Il trip-hop è un falso idolo
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Tommaso Iannini
- 27 Maggio 2013
È un Tricky in grande spolvero a livello dialettico, quello che incontriamo in un albergo di Milano durante un soleggiato pomeriggio di fine aprile. Vivo, pimpante, il musicista di Bristol è reduce da un intenso tour de force promozionale, ma la sua parlantina sciolta, la loquacità quasi incontenibile e la grande determinazione che mostra nel presentare il suo ultimo lavoro sono il tonico che ci voleva per un’intervista a viso aperto, in cui non si avvertono proprio i segni della stanchezza accumulata durante l’intera giornata.
Come suo solito, il tricky kid va all’attacco, senza peli sulla lingua né paura di esporsi, e sferra un contropiede inaspettato e micidiale prima alla Domino, con cui ha avuto recenti trascorsi che non lo hanno proprio soddisfatto, e poi nientemeno che al suo album d’esordio Maxinquaye, considerato all’unanimità come una pietra miliare degli anni ’90 e onorato da una ristampa celebrativa non più quattro anni or sono. Ha voglia di parlare, Adrian Thaws, il ragazzo prodigio di Bristol che prima nel Wild Bunch, poi da solo e insieme ai Massive Attack, ha dato un contributo decisivo nel gettare le fondamenta del trip-hop; lo stesso genere musicale che oggi demolisce come un “falso idolo” insieme ai politici e alle star, troppo prese dalla fama, dai soldi facili e dal proprio ego per avere un minimo di significato.
Un disco nuovo e una nuova casa discografica “di proprietà” sono la linfa vitale per la sua rinnovata voglia di fare musica, una vera e propria rinascita che lo spinge a tessere le lodi del suo nuovo materiale. E pazienza se alcune sue posizioni sono comprensibili dal suo punto di vista ma altrettanto difficili da sostenere, prima tra tutte quella “artistica” secondo cui False Idols sarebbe migliore di Maxinquaye… In altri casi, non si può che dargli ragione.
Annunciando il nuovo album sul tuo sito internet hai detto chiaramente che non sei più soddisfatto dei due dischi che lo hanno preceduto.
Sì, ed è naturale perché non mi trovavo bene alla Domino. Pensavo fosse un’etichetta indipendente e invece il successo che ha avuto l’ha fatta diventare come una major. Io per lavorare ho bisogno di persone come Chris Blackwell [lo storico patron della Island, ndr], che mi lascino piena libertà creativa. Quando ero con lui alla Island non sapevo nemmeno quanti dischi vendessi, non ne abbiamo mai parlato. Mi è successo per la prima volta alla Domino. Gli album erano diventati solo una questione di business. Per il clima che si era creato, dovevo sentirmi fortunato perché mi pubblicavano un disco. Questa situazione ha influenzato in maniera negativa la mia musica e il mio atteggiamento. Si sentiva già dai demo che questo mio nuovo album avrebbe avuto molto più feeling degli ultimi due. Sono comunque in grado di scrivere buona musica, ma mi viene meglio e più naturale quando mi sento libero di fare ciò che voglio; più passava il tempo alla Domino e più i miei rapporti con loro peggioravano, e non parlo delle persone che ci lavoravano, ma del proprietario. Ho cominciato a disprezzarlo e a tenere le cose migliori per me. We Don’t Die [il brano numero 10 di False Idols, ndr] sarebbe potuto uscire su uno degli ultimi due album, ma era un pezzo a cui tenevo troppo per darlo alla Domino. Non pensavo che i due dischi fossero brutti quando li ho pubblicati, ma riflettendo e riascoltandoli ora è chiaro che manca quella vibrazione che trovo invece in False Idols.
Il problema con la Domino è uno dei motivi per cui ora incidi con la tua nuova etichetta.
Certo, anche se ci ho messo tanto a imparare la lezione. Sono stato ingenuo, mi sono illuso per anni di poter trovare un altro Chris Blackwell; del resto, se ci fosse stato ancora lui non avrei mai lasciato la Island. Ho creduto ai PR della Domino pensando che fosse un’etichetta indipendente cool, ma quando ho cominciato a lavorarci mi sono reso conto che erano l’esatto opposto di Chris. Mi ci è voluto un po’ troppo per capire che l’unico modo per ritrovare la libertà era quello di creare una mia etichetta.
Credi veramente che False Idols sia migliore di Maxinquaye?
Sì, ne sono convinto, Maxinquaye per me suona come un disco vecchio, datato. Quando è uscito tutti pensavano che fosse una novità, ma poi in tanti hanno seguito la stessa falsariga e quella musica ha smesso di essere nuova. False Idols è un disco nuovo, fresco, in cui mi riconosco. Maxinquaye non lo è più. Questo album è migliore del mio debutto perché nessuno lo ha ancora copiato ed è molto più difficile da imitare. Penso ai Morcheeba, che considero una versione più commerciale della mia musica. Gruppi come loro hanno copiato il suono di Maxinquaye ma non credo che i Morcheeba saprebbero fare la stessa cosa con False Idols.
Anche il tuo modo di scrivere e di lavorare è cambiato in tutti questi anni?
No, è sempre lo stesso, è molto, molto semplice. Non seguo le nuove tecnologie, non ho nemmeno cambiato attrezzature in questi anni, se posso creare musica con gli stessi strumenti di quindici anni fa non vedo perché non dovrei farlo. Lavoro in modo semplice e molto tranquillo. Oggi mi rendo conto di quanto sia fortunato a poter vivere di musica e per questo mi diverto ancora di più. Amo scrivere testi e comporre musica, più che mai. Prima, il successo e l’ego mi avevano fatto dimenticare la fortuna che ho avuto. Quando provo con una cantante e con il mio ingegnere del suono li invito a casa e cucino per loro. Mi rendo conto di quanto sia fortunato a fare il musicista a casa mia piuttosto che l’impiegato o l’operaio in una fabbrica. Ora ho imparato a godermi di più il mio lavoro.
Come lavori quando scrivi un pezzo?
A volte parto dal testo, oppure dò a una cantante un testo e un pezzo di musica da cui partire, senza che ci sia niente di troppo rigido o definitivo. La musica è soprattutto suono. Ho diversi suoni su una tastiera, schiaccio un tasto per trovare quello giusto e poi ne schiaccio un altro… Come i disegni di un bambino. Non c’è niente di geniale, niente di intelligente [sic] nel mio modo di lavorare, penso che chiunque potrebbe fare la stessa cosa. Se vedessi Prince in studio suonare la batteria, il basso, la chitarra e tutti gli strumenti, penseresti: «No, io non sarei mai capace». Ma se una persona qualsiasi mi vedesse lavorare in studio, direbbe subito: «Questo lo so fare anch’io».
False Idols è il titolo dell’album e False Idol è anche il nome della tua casa discografica, con cui produrrai altri artisti. Dell’industria musicale pensi ancora le stesse cose che hai scritto in Six Minutes quindici anni fa? Nei falsi idoli di cui parli c’è anche il trip-hop?
Il trip-hop è un falso idolo e, per quanto riguarda l’industria discografica, mi fa schifo come allora, soltanto che prima ce l’avevo con i discografici, ora ad avermi stancato sono gli artisti. Non ne posso più di queste celebrità egomaniache; ora, essere famosi è parte del problema e l’ego dipende anche dal territorio in cui ti muovi, ma se con la tua fama non fai niente per aiutare le persone e pensi solo a gonfiare il tuo ego…; ecco, questa è una cosa che non capisco. È tutto così assurdo. Ti faccio un esempio: io non sono un fan di John Lennon né di Bob Marley, non ascolto così tanto la loro musica, ma so che erano brave persone e si interessavano agli altri. So che hanno sofferto sulla loro pelle per le cose che hanno detto alla stampa, quando parlavano di libertà o si schieravano contro la guerra in Vietnam. Pensiamo invece a tutte le star di oggi, non c’è nessuno che si sia schierato contro la guerra o l’invasione di altri Paesi, dicendo che era una cosa sbagliata, perché sono così sazi della loro fama, dei loro soldi e del loro successo che non hanno nient’altro da dire. Se domani scoppiasse un nuovo Vietnam quanti musicisti si schiererebbero contro la guerra? Abbiamo avuto l’Afghanistan e l’Iraq ma i pochi contrari avevano paura di parlare, perché l’ultimo che lo aveva fatto era stato Tupac, ed è morto. Chi dice che sia stato quello e chi un altro ad ucciderlo, ma lui era uno che parlava chiaro, lo avevano inserito nel registro dell’FBI, lo consideravano un “messia nero” come Martin Luther King o Malcolm X: messia neri, cioè persone che avevano un seguito in grado di disturbare lo status quo. Anche John Lennon era sul libro nero dell’FBI. Gli artisti di oggi si accontentano di essere ricchi e famosi. Nessuno critica il sistema e lo schifo che c’è nel mondo: Obama è un demonio, ha incentrato tutta la sua campagna elettorale sul cambiamento, ha illuso le speranze della gente che vive uno dei momenti peggiori di sempre, ha mentito a una generazione che ha creduto in lui, e nessuno ne parla, tutti vogliono andare alla Casa Bianca a cantare una canzone, tutti quanti vogliono tenere i loro sponsor come la Coca-Cola, fare pubblicità… Io ho sempre pensato che la musica dovesse parlare d’altro, di attualità, di vita, di lotta, delle cose che non vanno nel mondo, ma ora non sembra più essere così. Se prima odiavo l’industria, adesso non sopporto più gli artisti.
Ci parli degli artisti della False Idols che intendi produrre?
Fifi Rong si produce da sola. Se un artista è bravo come lei, lo ingaggio perché amo la sua musica. Mi piacerebbe fare qualcosa ma non posso fare di meglio, vorrei contribuire di più ma lei è talmente brava che non ce n’è bisogno. Con Francesca [Belmonte] lavorerò forse su quattro brani, non sul resto perché va già bene così. Lei ha voluto che partecipassi ad alcune canzoni, quindi lo farò perché me l’ha chiesto. Ho aiutato mio fratello Marlon dandogli una mano a produrre e partecipando qua e là. Se incontro una cantante bravissima che non scrive musica, la scrivo io per lei, ma se penso che ci sia qualcuno più adatto, come un produttore di Milano che nessuno conosce, la affiderò a lui o a lei. Farò anche il produttore, ma in modo diverso rispetto ai miei dischi.
Come hai conosciuto Francesca Belmonte? Canterà dal vivo con te?
Sì, farà tutto il tour con me. Lei lavorava in un negozio, sua madre ha letto l’annuncio che avevo pubblicato in cui cercavo una cantante e le ha consigliato di provare. Appena l’ho sentita, l’ho subito ingaggiata, ha una voce così organica, naturale, lei dà l’anima alla musica senza pensare al successo, lo fa per passione. Se non fosse in tournée con me, sarebbe qui a cantare al piano. Non le importa niente, perché la musica è la sua vita ed è quello che ama di più.
Sei molto attivo sui social network come Instagram e Facebook. Pensi che siano utili per avere un contatto diretto con il tuo pubblico?
Non lo pensavo prima di conoscere il mio web engineer, un vero amante della musica. Non ho tempo di curare la mia pagina Facebook, ma lui si è offerto di farlo. È davvero insopportabile quando ci s’iscrive alla pagina Facebook di un musicista, passa un anno e non si hanno notizie, finché non arriva l’annuncio del nuovo album. Ma lui sapeva che tipo di artista sono e apprezzava il modo in cui interagisco con chi mi ascolta – odio la parola fan -, così mi ha detto che dovevo approfondire l’uso di questi mezzi. Adesso sono riuscito anche a fare un video con le immagini che mi hanno mandato via Instagram. È splendido poter condividere queste cose e coinvolgere i miei ascoltatori.
