Caravan Rebel Blues: musica e vita dei Tamashek

La nostra Africa (e la loro)

Forse è soltanto una questione di radici e ritorni a casa. Come quando una mattina ti svegli e ti duole un osso che nemmeno pensavi di avere; come quando ti trovi in un luogo e sembra di esserci già stato. Oppure è una faccenda più complessa, una tela di rimandi storici e di influenze che attraversano i millenni, come spirali che si allontanano e poi – quando forse nessuno se lo aspetta – tornano all’origine. In quel momento riconosci la radice, simile pur nella diversità esteriore, ed è di questo che vogliamo parlarvi: di un blues che è per prima cosa un sentimento e poi, complice il mal d’Africa che ha colto il nord del mondo da un trentennio circa, anche un genere musicale.

Perché c’è un ponte che dalla tradizione Tamashek conduce ai Grateful Dead passando per John Lee Hooker. Perché la psichedelia classica edificava visioni sulle dodici battute e qui ci stanno entrambe, tenute assieme da uno spirito fiero e autenticamente ribelle che aggiunge l’aspetto romantico sempre più raro per chi nella musica cerca una componente di umanità. Perché queste sono Storie e non semplici circostanze, sicché il bilancino della tecnica e dell’analisi stilistica funziona fino a un certo punto. Ed è anche questo scardinare le teorie critiche, questo scoprire nervi e anima con una potenza comunicativa cui non siamo più abituati a farci amare gli artisti descritti qui di seguito.

L’inizio dell’interesse occidentale per il mondo sonoro africano è dato quasi per scontato oramai, tuttavia da sempre la via di scambio – sin dall’antenato del rapper, il griot; sin dalla tratta degli schiavi e dalla “nascita” del rhythm & blues – è duplice. Stringendo l’obiettivo su quanto ci interessa nello specifico, concentrandoci sull’attualità del Mali rintracciamo un innamoramento (come per Paul Simon e per Eno & Byrne, generato dai musicisti: critica e pubblico arrivano a ruota…) nei confronti dei titani Ali Farka Touré e Salif Keïta. Facile che inseguissero qualche illuminazione e tradizione annusata in quanto familiare i curiosi di rango come Ry Cooder, che nel 1994 si trova a Bamako con Farka per il favoloso Talking Timbuctu, e con esso dimostra che tra Delta del Niger e del Mississippi non c’è gran differenza. Otto anni più tardi Damon Albarn si reca nella capitale maliana per allestire – con un manipolo di strumentisti locali che abbiamo imparato a conoscere (Afel Bocoum, Toumani Diabaté) – quel Mali Music che è il biglietto da visita più in voga per una nazione dalla creatività straripante. Dove correnti e scene si scambiano facce e influenze in una serie infinita di rimandi ed epifanie.

Parola magica e adattissima, epifania. Proprio in essa ti imbatti all’approccio con le sonorità dei Tuareg. Voi, però, non chiamateli così, poiché gli dareste dei “senza dio” come i loro detrattori e persecutori: meglio che ragioniate sulla condizione di queste popolazioni berbere d’indole nomade, angariate e sfruttate dalla manciata di stati che, dopo la fine del colonialismo, si spartiscono il Sahara. Loro preferiscono definirsi “Kel tamahaq”, cioè coloro che parlano il Tamasheq, la lingua originaria, anche se fino a ieri l’altro restavano per le cartoline degli occidentali gli “uomini blu del deserto”. Niente favole: questa è gente che si è ingegnata a sopravvivere lottando e spargendo sangue, altro che i “rivoluzionari” del rock & roll che girano in Limousine.

Un popolo che, tra una fuga e un assalto per difendersi, ha sviluppato il tishoumaren, linguaggio sonoro che assume il ruolo di dichiarazione/dimostrazione di esistenza. A sua volta un misurarsi sublime col passato, ovvero la musica Tamasheq, fatta di poliritmie circolari e inquiete, di canto corale, del caratteristico urlo tremolante frutto dalla rotacizzazione della lingua; sopra a tutto ciò, questi benedetti sacrileghi innestano chitarre elettriche che rimandano al “nostro” pre-war blues. Scrivi rimando, ma è restituzione il termine che meglio fotografa la realtà: come già accennato, dal Delta del Niger – più in generale dall’Africa Centrale, via lo schiavismo – giungono le note blu.

Note blu e uomini blu: a questo punto non è un caso e le sofferenze finiscono per sovrapporsi, per incarnare in musica l’alone scuro-diabolico di esorcismo e catarsi dal Male, di accettazione del dolore e volontà di superamento verso un domani migliore. Serve una controprova? Nel 1999, al Festival au Desert, il chitarrista Justin Adams, degli Strange Sensation di Robert Plant, si prende una sbandata per i Tinariwen – gruppo le cui vicende sono a questo punto ben note e riassumono la storia Tishoumaren – e tutto torna. Fungeranno da eccezionale traino “mediatico” in forza di un poker di lavori tra cui non ha senso scegliere, tanta e tale è l’intensità che ne promana. Facile capirne le ragioni: il leader Ibrahim Ag Alhabib è un combattente con un passato nei campi militari di Gheddafi che ha sostituito il mitra con la chitarra (non vengono in mente anche a voi gli Area?) per cantare i patimenti e la ribellione del suo popolo.

Da qui in poi, i Tinariwen scatenano il “fenomeno” gestendosi con infinita classe e naturalezza. Li trovi in giro per il mondo, anche su palchi dove non li vorresti (ma che ne sanno – e che gl’importa – del patetico Carlos Santana incrociato a Montreux nel 2006?); soprattutto portano alla luce un sommerso che non ci siamo ancora stancati di scavare, né noi né i musicisti occidentali in cerca di ispirazione, nonostante siano tantissimi i nomi che spuntano in ogni momento e ti sembra di non averne mai abbastanza. Ne citeremo alcuni, i più “interessanti” dal nostro punto d’osservazione, anche i più facilmente rintracciabili oggi. Voi, però, non stancatevi di cercare. Rieccoci all’inizio: a inseguire epifanie in qualcosa che cava forza da un gioco serissimo di discendenze dirette, che – nel rivendicare l’essere al mondo di chi il vuoto del deserto lo vive ogni giorno – riconduce l’indole blues al suo primigenio spirito.

Corde nella sabbia

Partiamo dai Tamikrest, discendenti diretti dei Tinariwen e ultima “scoperta” nigerina il cui esordio Adagh (recensione sul n. 67) scaturisce dall’ennesima occasione instillata dal Festival au Desert. Siamo nel 2008, il gruppo di Ousmane Ag Mossa al raduno di Essakane ha come vicini di tenda i Dirtmusic di Chris Eckman, Hugo Race e Chris Brokaw: anche qui un colpo di fulmine. L’anno seguente Eckman sale su un aereo per Bamako con lo scopo di produrre l’esordio dei Tamikrest, e di lì a poco lo raggiungono i due compagni d’avventura. Allo studio Bogolan fondato da Ali Farka Touré, i Dirtmusic registrano il secondo album BKO (recensione sul n. 67) ospitando alcuni membri dei Tamikrest e avvalendosi di altri pilastri locali, su tutti il chitarrista Lobi Traoré e l’ugola ancestrale di Fadimata Oumar dei Tartit.

Formatisi in un campo profughi Tuareg e provenienti dalla regione di Timbuctou, questi ultimi sono Tamashek della sponda Kel Antessar e contraddistinti da un approccio più ortodosso al genere. Accanto a una sola sei corde elettrica, in line-up figurano strumenti tradizionali come il tehardent, l’i mzad (rispettivamente una specie di violino e di chitarra) e il tamburo tindè; il canto è solista e corale – sette le voci, tra maschili e femminili – e s’innesta su strutture ritmiche fitte, circolari, spesso accompagnate dalla danza. Abacabok (Crammed, 2006), ultima loro uscita recuperabile da noi, è stata posta su nastro fra Bamako e il Sahara con la produzione di Vincent Kenis – già al lavoro con Kokono N°1 su Congotronics – e testimonia una trance di percussioni e battiti di mani; perfetta base per i tipici vocalizzi tremolanti e per ancheggiamenti poliritmici/polifonici prossimi alla psichedelia desertica e a un senso di catarsi. I testi variano da tematiche politiche sull’indipendenza Tuareg a istantanee di vita quotidiana e migrazione: in certi momenti sembra di ascoltare una registrazione sul campo, tanto è verace e popolare l’indole di una formazione capace di aprirsi a influenze disparate, come la presenza di Afel Bocoum, chitarrista-agricoltore figliastro del solito Farka Touré.

Se di figliastri e legami di sangue si deve parlare, ai Tinariwen guardano anche Etran Finatawa. Conosciuti in occidente a partire da Introducing – datato 2005, ma di un solo anno antecedente l’ennesima genesi benedetta dal Festival au Desert – la compagine di Niamey unisce gli stilemi Tishoumaren con quelli Wodaabe, sottogruppo Fulani vacante tra Niger, Nigeria, Camerun e Repubblica Centrafricana e in rapporti non proprio pacifici con i Tamashek. Di dialogo e pacificazione trattano appunto i brani, oltre all’usuale indipendentismo e a un quotidiano gioioso. Come gli Specials erano in parte bianchi e neri, anche qui il messaggio di pace passa attraverso una formazione mista (tre Tamashek più due Wodaabe), dal suono groovy quanto basta per un intento da loro stessi definito curativo, consapevolmente riallacciato allo sciamano in uno slancio che tocca il metafisico. Potete verificarne l’efficacia anche sui due lavori successivi, Desert Crossroads (Riverboat Records/IODA, 2007) e un Tarkat Tajje/Let´s go! uscito lo scorso marzo, sempre per Riverboat, sul quale presto torneremo più approfonditamente.

Ma, se oltre al Mal d’Africa siete interessati anche ai mali dell’Africa, non potete tralasciare una visita ai territori dei Terakaft. Contiguo ai Tinariwen per fraternità e campi di battaglia condivisi, il gruppo fondato da due ex come Kedou Ag Ossad e Liya Ag Ablil (soprannominato Diara) sposa la causa “politica” con la medesima intensità della formazione madre, restituendone un’evoluzione più orientata verso un blues chitarristico. Non a caso Diara incarnava la corrente per così dire rock dei Tinariwen, cosa che giustifica l’atteggiamento “barricadiero” nei testi, accanto al fatto che l’oggi fuoriuscito Keodu sia stato un celebre condottiero dei ribelli Tamasheq. Basti pensare che l’unione tra i titoli del penultimo Tinariwen e dell’ultimo Terakaft (Akh Issudar, World Village, 2008) forma uno dei più famosi proverbi di questa cultura: “Aman Iman, akh issudar”, ovvero l’acqua è vita, il latte sopravvivenza. Sintesi perfetta di due tra i principali ostacoli – la mancanza d’acqua e cibo – del continente tutto. Difficile pertanto ignorare che la loro carica politica e sovversiva è pari (maggiore?) a quella di qualsiasi folk singer nostrano, specialmente quando allestiscono magnifici “talkin’ blues” al curaro su un’inquieta acustica o virano verso inattese derive panafricane iniettando il reggae su ritmiche già assai contagiose.

Di contagio sono esperti anche i Toumast: Moussa Ag Keyna e Aminatou Goumar, voce maschile e femminile, non lesinano inserti di pop stilizzato, di funky e di rap in brani carichi di energia positiva, basilare sostentamento al repertorio di denunce e rivendicazioni identitarie (il loro nome significa giustappunto “identità”…). I puristi storceranno il naso dinnanzi alla facilità con cui costoro, seppur episodicamente e senza spersonalizzazioni, piegano una tradizione viva dentro paradigmi tipici del “pop” occidentale. Eppure anche questa è apertura mentale e i due lavori usciti fino ad oggi – l’ultimo, Amachal (Green United Music), risale all’anno scorso – potrebbero rivelarsi efficaci introduzioni all’universo Tamasheq. Del resto, lo dicevamo qualche riga sopra: nel Sahara cova chissà quanto altro sand blues ancora da scoprire e la testa, al solo pensiero, vortica inebriata. Rapita da una musica essenziale e catartica come poche altre in circolazione, favolosa risposta alla confusione odierna affidata al vento del deserto.

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