hanno lasciato più tracce
di quanto si possa pensare, dai Queen a certo post punk fino agli
odierni Fiery Furnaces -, c’è comunque qualcosa che va oltre la pura e semplice capacità di reinventarsi e di adattarsi secondo i tempi.
Nelle
copertine allucinanti ed ineffabili (alcune di esse davvero difficili
da dimenticare), nelle trovate teatrali di certi geniali videoclip e
installazioni onstage, nelle tante filastrocche psicotiche e schizzate,
nelle decine di hook melodici micidiali, negli arrangiamenti che
mischiano rétro e avanguardia insieme, nel poco riguardo nel mischiare
generi e tendenze, nelle feroci – e salaci – satire di costumi e di
abitudini che animano le liriche, nella ricerca sfrenata di un senso
del comico in perenne bilico fra kitsch, grottesco e colto, nel
tuffarsi dentro il mainstream per ridicolizzarlo, sfruttandolo; in
ognuna di queste cose c’è la volontà di essere, su tutto, abili e
sistematici rivoltatori della materia pop, portando avanti con costanza
una visione radicale (anche se apparentemente vestita
d’innocuo). Insomma, siete ancora convinti che gli unici fratelli
californiani a cui valga la pena dar ascolto siano i Wilson?
Heartbeat, increasing heartbeat – Trent’anni di follie
Le
– invero non generosissime – nozioni biografiche emerse da anni di
interviste raccontano che il destino dei due fratelli (il più vecchio è
del ’48, l’altro del ’53) fosse segnato sin dall’infanzia. Ron e
Russell Day (questo, pare, il vero cognome) muovono i primi passi nello
showbiz da giovanissimi, modelli per una non meglio precisata catena di
abbigliamento per l’infanzia; Madre Natura li ha dotati di bell’aspetto
e, come accade a tutti i rampolli della media-borghesia californiana, i
genitori li vedono già future celebrità (Hollywood è dietro l’angolo e,
poco distante dalla casa in cui sono cresciuti, c’è la villetta dove
morì Marylin). Non è però quella la strada che li porterà alla gloria:
galeotta la British Invasion, negli anni del college i due vengono
letteralmente fulminati dalle decine di band albioniche che arrivano
dall’altra parte dell’Atlantico.
Oltre gli immancabili Fab Four, i prediletti sono Kinks, i Pink Floyd dell’era Barrett, Who, The Move.
Mano a mano le idee si fanno sempre più chiare: Ron studia il piano,
Russell il violino. Cominciano a formare le prime band; inizialmente
ognuno per conto proprio, poi uniscono le forze in una squadra
consolidata (che sopravvive ai nostri giorni): il fratello maggiore
scrive le canzoni, il minore le canta. Si solleva però un problemino
circa il contesto musicale in cui si trovano ad operare. Cosa fare se
non si prova alcun interesse né per il sole e il mare dei Beach Boys,
né per l’ingenua psichedelia West Coast e annesse good vibrations,
tantomeno per le pantomime blues doorsiane? Darsi al folk? Per carità,
pretenzioso e noiosissimo. Resta solo una cosa: fingere di essere
inglesi.
Una mossa insolita e audace, che tuttavia deve essere piaciuta a un volpone come Todd Rundgren se, dopo aver sentito i freak e sperimentali demo degli Halfnelson – questa la ragione sociale scelta in origine dai fratelli, in combutta con il chitarrista ed arrangiatore Earle Mankey-, deciderà di dar loro una possibilità accasandoli presso la sua
Bearsville Records, proponendosi inoltre per produrre l’esordio.
Allargato l’organico da tre a cinque, la così formata band dà alle
stampe l’omonimo Halfnelson nel 1971 (ristampato l’anno successivo come Sparks in seguito al cambio di nome), cui seguirà dodici mesi dopo A Woofer In Tweeter’s Clothing.
Sopravvissuti alla prova del tempo meglio di quanto si creda, questi
album sono un paio di strani oggettini di psichedelia pop
transizionale, già pericolosamente infetta di glam (senti Wonder Girl dal primo, Girl From Germany dal secondo) ed occasionalmente filtrata attraverso un po’ di power pop (No More Mr. Nice Guys) e hard rock; Barrett, T-Rex, Who e financo certi Nazz– giunti, presumiamo, attraverso il producer – sono innegabili punti di
partenza, mischiati lungo la via a elementi di vaudeville e music hall.
E se resta forte la componente sperimentale e freaky già riscontrata nei demo – Biology, dal debutto, è probabilmente una delle cose più bislacche mai prodotte dal gruppo, ed è quanto dire -, Whippings and Apologies, pirotecnica chiusura di A Woofer..-, è già un potenziale inno glam rock, degno di qualsiasi antologia del genere.
Il
punto è che i Maels, probabilmente, avevano già fiutato l’odore che
proveniva dal pentolone che ribolliva dall’altra parte dell’oceano. A
questo punto, era nell’ordine naturale delle cose che venissero notati
aldilà delle bianche scogliere di Dover: complice un tour promozionale
in Europa andato meglio del previsto (corredato da una trionfale data
al Marquee e una prima apparizione all’Old Grey Whistle Test), nel 1973 riescono a strappare un contratto alla Island.
Occorre
dunque trasferirsi a Londra, e pazienza se tocca lasciare indietro gli
altri tre compagni, ci sono fior di sessionmen inglesi – su tutti, il
chitarrista Adrian Fisher – ad aspettarli. A cambiare
realmente tutto sarà però una canzone che Ron scriverà al piano durante
una delle visite domenicali ai genitori, che già da tempo dimorano in
Inghilterra. Si basa su una frase da film realmente ridicola, “questa
città non è abbastanza grande per tutti e due”, e si dipana come una
sorta di operetta buffa divisa in sketch. L’arrangiamento rievoca
un’atmosfera da cabaret berlinese spruzzato d’anfetamine, dove le
chitarre rombano e graffiano tanto quanto il piano martellante e
ossessivo; la voce di Russell, poi, raggiunge acuti a dir poco
farseschi, specie nel finale. Ad oggi, This Town Ain’t Big Enough For Both Of Us è il più grande successo degli Sparks.
Forti
di un temibile #2 nelle classifiche UK, gli improbabili e assurdi
fratelli provenienti dall’altra parte dell’Atlantico si trovano così a
fare concorrenza sleale a chi, con discreto successo, giocava in casa:
sono decisamente più cinici e umoristici degli altrettanto arty Roxy Music,
molto meno romantici e sognanti dell’alieno Ziggy ma sufficientemente
carismatici per tenergli testa, evidentemente debitori – ma sicuramente
più consistenti – di Sweet e Slade oltre che dello stesso Bolan, allora già malfermo sul suo trono. E non è difficile immaginare che pure gli allora esordienti Queen abbiano trovato ispirazione nell’ugola da operetta di Russell e nei barocchismi delle trame di Ron per le loro notti all’Opera (ben più pompose e mélo).
Andando
al sodo, per poco più di due anni e mezzo gli Sparks padroneggiano in
lungo e in largo per Albione, e ne hanno ben donde: i due album simbolo
di questa fase – anzi, facciamo tre, contando anche l’”appendice” Indiscreet-,
oltre che successi coi fiocchi, sono anche i capolavori di un’intera
carriera, in grado di fare a botte con parecchi contemporanei e
successori, con ottime probabilità di spuntarla. Se vi sembra un
giudizio quantomeno tranchant, provate a mettervi nelle orecchie Amateur Hour (il refrain più psicotico e infantile che ci sia), Achoo, Something For The Girl With Everything, B.C.(A Quick One degli Who riletta dai fratelli Friedberger?), Never Turn Your Back On Mother Earth (ovvero, come ridicolizzare il melodramma), Equator (qualcuno ha detto parodia?), Thank God It’s Not Christmas (qualcuno ha detto Freddie Mercury?), Who Don’t Like Kids (punk e storture Fall ante-litteram, yes). Heartbeat, increasing heartbeat: siete già al tappeto. Se non vi siete ancora rialzati, non ci stupiamo: Kimono My House e Propaganda(entrambi del 1974) sono un uno-due che, in termini di glamour
esplosivo, di fantasia straripante e di sovversività pop, stenderebbero
chiunque.
Qualche riga più sopra si è parlato di Indiscreetcome appendice di una fase; volendo potremmo anche considerarlo il
prologo a quella successiva. Di fatto, nel 1975 i Maels viaggiano ormai
in prima classe e possono permettersi tanti lussi, come farsi produrre
da Tony Visconti; il primo di certi sfarzi e sfizi –
non sempre così fortunati – che si protrarranno fino alla fine del
decennio. Con l’uomo di Bowie&Bolan al timone, gli Sparks
confezionano una versione extralusso del loro sound (vedi Happy Hunting Ground), alzando il tiro delle ambizioni compositive nel provare una grande varietà di arrangiamenti e soluzioni, dal musical (Looks Looks Looks) allo swing (Get The Swing,
appunto). Siamo sempre a livelli di eccellenza, sia chiaro; ma che il
puro kitsch sia giusto a un passo, ce lo suggerisce la – geniale, per
inciso – cover di I Want To Hold Your Hand uscita su 45 (e
inclusa come bonus in alcune ristampe), ovvero i Fab Four deviati in
ballatona philly soul. A un ritorno negli States da superstar,
seguiranno alcuni vistosi inciampi – una disastrosa apparizione nello
z-movie Rollercoaster come rimpiazzo dei
Kiss (!), cui si appaia la iella clamorosa di una mancata
collaborazione con Jacques Tati (!!) -; non da ultimi, due dischi che,
nati come un tentativo di (ri)abbracciare le radici musicali patrie
(con il supporto dei migliori studios e turnisti), porteranno invece a
un imbarazzante stop creativo (!!!).
Non che Big Beat (1976) e Introducing (1977,
ristampato in cd solo trent’anni dopo) rappresentino esattamente una
caduta libera; semmai, la ricerca di un approccio più incanalato nel
solco di un suono american oriented finisce per prosciugare la vena dei Maels, privandola di mordente e incisività. Se al primo degli album manca l’anfetamina, la scintilla di follia, tuttavia Introducingsi lascia piacevolmente ascoltare in quanto dignitoso lavoro “minore”;
fosse solo per come spesso e volentieri mischia il tradizionale Sparks
sound con – ebbene sì – i Beach Boys (quelli di cui non si ricorda nessuno però, quelli dei ’70).
Comunque sia, è crisi aperta. Ma non durerà a lungo: attizzato dal successo di I Feel Lovedi Donna Summer, Russell esprime a un giornalista tedesco il desiderio
di lavorare con l’uomo dietro quel suono, Giorgio Moroder. Si dà il
caso che l’autore dell’intervista sia anche amico del producer
altoatesino. E’ un attimo: stretta un’alleanza di ferro con il guru
dell’eurodisco (“non useremo mai più chitarre”, annuncia perentorio il
duo alla stampa), gli Sparks entrano ufficialmente in discoteca;
finiranno per tornare dritti in cima alle classifiche. No. 1 In Heaven (1979) e Terminal Jive (1980) risollevano le sorti dei Nostri a colpi di synth e sequencer: dopo il successo – non dirompente ma significativo – di The Number One Song In Heaven e Beat The Clock, When I’m With You – sostenuto da un irresistibile video in cui Ron fa il ventriloquo con
un pupazzo con le fattezze di Russell – conquista il mercato francese,
arrivando al primo posto.
Insomma, quello che per molte
altre band cosiddette “storiche” sarebbe stato il più infido dei
tradimenti (convertirsi all’elettronica, orrore!), si rivela una carta
vincente. E se pensate che questa fase coincida con un inesorabile e
ignominioso calo artistico, allora non avete ancora capito bene che
tipi sono i Maels. Perfino in campo spudoratamente mainstream giocano
secondo le loro regole, coltivando nel grembo della disco moroderiana
un umorismo surreale e un gusto per l’assurdo che va davvero oltre, aldilà degli stessi canoni del synth pop.
La formula qui brevettata (tastierista + cantante), il piglio techno-pop à la Man Machine,
la veste principalmente sintetica, insieme al falsetto di Russell e i
testi quanto mai deliranti – su tutti basti l’inno al liquido seminale Tryouts For The Human Race-, sono già la caricaturizzazione di un genere non ancora sbocciato
(Soft Cell e Pet Shop Boys non verranno prima del 1981), di cui però
formicolano già i germi (le romanticherie europee di La Dolce Vita, le tentazioni Roxy Music di Young Girls).
Se poi è vero che anche Depeche Mode e New Order più tardi
confesseranno di aver pagato un generoso pegno a queste produzioni,
occorre aggiungere altro? Ah sì: che Just Because You Love Me è la vera ascendente di Disco 2000, altro che Gloria del nostro Umberto Tozzi (vabbè, si scherza, ma siamo lì).
L’inizio
di un nuovo momento d’oro, su cui magari campare di rendita per qualche
altro anno? Più che altro una parentesi argentata, giacché nei primi
’80 i Maels tornano alla band (e agli States), portando con sé alcune
tracce della sbornia synth. Segue una sfilata di album che, a questo
punto della storia, ci impone un fast-forward. Non tanto perché i due
perdono del tutto la bussola (come da buona prassi eighties), ma perché
si infilano in una routine compositivo-produttiva che tiene conto più
dell’esigenza di esserci, comunque e quantunque, che di reali urgenze
espressive. Non che Angst In My Pants (1982), In Outer Space (’83), Pulling Rabbits Out Of A Hat (’84) e Music That You Can Dance To(’86)
siano del tutto privi di interesse; specie i primi due, a loro modo
traghettano il glam pop delle origini nell’era new wave americana,
dalle parti di B-52’s e Go-Go’s (non a caso Cool Places, uno dei rari hit, sarà un duetto con Jane Wiedlin).
Inaspettatamente
godranno anche di un certo successo nelle radio (KROQ in testa), ma la
cosa realmente interessante che in retrospettiva emerge da questo
periodo, è che nonostante fossero circondati dal kitsch, gli Sparks
riescono comunque a saltare all’occhio. Come quando, per presentare il
singolo Change ad una trasmissione tv, Ron improvvisa un
estemporaneo videoclip facendo cantare il fratello in playback dentro
la finta cornice di un televisore (vedi clip a fondo pagina). A Interior Design(’88) segue un lungo periodo di pausa, che vede i fratelli tentare
altre strade, in primis la celluloide (dal canto suo, Ron aveva
studiato cinema all’UCLA); non viene fuori niente di significativo, a
parte un’altra abortita collaborazione, stavolta con Tim Burton.
Il comeback vero e proprio avviene nel 1994 con Gratuitous Sax & Senseless Violins,
che non è altro che l’antico sound moroderiano aggiornato al techno-pop
europeo dei primi ’90; tornano puntuali i favori del pubblico, specie
quello tedesco che spedisce in orbita il singolo – in forte odore Pet Shop Boys – Where Do I Get To Sing My Way?.
Un ritorno in auge – sorretto, occorre dirlo, dalla forma smagliante
che i fratellini comunque sfoggiano – che porta dritto alla
celebrazione di Plagiarism (1997), album di self-cover animate da gente come Faith No More e Erasure. Il tempo di una colonna sonora per un film con (ehm…) Van Damme – Knock Off – e di un altro album – Balls (2000), che prova ancora a mischiare sempiterne velleità pop vestendole di nuovi trend – , e il presente è già qui.
Ultimate pop music – Il presente secondo gli Sparks
E
chi se l’aspettava? Con una carriera tanto lunga, ricca e densa, per
Ron e Russell Mael sarebbe stato anche naturale arrendersi allo
scorrere degli anni, abbassare del tutto la guardia, lasciarsi andare
al ricordo/celebrazione del bel tempo che fu. E invece, nel 2002 vede
la luce Lil’ Beethoven. Un album che,
semplicemente, suona come niente mai suonato dagli Sparks, eppure non
può che provenire da loro. E’ come se la carica dirompente ed erosiva
dei vari Kimono My House e Propaganda (e pure degli episodi più spudoratamente pop) sia stata portata su un livello diverso, caricata di nuova potenza espressiva; non più dentro il mainstream (per rivoltarlo comunque come un calzino), ma controdi esso. Con una buona dose di autostima, i Maels pensano che l’album
possa addirittura definire un nuovo genere; non si tratta – soltanto –
di autocompiacimento, giacché ogni collocazione stilistica – classica?
avant-pop? rock? opera? tutto questo, e non finisce lì – risulta
davvero ardua.
Discorso analogo vale per Hello Young Lovers (2006), un’ideale prosecuzione di Beethoven arricchita
di certe aperture pop, con l’obiettivo ancora ben fisso sul focus. Sia
detto, non sono dischi facili (per la prima volta in trenta e passa
anni, accidenti), tanto che le alte ambizioni dei Maels non vanno
sempre di pari passo con i risultati, a volte perfino troppo ostici e
fini a se stessi per quella che dovrebbe essere, sempre e comunque, pop
music. Nondimeno, è tutto un rinnovato successo di critica
(internazionale, tocca dirlo: da noi gli album, al solito, sono passati
semi-inosservati) e di pubblico (idem). E’ poi di fresca pubblicazione
un dvd – opportunamente battezzato Dee Vee Dee,
in testimonianza di un recente (e trionfale) show londinese del 2006.
Finita qui? Macché: il 2008 vedrà la pubblicazione dell’album n°21, non
prima che i due fratelli avranno portato a termine la più imponente
delle loro imprese: Sparks Spectacular,
ovvero tutti i loro album dal vivo (nessuno escluso), uno per sera, nel
corso di ventuno serate (quasi) consecutive. Con tutta questa carne al
fuoco, l’occasione di scambiare due chiacchiere al telefono con un
gentilissimo e frizzante Russell Mael non potevamo proprio farcela
sfuggire.
Intervista con Russell Mael (dicembre 2007)
Nel vostro recente Dee Vee Dee, possiamo vedere le installazioni video allestite per il tour di Hello Young Lovers. Quanto tempo ci è voluto per concepire e realizzare questo show?
C’è
voluto un po’. Volevamo trovare dei contenuti visuali che riflettessero
la natura della nostra musica attuale, cioè qualcosa di audace e fresco
insieme. E’ difficile capire da dove viene esattamente la musica in sé,
quindi abbiamo lavorato un po’ per trovare l’equivalente visuale di
qualcosa di tanto eccentrico. E’ stata principalmente un’idea di Ron:
sul DVD c’è un extra che mostra gli schizzi originali che ha disegnato
per le installazioni visuali sul palco, e le proiezioni che abbiamo
usato per le singole canzoni.
Le performance che avete ideato
per accompagnare le canzoni hanno l’innegabile merito di far entrare
gli spettatori direttamente nel mondo descritto dal disco. Che in
realtà, almeno all’ascolto, risulta meno immediato che su palco. In
generale, come è andato il tour?
Il tour è andato molto
bene, devo dire. Abbiamo girato molto l’Europa, specialmente in
Inghilterra abbiamo fatto diversi show, perfino in Giappone.
Sfortunatamente non siamo venuti in Italia, ed è un peccato perché ci
piacerebbe presentare al vostro pubblico le nostre performance. Mi sono
esibito per la prima volta in Italia solo di recente (in occasione
della serata-tributo ai Beatles Sgt.Peppers & More…, con
la London Sinfonietta e altri superospiti, da noi recensita sul #36), e
mi sono fatto un’idea di cosa vorrebbe dire portare da voi il nostro
spettacolo.
Il
DVD mostra che, oggi forse più di ieri, la vostra musica ha un lato
molto concettuale, descrittivo, teatrale, drammatico. Ogni canzone è
concepita come una scenetta, o se volete, come un capitolo di un libro.
Pensate di proseguire in questa direzione?
Sì. Il nuovo
album, che è quasi finito, continuerà a gravitare intorno a quei
territori. Abbiamo preso alcune tecniche imparate negli scorsi due
album, Lil’ Beethoven e Hello Young Lovers,
e cercato di espanderle ulteriormente. Sarà ugualmente ricco, e sia la
struttura sia i temi delle canzoni non saranno convenzionali. Siamo
felici che i nostri ultimi lavori ci abbiano portato in questa
direzione.
Se artisticamente sono stati un trionfo, questi
album tuttavia non sono immediatamente fruibili. Cambierà qualcosa
nelle nuove canzoni?
Ad essere onesti, c’è qualche elemento
melodico in più. Nel senso che, rispetto alle canzoni recenti,
precedenti, c’è più canto e meno parlato. Il resto, come dicevo, non è
convenzionale.
E’ più importante per voi sperimentare o intrattenere? Come riuscite a trovare un equilibrio fra le due cose?
Sai,
non penso che il nostro obiettivo sia mai stato l’intrattenimento in
sé. A posteriori sì, ci siamo spesso resi conto che la nostra musica ha
una forte capacità di intrattenere, ma non abbiamo mai avuto un
approccio volto a rendere qualcosa intenzionalmente divertente. Il
nostro fine principale è, in primo luogo, di divertire e stupire noi
stessi. Siamo convinti che se anzitutto raggiungiamo questo obiettivo,
possiamo trasmettere questa sensazione al pubblico. Al contrario, se il
materiale non è interessante per noi, non lo sarà nemmeno per altri.
Vogliamo fare musica molto ricca, non soltanto andare controtendenza.
In ogni caso, puntare sul sicuro non è molto avventuroso in musica, in
questi giorni.
Infatti, con Lil’ Beethoven sembra che per voi
si sia aperta una nuova fase. Anziché tuffarvi nel mainstream (per
rivoltarlo dall’interno), navigate in direzione contraria e
provocatoria.
Esatto. Dovevamo reagire a quello che
vedevamo succedere lì fuori; in un certo senso, suppongo sia stato
naturale. Cerchiamo di continuare a stare nel nostro piccolo mondo, a
fare ciò che pensiamo sia necessario per resuscitare la musica pop
(Russell usa l’espressione “a shot in the arm”, nda).
Vi vedete sempre come una pop band?
Ci piace la musica pop, ma pensiamo che in un certo senso essa sia ormai old fashioned,
perché è in giro da così tanto tempo… la gente ha bisogno di nuovi modi
di lavorare al suo interno. La musica pop non ha bisogno di essere
sempre attaccata allo stesso format; noi la vogliamo fare a modo
nostro. Per questo pensiamo che quello che facciamo oggi sia la musica
pop definitiva (“ultimate pop music”, nda.).
Anche se, va
detto, il vostro pop è molto diverso da quello che c’è in giro. Dalle
vostre recenti interviste ho appreso che non siete molto interessati
agli artisti contemporanei. E’ ancora così?
Beh, il pop
odierno ci interessa nella misura in cui ci teniamo informati su ciò
che accade. Ma la maggior parte di quello che sentiamo non è poi così
interessante, o speciale. E’ come se fossimo fermi a uno status quo,
con la maggior parte delle band di oggi felici di stare in questa
specie di terra di mezzo, cercando di fare soltanto quello che ci si
aspetta normalmente da una pop band. Ecco, siamo interessati a ciò che
succede nella misura in cui siamo delusi da quello che succede!
E’ però innegabile che la vostra musica abbia influenzato decine di gruppi. Chi pensate possa somigliarvi oggi?
Non
credo ci sia nessuno che ci somigli. Non sento nessun equivalente,
nessuno che abbia lo stesso coraggio nel gettarsi completamente in
quello che sta facendo, ed essere consistente nel farlo.
Non c’è nemmeno un produttore o dei musicisti con cui vi piacerebbe collaborare?
Ci piacerebbe lavorare ancora con Tony Visconti, in passato è stata un’esperienza incredibile.
E registi? Siete sempre interessati a fare cinema?
Ci
piacerebbe sempre fare un film musicale, non ci siamo ancora riusciti.
Per noi vorrebbe dire espanderci, combinando quello che facciamo
musicalmente con qualcosa di visuale. C’è un sacco di roba interessante
che proviene dal Giappone, registi giovani.. ho una lista di nomi, ma
non ce l’ho qui (ride, nda)! Ci sono un sacco di film giapponesi
recenti fatti da ragazzi non troppo conosciuti, a cui, come noi, piace
osare.
Veniamo alla novità più interessante in casa Mael. Ovvero, il progetto The Sparks Spectacular – 21 albums in 21 nights, che realizzerete a Londra all’inizio della prossima estate. Vi state già preparando? Come suoneranno le vecchie canzoni?
In
realtà cominceremo a provare solo in gennaio, stiamo ancora ultimando
il nuovo disco. Ci piacerebbe lasciare intatto lo spirito originario
delle canzoni, fare qualcosa il più possibile fedele agli originali.
Vedremo: in certi casi potrebbe non essere possibile, per via della
strumentazione utilizzata in studio e cose così.
Quale potrebbe essere il disco più difficile da riprodurre?
Beh, Plagiarism aveva
un sacco di archi e fiati, e anche i primi due album si basavano su una
strumentazione non convenzionale, anche se allora usavamo già una band.
Troveremo comunque un modo, ne siamo certi.
Penso che, per
avventurarvi in qualcosa del genere, dobbiate essere – per la maggior
parte – soddisfatti e felici riguardo (quasi) tutto quello che avete
fatto in passato…
Per la maggior parte, sì. Ho riascoltato
alcune cose che credevo non mi piacessero più, e invece…. Sai, di
solito sei più contento di quello che stai facendo nel momento
presente. Ma quando mi guardo indietro, a parte qualche eccezione
durante il cammino – qualcosa che magari, col senno di poi, avremmo
fatto diversamente -, sono generalmente orgoglioso di quello che
abbiamo fatto. E, con un progetto come questo, abbiamo la possibilità
di esporre la nostra intera carriera al pubblico. E’ come abbassarsi i
pantaloni in pubblico!
Avete pensato a delle particolari installazioni o scenografie?
Sì, ma non per gli album vecchi: sarebbe un lavoro titanico. Penso che per il nuovo disco, sicuramente, ci inventeremo qualcosa.
Ai
tempi del vostro successo in UK, siete stati immediatamente associati
al glam rock. Cosa vi piaceva di quella scena? Ne siete stati
effettivamente influenzati?
Mi piaceva – e mi piace tuttora –
un sacco di roba di quel periodo: Sweet, T Rex, Bowie. The Move,
moltissimo. Ma in realtà, non ho mai pensato che noi fossimo
esattamente glam.
Nella vostra lunga carriera avete avuto
momenti di successo da entrambe le parti dell’Atlantico. In Inghilterra
e parte dell’Europa continuate ad essere amatissimi. In America?
Negli
States è difficile ottenere airplay, lo è sempre stato. A livello
critico, gli ultimi lavori comunque sono andati molto bene.
La particolare alchimia fra te e tuo fratello Ron è qualcosa di inspiegabile. Come funziona? Il processo è cambiato nel tempo?
A
dire il vero no, è stato quasi sempre così. Come in tutte le band,
finché ci sono ruoli fissi, tutto funziona alla perfezione nel processo
creativo. Ron porta dentro la maggior parte del materiale, e in studio
io mi occupo della registrazione e dell’ingegneria del suono. Una volta
che c’è qualcosa su cui lavorare, nasce la vera e propria
collaborazione fra noi due; ma non dimentichiamoci che è da Ron che
proviene quasi tutto.
In tutti questi anni siete stati
indivisibili. C’è mai stato un momento in cui hai avuto la tentazione
di realizzare qualcosa da solo?
Realmente, no. La nostra
forza è la combinazione delle canzoni di Ron e del mio modo di
cantarle: questo ci rende forti. Non ho alcuna aspirazione!
