Specchio per tempi e allodole

Ricordate quello scrittore?

Ricordate come scriveva gli articoli Lester Bangs? Alla faccia di qualsiasi regolamento e manuale di giornalismo anglosassone, partiva da un tema e puntualmente deragliava per andare al cuore della questione che aveva nasato come fondamentale. Raramente la band da cui partiva era poi fattivamente la protagonista di un suo articolo. Zero pragmatismo americano, zero rispetto delle cinque vu doppie, o meglio, il rispetto assoluto per l’approfondimento – sarebbe meglio dire ragionamento – al di là della notiziabilità fine a se stessa.

Esce un disco, va a un concerto, oppure, deve mettersi a parlare degli Yardbirds e finisce con l’analizzare contesto e co-testo di Psychotic Reaction dei Count Five. Ma niente di personale! E soprattutto nessun criterio di preferenza, di qualità di una band rispetto all’altra – ci parla di Count Five, e solo di Count Five, ma ci fa capire che Yardbirds sono dieci spanne avanti. E poi parla a noi, punto. Vi racconto le cose dove poi voi stessi vi specchierete. Continuo incessantemente a rivolgermi a voi, pubblico di lettori, perché possiate capire che sto parlando a voi, ma anche e specialmente DI voi. E lo faccio ben sapendo – dichiarandolo! – di essere uno dei migliori scrittori che gli Stati Uniti abbiano mai visto nascere e abbiano voluto allattare e crescere.

Lester non si sarebbe preoccupato di parlare di Animal Collective dandone un saggio biografico o chiudendoli sotto la campana di vetro, al contrario. Li avrebbe proiettati su di voi, su di noi. Facciamo un esperimento. Prendiamo gli Animal Collective come parabola, cartina al tornasole, becco bunsen dove veder crogiolare ciò che davvero ci sta a cuore. Il che, dichiarazione di trasparenza, non sono solo gli Animal Collective. Sono gli stessi Collective a chiederci, in un certo senso, questa mossa. Di distaccarci da loro e girare la cinepresa come alla fine dei titoli di testa di Le Mepris di Godard: dopo aver guardato la camera inseguire sul carrello la preda, essa fa centottanta gradi e ci guarda dritto negli occhi.

Questa è la nostra dichiarazione d’interesse: nella vicenda micro di Animal Collective si legge il mondo macro-indie-something e alternative-x-y. Fatta eccezione forse solo per il paesaggio ostico scatenato da Spirit They’ve Vanished, quello beato e livellato di Merriweather Post Pavilion e quello oggi riprodotto da Centipede Hz sono mondi che non ci stupiscono, ma ci ammaliano. Non ci disturbano, anzi ci raccontano. E vedersi camminare come se fossimo affacciati alla finestra del secondo piano che dà sulla strada è una tentazione troppo forte.

’90 e ’00: mood e collettivi

Collettivi fin dal nome, a segnare un decennio che di collettività – sui generis – ha basato tantissima produzione musicale. Gli Animal Collective hanno in sostanza, secondo chi scrive, quell’abilità non tanto di anticipare i tempi, ma di leggerli e di tradurli in musica. Un talento vero e proprio, che in pochi hanno dimostrato di avere senza essere a tutti i costi appaganti, e di fatto lavorando senza ripetere clichè di genere, cosa che solitamente accade in questi casi. Ci hanno provato nel tempo i coevi Xiu Xiu. Per certi versi compari nella parabola di cui sopra, per i motivi che spiegheremo. Eppure Jamie Stewart non è stato in grado di difendersi dalla meccanica del déjà-vu, specie se guardandosi allo specchio.

Il Collettivo ha scampato sempre questo pericolo. Fatto estremamente prezioso, se ci si muove dentro un orizzonte che non è quello dell’emersione dall’indie (cosa di cui si accusava il collettivo dopo il penultimo album Merriwheater Post Pavillion, oggi sconfermata da Centipede Hz), ma della ricerca e di continuità di percorso, che ora ci interessa riguardare all’interno di un caleidoscopio.

Gli Animal Collective sbocciano dagli ’00. E quindi dal decennio forse meno leggibile da quando la musica rock è nata, come spesso si dice. Non ci sono grandi paradigmi, se non forse uno, che è la tesi che sottende il percorso che stiamo conducendo, sul trabiccolo effervescente degli AC. La tesi ha a che fare con una parola chiave. Semplicissima. Caliamo l’asso: è la disinvoltura.

Riprendiamo da qualche anno prima. I Novanta proponevano uno stato d’animo e una predisposizione sincronizzata tra musicista e ascoltatore. Non un’immedesimazione del secondo nel primo, una conduzione comunque discreta tra solipsismi. Sono generalizzazioni un po’ forzate, questo, lo ammettiamo, ma il nocciolo della faccenda è che dei Novanta è lecito parlare in termini di mood. Hanno offerto un appiglio a questo discorso. Gli ’00 invece no. L’elettronica non è più la cerebrale o alterata dei Novanta; il rock abbandona l’introspettività del post. Sembra esserci un ritorno all’euforia, anzi, qui sta la differenza, c’è un azzeramento della disforia come termine medio, neutro, collettivizzato. In termini di “consapevolezza”, i Novanta hanno fatto integrare l’introspezione per re-iniziare da capo. Operazione difficile e dolorosa. Il rock si è “centrato” nei Novanta, e ha avuto la capacità di olearsi di nuovo. Di riconoscersi nella propria leggerezza, ossia come supporto di iscrizione per una morale e per un morale da declinare a seconda delle situazioni. Detto in altri verbi, dal necessitare un umore generazionale, gli zerozero hanno tratto uno stare a vedere e a suonare, senza preconcetto. “Vivere le cose senza dirle”.

Un fatto strano: l’assenza di disforia – come reazione – porta alla mente le comunità hippie dei Sessanta; abbiamo spesso ripreso quel periodo – quell’idea – come benchmark rockista per eccellenza. Lo abbiamo fatto parlando del bad trip dei Throbbing Gristle, ma anche per tutte le psichedelie e le musiche da “viaggio” che la valigia anglosassone della musica giovanile ha partorito negli ultimi quarantenni.

Non possiamo oggi sottrarci dal parlare di quel rock collettivo che negli ultimi dieci anni è stato un forte catalizzatore di band e fortissimo punto di riferimento. La coralità, in alcune delle band più rilevanti dei Duemila, è stata fondamentale elemento estetico e programmatico. I due esempi principali, cardini del decennio, sono Akron/Family, americani, di Brooklin, e Animal Collective, made in Baltimora. Da lì il rock collettivo si è sparso un po’ ovunque, anche in quelle cittadine che si presentavano come supporto ideale a un’idea di collettivo – oggi però del tutto o quasi scisso da valori politici e militanti – e invece improntato alla condivisione. È interessante però che il concetto di “collettivo” è facile da prendere e fare proprio, meno immediato da definire. Sembra avere a che fare con una via di mezzo tra uno spirito e un principio di economia di gruppo. Se pensiamo ad Akron/Family, la risposta fila via liscia. Basta sentirsi in una collettività armonica per trasmettere la cosa in musica. Con AC le cose si fanno un po’ più complesse. Epperò ci sembra di veder travasare, secondo il principio dei vasi comunicanti, un po’ di quello spirito nel valzer equilibratissimo (quindi non dovuto a desideri di prevalsa individuale) tra uscite soliste e pubblicazioni a nome Animal Collective. L’equilibrio, ci sembra di poter dire, è questione altra rispetto alla scrittura dura e pura. Se la penna è troppo marcata, quel brano non finisce in un disco AC. Se non lo è, passa attraverso il filtro della “pratica” compositiva del combo. Sempre ancorato alla forma canzone quanto legato alla forma “morbida” e alla disinvoltura, riconoscibile tramite essa.

Siamo certi che Lester Bangs avrebbe colto la questione, arrivando a fine articolo senza spiegare cosa intende per disinvoltura (se non nelle ultime righe), e ci avrebbe ricamato uno slangatissimo essay da aprire la testa e farla dolere. Sarebbe andato a discorrere delle strade di New York e dello spirito Berkeley-ano di Portland, dell’alone collettivo di Montreal e degli occhi spalancati dell’Inghilterra, che sta a guardare solo fintamente distratta. Noi parleremo del collettivo degli animali che c’è in noi, del collettivo che c’è in loro, del cantautoriale che si annida nelle viscere di ogni collettivo, dell’individuale che sa tenere la parte propria in ogni cantautore in cui riconosciamo un appartenenza a una missione che trascende la propria penna.

Primi passi disinvolti

Siamo in pieno decennio Novanta. I futuri Animal Collective sono tutti nati alla fine degli anni Settanta. Il che vuol dire adolescenza a partire da inizio/metà Novanta, college a fine del decennio. Se fossimo in Inghilterra, faremmo come nelle corse ai cavalli: chiederemmo se gli ascolti dei quattro vengono dagli spasmi dell’elettronica di consumo e d’élite o piuttosto dall’acidume psichedelico made in USA di rilancio ad opera di Spacemen 3. Eppure siamo a Baltimora, Maryland – stessa patria di Beach House, termine quasi opposto nel mondo indie ma amici nella vita del combo animale.

I quattro futuri Collective (nomi veri David Michael Portner, Brian Ross Weitz, Joshua Caleb Dibb e Noah Benjamin Lennox) si conoscono al liceo, e da subito concentrano la propria condivisione sull’ambito musicale. Dei quattro, quello che ascolta più elettronica, e che si appassiona alla IDM europea è l’ultimo, Lennox. Inizia a farsi chiamare Panda Bear, a causa dei panda che disegnava sulle copertine delle proprie autoproduzioni. Nel frattempo, i tre rimanenti iniziano a suonare insieme in una band che chiamano Automine, nella seconda metà dei ’90. David Portner ha assunto il nome Avey Tare, Josh Dibb è Deakin e Brian Weitz è Geologist (studierà Scienze dell’Ambiente alla Columbia, una volta a New York).

Il complesso dei rapporti è già di difficile mappatura, ma lo spirito di gruppo è una barriera insuperabile dagli individualismi di ognuno dei quattro. Ci serva dire questo. Quando arriva l’età del college, i due che optano per NYC (Portner e Weitz) tornano tutti i weekend a Baltimora per proseguire il percorso musicale comune. E la vita che ne consegue. Cercano un’idea di sound. È quello che si specchia nella modernità.

I punti di riferimento musicali si avvicinano al rock tedesco, altro tassello fondamentale della sovrapposizione rock/comune. E alla psichedelia in generale. Ma attenzione: “è più bello vivere la psichedelia, piuttosto che parlarne“, usa dire Avey Tare, facendo emergere un dato oggettivo del mondo Animal Collective, ossia un’incredibile capacità di guardarsi e raccontarsi. Forse il migliore viaggio dentro il mondo AC è fatto leggendo le loro interviste. Come quella in cui nel 2005 si parlava di improvvisazione. “Noi improvvisiamo il mood, la modalità esecutiva, non le note“, sosteneva Tare. Non ci sono canovacci entro cui muoversi, ci sono le canzoni. Cioè cose scritte, note fissate una volta per tutte. Ma, grande e geniale novità che qualifica gli Animal Collective e il suono degli ’00 tutti, un brano diventa triste o felice a seconda di come lo si esegue. Cosa vi ricorda questa variabilità? Evidentemente, quella degli stimolatori lisergici. Se lo stato d’animo è quello giusto, l’effetto sul nostro mondo percepito sarà buono, altrimenti saremo dentro il malvenuto bad trip.

Tutto dipende dal sé, di certo, ma anche dal gruppo. L’andirivieni tra questi due stati dell’essere (soli / in compagnia e condivisione di intenti, cose e messaggi) è un gioco interessantissimo da seguire dentro l’epopea dei quattro. Essa inizia con un’ambiguità di fondo che resterà sempre marchio di fabbrica. Il disco primo della produzione, quello che possiamo per la prima volta legare al nome Animal Collective (fatta eccezione per l’EP Paddington Band degli Automine), si chiama Panda Bear, è del 1999 e vede Panda alle prese con i famosi cori animaleschi ma soprattutto con un pensiero indietronico solista, un’ossatura di synth e tastiere già di ottima fattura (Inside A Great Stadium And A Running Race). A dargli una mano c’è Deakin, e il tutto viene licenziato per la Soccer Star, label nata per loro stessa iniziativa, e per questa occasione, ma soprattutto etichetta che sarebbe presto stata rinominata prima Animal e poi Paw Tracks, marchio di produzione Collective (con i side project) ma anche Excepter, Black Dice, Prince Rama, etc.

Un milieu speciale ma molto assonante, aggregato attorno a un’idea di sottobosco, sperimentale, rumoroso, forse un po’ weird, ma in costante movimento e ricerca. Passa un anno e arriva Spirit They’re Gone, Spirit They’ve Vanished. E a noi gli occhi. Spirit… è uno dei pochi prodotti AC a essere pre-SA. Non lo diciamo per malcelata auto-referenzialità; ha senso parlare di quel momento recuperando una storia non ancora raccontata su queste pagine, ma da lì in poi è possibile sentire l’humus a partire da come abbiamo letto quei suoni quando uscirono. Gli Animal Collective, in un certo senso, sono figli di una mano sulla spalla critica per la prima volta digitale, o almeno non solo cartacea. Pitchfork, per esempio, data la sua nascita 1996. In Italia, Scaruffi a parte, le riviste musicali di critica musicale ancora oggi in piedi nascono nei primi Duemila. Non è interessante il dato in sé, ma il fatto che Animal Collective sia stato uno dei marchi più spinosi con cui confrontarsi. Con loro siamo cresciuti anche noi. Ed è uno dei motivi della boutade Bangs-iana.

Spirit… (accreditato a Avey Tare & Panda Bear) è di fatto a pieno titolo dentro questo mondo di parole e html. E nel web la combinazione Tare / Bear non viene capita da subito. È “precisa” batteria di Panda Bear, una vera cavalcatura per lui, specie nelle scorribande docili ma a passo deciso di Alvin Row, c’è una grande capacità di costruire, di far planare dei mondi che poi è difficile par atterrare per salire su un altro veivolo. E l’aria che passa dal finestrino fa uno strano effetto. Copre la voce di pilota e co-pilota. Entra in questo mondo la perturbazione, di una qualità non più decidibile se strumentale o produttiva. Spirit They’ve Vanished è il bellissimo manifesto di questa sorta di disturbo sintetico, che viaggia su una inedita via di mezzo, ossia quella che unisce il rumore e la canzone. Freud, a questo proposito parlava di un elemento disturbante. Una sorta di rimosso che si appalesa. Ora, è interessante per noi capire mcluhanianamente una cosa diversa: l’intenzione non è perturbante, lo è l’estetica degli Animal Collective. Tutto viene percorso da strane linee di rumore. La canzone psichedelica viene graffiata dallo stridere degli strumenti utilizzati.

Un fatto non nuovo, quello della confusione mista al trasognato. Anzi, quasi una regola per alcuni, dal free form ai Mercury Rev. Ma qui si passa a una forma diversa di scioltezza nel mescolare gli ingredienti. Il cocktail riesce a essere stremamente trasognato, psichedelico ma persino dolce, come in Chocolate Girl. E, lo ripetiamo, non è mai una questione arrangiativa, o di produzione, ma di approccio a quella “macchina” che è lo strumento. Ci torniamo a breve. Non prima di aver affrontato il forse ancor più strano capitolo Danse Manatee (Catsup Plate, 2001). A Panda e Avey si aggiunge Geologist (e in effetti l’album è accreditato a Avey Tare, Panda Bear & Geologist) ed è forse il momento più oscuro del mondo animale, di un brusio di sfumature di nero, di una psichedelia quasi orientale, ma da viaggio dentro la terra. I brani sono ancora meno riconducibili al formato canzone degli episodi precedenti, sono bozzetti (il che non vuol dire non finiti) che si risolvono senza il bisogno di una struttura convenzionale (Ahhh Good Country). Quello che si percepisce è una concentrazione nella sperimentazione, che forse toglie leggerezza all’output. Eppure si prende a piene mani il lavorio di mano più che di cervello. Gli Animal Collective sono gente che provano, fanno, e poi vedono che effetto fa. E questo spesso produce la quintessenza della psichedelia, e fa uscire un sentire fuori dal binomio euforia-disforia (The Living Toys). Questo gli consente di mantenere un grande grado di libertà, e di mantenere alta l’asticella di follia della musica che producono.

La cosa ricorda i Faust degli inizi, o i Neu!, ma non si tratta evidentemente di una questione musicale. Diceva André Breton:

“Tutto induce a credere che esista un certo punto dello spirito da cui la vita e la morte, il reale e l’immaginario, il passato e il futuro, il comunicabile e l’incomunicabile, l’alto e il basso, cessano di essere percepiti come opposti

Non esistevano opposti – patemici – nel kraut-rock, e il collettivo degli animali non è da meno. Ci sfugge questa possibilità, ossia che negli ’00 ci sia stato un nuovo grado di libertà. Nessuno parla di questo, ma tutti, quando si approcciano alle tecnologie e all’open source, per esempio, partono con mille ipotesi entusiaste su questi anni. E se le tecnologie, se quella “disinvoltura” open che oggi si fa chiamare comunità di “maker” avesse investito anche la musica, a partire da quei primi Duemila?

Si diceva sopra di Xiu Xiu. Ad ascoltare i primi tre album della band, da Knife Play a Fabulous Muscles, sembra di percepire un’evoluzione, un passo più in là nel mondo del lo-fi. Non c’è approssimazione nella registrazione, nella riproduzione, non c’è insomma bassa fedeltà, ma c’è una metafora modellizzante, un gesto metaforizzante. La mano che infila un jack in un posto dove non sarebbe tecnicamente corretto inserirlo. Tastiere giocattolo e synth, chitarre e strumenti provenienti dall’acusmatica si fondono senza il pensiero dietro del tecnico del suono, ma con la necessità, l’urgenza del fare. E del confezionare camere musicali inedite.

Un approccio che chiamiamo wro-fi, wrong fidelity, e che è il riflesso operativo della disinvoltura di cui prima. Effetto nell’effetto, è anche un bel passo in avanti rispetto alla mitologia dello strumento, altra grande ri-conquista dei Duemila. Non che nei Novanta non ci fosse apertura nei confronti degli strumenti dell’extra-rock – l’ideologia del post-rock, che ha portato (loro malgrado) i Tortoise a essere tirati in mezzo alla questione, ne è dimostrazione – ma è proprio lo stressare il “dopo” qualcosa che conduceva a mantenere alta la magnificazione di chitarra basso batteria. Oppure, altrimenti, a scoprire nuovi strumenti e subito esserne in qualche modo vittima, per fascino passatista. Fatto sta che il laptop ha creato un grande discrimine, almeno questa è la nostra ipotesi: il portatile come tabula rasa dei pesi del tecnicismo, molto più che di quello – fisico – degli strumenti. Lo stesso Stewart dichiarava:

“Non usavamo di proposito quell’accozzaglia di strumenti d’accatto, synth e chitarra batteria basso. Era quello che potevamo permetterci, ma la cosa non è mai sembrata un ostacolo“.

Quella libertà era tutta già esplorata nel cosiddetto krautrock. Certo, i Can erano allievi di Stockhausen, non di certo dei novelli nell’usare le tecnologie atonali. E uno come Klaus Schulze ha sicuramente condizionato la nascita di una mitologia, a sua volta, con eccezionali componimenti – per elettroniche – come Irrlicht. Eppure, dietro molte delle scelte del magma tedesco – almeno quello prima che si decidesse “tu fai il motorik, io faccio il cosmico, a quell’altro lasciamo il blues” c’era una condivisione certamente lisergica che lasciava a casa appartenenze. Non a caso, allora, si era alla periferia dell’impero rock anglosassone. Però il modello della comune creava una coltura perfetta.

E dieci anni fa? È ascoltando la lunga session psichedelica di Pride and Fight, ci passa per la testa un’associazione. Il brano è tratto da Hollinndagain (St. Ives Records, 2002, poi ristampato da Paw Tracks nel 2006), testimonianza di un live dell’anno prima, e viene prima della percussione violenta di Panda in Forest Gospel. C’è un modo di costruire l’effetto che non passa dallo strumento, ma dalla ripetizione di un beat surrettizio che potrebbe durare all’infinito. L’edificio finale ha sale fatte da un filo stridente di tastiera come da un twang di chitarra, da una percussività dilagante che va dall’osso alla carne. Dove viene rimossa la tradizione della musica leggera USA a tutti i costi. Non è un caso che Forest Gospel sia invece un’anticipazione di quella New Tribal America che tanto ci piacque quando emerse, qualche anno dopo.

Ecco il punto: in Animal Collective c’è la jam liberata dal canovaccio blues. E una grande band come loro sono il ponte perfetto tra chi dal blues non veniva (i tedeschi) con chi, nella melma metropolitana, ha ritrovato l’Africa al di là delle scale blue (i tribalisti). Niente male per un gruppo ai primi passi. Vale la pena di citare Avey Tare quando dice “Credo che tutti i nostri dischi parlino di libertà”.

Finalmente il collettivo

Forse a fronte di questa consapevolezza, la band si ritiene davvero tale a partire dal biennio 2002-2003. Ristampa i primi due dischi, in doppio CD, finalmente a nome Animal Collective e finalmente anche in Europa. E nel 2003 se ne esce con Here Comes The Indian (Paw Tracks), dopo l’episodio Campfire Songs (Catsup Plate) – cinque brani che rappresentano il prodotto più hippie di AC (e più ricco di chitarre acustiche), infilato nella collana prima della perla Here Comes… forse per chiudere con una concezione di “collettivo” legata ancora al passato. Campfire Songs non è un’improvvisazione o un’uscita estemporanea, come a volte la si fa passare. Ancora qualche anno dopo, Panda Bear dichiarava in un’intervista quanto il passaggio da Queen in My Pictures a Doggy fosse una delle cose che riteneva meglio riuscite della loro carriera.

Ecco invece l’indiano: il long-playing esordio della ragione sociale Collective è invece un momento liberatorio dove si dispiegano le quattro anime del combo, finalmente vicine di casa a New York, eppure sempre in grado di mantenere percepibile la tensione tra il Maryland più pastorale e Brooklyn. Da queste parti si diceva “Here Comes The Indian è elettrico e percussivo quanto il predecessore è acustico e aritmico, anche se manifesta qui e là inequivocabili segnali d’aritmia, nel senso di irregolarità del battito cardiaco”. E si sottolineava l’aggressione acustica con cui venne accolto il disco, davvero un discrimine nel decennio, per aggregazione di elementi tribalisti, free-form, melodici (Native Belle).

Incredibilmente, però, anziché essere tacciati di essere ostici, gli Animal Collective vengono masticati. Ossia, ascoltati a lungo, a più riprese. A loro viene dedicata un’attenzione particolare, non è hype, non è costruita. È un nostro atteggiamento, di ascoltatori, di interpreti a parole, a essere benevolo: quello straniamento ha dato i suoi effetti. Cogliamo la purezza del combo, cogliamo quello spirito collettivo, ci accorgiamo che sta generando frutti non scontati. Sentiamo il sacro fuoco del rock psichedelico e sentiamo che questi quattro sono un tassello fondamentale del decennio. Niente che abbia a che fare con capolavori o parole spese per la magnificazione – altro tratto interessante di AC, forse non hanno mai prodotto un capolavoro inteso in questo senso, fatta eccezione forse per Spirit… Gli Animal Collective, d’altra parte, sono un modo di guardarci allo specchio, o nella cinepresa.

Anche noi siamo nel momento di passaggio da una generazione all’altra. Una delle band che più immeschinisce e ridimensiona la critica paranoica per cui “di nuovo e buono non c’è nulla da tempo”, perché ha creato una porta, un’accessibilità ad altre band di ancor difficile digestione, è stata una delle ultime grandi band ad avere avuto un’attenzione “uno punto zero”. Uno dei gruppi più importanti degli ultimi lustri che si è visto concessa l’attenzione di un ascoltatore “ruminante”. Il lungo collage di Two Sails On A Sound dà strada a chi sta dietro, nella carovana. Alza l’asticella e permette agli altri di andare oltre, nella sperimentazione. Il tutto è interpretato come una foresta incantata. Ad ascoltarla oggi, l’incantesimo è molto più inquietante di quanto fu accolto allora: suona molto strano leggere il punteggio che diede Pitchfork, e ancora di più tra i riferimenti veder citato Bad Moon Rising dei Sonic Youth.

Eppure sembrava evidente. Dopo aver cantato attorno al fuoco, con la chitarra sotto braccio, i quattro si sono persi di notte, nel bosco, ma “insieme”, e si sono trovati a loro agio. L’inquietudine deve maturare e diventa meditazione, per poi lasciare, ancora una volta, la noiosissima opposizione euforia / disforia. Ancora una volta, gli Animal Collective si dimostrano un collettivo di maestri nel rimuovere gli opposti. A suo modo, ciò accade anche in Sung Tongs (Fat Cat, 2004), che vive dell’equilibrio tra le due penne, e le due chitarre, dei principali autori del collettivo. Sono canzoni folk psichedeliche che piombano direttamente dai Sixties. Ancora perturbate, ma abbastanza decise nell’abbassare il grado di follia, la polvere da sparo psichedelica. Il disco non è il prodotto dell’interazione dei quattro ma solo di Davey e Noah.

A quei tempi passavano praticamente la vita insieme. In una metropoli. E ne esce il disco meno metropolitano di Animal Collective.

In Sung Tongs – spiega Avey Tare – due cantautori si liberano dalla follia elettronica e riducono tutto a due voci e due chitarre. Non è molto più riflessivo dei nostri altri dischi, lasciamo semplicemente l’ascoltatore immergersi nella nostra riflessione un po’ di più rispetto al passato perché si possono ascoltare i testi. Non ci sono strumentali”.

C’è la melodia buona e dolce del collettivo che rinuncia all’LSD per dedicarsi all’erba, ci sarebbero tutte le credenziali per quel mondo hippie che ci sembrava avessero chiuso con Campfire. Basta ascoltare Winter Love per capirlo. Basta guardare il video dei quattro che la suonano per riordinare le idee. La dinamica Animal Collective è complessa. Non c’è solo l’andirivieni tra autori singoli e band. C’è anche l’ingranaggio che prevede il doppio passo formazione “a due” e formazione “a quattro” che ci permette di leggere fasi alterne.

Fasi alterne

È una netta presa di distanza dallo stile AC quella che guida Young Prayer di Panda Bear (Paw Tracks, 2004), il secondo album solista e il primo solitario per davvero. È, in una parola, intimo. Diceva in proposito Panda Bear, in quegli anni, quasi a tracciare il manifesto del nostro pensiero sul tema:

è molto importante per noi sapere che esistono le nostre individualità aldilà della band, ma credo sia un riflesso di noi come persone, oltre che come musicisti. Tutti noi suoniamo diversi strumenti e cose, la pensiamo in maniera diversa su tanti aspetti della vita, tutti o quasi scriviamo musica anche individualmente. Mi piace avere la sensazione di poter suonare la mia musica quando lo voglio o suonare con qualcun altro che non sia dei Collective, se mi capitasse di trovare un altro compagno di viaggio. Non siamo una band tradizionale in questo e mi pare sia una buona cosa”.

Il Collettivo degli Animali è un organismo aperto, con regole di interazione ma non vincolante. Certo, in Young Prayer suona Deakin, tutti danno una mano a tutti, se possibile, e ciò non intacca l’integrità della band. Gli incroci possibili non sono limitati in partenza. La Paw Tracks inizia a pubblicare Ariel Pink. Casca a pennello la collaborazione di Noah con Scott Mou ma soprattutto Prospect Hummer, a firma AC e Vashti Bunyan, ancora una volta uscito per la Fat Cat, che ormai si tiene stretti gli Animali, finché può. È l’anticamera di Feels (Fat Cat, 2005), a sua volta tinello della consacrazione (e del paradigma della collaborazione: fanno ospitate Eivynd Kang come la moglie di Avey Tare, Kristín Anna Valtýsdóttir). Ed è anche l’opposto, per molti versi, di Here Comes The Indian. È il disco in cui gli Animal Collective mettono a punto delle tecniche descrivibili. Quindi, un approccio chiaro e dichiarabile, nero su bianco. Dichiarabile e dichiarato, sul forum della band, Collective Animals (ora Animals Connected)

Tutte le canzoni su Feels – dice Geologist – sono accordate con un piano non accordato. Dave e io abbiamo fatto dei loop registrando Dave che suona il piano e abbiamo usato questi loop come materiale di partenza del processo di costruzione di Feels. Sono loop che non possono essere intonati, e le chitarre devono seguire quella scordatura. Dopo anni in cui abbiamo suonato, senza saperlo, con delle micro-scordature che ci venivano naturali, ora lo facciamo con consapevolezza”.

È quasi psichedelia premeditata. Racconta in modo eccellente lo spirito di Feels: un disco importante, ma anche essenzialmente meno capace di focalizzare quell’attenzione che si sottolineava prima. L’artificiosità è tangibile, i retaggi anche (il raga e Mercury Rev in Bees). Ma gli Animal Collective non hanno mai lasciato i propri brani al caso, a ben vedere. Sempre Geologist, a proposito di improvvisazione, ha idee molto chiare, e fa eco all’opinione di Avey Tare, sempre di quegli anni, già riportata sopra:

è una specie di fraintendimento il fatto che i nostri set siano improvvisati. La gran parte della nostra musica è scritta, composta. Al massimo, possiamo improvvisare dal vivo la transizione tra le canzoni, perché ci piace suonare come se tutto fosse un continuum. Anche canzoni come Visiting Friends, Infant Dressing Table e Two Sails hanno regole, anche se piuttosto libere rispetto alle cose più recenti, e barriere entro cui muoversi. Hanno una struttura compositiva. In alcuni casi queste canzoni più ambientali sono stanze in cui noi improvvisiamo il mood; e ci possono essere grosse differenze tra due versioni dello stesso brano con uno stato d’animo diverso. […] Capisco che alla gente faccia piacere sapere che lavoriamo sodo, o capire come lavoriamo, ma alla fine vogliamo solo che dentro le persone si accenda una miccia, quando ci ascoltano”.

Il confezionamento di quella miccia è questione di lavoro, e l’intensità raggiungerà l’apice in Merriwheater Post Pavillion. Il capitolo di mezzo è Strawberry Jam (uscito questa volta per la Domino, nel 2007), più folle del precedente album, meno dei primi, ma in qualche modo a essi collegato. Il combo è al completo, ma si sente principalmente il dialogo interno tra Avey Tare come melodista e Panda come ritmico. Forse è la prima volta in cui le due anime appaiono meno armoniche (Fireworks), pur costruendo de-costruzioni che stanno tra i punti alti della psichedelia (Cuckoo Cuckoo). Visto con gli occhi di oggi, vengono da ridimensionare le delusioni di allora.

È il 2007, gli Animal Collective esistono da un lustro e hanno tutti gli occhi su di sé. Accade un fenomeno, ancora una volta più a noi che a loro. L’attenzione, che è diventata pazienza, ha assunto un carattere temporale, a termine. Ossia, ha una scadenza, che sembra essere passata. Non solo. Strawberry è di settembre 2007. Ma nelle classifiche di quell’anno spiccherà un altro prodotto che viene dai quattro, anzi da uno dei quattro.

La vera perla dell’anno del mondo del collettivo è Person Pitch (Paw Tracks, 2007), a firma Panda Bear. Person Pitch è la quintessenza della libertà creativa di marchio AC, ma è un disco solista. Comfy In Nautica sembra in tutto e per tutto un brano dei Collective. D’un tratto, il lavoro sui Sessanta, sull’innesto surf / pop / psych (Take Pills) appare l’orizzonte a cui il collettivo ha sempre aspirato. Ma è raggiunto dal solo orsetto.

Succede poi che qualche mese prima di settembre, a giugno, gli Animal Collective sono vittima di un leak internet che svela l’album proprio mentre ci si sta ancora riempiendo la bocca di elogi per Panda. Il disco era stato distribuito in copie watermarked, ossia per le quali è possibile risalire al proprietario del promo che l’ha diffuso. E la cosa contribuisce a rompere il giochino, anche per l’EP successivo, Water Curses (Domino, 2008), di fatto una propaggine di Strawberry.

Il padiglione splendente

Merriwheater Post Pavilion (Domino, 2009) è la risposta. In Merriwheater c’è grandiosità, c’è la scienza di Animal Collective nel costruire ambientazioni, stanze con soffitti alti dove ascoltare la loro musica. Ma c’è una novità: la produzione è al centro e si percepisce come tale, da cui la magniloquenza dell’album. Gli Animal Collective recuperano la fascinazione che il rock ha sempre visto dentro i processi produttivi del suono. Quelle stanze sono sale dei bottoni. L’approccio disinvolto è diventato professionale. E se chiedete, nel 2009, a Geologist cosa hanno in comune due oggetti musicali come Merrywheater e Danse Manatee, dirà:

“Dipende da chi ascolta, da cosa significa per quella persona vecchio e nuovo”. “Quando avevo quattordici anni ascoltai Crooked Rain dei Pavement [band cardine per la formazione musicale dei quattro, come spesso dichiarano], o gli Sugar di Bob Mould, e poi decisi di comprare i primi singoli degli uni e dell’altro. Sono rimasto shockato dal rumore dei primi Pavement o dalla roba prettamente hardcore dei primi Hüsker Dü. “non è roba che fa per me”, pensai. Ora posso vedere il collegamento tra le due fasi, ora che ho maggiore familiarità con le due band o con quello che è successo nel mezzo. Posso fare collegamenti tra elementi seminali che poi sarebbero emersi, ecc. Quello che mi auguro è che accada la stessa cosa a chi ci ascolta oggi per la prima volta, e torna indietro: che trovi significante la relazione tra oggi e allora. Ma non so se oggi si fa ancora una cosa come questa”.

Merriwheater basta a se stesso, e questo va detto, esce dal flusso e va a catturare chi ancora non conosceva gli Animal Collective. È il disco dell’incoronamento come indie band – più pop che avant, se vogliamo (Summertime Clothes) – più importante al mondo, plausibilmente. Ed è tanto rilevante ascoltare il parere di Geologist dal momento che nel disco non compare Deakin, e per la prima volta non gli accidentali intrecci a-problematici che hanno costellato la storia dei Collective. Di fatto i brani si basano sulla sovrapposizione di layer (In the Flowers), ognuno un gradino verso l’alto, un modo di condurre passo passo al cielo, mentre gli Animal Collective avevano sempre sposato l’opzione psichedelica, quindi il viaggio tutto d’un colpo, oppure tramite la meditazione.

Fall Be Kind (sempre per la Domino, uscito a fine 2009) segue la stessa linea. E continua l’alternanza album / EP della carriera Animal Collective. Non a caso qui a SA, all’inizio del 2010, li si qualificava come “major-indie”, come termine di mezzo tra il sottobosco e il mainstream. La label è quella perfetta (Domino, appunto), il sound anche (per accessibilità figlio di Merriwheater).

Da lì a Centipede Hz c’è un tour infinito, Panda Bear che mette su famiglia a Lisbona, un altro album solista per Panda (Tomboy, Paw Tracks, 2011) e uno per Avey Tare (Down There, Paw Tracks, 2010), entrambi acclamati e riusciti. E poi quella creatura strana, ODDSAC, “A Visual Album by Danny Perez (regista che li ha sempre inciso sul video-making della band, insieme alla sorella di Avey Tare, Abby Portner, per gli art work) and Animal Collective”, che riparte da zero, ossia dall’attrazione lisergica. Dall’anima psych che rimuove gli opposti, e che musicalmente cerca di tenere insieme la stratificazione spettacolare con il trip delle origini.

Centipede Hz è il compimento di questa sintesi. Così come nei credits di ODDSAC, anche nell’ultimo album a nome Animal Collective la band è al completo, vale a dire che è tornato Deakin. È tornata anche l’anima perturbante. È una reazione alla “richiesta di pop” venuta dopo Merriwheater?

“Non è accaduto questo“, dice Portner. “Vogliamo che la gente apprezzi Centipede Hx così come apprezzò Merriwheater”.

Ma aggiunge Josh “Deakin” Dibb:

“sì, ma sappiamo che queste canzoni sono più impegnative. Ascoltando Merriwheater, ci sono alcune cose che sembrano da subito eccitanti. Siamo coscienti che questo ultimo album non è così immediato”, e ce lo dice il figliol prodigo.

Noi non crediamo sia esattamente una questione di accessibilità. Non per un gruppo che ha creato occasioni di accessibilità per mille altre band, e che ha portato la rotta avant-psych dentro l’indie-pop. È una questione di processo, di percorso. Today’s Supernatural o Rosie Oh (entrambe prima sperimentate dal vivo) non sono certo meno pop di canzoni come Guys Eyes. Sono essenzialmente delle canzoni che, “dal di dentro” dell’indie-pop, provano di nuovo ad alzare l’asticella. Per una questione molto semplice: tutti in questi anni si sono dovuti confrontare con gli Animal Collective. Qualsiasi teoria deve avere a che fare con loro, nella critica. Non può prescinderne. Sono diventati un parametro.

Gli Animal Collective, in questo senso, hanno superato a sinistra gli Akron/Family, che nella dimensione collettiva, nel folk collettivo, esauriscono gran parte del discorso “attorno a” sé, fatta esclusione per la grandezza e il talento smisurato della band. Agli Akron/Family non si chiede più di andare avanti, ai Collective sempre e comunque. Ecco che chi ha aperto il decennio meno chiaro di sempre lo chiude facendoci rendere conto della bellezza della libertà, e di un tratto cruciale di questa applicata al rock: la disinvoltura fa saltare i paradigmi. Ne rimane in piedi solo uno: la musica è aggregazione e meditazione. Trip e condivisione.

Come disse Lester Bangs a proposito del passaggio di decennio tra Settanta e Ottanta:

“Lately every time you turn around somebody’s saying: “The eighties are coming!” Like at the stroke of midnite on New Year’s it’s all gonna be different! And […] you tell ‘em, “Come on, you know everything’s just gonna keep on slowly sinking”.