Evoluzione naturale

Non una rivoluzione dal punto di vista musicale bensì la necessità fisiologica di chiudere con la vita passata: il passaggio da Moltheni a Umberto Maria Giardini è figlio dell’esigenza di districarsi da una ragnatela di incontri, automatismi promozionali e insofferenze personali talmente vincolanti da risultare dannose. Una cesura che serve più al diretto interessato che ad un ascoltatore che comunque si ritroverà facilmente ne La dieta dell’imperatrice, ennesima tappa di un percorso musicale ora più che mai disilluso e poco in armonia con le dinamiche della discografia di casa nostra. Un’intervista a tutto campo quella che segue, in cui si è cercato di comprendere l’artista, almeno quanto l’uomo.

Tra le note stampa del disco si legge “La nascita di UMG è, in buona parte, da attribuire ai miei fan e a tutto l’affetto che mi hanno dimostrato in questi tre anni di lontananza. Moltheni era giunto al capolinea, per quello che aveva rappresentato per me e per gli altri, per la sua integrità morale e la sua etica, per la sua visione artistica.” In cosa credi il progetto Moltheni fosse al capolinea in termini di visione artistica e cosa intendi per integrità morale ed etica legata a quel progetto?

Considero il progetto Moltheni concluso dal punto di vista strettamente artistico per il semplice fatto che tutto quello che potevo esprimere in quella fase l’ho espresso. E’ un fatto legato non solo al prendere la chitarra e scrivere, ma anche a un giro di persone, a un circolo vizioso, in cui uno entra automaticamente con il passare del tempo. Dal punto di vista dell’integrità etica e morale, credo che fosse diventata una situazione insopportabile da parte mia. L’avere a che fare con le agenzie di booking, le etichette discografiche, i miei collaboratori di allora, i promoter, i giornalisti non è mai stato facile per me. Io ho una visione della vita e del lavoro estremamente diversa da quella di tutti i personaggi di cui, volente o nolente, mi sono circondato durante il ciclo Moltheni. Ad un certo punto era diventato determinante staccarmi da tutto ciò e resettare me stesso, per poter respirare, recuperare benzina e ripropormi con un progetto nuovo. Pineda è stata la prima esperienza e poi è venuto Umberto Maria Giardini.

Quindi il cambio è legato a fattori musicali ma anche ad elementi autobiografici?

Si, sicuramente. In più tutto quello che di negativo si era attaccato al progetto Moltheni, alla fine si è riflesso anche sulla vena artistica. Non ero stimolato a scrivere più nulla, perchè sapevo che scrivere qualcosa di nuovo, oltre alla gioia dei fan, avrebbe portato anche a tutto quello che gira attorno a un progetto: la pre-produzione, l’uscita del disco, il tour, le interviste con i giornalisti, l’avere a che fare con un’agenzia di booking e via dicendo. Tutti elementi che in realtà mi hanno molto stancato e mi stancano tutt’ora, tant’è che la chiacchierata che faccio con te è una sorta di esclusiva, dal momento che non rilascio più interviste telefoniche. Ripartendo da zero, cerco di affrontare tutto questo in maniera diversa.

Un reset che fai, pur trovandoti comunque ad avere a che fare col mondo della discografia…

In linea di massima si, anche se c’è da considerare che la discografia è ormai alla frutta e questo gioca decisamente a mio favore. Mi sento molto più rilassato ora, senza il problema di dover vendere dischi visto che i dischi, ormai, non si vendono più. In realtà sto cercando di reimpostare questo nuovo ciclo in una maniera un po’ più moderna, tranquilla, con tutte le conseguenze del caso.

Nel nuovo disco ci sono molti riferimenti alla tua recentissima esperienza con i Pineda ma l’impianto di base dei brani mi pare sempre fortemente riconoscibile e legato in qualche maniera al tuo passato. E’ un ragionamento corretto il mio?

In generale non sbagli, anche se credo che la tua considerazione non sia completa. E’ sottinteso come ci sia ancora qualcosa di Moltheni – ed è un fatto di cui forse ci si rende conto più dall’esterno che dall’interno – come del resto anche un piccolo accenno a quella libertà artistica che mi ha consentito di portare a termine il progetto Pineda (nella pratica, i riferimenti alla psichedelia o a certo progressive). E’ anche vero però che ci sono semplicemente io, il mio modo di cantare, le esperienze che ho vissuto negli ultimi anni e che mi hanno comunque fatto evolvere.

E’ cambiato anche il metodo che utilizzi per scrivere i brani?

In realtà no. E’ vero che ho abbandonato quella chitarra acustica che era un po’ il marchio di fabbrica del progetto Moltheni e quindi ho dovuto un po’ riadattare le mie abitudini ai suoni elettrici, ma il processo di scrittura non è cambiato di molto.

Trovo il titolo del tuo nuovo lavoro molto evocativo. Chi è l’imperatrice? C’è un’idea generale alla base del disco?

L’ “imperatrice” è una metafora che ho usato per indicare la “musica”. La dieta dell’imperatrice e semplicemente questo mio nuovo modo di approcciare la musica e quindi tutto quello che c’è stato prima e che ci sarà poi. Il tentativo è quello di relazionarmi con questo nuovo disco – di cui vado molto fiero – tenendo però a dieta tutto quello che gira attorno al disco stesso, che poi è quello di cui parlavamo all’inizio.

Nella press del disco si cita Anna Calvi: cosa c’entra la musicista inglese con la genesi del nuovo progetto? Trattasi di ispirazione e rinnovato entusiasmo tuo a seguito dell’emergere di un profilo artistico come il suo o di un’associazione più legata all’estetica di alcuni brani del tuo disco (penso ad esempio a L’imperatrice)?

Forse né l’uno né l’altro. Anna mi ha stimolato da un punto di vista squisitamente artistico, tanto che è possibile rintracciare anche nel mio disco qualcuna delle sue atmosfere noir. Sicuramente in Umberto Maria Giardini c’è il tentativo di suonare un rock comunque elegante, più classico rispetto a quanto si sente in giro generalmente.

Hai sempre avuto un’attenzione particolare per i testi delle tue canzoni. Che rapporto hai con la tradizione della canzone d’autore italiana?

Nessun rapporto. Lo dimostra il fatto che non ascolto molta musica italiana. Molti progetti italiani sono estremamente interessanti, altri non mi affascinano per nulla. Non mi piace l’estetica di certe produzioni nostrane, considerato anche il fatto che in Italia non è che ci sia molta ricerca o cura da quel punto di vista. Inoltre mi pare che si vada avanti per categorie musicali acquisite e, nella maggior parte dei casi, tutto tenda ad essere sempre più prevedibile e scontato. Per quanto riguarda l’attenzione che riservo ai testi, posso dirti che è una cosa legata al mio modo di scrivere e a cui tengo, ma che allo stesso tempo non ha niente a che vedere con i figli degli anni zero o i cantautori classici. Non mi sento parte di una tradizione, da questo punto di vista.

Nell’iconografia che hai proposto fino a ieri fa venivi ritratto spesso in scenari bucolici e molti dei tuoi testi fanno riferimento alla natura. Un semplice escamotage per sottolineare il tuo legame con il folk o qualcosa che ha a che fare con una filosofia personale?

Entrambe le cose. In questo senso, mi sento molto vicino alle culture del nord Europa e poco alla nostra religione. Nelle culture nordiche il non essere legati in maniera particolare alla religione significa anche riconoscere nella natura una sorta di credo. In quelle zone il legame tra individuo e natura esiste ed è fortemente cercato, al di là della dimensione spirituale. E’ proprio una questione di approccio culturale che cambia, ad esempio, tra un norvegese e un italiano, anche perchè la natura dalle nostre parti è in qualche maniera “debole”, mentre al Nord è molto “forte” e presente. Il mio approccio verso la natura è di tipo nordico. E’ come se Dio per me fosse un albero o il mare o il vento o le nuvole.

Mi spieghi tutta la questione delle dichiarazioni che rilasciasti sul mondo musicale italiano – indipendente e non – di qualche anno fa? Cosa ti spinse a prendere posizione?

Tutto è venuto fuori in maniera molto naturale, in una chiacchierata fatta con qualche giornalista. Ho detto semplicemente quello che pensavo, che credo sia la verità che forse, molti, non hanno il coraggio di dire.

Non ti nascondo che con alcune tue argomentazioni mi sono trovato d’accordo, con altre meno..

E su cosa non ti sei trovato d’accordo?

Non ho apprezzato il fatto che tu abbia sparato a zero facendo un po’ di tutta l’erba un fascio. Credo che come tutti gli altri mondi, anche quello musicale italiano sia ricco di contraddizioni, in mezzo a cui è importante creare dei distinguo. Del resto condivido quando dici che molta della stampa generalista spinge sempre gli stessi artisti e parte della stampa – o pseudo tale – indipendente sceglie spesso di supportare proposte musicali discutibili…

E’ la stessa differenza di posizioni che c’è tra uno che dice che la politica fa schifo tutta e uno che dice che non è giusto criticare in massa quel mondo perchè tra i politici ci sono comunque, ancora, persone valide. Personalmente capisco il tuo punto di vista, ma sono nella posizione di poter dire che mi hanno davvero tutti stancato.

Come ti muoveresti se fossi un’artista agli esordi nell’Italia del 2012?

Sono sincero, non saprei dove mettere le mani. Questo perché non esiste più niente. Non esistono etichette, i dischi non si vendono più, i promoter ti fanno suonare possibilmente gratis pensando che tu viva d’aria, le agenzie di booking spesso non fanno un buon lavoro. Penso che se fossi un po’ più giovane, con la voglia di suonare e la consapevolezza di poter dire la mia, rinuncerei o magari cercherei di produrre materiale da inviare all’estero.

Come hai vissuto gli ultimi cambiamenti in termini di musica digitale, peer to peer, internet, ecc…?

Tutto quello che è successo mi rende in qualche maniera contento. Questa forma di annientamento di tutte le forme di vendita legate alla musica non è un aspetto negativo e lo dico con un pizzico di ironia e rivalsa. E’ qualcosa che doveva accadere, soprattutto in Italia. Nel nostro Paese non c’è più un soldo perché ci siamo sputtanati tutto. In Germania, in Svezia, in Inghilterra, Stati Uniti i negozi di dischi ancora vendono. Certo, a livello globale la crisi c’è, questo è vero, ma nel nostro Paese, da questo punto di vista, siamo alla frutta, anche per un fatto legato alla mentalità e alle nostre abitudini. Questo in tutti i campi, non solo in ambito musicale. Le uniche cose che funzionano ancora in Italia sono il mercato del calcio, il mercato degli stupefacenti, il mercato delle mazzette, il ladrocinio dello Stato nei confronti del cittadino. Tutto quello che decade o crolla nella cultura italiana, a me va benissimo.

Il mio primo ricordo di Moltheni risale ad un concerto tiratissimo che vidi davanti al palco B del Velvet Club di Rimini ai tempi del tuo secondo disco. Se dovessi fare un bilancio di ciò che hai realizzato in tutto questo tempo cosa vorresti mettere nell’album dei ricordi e cosa, invece, vorresti buttare? Parlo in termini di produzione musicale ma anche a livello umano…

A livello umano vorrei buttare tutte le occasioni in cui il mio fare musica è stato un po’ umiliato. Per questo voglio resettare e dimenticare tutto, come se Moltheni non fosse mai esistito. Pagherei oro per svegliarmi e scoprire che Moltheni non è mai esistito. Questo perchè sono stato umiliato da tutte quelle persone che credono di sapere della vita o della musica e invece non sanno nulla. Non fanno altro che star lì ad aspettare i soliti dischi senza guardarsi mai intorno. Sono ciechi. Dal punto di vista artistico, cercando di essere obiettivo, ci sono state cose che tornando indietro non rifarei o farei diversamente e cose che mi sono piaciute.

Tra le cose che ti sono piaciute?

In primis, I segreti del corallo ma anche l’Ep prodotto in Svezia Io non sono come te. Poi ci sono alcune cose di inizio carriera e altre di fine, come Ingrediente Novus.

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