All Along The Watchtower
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Stefano Solventi
- 22 Novembre 2010
“La disgregazione, e quindi l’incertezza, è propria di quest’epoca. Nulla poggia su una solida base e su una fede dura. Si vive per il domani, perché il posdomani è dubbio. Tuttto è sdrucciolevole e pericoloso sul nostro cammino. Il ghiaccio che ancora ci sostiene è diventato così sottile e noi tutti sentiamo il caldo soffio del vento del disgelo: qui dove noi camminiamo, fra poco più nessuno potrà camminare.” (F. W. Nietzsche)
Fare il cantautore all’alba degli anni zero non è una prospettiva semplice. Anzi. Nasconde svolte e insidie tutte da esplorare. Se sei un debuttante, è un po’ come pescare la paperella fortunata: ti affidi alla buona mira, provi a sbirciare, ma è la fortuna che rimette i conti. Ecco: ci chiediamo oggi, dopo un primo scorcio di carriera che convenzionalmente abbraccia una decade – ovvero questo decennio critico e formidabile che ancora dobbiamo finire di decifrare – com’è andata la pesca per Sufjan Stevens. Non lo avremmo fatto, forse, se le ultime recenti prove discografiche (l’ep All Delighted People e l’album The Age Of Adz, usciti a stretto giro di posta nel ventre caldo del 2010) non avessero suggerito una sorta di resa dei conti, un raccolto, una disamina. La chiusura di un ciclo che, a partire dall’attitudine già espansa di Sufjan, mira ad un orizzonte sempre più affollato, caotico, imprevedibile.
C’è insomma la sensazione che Mr. Stevens con questi ultimi lavori abbia voluto marcare un segno forte rispetto al senso del suo percorso espressivo, maturato infine come sguardo sulla contemporaneità, oltre gli argini di un repertorio che da sempre, ad onor del vero, ha coltivato aperture che ne scompaginavano qualsivoglia solco personalistico. Con risultati non sempre straordinari, talvolta neanche convincenti, come è del resto normale da parte di chi si prende il rischio di esplorare, di esplorarsi. Inseguendo nel farlo frequenze anche improbabili, augurandosi di azzeccare la rivelazione come una sintonia improvvisa, come un segreto geografico e sentimentale. Canzoni quindi come uno scherzo del destino, lo struggente collasso della cultura nella memoria, della società nella cronaca, del sogno nel racconto.
Un destino nel nome
Sufjan Stevens: cognome standard che più standard non si può, nome esotico causato dall’infatuazione (passeggera) dei genitori per la comunità sincretistica islamico-cristiana dei Subud, il cui capo spirituale suggerì loro di ispirarsi alla figura di Abu Sufyan – figura cardine dell’Islam primigenio – per battezzare il nascituro (per la cronaca, Sufjan significa: “viene con una spada“). Oggi che possiamo individuare nella polarizzazione e globalizzazione dello scontro tra modello liberista (o occidentale tout court) e neo-integralismi islamici uno degli argomenti portanti di questo primo scorcio di millennio, determinando uno stato di tensione permanente tra posizioni ideologiche sempre più distorte, è lecito vedere in quell’accostamento anagrafico il marchio di una predestinazione: allo sguardo mai meno che duplice, alla inevitabile ricomposizione di ogni conflitto in una “crisi” che ti porti addosso come un altro strato di pelle. Nella sua musica, fin dai primi lavori, accade una specie di lotta subliminale tra domini formali estranei ma sovrapponibili, tra la dimensione tradizionale sedimentata in manufatto pop e l’elemento esotico/alieno, tra le istanze indie-folk e le trame sintetiche, tra la definizione di un solco espressivo ed il suo scompaginarsi in dieci, cento, mille rivoli.
Nato a Detroit il 1 luglio del 1975, Sufjan si spostò ancora bambino a Petoskey, 6000 anime adagiate sulla sponda nord est del Lago Michigan, dove frequenta prima la Harbor Light Christian School e quindi la rinomata Interlochen Arts Academy, abbozzando un percorso formativo senza indugi che lo vedrà poi studente del prestigioso Hope College di Holland, istituto privato di belle arti. E’ in questo scenario che compose e incise A Sun Came. Già in possesso di una buona pratica con una pletora di strumenti quali banjo, pianoforte, chitarra, oboe e batteria, da qualche tempo – metà anni novanta – aveva allestito un’etichetta – la Ashtmatic Kitty Records – e messo in piedi una folk band, i Marzuki (dal nome di suo fratello, maratoneta professionista), che vedeva nel ruolo di chitarrista e cantante la brava Shannon Stephens. Nello stesso periodo Sufjan iniziò a collaborare con la Danielson Famile, band del New Jersey capitanata da Daniel Smith e dedita ad una interessante contaminazione tra pop alternativo e gospel, tra arguzie freak e misticismo bucolico. Entrambe le situazioni vedevano già il Nostro alle prese con un’idea di spiritualità composita e informale, annidata nelle manifestazioni pop del quotidiano, il cui portato di meraviglia è solo dissimulato – e non estinto – dalla sua banalizzazione. In altre parole, è il caso di sottolineare, sembra che l’avventura sonora di Stevens inizi come un tentativo di recuperare la meraviglia pop malgrado la sua banalizzazione.
Esaurita l’esperienza Marzuki, era dunque tempo di avventura solista: al già citato A Sun Came (Asthmatic Kitty Records, 6.5/10), segue pochi mesi dopo Enjoy Your Rabbit (Asthmatic Kitty Records, 6.8/10). Il primo venne inciso ad Holland, il secondo a New York, dove Sufjan si recò per seguire un master di scrittura creativa alla New School for Social Research. Tra i due lavori passa un intero universo espressivo. A Sun Came è un autentico zibaldone lo-fi con escursioni esotiche, è il benedetto eccesso di vita di uno studente con fregole etniche ma pur sempre cresciuto ascoltando Beck, Sebadoh e Pavement con qualche deviazione più marcatamente psych dalla fibra anche sixties. Un album in cui le intenzioni eccedono i risultati, a partire dal numero dei pezzi (ventuno), però non privo di ottime intuizioni e già una certa personalità.
La scaletta di Enjoy Your Rabbit mette invece in fila quattrodici pezzi sintetici dedicati ai dodici segni zodiacali cinesi, al cui bestiario si aggiungono un gatto asmatico e un non meglio precisato “Nostro Signore”. Un po’ Matmos e un po’ Oval, con un estro post che ricorda dei Gastr Del Sol giocosi o una preveggenza degli imminenti The Books, la calligrafia digitale di Sufjan dimostra una disinvoltura stupefacente, si disimpegna in un immaginario da ludoteca di marzapane, carte da parati manga e squarci di vaporoso misticismo. Se pure è plausibile interpretarlo come esercizio di stile o divertissement, è a suo modo un punto di non ritorno. Assieme al predecessore segna gli estremi di un ventaglio stilistico che aveva appena iniziato a svolgersi. Ad indagarsi.
Cartoline dal centro del mondo
Quelle due prime prove non bastarono a proiettare il nome di Sufjan Stevens nel giro importante del pop-rock alternativo, ma era solo questione di tempo. Il terzo lavoro Greetings From Michigan, The Great Lake State (Asthmatic Kitty Records, 7.7/10) piovve nel bel mezzo del 2003 con le stimmate del disco-fenomeno, quello di cui non puoi non parlare. Le note di presentazione lo indicavano come il primo capitolo di un progetto che avrebbe dovuto prevedere un album per ogni stato dell’Unione, uno per ogni stellina della bandiera. A partire, ovviamente, dal suolo natio. Molti, come il sottoscritto, la considerarono una sparata un po’ furba e un po’ spaccona, o in alternativa il proclama velleitario di un autore più ruspante che realista. In pochi, forse nessuno, gli concessero pieno credito. In realtà non era stato messo a fuoco il vero punto della questione: perché un autore tanto capace e profilico sentiva il bisogno di fornire un pretesto ed un contesto così forti, per non dire debordanti, alla propria musica? Solo gli sviluppi futuri avrebbero abbozzato una spiegazione, una specie di risposta.
All’epoca potevamo al più prendere atto di un album straordinariamente ispirato, eclettico, fluviale. E appassionato. Sufjan fa vagare il suo sguardo sulla quotidianità ad altezza d’uomo, spedisce cartoline affettuose che si rivelano il lato scintillante di una commossa e a tratti cupa elegia del quieto vivere. La tavolozza dei colori è una sarabanda ammaliante di easy listening e jazz, intrecci vaudeville e Tin Pan Alley sfumati post-rock, memorie prog e fregole latine, il folk come una trama che sostiene e avvolge, il gospel la dissolvenza che stempera i margini. Chitarre e pianoforti, xilofoni e banjo, fiati e percussioni, il controcanto etereo e dolciastro di Megan Smith della Danielson Famile: ingredienti dosati con garbo inquieto (Holland, Say Yes! to M!ch!gan!), con frugale trasporto (Sleeping Bear, Sault Saint Marie, la magnifica Vito’s Ordination Song), con incontenibile frenesia (Detroit, Lift Up Your Weary Head!), come a definire una classicità scossa, la cifra vibrante di un autore sospeso in una molteplicità di memorie, prospettive e aggetti poetici.
E’ un disco gradevole e toccante, un po’ bizzarro e vagamente eccessivo, che proprio in questo eccedersi nutre una garanzia di autenticità: è la testimonianza del coinvolgimento di Sufjan, interprete dolcemente flemmatico, per la terra che ha rappresentato lo sfondo reale della sua esistenza, divenuta ormai location sentimentale – virtuale – di un’espressività poliedrica. Il quadro della situazione a quel punto era già chiaro: avevamo a che fare con un giovane talentuoso dalle attitudini balzane, un genio dispersivo con tante idee ma bizzarre e a tratti imbizzarrite.
Stante questa anomalia, l’uscita a distanza di un anno del quarto album Seven Swans (Asthmatic Kitty Records, 7.2/10) lasciò oltremodo interdetti, visto che si trattava di un album “normale”. Una raccolta di canzoni folk asperse psych e condite con un pizzico di elettronica (colta nel solco tra valvolare e sintetico): nient’altro. L’unica bizzarria, se così la si vuol vedere, stava nel sogno che avrebbe ispirato lo Stevens, sette cigni indimenticabili e sconcertanti ai quali l’album – al di là del titolo – era in un certo senso dedicato, anche se non per questo sembra il caso di definirlo un concept. Prodotto da Daniel Smith, è disco dal suono assieme frugale ed etereo, il banjo ingrediente principale assieme alla voce, sempre più levigata e inquieta, in cerca di un intimismo tra il mistico ed il malinconico.
Non per questo smetti di avvertire cortocircuiti di passato nel presente, da una parte le palpitazioni crosbyane di Abraham e dall’altra il collage ciberacustico vagamente Califone di The Devil’s Territory, e ancora i languori seventies nella strumentale Sister o una The Transfiguration che fa rimbalzare particelle melodiche Xtc in un teatrino mutante M.Ward. La tempra crepuscolare già apprezzata in Michigan trova nuovi notevoli esemplari in tracce come Size Too Small e We Won’t Need Legs To Stand, la voce un tappeto d’ombre su cui germogliano arpeggi che sembrano possedere una felicità segreta. E’ disco insomma di quelli che sanciscono statura e maturità. Paradossalmente anomalo, nella sua sostanziale convenzionalità, rispetto ad un repertorio precedente (e futuro) ben poco convenzionale. Un futuro che non ne voleva sapere di attendere.
Lo tsunami iperpop del ragazzo invisibile
Tempo pochi mesi, anno 2005 ormai, ed ecco arrivare sugli scaffali Sufjan Stevens Invites You To: Come On Feel The Illinoise (Asthmatic Kitty Records, 8.0/10), seconda tappa del viaggio musicale attraverso gli stati dell’Unione. Il canovaccio ricalca quello del Michigan, un’escursione tra immaginario e Storia, sogno e miseria, tragedia e memoria, ora frenetico zibaldone e ora ritratto affettuoso, ironia e lirismo come due frequenze armoniche che s’intrecciano in un accordo talvolta incantevole, talaltra sconcertante (a partire dai titoli, spesso vere e proprie dichiarazioni d’intenti). Le ventidue tracce, compresi gli intermezzi strumentali, lasciano intendere una prolificità notevole che diventa sbalorditiva sommando le altre ventuno di The Avalanche: Outtakes and Extras from the Illinois Album (Asthmatic Kitty Records, 6.8/10), raccolta quest’ultima che a dire il vero probabilmente non avrebbe neanche visto la luce senza i favorevoli riscontri di critica e vendite di Illinois.
Riscontri meritatissimi per quello che apparve subito come un istant classic, con la sua capacità di proporre una trama complessa ma avvincente, il punto di vista che galleggia tra intimità dolorosa e febbrile appartenenza, toponimi e personaggi (poeti e serial killer, presidenti e jazzisti…) nominati come un mantra gelatinoso con l’obiettivo preciso di far vibrare il cuore infranto dell’American Dream. A partire da una sensibilità giovane, dall’arguzia fragile di uno studente (o ex studente) che vive il proprio territorio come una promessa sul punto di tradire, un carosello di segni didascalici ed esistenze smarrite, un groviglio formidabile di radici sfilacciate nelle quali malgrado tutto pulsa ancora vita.
La “location” musicale è una forma pop carpita al cantautorato country e ad una certa coolness cameristica, passando dal folk più pacato alla psych contagiata vaudeville, dalla rumba al minimalismo con persino qualche innesco power pop, in modo da abbozzare una formula assieme tradizionale ed eversiva, integrata ed apocalittica. Canzoni come Chicago possiedono enfasi Paul Simon stemperata in un’epica che diverrà tipica Arcade Fire, Jacksonville è un distillato leggero Neil Young, The Man Of Metropolis Steals Our Hearts è una mini suite che centrifuga il neo power dei New Pornographers e il bucolico deliquio Polyphonic Spree, The Black Hawk War un orchestrale discendente da visioni Brian Wilson e Beatles, Out Of Egypt una fatamorgana seriale tra Stereolab e Gastr Del Sol, mentre John Wayne Gacy, Jr. sembra proprio la madre di tutte le ballad tenere e crudeli. Sufjan è dentro e fuori l’alveo conformista, è l’istrione magniloquente e il ragazzo invisibile della porta accanto, è lo sperimentatore un po’ folle, il credente allibito ed il busker che ti accarezza la malinconia.
Nel caso di Illinois parliamo di capolavoro anche perché definisce, probabilmente in termini assoluti, il ruolo e la funzione di Stevens cantautore: un’intelligenza polimorfa e disallineata come testimone dello tsunami semantico e culturale contemporaneo, dell’implosione sincretistica (e relativistica) della spiritualità, della contraddizione permanente tra identità territoriale e accessibilità del mondo. Infine – ma importantissimo – della crisi dell’idea di Stati Uniti come faro egemonico, una crisi profonda che investe i macro sistemi economico/militari ed il microcosmo morale del cittadino, scuotendo fino nell’intimo le basi stesse dell’esistenza civile e individuale. Ecco spiegata quella specie di rassegna del DNA storico/culturale statunitense, la rievocazione di un Frank Lloyd Wright e del killer John Wayne Gacy Jr, dell’icona pop Superman (che la DC Comics gli contesterà per la copertina dell’album) e di Abraham Lincoln, senza scordare anonimi protagonisti del quotidiano come i lavoratori della Rock River Valley.
Crisi mistiche, Apocalissi spettacolari
Come intimorito da tanta impresa e dal conseguente successo di pubblico e critica, Sufjan vivrà negli anni successivi una fase di crisi creativa. L’uscita di Song For Christmas (Asthmatic Kitty Records, 7.2/10) nel 2006 non deve ingannare: trattasi della raccolta di ben cinque album dedicati al tema del Natale a partire dal 2001, in sostanza una collezione di cover (da Silent Night a O Come O Come Emmanuel) e inediti a tema per un totale di 42 pezzi in una confezione deliziosamente ipertrofica (stickers, illustrazioni, piccoli racconti scritti dallo stesso Sufjan, video e persino un saggio natalizio ad opera dello scrittore Rick Moody. Un’operazione un po’ alla Phil Spector in nuce, una chicca per fan ma anche il necessario complemento dell’aspetto traditional-kitch – con aspersioni mistiche – del Nostro, la cui meditazione sul lato spirituale del pop è più sostanza che forma, vera e propria bussola poetica.
Tuttavia, per i successivi tre anni non si sentirà parlare di Sufjan Stevens se non in occasione di qualche collaborazione di sponda (con la Danielson Familie, Rosie Thomas, The National e DM Stith tra gli altri) e per certe dichiarazioni concernenti la crisi d’ispirazione che lo avrebbe colto. Occorre attendere il 2009 per un nuovo album a suo nome, e si tratterà di un lavoro svolto su commissione per la Brooklyn Academy of Music. The BQE (Asthmatic Kitty Records, 6.0/10) è una faccenda di pop orchestrale che travalica se stessa, un esercizio di stile che cade nel pacchiano giusto un attimo prima di affascinare, un po’ il nipotino ironico e arty di Atom Heart Mother. Possibile vederlo come un pretesto per tornare a fare musica, perché forse senza un pretesto così pervadente sarebbe stato impossibile, e comunque pur sempre tentando di battere nuove strade, qualcosa di molto diverso, che segnasse uno strappo da Illinois. Ma Sufjan è chiaramente fuori contesto, gioca con gli elementi di un gioco più grande di lui, azzeccando tuttavia una chiave creativa quasi goliardica che non spiace. Da qui al presente è quasi un attimo.
L’ispirazione lo coglie di nuovo di lì a poco, tanto che il 2010 vedrà due uscite del Nostro: quel All Delighted People EP (Asthmatic Kitty Records, 7.4/10) che in realtà copre un’ora di musica per otto tracce a rotta di collo in un immaginario seventies condito di sostanze psicotrope, tremori esistenzial/sentimentali, incenso e timor d’apocalisse; infine l’ipertrofico The Age Of Adz (Asthmatic Kitty Records, 7.4/10), praticamente un frullato generoso del Sufjan Stevens passato e presente con qualche soncertante prospettiva di futuro. Entrambi i lavori sembrano suggellare quel senso di missione cantautorale che già abbiamo delineato, ovvero adeguata alle istanze del decennio che va a concudersi. Anni (zero) che hanno messo il musicista con le spalle al muro, hanno squadernato tutti i trucchi, determinando un disincanto totale ma anche un ventaglio formidabile di possibilità.
Sufjan Stevens fa di se stesso un cantautore onnicomprensivo, pratica una versatilità incontenibile (stilistica e poetica) perché – suggerisce – non gli è possibile fare altrimenti. E’ il testimone di un’epoca, della sua abbondanza tragica e sterile, dell’accalcarsi di segni come scorie di una comunicazione in cortocircuito, dell’intersecarsi slevaggio di testimonianze e progetti. Un’epoca incapace di un discorso lineare, condannata alla logica della rete in ogni aspetto del suo procedere. E’ questa insomma l’epoca della grande alluvione, ed il cantautore è una torre di guardia tra i flutti.
Si aggrappa al suolo (alla propria terra) con la foza disperata della sensibilità, a quel che resta della fede e dell’amore per il passato (la Storia), all’ironia perché la battaglia si gioca pur sempre in una dimensione che non fa morti né feriti (non tangibili, almeno). Ma non può fare a meno di venire scosso e spazzato dalla corrente. In un certo senso lo desidera, perché vi riconosce il proprio destino. Ed è uno spettacolo (nuovamente) meraviglioso.
