“The World’s a Smaller Place Now”. Intervista ai Mount Kimbie
-
Tommaso Iannini
- 17 Novembre 2017
In occasione del concerto al Magnolia di Milano, previsto per domani 18 novembre, i Mount Kimbie (nella persona di Dominic Maker) si raccontano ai nostri microfoni, dalle ispirazioni Cure e Pixies presenti nell’ultimo album, l’ottimo Love What Survives, al ritorno all’analogico nella composizione, fino alle grandi collaborazioni recenti, compresa quella con Kamasi Washington.
Il nuovo album ha introdotto una svolta a livello di produzione e di suoni. Alcuni brani sono stati arrangiati in senso rock…
Sì, decisamente, a differenza del disco precedente abbiamo registrato di più in diretta – ci sono tracce di batteria e synth suonate in studio e ovviamente le voci – e dato questa impronta live a tutta la produzione come non avevamo mai fatto prima.
Ho notato anche una certa vena new wave, post-punk. Penso per esempio a parti di basso che mi hanno ricordato Cure, Joy Division o PIL, ma anche il rock tedesco dei 70s: è stata una scelta consapevole e voluta?
Sì, credo che l’influenza – seppur indiretta – di quelle musiche si senta anche nelle nostre prime cose. Ad ogni modo quegli ascolti ci accompagnano da sempre. Quel che abbiamo cercato di fare è prendere quei suoni e farli nostri, ricontestualizzarli in una produzione contemporanea. Anche il basso qui e lì è ispirato ai Pixies… ma non volevamo che nessuna di queste influenze suonasse rétro.
Certo, però avete usato anche dei Korg Ms-20, Korg Delta e altri sintetizzatori analogici vecchio stile…È stata più una scelta estetica o un’idea per sperimentare?
Tutte e due le cose. È stata soprattutto un’idea di Kai. Abbiamo trafficato un po’ con quelle macchine in studio cercando di plasmarle secondo la nostra visione. Sono strumenti un po’ goffi e antichi per la nostra prospettiva, specie il Delta, e ci sono volute molte prove e tentativi per domarli e fare di quel suono il nostro, e amalgamarlo infine con la visione complessiva che avevo pensato per il disco.
Avete invitato anche molta gente a cantare nel disco e mi domando: scrivere un pezzo cantato, a livello di metodo compositivo, è differente per voi dal pensarne uno strumentale?
Non volevamo molti ospiti all’inizio. Ma poi la cosa è stata più fluida e naturale perché ognuno degli ospiti ha contribuito grandemente al processo di scrittura delle canzoni. Non abbiamo avuto gente che andava e veniva dallo studio perché dovevamo completare delle parti da soli. Abbiamo fatto tutto insieme. A me piace lavorare con un vocalist perché mi inchioda a una linea da seguire, con la quale confrontarmi per comporre e dare una confezione al brano. Con gli strumentali trovo sia più difficile creare quel tipo di energia e sinergia tra le parti.
Con questo nuovo materiale avete introdotto qualche cambiamento per i vostri live set? Avete lavorato con dei cantanti?
Abbiamo Mark Power alla batteria e Andrea Valenti alle tastiere e alla voce. Poi le cose sono cresciute, e abbiamo un live che è molto differente da quello che portavamo in giro, c’è molta più energia ma anche profondità nel sound.
Vivete in due città lontane. Com’è lavorare a distanza, e in generale come vi organizzate?
Trascorriamo tanto tempo in tour quindi non c’è tutta questa differenza. Poi da Los Angeles a Londra ci spediamo i file e le cose avanti e indietro, niente di così diverso da prima. Il mondo oggi è diventato un posto più piccolo, da quel punto di vista.
Parlando sempre di collaborazioni, com’è stato lavorare con Kamasi Washington?
Eh eh, è tutto ancora in corso d’opera ed è qualcosa che stiamo sbrigando sul tour bus [ride, ndSA]. È un musicista incredibile. Abbiamo ore di registrazioni con lui che suona il piano e il sax. Vedremo cosa ne uscirà, ma è comunque splendido poter lavorare con uno come Kamasi.
Tra pochissimo tornerete nel nostro Paese per suonare. C’è qualcosa che vi piace particolarmente dell’Italia? Qualcosa a proposito del pubblico ai concerti che vi ha colpito particolarmente?
Ci siamo sempre trovati bene in Italia. Ottimo cibo, il pubblico è molto caloroso. A Milano, dove suoneremo, è tutto molto ben organizzato e amichevole. Ci piace molto il vostro paese.
