Abstract Ways Of Telling A Story

Questo è stato l’anno in cui vi abbiamo portato alle radici della techno tramite una serie di interviste approfondite con alcuni personaggi chiave: se con Photek siamo andati nel cuore dei rave UK (e nella fase del loro superamento) e con Kevin Saunderson abbiamo ripreso la Detroit che ha dato origine a tutto, oggi chiudiamo il cerchio con uno dei pionieri della diffusione della techno in centro Europa. Approfittando della data di questo venerdì alla Fortezza da Basso di Firenze, siamo entrati in contatto con Speedy J, il producer olandese che da giovane, agli inizi dei ’90, fu tra i primi a diffondere nelle radio e nei club le nuove importazioni house e techno dagli USA.

Con pezzi come Spectrum e Wicked Saw, datati 1990 e pubblicati per la Plus 8 di Richie Hawtin, Speedy J aveva iniziato prestissimo a esplorare la teoria techno di Detroit, per poi evolverla l’anno dopo con Pullover e Something For Your Mind, verso quella direzione aggressivo-percussiva che presto caratterizzerà le produzioni belga e olandesi. Eppure il producer di Rotterdam è sempre stato in continuo movimento, passando da una parte all’altra dello spettro techno, agganciando fin da subito la Warp lungo il percorso IDM (con la serie Artificial Intelligence e l’album Ginger), poi sperimentando secondo gli orientamenti industriali culminati in Public Energy No. 1 e l’estremismo percussivo visto in Loudboxer, fino ai giorni nostri e alle collaborazioni situazioniste con Chris Liebing. Difficilmente, nella sua cronistoria di uscite, troverete due dischi consecutivi uguali uno all’altro.

Il percorso di Speedy J (al secolo Jochem Paap) rappresenta una parabola multisfaccettata dal forte carattere filosofico, secondo la classica concezione detroitiana i cui dogmi erano già nei Cybotron: come vedrete nell’intervista a seguire, il rapporto uomo-macchina e la somatizzazione del progresso industriale resta sempre il midollo del pensiero techno, europeo o americano che sia, e dona ai protagonisti una benefica inclinazione a sperimentare, capace di mettere tutto in discussione ogni volta che se ne sente il bisogno. Nella mezz’ora passata al telefono Speedy non ha provato a nascondere quell’aria da sacerdote che si porta dietro, con naturale sicurezza di sé ha parlato con noi di origini, sfumature, tipi di pubblico, modalità di produzione e di come tutto questo si sia configurato in vent’anni di storia. È stato il suo modo di farci sentire l’odore dei tempi che furono, fornendoci una preziosa contestualizzazione della scena nordeuropea e del suo rapporto con USA e UK. Non senza una punta di risentimento verso chi, in Italia, l’aveva accusato di essere prevalentemente un inseguitore di trend.

Faccia a faccia con uno degli artefici dell’Europa notturna di oggi. Da leggere tutto d’un fiato.

 “La musica elettronica, in ogni sua forma, è di fatto un modo astratto di raccontare una storia.”

È un piacere avere con noi uno dei primi produttori che hanno portato avanti la techno nella scena olandese ed europea. Parlaci un po’ di quegli anni: che tipo di musica stava facendo presa in Europa? Quanto era lontata Detroit, quanto era vicina l’Inghilterra?

Quando ho cominciato a far musica era il 1989-1990, lavoravo in una stazione radio e techno ed house non erano ancora esplose in Europa. È stato in quel periodo che sono entrato in contatto con le release delle prime Detroit e Chicago importate dagli Stati Uniti, e ne sono rimasto affascinato fin da subito. Era materiale completamente diverso da quello che andava in Europa fino a quel momento. Ho iniziato a mandarlo in radio e a fare acquisti dalle etichette d’oltreoceano, le cose sono nate così.

Inizialmente la maggiore influenza era Chicago. E a quei tempi non c’era nemmeno una distinzione netta tra house e techno, erano entrambe un’unica cosa rispetto a tutti gli altri generi. Semplicemente, era la musica che identificava gli USA, ed ha iniziato ad aumentare la popolarità intorno al 1991, quando prese piede nei club. Chicago, Detroit e qualcosa da New York, era quello il materiale caldo del momento.

Eppure anche il Regno Unito iniziava a farsi sentire in quel periodo. C’erano già gli Orbital, no? Quel fermento non arrivava in centro Europa?

Non solo gli Orbital, nel ’91 era già uscita anche la bleep’n’bass di LFO, Tricky Disco, ecc. Le mie primissime release però erano intorno al 1990. La scena UK era arrivata un po’ dopo, tieni conto che la roba USA è iniziata a circolare intorno all’88, ’89. Quando la Warp ha iniziato a fare sul serio eravamo nei 90s e la cosa si andava diffondendo già in tutta Europa, in Germania, in Olanda, ecc.

Con la Warp sono entrato in contatto piuttosto presto, è stata la prima a riconoscere ufficialmente chi stava producendo pezzi dance per il dancefloor, quindi techno/house, ma anche le produzioni più d’ascolto, quindi la serie Artificial Intelligence più orientata all’home listening. All’inizio la chiamavano “arm chair techno” eheh, techno da poltrona, quindi Aphex Twin, il primo Richie Hawtin, Autechre, ecc. È stato il mezzo con cui la musica elettronica ha iniziato a raggiungere un pubblico più ampio di quello dei club. Anche chi ascoltava pop ha iniziato ad appassionarsi. Se ho iniziato a lavorare fin da subito sugli album, il merito è della Warp.

E tu sei stato uno dei pochi che ha saputo interpretare entrambe le forme techno di allora, dall’IDM ai rave. Com’erano percepite a quei tempi, quale delle due faceva più presa sul pubblico?

Sai, come artista devo dire che non vedo le due cose così differenti tra loro. In fondo ci vedo le stesse intenzioni. La musica elettronica, in ogni sua forma, è di fatto un modo astratto di raccontare una storia. Qualcosa di indefinito, che l’ascoltatore può interpretare in diversi modi. Possono esserci dietro schemi e orientamenti opposti, ma alla fine il processo è lo stesso: tu immagini qualcosa e cerchi di rappresentarlo nella maniera più lucida possibile.

Però certo, sono consapevole che il tipo di pubblico è completamente differente. E anche il contesto, la techno da dancefloor va ascoltata nei club e non a casa, è una cosa fisica, devi sentire i bassi nello stomaco, lo sai no? [ride] E questo chi fa una traccia techno lo sa, e si comporta di conseguenza. D’altro canto, la ambient techno ha più a che fare con le atmosfere, puoi ascoltarla in contesti più numerosi, da solo, con gli amici. È difficile dire quale sia stata la musica di maggiore impatto sul pubblico, sono cose difficilmente paragonabili.

Secondo te come mai le forme techno più dure di sempre sono venute fuori proprio nelle scene olandesi e belga? Penso anche a tracce tue come Pullover, Something For Your Mind e Ni Go Snix, che daranno un’idea ai nostri lettori. Come mai proprio in Nord Europa?

Sai, il Belgio e l’Olanda sono due paesi molto freddi e piovosi. Aree industriali dove il clima ti forza a passare molto tempo al chiuso. La città da cui provengo, Rotterdam, è esattamente così, e non è un caso che tutta la musica prodotta lì è particolarmente aggressiva. Se in contesti culturali e ambientali come questi passi, come capitava a me, intere giornate in studio, ti viene naturale quel tipo di musica. Non saprei spiegarlo altrimenti.

Industralizzazione e clima. Un po’ come Detroit agli albori della techno.

È vero. Sono elementi dal grosso impatto nella testa dei produttori.

 “L’ispirazione è come un innesco, una scintilla.”

Tu negli anni ti sei mosso musicalmente in diverse direzioni, dalle sperimentazioni industriali di Public Energy No. 1 alla techno percussiva di Loudboxer. Cosa ti spingeva a cambiare costantemente?

Sai com’è, dedico ogni ora del giorno alla musica, a suonarla, ascoltarla e produrla. Per me la variazione stilistica è una forma di sopravvivenza. Per altri, che magari ascoltano la musica in certi momenti del giorno o quando vanno ai club, è più facile concentrarsi su un solo tipo di suono, ma per me significherebbe scadere nella totale monotonia di vita. Ho bisogno di scorrere l’intero spettro disponibile, o morirei di noia. Se passassi 24 ore su 24 a comporre e ascoltare sempre la stessa techno, andrei di matto, garantito. È la varietà, e la costante scoperta di nuovi generi, che mi tiene musicalmente in vita.

Qualcuno in Italia ha detto di te che per gran parte della tua carriera hai semplicemente provato a seguire i trend del momento, prima Aphex Twin, poi Jeff Mills, e così via. Cosa rispondi a questa affermazione?

Rispondo dicendo che quasi sempre è stato l’opposto, sono andato contro il trend naturale. C’erano momenti in cui sarebbe stato molto più facile (e redditizio) proseguire nella stessa direzione intrapresa dalle mie ultime uscite, anche perché era quello che avrebbe voluto il mio pubblico, e invece ho voluto cambiare rotta. Nei primi ’90, quando sono uscite Pullover e Something For Your Mind, tutti si aspettavano da me un album di quel tipo. E invece l’album Warp è stato completamente diverso.

Non ho mai voluto essere riconosciuto solo per un certo tipo di musica. Quando la techno stava vivendo il suo momento di apice in Europa, io facevo roba industrial, broken beat, cose differenti. Io direi che la mia carriera è andata continuamente contro i trend, e non il contrario. Anzi, ero sempre in anticipo o in ritardo eheh, sempre disallineato con le mode del momento.

Non dev’essere facile mantenersi sempre ad alti livelli per vent’anni. Come alimenti la tua ispirazione?

L’ispirazione è una cosa che viene dalla vita in generale, dalle cose con cui entri in contatto. La gente, l’arte, i film, le idee degli altri. Ma non dalla musica degli altri, perché l’ispirazione deve venire da dentro.

L’ispirazione è come un innesco, una scintilla. Può venire dalle idee di altri in discipline completamente diverse, ma non ti spinge a fare le stesse cose. È uno stimolo personale, e nel tempo è sempre stato così. Negli anni ho sempre fatto la musica che sentivo più mia. In certi casi era anche quella che voleva il mio pubblico, in altri era qualcosa di cui ero più orgoglioso ma che magari non riceveva grosso successo. Fa parte del gioco.

“La techno è sempre un rapporto tra l’uomo e la macchina, dove il primo cerca di esplodere l’intero range di possibilità espressive della seconda.”

Recentemente con Untold abbiam parlato di una “new wave of techno”, un gruppo di giovani producers che, per esigenze di inventiva, si vanno spostando verso la bass music per club. Potevano scegliere il dubstep, i beats, ma hanno sposato la techno. Dopo 30 anni, è ancora la techno il vero leader delle produzioni intellettuali?

La techno negli anni ha avuto diverse derive, ma il cuore è rimasto lo stesso. È sempre il modello base di musica elettronica dance. La cosa che è cambiata nel tempo è chi la seguiva, invece. Nei suoi momenti migliori c’era la fila di producer che volevano far techno, poi le cose si sono uniformate e son diventate più noiose, poi sono arrivate ancora nuove idee, e così via. E sarà ancora così per molto tempo, le nuove generazioni daranno nuove idee e ci sarà sempre uno spazio importante per la techno.

C’è qualcuno tra i talenti emergenti che ti piace particolarmente?

Difficile far nomi, perché ultimamente il modo di entrare in contatto con la musica è diventato estremamente caotico. Ascolto musica tramite Skype, Soundcloud, la compro, mi arrivano un sacco di promo.. va a finire che raccolgo vagonate di tracce, molte finiscono anche nei miei dj-set ma magari non so nemmeno da dove provengono eheh.

Uno che apprezzo molto e con cui sto lavorando in questo periodo è Lucy, Luca Mortellaro. Un ragazzo di grande talento. Con la serie di Electric Deluxe Podcast poi, cerchiamo sempre di approfondire i nomi di punta della nuova generazione. Lunedì scorso ad esempio abbiam pubblicato il podcast degli AnD, un interessante duo UK hard techno. Di nomi interessanti ce ne son molti, siamo sempre in caccia.

Che differenze noti nel far techno oggi, rispetto a una volta?

Non molte in realtà. A cambiare sono soprattutto gli strumenti. Ora sono più economici e capaci di fare più cose, al giorno d’oggi con un laptop puoi fare praticamente tutto. Il processo creativo però in fondo è rimasto lo stesso. La techno è sempre un rapporto tra l’uomo e la macchina, dove il primo cerca di esplodere l’intero range di possibilità espressive della seconda. Tutta la musica elettronica può essere intesa in questo modo: l’incontro tra quel che c’è nella testa dell’uomo e quel che la macchina è in grado di fare.

Visione romantica e filosofica, molto interessante.

Eheh grazie.

Allora dicci, che dj-set dobbiamo aspettarci venerdì a Firenze?

Mmm, non sono un tipo che programma in anticipo il dj-set, vado molto di improvvisazione. Prima di cominciare so al massimo le primissime tracce che metterò, ma poi le cose possono andare in mille modi. Il mio background è più quello del producer che del performer, quindi anche quando sono alla consolle tendo a far cambiare le cose, evitando di proseguire sempre nella stessa direzione.

Dovrebbe essere un approccio che paga. L’improvvisazione è il modo migliore per rispondere a quel che può volere il pubblico in ogni momento, percepire i suoi bisogni pezzo dopo pezzo.

Esatto. Ed è anche un modo per mettermi alla prova, per inserire qualcosa di inaspettato durante la serata. Mi creo man mano le situazioni di cui ho bisogno, quelle in cui si va fuori controllo e quelle in cui si passa a qualcosa di spiazzante. Questo rende la performance più interessante, sia per me che per il pubblico. Richiede molto impegno, ma è un approccio più soddisfacente.

Hai qualcosa in mente per le tue prossime produzioni, qualcosa in particolare su cui sperimentare?

Sì, sto lavorando a molto nuovo materiale. Ho coinvolto alcuni ragazzi esperti per usare degli strumenti personalizzati. Sto cercando un suono ben preciso e stavolta voglio ottenerlo alla radice, prima della fase di recording. Ci sto lavorando con entusiasmo, in modo da rilasciare le prime cose l’anno prossimo.