Sinistri per forza di cose…

La mano del diavolo

Forse perché in posizione minoritaria (non più del 10% della popolazione usa la mano sinistra) sono sempre stati considerati “altri”, e perciò temuti e messi ai margini. Di certo c’è che i mancini sono sempre stati storicamente considerati “diversi” e la storia è piena di pregiudizi, credenze e proibizioni relative all’uso della mano sinistra. La cosiddetta “mano del diavolo” era in passato quella associata agli “invertiti”, ai “rovesciati”, ad una devianza dagli schemi antropologici prestabiliti. A pensarci bene, anche l’etimo stesso del termine rimanda ad aspetti negativi, siano essi gli aspetti avversi o sfavorevoli, o come sinonimo di incidente, disastro, sciagura. In tempi recenti, però, i mancini hanno avuto la loro rivincita venendo rivalutati in maniera positiva come creativi e originali. Diversi, ma accettati.

Non è pertanto un caso che sia proprio “sinistri” il termine che spesso e volentieri ha toccato trasversalmente la storia degli Starfuckers. Dal titolo del loro album del 1994 che li consacrò come i più avanguardistici ricercatori sonori larvatamente rock presenti sul territorio italiano, fino alla decisione di ribattezzarsi definitivamente come Sinistri, con la maiuscola questa volta, avvenuta un decennio più tardi, quando l’ingresso in formazione del compianto Dino Bramanti ne spostava ancor di più i labili confini sonori verso l’elettronica di ricerca e la musica concreta…

Una parentesi, quella a nome Sinistri, tra le tantissime che si sono sempre aperte e chiuse nella storia della band italiana, con un procedimento per sottrazione che, invece che impoverire ha arricchito lo spessore artistico e concettuale della parabola Starfuckers.

Di queste ellissi è costellato un percorso discografico caratterizzato da un sentire musicale “altro” rispetto a canoni e definizioni comuni. Spazi (deformati e destrutturati) che sembrano chiudersi ma che si legano alle riaperture successive: il rock che vira verso la sperimentazione, la sperimentazione che muove verso la ricerca, la ricerca che si sposta verso la non-musica e il silenzio concettuale. Il tutto in maniera sempre coerente e coesa, apparentemente senza strappi, come se si potesse idealmente tirare un filo lungo tutta una discografia e scioglierla come farebbe un prestigiatore dopo averla annodata ritrovandosi tra le mani un percorso lineare ed unico.

Ardore e irrequietezza nella ricerca sonora sono, insomma, le peculiarità del nucleo principale del progetto. Ma anche lucidità di intenti e programmatica ideologia vogliono la loro parte. Manuele Giannini (chitarre), Roberto Bertacchini (batteria) e Alessandro Bocci (elettroniche varie), amici d’infanzia, cresciuti insieme non solo musicalmente condividono l’esperienza Starfuckers praticamente da sempre. Fin da quel Sinistri che rappresenta il lavoro che per la prima volta mise in luce l’ampio spettro sonoro e la caleidoscopica tavolozza di colori – via via sempre più evanescenti verso un b/n spettrale e sfocato – a cui gli Starfuckers potevano far ricorso.

Prima però, c’erano ragazzi che, diversamente da Morandi, non amavano i Beatles, quanto Rolling Stones e Stooges. Dai primi trassero l’ispirazione per il nome della band (notevole l’aneddoto del pezzo di Goat’s Head Soup intitolato alle groupies, chiamate appunto “starfuckers”, e poi rifiutato dalla casa discografica in cambio di un più consono Star Star); dai secondi l’impostazione ruvida e riduzionista dell’approccio al rock. Era la preistoria del rock italiano. Giornalisti musicali che facevano i talent-scout. Ragazzi di provincia intrisi di miti anglosassoni che armeggiavano con ampli e distorsori. Il rock alla sua misura primordiale: ribellione post-adolescenziale e possibile via di fuga. Metallic Disease, la cui ristampa per Holy Mountain è di pubblicazione proprio in questi giorni, uscì per Electric Eye, l’etichetta di Claudio Sorge nel 1990 e mostrava una band classica nella formazione quanto nel suono, ascrivibile al garage-rock revival del tempo e ben presente nel catalogo della label (Sick Rose, Steeplejack, Not Moving, Ugly Things tra gli altri).

Il quintetto base era formato da Paolo Casini (basso), Gianfranco Verdaschi, Gianni Ginesi (chitarre), Giannini (voce) e Bertacchini (batteria), con l’ospite occasionale Paolo Vasoli al sax. In questa sua primigenia incarnazione la band registrò sia le 10 tracce dell’esordio, comprese alcune outtakes finite in compilation, sia il mini-lp Brodo Di Cagne Strategico, rilasciato sempre dalla Electric Eye in combutta con la etichette/distribuzione romana Helter Skelter l’anno successivo.

It’s only rock’n’roll. Ovvero, mai fidarsi delle apparenze

Metallic Disease è un album che poco sembra avere a che fare con gli Starfuckers che conosciamo, quanto con un qualsiasi gruppo di giovani alle prese col rock’n’roll “classico” di marca Stooges/Rolling Stones innervato da puntate Velvet, MC5, 13th Floor Elevators e Suicide. Dieci pezzi registrati in soli 3 giorni dopo la buona accoglienza di un primo demo in cassetta, immolati al re iguana e al marcio del rock’n’roll tutto e, udite! udite!, cantati in inglese perché “l’italiano non era lingua da rock”. Quando abbiamo fatto questo disco e sostenevo che bisognava smettere di cantare in inglese – affermava Giannini in una datata intervista – i vari Umberto Palazzo o altri dicevano che il cantato in italiano non si confaceva al rock. Adesso invece Umberto riconosce che avevo ragione. Proprio quel Palazzo che fu uno dei fondatori del gruppo che meglio di tutti seppe offrire la nuova via all’italiano nel rock, i Massimo Volume.

Il bluesaccio rock sporco e malefico con un Giannini frontman iggypoppiano (Dead Metal City Blues), una U.S.A. da incrocio tra Stooges e Suicide, il garage irrefrenabile di Love You sono la dimostrazione della fase zero del quintetto. Quella ingenuamente e crudamente rock’n’roll.

Già dal cuore di alcuni pezzi dell’esordio, però – la Cold White Cancer poi ripresa in forme “altre” e italianizzata nel titolo e nei testi (Freddo Cancro Bianco) nel mini-lp seguente, gli inserti di sax deformatamene stoogesiani e aperti al free e dalle limitrofe outtakes registrate grossomodo con la stessa formazione, si può notare lo spirito avventuriero e libero della formazione tosco-emiliana così come la volontà di esondare dai confini troppi stretti dei generi codificati. Da un lato la rude e ferrea matrice anarchica e l’aspra natura semi-selvaggia e non antropizzata delle terre d’origine (la Lunigiana, Massa); dall’altro la creatività borderless della adottiva Bologna e il costante piattume del paesaggio. Tra questi dicotomici paesaggi sembrano muoversi le pulsioni che portano all’omaggio ai Sonic Youth di Death Valley ’69, uscito nella compila Gioventù Sonica della solita Electric Eye nel 1990; alla “superdose di paranoia sonora” di Grado Zero uscita nel 1992 per il n.7 di Punto Zero, il foglio/compilation della storica Toast; alla programmatica Strategie Operative/Saturazione pt. 2 in Bloom Live Vol. 1 dello stesso anno; alla robotica e malata ossessività della Mechanical Man del 10” picture Comin’ Down Fast, tributo mansoniano edito dalla Helter Skelter nel 1993; finanche alla tarda rendition della beatlesiana Dear Prudence affidata al n. 11 della rivista americana Bananafish nel 1996 ma in realtà registrata un quinquennio prima.

Il passo è dunque breve, ma la distanza infinita. Tra il luglio ’89 delle registrazioni di Metallic Disease e il marzo ’91 del mini, l’allegro quintetto pone le basi per un cambiamento radicale. Di suoni, atteggiamento e prospettive.

Brodo Di Cagne Strategico è il nuovo che avanza sotto le mentite spoglie del vecchio. Un mini. Pochi minuti. Una manciata di canzoni. Dense però di idee e elaborazioni in divenire che vedranno la luce in forma compiuta di lì a poco. L’omaggio intrinseco al Miles Davis elettrico e rivoluzionario del titolo con l’aggiunta di una volontà strategica comprensibile solo a posteriori la dice lunga sul valore illuminante del mini-lp. La scelta dell’italiano, innanzitutto. Mossa strategica che, come detto, pone fine, o meglio inizio, alla questione della lingua nel rock italiano aprendo la strada a Massimo Volume et similia (vedi alla voce Acre Stil Post). Non è casuale che Giannini abbia per un periodo diviso l’appartamento bolognese con Emidio Clementi e che nelle foto promozionali del primo demo del quartetto bolognese quest’ultimo si facesse ritrarre con una t-shirt degli Starfuckers.

Voce declamata, testi da cut-up insurrezionale, suoni in totale libertà. (Quasi)anthem come “alza il volume, scegli il rumore” (Saturazione Parte II) o “la legge è potente perché le obbedisci” (Calma Piatta) fanno il paio con un approccio musicale che è, se non rivoluzionario, per lo meno liberatorio. Schegge di Stooges si mischiano a slanci free Ayleriani o di matrice Coltrane; l’iconoclastia no-wave all’impro radicale (Conseguenze); l’ala protettiva dei Sonic Youth più rudi a benedire dall’alto (l’opener Saturazione) sposta pesantemente l’asse compositivo degli Starfuckers ampliandone gli orizzonti e slegando i legacci culturali.

La radicalità del progetto miete però le prime vittime. Mano a mano, i componenti della band cominciano a defilarsi (Verdaschi e Casini, quest’utimo prematuramente scomparso nel 1994) mentre acquisisce sempre più interesse in seno alla band (Bocci è lì lì per entrare in formazione in pianta stabile) l’allontanamento da forme musicali note e statiche e l’esplosione di una intera galassia sonora, fino ad allora estranea al panorama “rock”.

Scegli il rumore! (e lascialo da parte…)

L’anno 1994 d.C. è quello dello stravolgimento più evidente. Cambia la formazione (Bocci è stabilmente in formazione, ormai quartetto). Cambiano le prospettive (si declama in italiano, si abbandona il rock in senso classico). Si allargano gli orizzonti.

Sinistri esplode con un rumore di ferraglie che tira in ballo tutto il Novecento musicale colto: dodecafonia, serialità, minimalismo, musica aleatoria, concreta, elettroacustica finendo con l’essere (parole di Manuele Giannini stesso in una datata intervista ad Etero Genio) “un riassunto del Novecento musicale […] non composto con una ‘metodologia rock’”.

Terminate le prime due fasi in cui gli Starfuckers stessi suddividono cronologicamente e ideologicamente la propria esperienza sonora (per esteso, 1987-1990 The Proto-Punk Period, ’91-’92 Early Experimentation) inizia quella della Disintegration Of Standard (’93-’96). A seguire le altre fasi saranno le due parti della Nonmetric Solution: la prima, Concrete Rock and Roll, compresa nel biennio ’97-’99 (Infrantumi) e la seconda, Black Roots, tra 2000 e 2003 (Infinitive Sessions), a chiudere un cerchio esplorativo nelle lande ancestrali delle musiche rock e blues.

Non vezzi da artistoidi in disarmo, quanto la tangibile manifestazione di una lungimiranza e di una lucidità di intenti d’ampio respiro: ideologica e filosofica, prima ancora che esclusivamente musicale e, come tale, con pochi eguali.

Sinistri vede la luce nel 1994, numero 2 del catalogo di un negozio di dischi bolognese riciclatosi in label: l’Underground Records fu l’artefice anche dell’esordio dei Massimo Volume, Stanze, non casualmente prodotto proprio da Manuele Giannini. Un album di rottura, senza indugi. Con pochi, lontani antecedenti (i pluricitati Area) e quasi nessun epigono successivo.

L’unico pezzo larvatamente rock del lotto è Ordine Pubblico, rimando ellittico alla già citata Saturazione per impatto heavy e iconoclastia manifesta, mentre ad aleggiare sul tutto è la scelta di tecniche aliene al rock, con padri putativi come Stockhausen, Xenakis, LaMonte Young e il “padre del silenzio” John Cage. Così tra slanci da contemporanea aleatoria (Zentropia), brevi sketches d’impro (In Primo Luogo), vuoti sospesi e sospensioni jazzate (Mutilati), gli Starfuckers mettono a segno il proprio capolavoro, inspiegabile a parole. Questo disco è noioso. questo disco fa schifo, questo disco è sbagliato, dicono in apertura. La storia ha voluto e dimostrato il contrario.

The shape of silence to come

L’utilizzo strategico del silenzio ci ha permesso di superare quei tabù che riteniamo assolutamente nocivi a quello che noi consideriamo musica (dalle note su Infrantumi scritte da Manuele Giannini).

L’era del silenzio istituzionalizzato – do you remember tutte le menate del “silence is the new loud”? – trova negli Starfuckers gli sperimentatori più radicali e gli avventurieri più spinti.

Reticolati di segni e significati che si stravolgono senza che apparentemente i musicisti possano (e vogliano) avere voce in capitolo, in totale balia di ciò che sgorga autonomo dai propri strumenti: Infrantumi abbandona sin dall’inizio l’idea di composizione, il musicista non è colui che crea, decide e coordina una struttura musicale (noi rifiutiamo il concetto di musica come struttura), egli si limita ad innescare dei meccanismi per cui la musica possa comporsi da sé (musica come processo). Perché ciò sia consentito il musicista deve necessariamente farsi da parte e limitare al massimo ogni sorta d’intenzione (distruzione dell’io vs autorappresentazione); solo il silenzio è privo d’intenzione (imparare a tacere). (dalle Note d’accompagnamento).

È un mondo sonoro etimologicamente Infrantumi quello attivato nella terza fase dall’ormai stabilizzato terzetto della Lunigiana. Imploso e frantumato in un insieme di schegge di suoni avant, singulti ritmici, abrasioni free-jazz che predilige il non-detto rispetto al detto. Che si nutre delle pause e del silenzio, oltre che dell’asincronia ritmica, per (de)costruire una idea musicale atavica eppure ormai perduta nel mare magnum della sovrastruttura. La fase della Nonmetric Solution si articola in due parti. La prima, spiazzante come al solito, riprende il discorso del silenzio e lo amplifica. Lo dilata, lo spezza, lo accelera, manco fosse il Cern di Ginevra alla ricerca della particella di Dio. Il risultato è una implosione del suono, un ripiegamento su se stesso, un accartocciamento in cui gli strumenti (chitarra su tutti) sembrano rattrappiti (Distribuisce Pastiglie o lo stop&go epilettico di Colei Con Cui), dissolti in una nebulosa apparentemente inintelligibile, nonostante intorno al terzetto ruotino numerosi musicisti “rock”, inclusi i Massimo Volume in toto.

Il cuore di Infrantumi è l’annientamento della volontà creatrice, la sua totale spersonalizzazione attuata mediante ciò che è massimamente privo d’intenzione: il silenzio. Lo scarto con Sinistri risiede lì, nel principio generatore del silenzio e del vuoto. Nella funzione violenta e disgregatrice che silenzio, vuoto, pausa, frammentazione, asincronia possono assumere. In poche parole, il Concrete Rock and Roll.

Con questo disco noi intendiamo: superare il tabù della musica come struttura per elaborarla come processo; superare il tabù della sincronia; superare il tabù dell’intonazione; liberarci dal nostro proprio io (musicale). Superare quindi non ogni limite, ma l’idea stessa di limite…(dalle Note).

Music is a pollution of time. Ossia, l’eterno soundcheck.

La leggenda narra che sia stata addirittura Lydia Lunch a coniare il termine, assistendo ad un live degli Starfuckers. Sia come sia, la definizione del famoso concerto del 1999 al Link di Bologna (sei ore ininterrotte di concerto con visuals) è applicabile anche a Infinitive Sessions, di cui guarda caso Eternal Soundcheck è parte integrante. Segnando cioè la fine di una fase (quella culminata nel disco precedente) e l’apertura di una nuova, interessata alle musiche nere, attenta alla ricerca delle (e sulle) ancestrali origini del rock.

Dietro la definizione Black Roots si celano il funk, Hendrix, il jazz elettrico, il blues, James Brown, l’onnipresente Miles Davis ma, sottoposti al trattamento post-Infrantumi divengono una personale via alla (re)interpretazione dei canoni basata sulla tessitura sonora “per sottrazione”.

La formazione si è ormai da tempo stabilizzata in trio. Infinitive Sessions è però il primo vero lavoro sul quale i tre lavorano senza ospiti o supporti esterni. Anche la voce è bandita. Un disco in cui la copertina nera, dopo le due bianche dei precedenti, non collima col senso del disco, ma rimanda alla matrice dei suoni in esso contenuti. Una mega-jam iniziale (Off-On-Off) fratturata in 3 canzoni (Blues Off, Drive On, Off Blues) su cui aleggia lo spirito benevolo del Davis elettrico virato i singulti di Arto Lindsay. Un corpo centrale, quell’Eternal Soundcheck doveroso tributo alla fase intermedia culminata nel live al Link, in cui prende corpo una psichedelia spettrale, fatta di flash in b/n, spezzone dopo spezzone a passo 1. A chiudere, la doppietta XX: Funked X e Vamped X, omaggi al re del funk James Brown e a se stessi: un power-trio che suona funk asincrono, scomponibile come fosse un gioco per bambini.

Sottrazione di suoni al rumore, piuttosto che somma di suoni al silenzio, affermeranno i tre in seguito, riassumendo una delle possibili interpretazioni di un prisma sonoro.

Sinistri, di nuovo. L’universo Starfuckers in disgregazione (o in ripresa)

Il presente non esiste. Per lo meno a nome Starfuckers. O forse sì. Progetto in stallo, in una di quelle pause miste a silenzi su cui l’epopea Starfuckers si è modellata prima, forgiata poi. E sarebbe strano pensare in termini di tempo lineare per un progetto che dell’incontro/scontro col tempo e sul tempo ha fatto un punto di forza.

A prendere il sopravvento, dal 2004, è Sinistri, nuova ragione sociale per un nuovo cambio di formazione e di sostanza. Entra Dino Bramanti, apprezzato sound-artist prematuramente scomparso, che con le sue tecniche di rielaborazione del suono in tempo reale, sposta l’asse dalla chitarra/batteria a quello delle elettroniche. Se ne notano i frutti nell’unico album rilasciato, Free Pulse (Hapna, 2005), elaborato in base ai precetti della Nonmetric Music e del manifesto ideologico che guida l’ormai quartetto non solo nelle esplorazioni elettroniche/strumentali dell’album, ma anche in una definizione teorica del proprio procedere artistico/filosofico.

Di lì in poi, la frantumazione sonora ricercata da un decennio abbondante sembra materializzarsi in una discografia aliena al formato-album, sparpagliata tra mp3, net-label, cd-r, sonorizzazioni e commistioni extra-musicali (Mattino, reading di presentazione del libro Mattino di turbinio d’agonia con bautte in seta di Cina, di Gian Paolo Guerini) con ultima manifestazione tangibile lo split 10” con gli OvO, volume 3 della Phonometak Series dei validi Mirko Wallace Spino e Xabier Iriondo.

L’apparizione prima della ristampa Ordine ’91-’96, la riproposizione, in live sempre meno sporadici, del percorso musicale dei 3 (vedi il live a Bologna dello scorso anno, disponibile in 5 parti sul tubo: Parte 1, Parte 2, Parte 3, Parte 4 e Parte 5), ora la ristampa del primo vagito della band, ci fanno notare come, nonostante ognuno porti avanti una propria carriera “solista” (M16 per Bocci, Weight And Treble per Giannini, Shipwreck Bag Show per Bertacchini), l’epopea Starfuckers è lontana dal morire. Alla faccia del tempo, grande scultore e amico d’infanzia.

Intervista a Manuele Giannini e Alessandro Bocci

Due ristampe e qualche sporadico live nell’ultimo anno. È il caso di dire bentornati?

(Manuele) Mah, più o meno, anche se per il momento non abbiamo progetti concreti, siamo lì, indolenti e sospesi, in attesa di qualcosa che magari non verrà mai… ognuno di noi è più impegnato con i rispettivi nuovi progetti: Weight And Treble, M16 e Shipwreck Bag Show.

Il segno tangibile degli Starfuckers ’00 è affidato ai primi passi: Brodo Di Cagne Strategico e Metallic Disease. Sarebbe interessante sapere cosa scattò in voi tra il primo e il secondo album…

(M) Decidemmo di formare un gruppo e suonare punk rock per la nostra devozione assoluta agli Stooges e gli Stooges sono sì i pionieri del punk, ma i loro primi due LP contengono i germi dell’avanguardia, dal minimalismo al free jazz, è andando in quelle direzioni che ci siamo evoluti (in senso darwinista ovviamente).

Come ricordi questo primo vagito discografico? Oggi a ristamparlo è una etichetta quotata come la Holy Mountain, ma decisamente aliena al panorama sonoro degli Starfuckers/Sinistri…

(M) Non siamo mai stati famosi, in vent’anni non abbiamo mai avuto un picco di notorietà e siamo sempre stati scarsi imprenditori di noi stessi e soprattutto totalmente incapaci di fare i paraculi, ma abbiamo sempre trovato qualcuno che ci producesse i dischi, che hanno sempre venduto poco, ma a livello internazionale e con continuità, anche a molti anni di distanza dall’uscita.

E poi siamo sempre stati amati e stimati da musicisti stranieri famosi, molti di loro comprano i nostri dischi e apprezzano la nostra musica, alcuni la copiano anche (vedi i Matmos che ci hanno pesantemente campionato su The Civil War senza nemmeno segnalarlo nei credits), per cui va da sé che di noi probabilmente se ne continui a parlare e che, a qualche discografico, magari venga l’insana idea di ristamparci.

Con Metallic Disease torniamo alla preistoria. Bologna, primi anni ’90. Chi c’era, lo sa, ma molti dei nostri giovani lettori magari non sanno che, nell’humus che portò al fiorire della Bologna mecca del rock italiano (vedi alla voce Massimo Volume), c’eravate voi.

(M) Non ricordo molto, erano anni burrascosi, ma a Bologna era di moda soprattutto l’Hardcore e l’Hip hop, nel resto d’Italia c’era stata una scena Garage ormai in declino. Noi non ci sentivamo di appartenere a niente, tutto correva veloce e se nell’’89 suonavamo cover degli Stooges, nel ’92 già facevamo concerti in cui l’improvvisazione radicale e le pratiche vicine alla musica aleatoria e elettroacustica erano la norma … e intanto era arrivata la Techno.

Com’era la Bologna di quei tempi? Voi avete circuitato l’ala rock e quella sperimentale, partendo dalla prima e smarcandovi decisamente verso territori altri nel breve volgere di qualche anno.

(M) Non esisteva una scena sperimentale (né a Bologna né altrove in Italia), per lo meno non legata al rock. E in un certo modo non esisteva nemmeno una scena rock italiana che non fosse puramente derivativa. Brodo di Cagne Strategico è un disco seminale in questi due sensi, da un lato anticipa il rock italiano “emancipato” e dall’altro quello sperimentale.

Il famoso concerto da sei ore al Link di Bologna nell’aprile del 1999, quello battezzato Eternal Soundcheck è ancora vivo nella memoria di chi vi partecipò…si chiudeva una fase (Infrantumi), se ne apriva un’altra (Infinitive Sessions)…tutto qui o c’era qualcos’altro?

(Alessandro) Il concerto delle 6 ore al Link è stato un esperimento con più finalità volte tutte alla ricerca dell’estremo. Allo stesso tempo questo progetto doveva prendere forma e svilupparsi.Tutte le registrazioni  dovevano essere editate per poi essere raccolte in un doppio cd per l’etichetta americana Drunken Fish, purtroppo per problemi tecnici derivati dalla registrazione il progetto non andò in porto. I nastri delle sessions erano parzialmente inutilizzabili e tutto quanto è rimasto in un cassetto. Ancora oggi rimane sempre l’intenzione di ripubblicarlo in una nuova veste con un editaggio e un mastering accurato

(M) Suonare ininterrottamente per quasi sei ore, dopo essere saliti sul palco senza aver alcuna idea di quello che sarebbe successo, lasciandosi andare completamente per permettere che la musica divenisse, minuto dopo minuto, il più possibile, solo se stessa, fu un’esperienza molto interessante e appagante, e come dici tu, forse chiuse definitivamente la fase Infrantumi.

Le vostre musiche sono state sempre ben accolte da critica, pubblico (d’elite) e colleghi; nonostante ciò siete rimasti sempre una mosca bianca nel panorama italiano, se non mondiale. In senso positivo, ovvio. Come avete vissuto questa vostra dimensione?

(M) … frustrazione?!? Non so, mi sarebbe piaciuto vendere qualche disco in più, non mi è mai interessato rivolgermi ad un pubblico di nicchia, non ho mai voluto chiudermi in un ghetto, non ho mai creduto che rivolgersi a pochi fosse più fico che rivolgersi alle masse, ma quella era l’unica musica che potevamo fare.

… e poi siamo sempre stati irriducibili, per cui, senza scendere a compromessi, non abbiamo potuto fare della nostra musica una vera e propria professione, questo fatto ci ha, da un lato, resi più liberi, dall’altro ha accresciuto la nostra inerzia.

(A) Diciamo che le tue affermazioni sono in parte corrette e diciamo così in parte non propriamente esatte. Nel panorama italiano siamo stati emulati e presi come punto di riferimento da moltissimi artisti, sicuramente alcuni di questi sono diventati “più famosi” ed hanno avuto più visibilità più riscontro di pubblico.

Nel panorama mondiale abbiamo avuto le nostre soddisfazioni; con infrantumi siamo stati primi nelle classifiche delle radio universitarie americane,  tutta la nostra discografia è sempre state recensita  sulle principali riviste musicale americane ed europee, tra le altre cose che mi vengono in mente… un duo molto quotato che viene da San Francisco (due onesti personaggi!!!) ha campionato e derubato alcuni frammenti da Infinitive Sessions senza neppure menzionarci nei credits. Beh sono delle soddisfazioni, non credi?

Ad oggi i nostri dischi li puoi trovare sia in Europa che negli States ein Giappone. Un disco come Sinistri è stato ristampato tre volte, Infrantumi ha avuto una stampa europea e una americana lo stesso vale per Metallic Disease. Sicuramente siamo stati considerati sempre un gruppo di culto con un seguito di pubblico proporzionale alla nostra visione della musica, sinceramente non abbiamo mai vissuto una dimensione, forse  sarebbe interessante vivere in un’altra dimensione.

L’era Sinistri iniziò in maniera programmatica col manifesto in cui rivendicavate una posizione ideologica piuttosto, o prima, che musicale…Ideologia o musica, se doveste scegliere?

(A) L’era Sinistri ha generato una mutazione che si è espressa attraverso un idea una filosofia e un approccio musicale

(M) Le posizioni ideologiche servivano per dare una chiave di lettura ad una musica che poteva risultare, soprattutto ai tempi, un po’ ostica. In ogni caso né musica, né ideologia, solo rock and roll.

E musica o silenzio? Tempo o suono? O giocando col nostro nome, sentire o ascoltare?

(A) Queste domande mi piacciono !!!  Suono e spazio, ritmo e timbro, diciamo spazializzare

(M) Credo che la musica abbia a che fare più con il tempo che con il suono. Cosa sia il tempo però, non lo sa nessuno…

15 Settembre 2011
15 Settembre 2011
Leggi tutto
Precedente
L’indolenza del genio Stephen Malkmus - L’indolenza del genio
Successivo
Go with the megaflow Za! - Go with the megaflow

Altre notizie suggerite