The (im)perfect beat

Per quel che ci riguarda, tra ritmi ed elettroniche, finora il 2010 è soprattutto l’anno di Gonjasufi. Un culto che monta, macinando consensi, un nome da cui aspettiamo, se non già il secondo album, sicuramente nuove e fresche produzioni. Chi si trova un gradino più in su, chi questo cursus l’ha già scalato tutto, è Flying Lotus: il 2010 doveva essere anche – e soprattutto – il suo anno. Non quello della consacrazione, avvenuta due anni fa, ma quello della grande conferma, delle certezze ribadite una volta e per tutte, l’anno di un nuovo grande lavoro. Fa un certo effetto registrare un consenso così compatto (pressocché unanime; bastino Wikipedia e Metacritics) nei confronti di questo disco: Cosmogramma piace e piace assai, pare avere messo d’accordo tutti, appassionati, musicisti, critici. Noi la nostra l’abbiamo detta e adesso ci premeva più che altro fare il punto della situazione: ricostruire il percorso che ha portato alla consacrazione su scala mondiale uno dei produttori più interessanti e importanti dei nostri giorni. 

1983

Steven Ellison continua la nobile tradizione dei produttori dal destino segnato. Come e più di Otis Jackson Jr., si trova a crescere in una famiglia di musicisti e di musicofili. E se a Madlib tocca in sorte come zio il trombettista jazz Jon Faddis, Flying Lotus ha come prozia un vero pezzo di storia della musica afroamericana: Alice Coltrane, moglie di John, musicista free e space visionaria. Lo Steven adolescente, al contrario del piccolo Otis, non ha però ancora ben chiaro cosa farà da grande: suona, disegna, dipinge, gira video.

Classe 1983, natali a Winnetka (California, la città di Boogie Nights), Steven frequenta l’art school e prende dapprima la strada del cinema. Il suo film preferito è Fight Club (notare lo stacco culturale e generazionale da uno come Mad, “fermo” a Melvin Van Peebles). La tv non lo interessa: ad eccezione di Adult Swim, contenitore culto di cartoon supersballati e d’autore. Un giorno, tra un Family Guy e un Cowboy Bebop, legge un annuncio che invita gli spettatori a sottoporre i propri demo musicali al network. Detto, fatto. E’ così che le sue produzioni domestiche (anche qui si sente lo stacco, niente sampler né drum machine, 100% laptop) finiscono tra gli stacchetti (bumps) messi in onda tra un cartoon e l’altro, accanto a selezioni tratte dai cataloghi delle più importanti label a cavallo tra hip hop, ritmi ed elettronica: Ninja Tune, Warp, Def Jux e ovviamente Stones Throw (che con le musiche realizzate appositamente per Adult Swim assembla le due antologie Chrome Children, 2006-2007). Il legame con la Stones Throw è doppio e segna profondamente il percorso di Steven, che proprio presso l’etichetta di Peanut Butter Wolf si trova a lavorare per un breve periodo (non sappiamo a che titolo): ha così modo di vedere in azione gente come Madlib e soprattutto J Dilla. Sono i suoi produttori-mito, assieme a Mr. Oizo, Aphex Twin, Timbaland, Dj Premiere e Dr. Dre. Steven si decide: farà il musicista. Il nome c’è – Flying Lotus – ed è venuto fuori come in un sogno lucido, perché «se potessi scegliere un superpotere, chiederei subito di poter volare».

I primi frutti della scelta si vedono nel 2005, quando Steven mette su cd-r il primo beat-tape, July Heatnon so perché, ma mi trovo a produrre sempre durante l’estate»), raccolta di beat hip hop brevi e asciutti, sulla scia di Dilla non solo per il clap, ma anche per una certa diffusa vena malinconica-agrodolce. E’ un Lotus ancora molto derivativo, per quanto tecnicamente già consapevole. Lo stesso anno Steven produce il primo pezzo per altri, Off The Domain per John Robinson, e si trova così nei credits del disco accanto a Danger Mouse, MF Doom e Madlib. E’ il 2006 però l’anno decisivo, con un secondo cd-r, Raw Cartoons, più colorato, sperimentale e ruvido del precedente, e l’inserimento di Two Bottom Blues (pezzo spacey e naif) in The Sound of L.A., compila curata dal produttore Carlos Niño con dentro la crema della scena losangelina: Cut Chemist, Daedelus, Sa-Ra, Ras G, Nobody, Georgia Anne Muldrow e ovviamente l’onnipresente Madlib (a nome Young Jazz Rebels). Niño si fa sponsor di Steven presso la Plug Research, neonata indie label fondata da Allen Avanessian, che lo mette subito sotto contratto. Arriva così il primo album.

Il titolo 1983 (7.1/10) è l’omaggio di Steven alla propria generazione: la stessa di altri produttori/amici come la Muldrow, GB, Black Milk, Gaslamp Killer, Samiyam e Blu. Il disco, fin dalla copertina, presenta atmosfere spacey-synth e Sixties sci-fi, flirtando apertamente con chill out e downtempo. La lezione di Dilla è sempre in evidenza e questo accostamento – inevitabile, eppure sostanzialmente rifiutato dal nostro – sarà un biglietto da visita che dividerà gli ascoltatori: chi lo vedrà come uno scopiazzatore, chi come l’abile continuatore di una nuova tradizione, chi come il visionario di “terza generazione” che dovrà portare a compimento la mutazione del beat. Beat lineari e amniotici, raffinati bozzetti ritmico-timbrici, con un paio di temini in evidenza (la title track, Orbital Brazil): per quanto ancora acerbo, Steven è qui già pienamente Flying Lotus. Si veda la seconda metà di Pet Monster Shotglass, con le due feature chiave dell’uomo perfettamente esposte: la ritmica scollata e la timbrica organica, a suggerire una stabilità precaria, una pulsazione incerta – parkinsoniana – eppure viva. Feat di Laura Darlington (non ancora stucchevole) e remix (non riuscitissimo) del marito di lei, Daedelus, amico e mentore musicale di Steven (la sua influenza negli anni si farà sempre più forte).

1983 è sicuramente un ottimo esordio e viene accolto da molti come la prima prova di un nuovo grande talento. Tra questi, c’è il boss di casa Warp, Steve Beckett, che fa di tutto per accaparrarselo. Steven fa il grande salto e così nel 2007 esce l’EP Reset (6.2/10). Nessun taglio netto col passato, nonostante il titolo, ma un feel più patinato e catchy, per un lavoro comunque di assestamento, con esercizi di loop di batteria, sperimentazioni con la voce, reminiscenze bumper (Massage Situation, non a caso utilizzata da Adult Swim; si nota un appesantimento dei suoni nel finale che indica alcuni degli sviluppi futuri del nostro), dance primitiva (Floot Stalker) e il bel feat della singer Andreya Triana nell’iniziale Tea Leaf, pezzo migliore del lotto.

Si attende il lavoro di livello, che confermi e amplifichi quanto di buono si è già sentito. L’hype cresce. E a stuzzicare fan e addetti ai lavori ci si mettono anche due EP cuscinetto (prima parte di una trilogia che si concluderà nel 2009; complessivamente 7.0/10) con anticipazioni dall’album e remix realizzati da nomi importanti: Martyn, Samiyam, Ras G, Exile, Dimlite, Nosaj Thing (altro nome hot tra le giovani leve).

Los Angeles

Inguantato da una copertina allo stesso tempo macabra e sexy che occhieggia a Mezzanine dei Massive Attack (il dettaglio di una scultura gigeriana realizzata appositamente dal duo di artisti Commonwealth, i coniugi Zoë Coombes e Francisco David Boira), Los Angeles (7.8/10) è a tutti gli effetti il precoce capolavoro di Flying Lotus e uno dei dischi chiave del 2008. Influenzato dall’atmosfera apocalittica e dal romanticismo fatto a pezzi di Blade Runner, il disco è pensato come un ritratto notturno e fantascientifico della metropoli americana, indeciso tra amore e odio, tra luce e buio. La poetica lotusiana è al picco della maturità tecnica, espressiva ed emozionale: Steven parte da Dilla e dall’hip hop strumentale di Dabrye e di Prefuse 73, si nutre di suggestioni lounge (come già su 1983) e techno e presenta al mondo la propria personale declinazione glitch, uno dei possibili manifesti di quello che è stato chiamato wonky. Non lavora sui loop, ma atomizza la materia sonora alla ricerca del dettaglio, del singolo suono che faccia la differenza: vuole creare una propria sintesi bassy, «unire gli apparenti estremi di ambient e hip hop». E ci riesce. Los Angeles, sperimentale e godibile, è un lavoro che vive degli sfaldamenti dell’ossatura ritmica e delle sporcature della grana timbrica, esponendo tanto le crepe quanto le macchie con una piacevolezza d’ascolto che ha fatto opportunamente tirare in ballo metafore gastronomiche e pasticciarie: cioccolato fondente, granella, zucchero filato. Los Angeles è carbone di zucchero per un pic-nic tra le macerie: sentire Sleepy Dinosaur, un pezzo a tutti gli effetti edibile, un misto di suggestioni tattili e papillari. Ricollegandosi alla tradizione trip-hop, Steven dà maggiore peso alla voce, con la solita Darlington, con Dolly (la turca Ahu Kelesoglu), ma soprattutto con l’epifania gonjasufiana, in uno dei pezzi più belli del disco, Testament (ma questa – come si dice – è un’altra storia).

Al di là dei singoli episodi, la forza suggestiva di Los Angeles sta nell’impasto che FlyLo è riuscito a creare, perfetta fotografia della convergenza qui e ora di hip hop ed elettroniche allo stato dell’arte. L’album lancia Flying Lotus nell’empireo dei grandi nomi dei Duemila. Per capire come girano le cose, basta sentire cosa dice di lui la dj e giornalista opinion leader Mary Anne Hobbs, figura chiave dell’ondata dubstep (con lei e Shackleton Steven divide il palco del Sonarlab 2008): «Flying Lotus è il Jimi Hendrix della sua generazione».

Il mondo è ai suoi piedi e Steven non si risparmia. Remixa i Radiohead, Shafiq Husayn e i King Midas Sound, jamma con Prefuse 73, produce José James e Dudley Perkins/Declaime (l’EP Whole Wide World; 6.7/10), sonorizza pellicole d’essai e fa da opener per un inaspettato vicino di casa come RZA (il produttore del Wu-Tang Clan, trasferitosi da New York a Winnetka). Con il collettivo di dj, laptop artist e producer di cui fa parte, Brainfeeder (gente diversissima come Austin Peralta, Daedelus, Samiyam, Dr. Strangeloop, MatthewDavid, Ras G e Gaslamp Killer), fonda l’omonima etichetta indipendente e intesse una rete di relazioni e di scambi con altre fucine di ritmi come la LuckyMe di Hudson Mohawke (con il quale jamma) e la Hyperdub di Kode9 (ne vengono fuori alcuni eventi live e un paio di split EP). Il fermento è tanto e tale che ci scappa anche il fake dell’anno.

Per quanto lui si dichiari a proprio agio più con le cuffie nel chiuso della propria stanza che non nella bolgia ovattata dei club, i live di Steven lo vedono sempre sorridente e scatenato ad accompagnare ritmi e cantati (colpa della “medicinal marijuana“?). Sono set eclettici ed esagerati, che frullano remix più o meno sorprendenti come A Milli di Lil Wayne o Promiscuous di Nelly Furtado (vedere per quest’ultimo il bootleg Shhh!; 6.7/10), hip e glitch-hop («ma quasi tutto il rap contemporaneo non mi piace»), pezzi prodotti per l’occasione o improvvisati sul momento («produco ogni giorno, soprattutto quando so che devo suonare dal vivo») e UK step (con Archangel, HudMo e Rustie in pole position). Succede allora che FlyLo posta sul proprio myspace un frammento tratto da uno di questi set, in cui mischia il Burial più ambient e un pezzo di Dimlite, Ravemond’s Young Problems, uscito su un’oscura compilation. Succede che il popolo del web riconosce il primo ma non il secondo e che è troppo facile e troppo bello poter risolvere l’equazione come Burial + Flying Lotus. Il fake dura poco, ma fa sensazione e, soprattutto, trasmette l’idea del buzz che ruota attorno a Steven e alle sue mosse (e ovviamente alle mosse di Will Bevan).

Cosmogramma

E’ tempo di anniversari e di festeggiamenti. Steven spegne le dieci candeline come produttore (2000-2010) e decide di fare un regalo ai propri fan: A Decade Of Flying Lotus (7.3/10), megamix di frattaglie inedite, scelte, tagliate e riassemblate dall’amico Gaslamp Killer. Un perfetto bignami del Lotus-modo in attesa del “secondo difficile album” (su Warp).

Mentre raccoglie idee e mezzi per Cosmogramma (misunderstanding condensato di cosmic drama), Steven è iperstimolato e sotto pressione, come e più di prima. Alcuni dei suoi artisti preferiti, da Erykah Badu ai Portishead, si sono dichiarati suoi fan; Thom Yorke si è letteralmente innamorato di lui (e di Gonjasufi) e ha ricambiato il favore del remix di Reckoner offrendogli una propria collaborazione su disco e un posto come opener per i concerti del supergruppo Atoms For Peace. Steven, da par suo, suggestionato dai mille pad e dal Monome di Daedelus, è sempre più interessato allo sviluppo di un’elettronica live e suonata e sogna una band in carne e ossa da portare in giro. Vuole poi che il disco sia un omaggio alla prozia Alice, scomparsa nel 2007, sulla cui figura da anni sta preparando un documentario che «probabilmente non vedrà mai la luce». Queste le premesse del disco, questi i suoi ingredienti principali.

Definito una cosmic opera ed etichettato – non senza ragioni – come experimental psychedelic hip hop, Cosmogramma soffre proprio questo eccesso di suggestioni, di input, di fonti, di strumenti e di materiali eterogenei messi in gioco, e segna lo spostamento di FlyLo da una foto in bianco e nero (Los Angeles) ad una virata a colori vivaci-acidi, da territori di sintesi a territori contaminati, da un glitch-hop memore di ricordi trip e attento ai fermenti dell’elettronica -step e post-techno a un hip hop onnivoro e progressivo. Cosmogramma è un disco da ascoltare con la massima attenzione, per poterne assaporarne tutti gli strati e coglierne i giusti scarti. Non un passo indietro, e neppure uno in avanti, piuttosto uno di lato.

Steven, supportato da un consenso mediatico e critico senza precedenti, ne è entusiasta e già guarda all’orizzonte, programmando le prossime mosse: una big band live che integri laptop, cantanti e strumenti analogici/elettrici; un EP del suo duo FLYamSAM (assieme all’amico Samiyam); un remix per i Massive Attack. E fantasticando sui prossimi sogni da realizzare: collaborare con Björk, con Prince, con Lil Wayne (…) e con i Jaga Jazzist. Tutti assieme. Lo aspettiamo al varco.

10 Maggio 2010
10 Maggio 2010
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