Il suono pulsante della città

A voi che state leggendo e che sarete probabilmente al caldo di una primavera ormai inoltrata, è doveroso precisare che la conversazione che segue si è svolta sotto il cielo quantomai pesante di una Milano di fine febbraio, gap temporale frutto in parte dei tempi della discografia e in parte del riserbo strettissimo attorno a Modern Vampires Of The City. Una riluttanza a parlare dell’album giustificata dai Vampire Weekend con la volontà di non influenzare in alcun modo la sua ricezione, quasi a dribblare quell’hype di cui il quartetto newyorchese si è sempre nutrito al pari del sangue per gli esseri mitologici di cui porta il nome.

Nel momento in cui incontriamo Rostam Batmanglij l’uscita del doppio singolo Diane Young / Step è infatti ben lontana (18 marzo) e così, con appena una manciata di informazioni a disposizione, possiamo solo preparaci alla chiacchierata ripercorrendo la storia della band.

Quello dei Vampire Weekend è un percorso che, a guardarlo a ritroso, segna prepotentemente i cosiddetti anni Zero: quando nel 2008 il debutto omonimo esplode nelle orecchie di mezzo mondo, ci si chiede come sia possibile che quattro sbarbatelli hype-driven siano riusciti a fare qualcosa di nuovo (nell’accezione più pura del termine) pur rimanendo freschi, orecchiabili, estremamente radiofonici nella definizione dei manuali di Tin Pan Alley. Puro pop – quello dei grandi maestri dei ’60, Beatles e Beach Boys in testa – contaminato da suggestioni che comprendono musica africana (Cape Cod Kwassa Kwassa) e jamaicana (The Kids Don’t Stand a Chance), new wave (I Stand Corrected), indie pop (A-Punk). Di ricerca, ma con la capacità di generare instant classic come A-Punk, Mansard Roof, Oxford Comma.

Vampire Weekend, tuttavia, soffre un po’ di incompiutezza nella visione d’insieme, anche perché composto da brani registrati lungo un arco di tempo relativamente ampio e in location diverse, spesso di fortuna (appartamenti, cantine, locali). Il passo successivo è capire cosa potrebbero fare questi quattro ragazzini della Columbia University con un studio a disposizione, se un disastro o un capolavoro.

La risposta arriva un paio di anni dopo, nel 2012: già dalle prime note di Cousins, apripista del sophomore Contra, si capsce che XL Recordings ha visto lungo e che Ezra Koenig e soci hanno davvero qualcosa in più da dire, bisogno di sperimentare e copie da vendere. Il disco debutta infatti al 1° posto nella classifica di Billboard dei 200 più venduti e lo stesso anno si contende un Grammy per Best Alternative Music Album con Brothers dei Black Keys (poi vincente).

Dati di vendita a parte, in appena due anni i Vampire Weekend si dimostrano notevolmente maturati e ancora in grado di trovare la strada per la hit perfetta (Holiday). Spirito innovativo e conservativo, nella tracklist, si bilanciano quasi alla perfezione: da una parte infatti ogni singolo passaggio ha il riconoscibilissimo marchio di fabbrica del quartetto, dall’altra gli arrangiamenti si fanno più elaborati, anche se la vena sperimentale pare a volte frenata. I riferimenti restano sostanzialmente gli stessi e a brani più radicati nell’esordio (Horchata, California English) si affiancano fughe libertine (I Think UR a Contra, Giving Up The Gun). Contra si può considerare  il disco della consacrazione dei Vampire Weeked, un lavoro con cui la band riesce in parte a scrollarsi di dosso il pregiudizio che la voleva bollare come un fenomeno passeggero, divertissement di quattro ragazzini benestanti dell’East Coast.

Al disco segue il relativo tour e poi per un po’ sui vampiri cala l’oscurità; molti dei membri del gruppo si dedicano ad altri progetti – il frontman Ezra Koenig e il bassista Chris Baio come solisti, Rostam Batmanglij con i Discovery – e dei Vampire Weekend nessuno parla fino a metà 2012, quando iniziano a riprendere le apparizioni live e le interviste.

Avanti veloce, siamo di nuovo a febbraio di quest’anno. Iniziano a uscire le prime informazioni sul nuovo album e già a vedere la copertina si capisce che il nuovo disco sarà qualcosa di sinistramente diverso: la fotografia incorniciata nello stile della band – precedente, e di molto, alla instamania dilagante – mostra la città di New York, catturata in bianco e nero da Neal Boenzi in una delle sue giornate più nebbiose (o piene di smog), nel 1966. Un segno che indica come il focus di Modern Vampires Of The City sia radicalmente diverso.

Proprio la metropoli è al centro di questo nuovo lavoro; la sua atmosfera notturna riecheggia tra le note, la sua grandiosità e il romanticismo vibrano attraverso gli organi da chiesa e i cori a canone (Obvious Bycicle), la sua storia è raccontata dai testi (Hudson). Il percorso intrapreso con Contra giunge a un traguardo perfezionando quella fusione di tradizione e innovazione e dando vita a una scrittura riconoscibile corredata da un sound nuovo, frutto anche della collaborazione con Ariel Rechtshaid (Major Lazer, Cass McCombs, We Are Scientists) che affianca Batmanglij alla produzione. Il tessuto sonoro si stratifica, ospita molte più sonorità di pianoforte (Hannah Hunt) e hammond (Step), un inedito trattamento delle voce (Ya Hey), rarefatte esplorazioni polifoniche (Young Lion); i riferimenti a cui da sempre ci hanno abituato i Vampire Weekend si amalgamano e si mettono a fuoco non più come elementi separati, di traccia in traccia, ma come un tutt’uno.

Non a caso è la stessa band a indicare MVOTC come il terzo capitolo di una trilogia, la chiusura di un ciclo, tanto che potremmo definirlo l’album con cui la formazione entra ufficialmente nell’età adulta. Persino il titolo – citazione da One Blood di Junior Reid – sembra un claim programmatico: i ragazzini sono diventati uomini, hanno lasciato la spensieratezza del campus e ora si aggirano per le strade di notte, a respirare la vita, ad analizzarne anche i risvolti più malinconici o inquietanti.

Per prima cosa, tiriamo in ballo il fattore tempo: come mai avete deciso aspettare tre anni per dare un seguito a Contra?

A dire la verità, tra il primo e il secondo album abbiamo avuto appena due settimane di vacanza, ci siamo rimessi al lavoro subito, come se non ci fosse stato tempo. Quando è finito il tour di Contra, invece, ci siamo presi cinque mesi pausa e poi, lentamente, abbiamo iniziato a trovarci. Quindi, tutto sommato, non credo che tre anni per fare un nuovo album siano molti, considerando poi che abbiamo passato più di un anno in tour.

Perché un disco ora e non tra un anno, oppure un anno fa? Cosa vi ha fatto capire che fosse il momento giusto?

La prima volta che io ed Ezra abbiamo parlato di fare qualcosa di nuovo, di sensazioni, e abbiamo iniziato a lavorare su un paio di brani, è stato quando ci siamo incontrati a Los Angeles. C’era un pezzo che gli avevo mandato ancor prima di finire Contra, nel 2009, una linea di pianoforte con una batteria molto complicata. Non ho più sentito nulla per diciotto mesi e poi per caso – eravamo su un aereo assieme – gli ho chiesto “hai ascoltato Obvious Bicycle?”: ho scoperto che lui aveva iniziato a scriverci qualcosa su, e che entrambi pensavamo sarebbe dovuta essere la prima traccia del nuovo album. Lì ho capito che avevamo un punto di inizio.

Da subito si capisce che Modern Vampires Of The City è molto diverso, per certi versi, dagli album che avete prodotto fino ad ora. Cosa è cambiato rispetto Contra o Vampire Weekend?

Credo che non sia cambiato molto a livello di scrittura; come per gli altri album si è trattato per lo più di una collaborazione tra me ed Ezra. L’arrangiamento era una cosa che facevamo più come band, mentre in questo album ci siamo concentrati sulla costruzione e sulla produzione utilizzata come strumento aggiuntivo per i brani.

Infatti lo stacco maggiore che si nota è proprio nell’arrangiamento, perché le canzoni hanno chiaramente il marchio dei Vampire Weekend, ma guardando i disco nel suo insieme il mood è completamente diverso. Come si è svolta la stesura dei brani?

All’inizio ci siamo trovati tre o quattro volte a settimana, lavorando sulle canzoni in molti modi e formazioni differenti: avevamo canzoni basate molto sulla chitarra, perciò ci siamo trovati come band, provando idee in quel modo, come abbiamo sempre fatto. Alla fine abbiamo scoperto che il modo migliore di lavorare a questo album era che io tirassi fuori un’idea musicale e che Ezra scrivesse testi e melodie, oppure che io e lui lavorassimo assieme trovando una specie di contesto, schizzando un mondo musicale per il brano, anche solo con pianoforte o un computer. Non abbiamo mai lavorato così a lungo e così a stretto contatto, abbiamo passato quasi un anno solo scrivendo e impostando le recording session per ogni canzone, che – contando anche quelle poi scartate – erano trenta o quaranta, anche se su disco ne sono poi finite dodici. Ci siamo presi molto più tempo del solito per scrivere, ed anche per questo ci è voluto così tanto per far uscire l’album.

Prima hai citato Los Angeles, dove avete realizzato parte delle registrazioni. Trovarvi in una città diversa da New York ha influito sul risultato finale?

Il realtà il grosso è stato scritto a New York, anche se abbiamo fatto qualcosa anche a Martha’s Vineyard. Poi nell’estate 2013 ci siamo spostati a LA per lavorare sul materiale già scritto con il mio amico Ariel – che ha coprodotto l’album. All’inizio eravamo solo io, lui ed Ezra, poi ci hanno raggiunto gli altri: abbiamo registrato basso e batteria ai Vox Studios, uno degli studi più vecchi di Los Angeles, costruito negli anni ’30. Molto emozionante.

Infatti il fatto di non produrre l’album totalmente da soli è una novità. Come mai avete scelto proprio Ariel Rechtshaid?

Ho collaborato con lui in passato; è uno dei miei migliori amici, ha un paio di studi di registrazione uno nel retro di casa sua e uno con pianoforte e batteria sempre montati. Ci sembrava il momento buono, visto che eravamo molto contenti delle canzoni e ci abbiamo messo tanto a scriverle, per passare al livello successivo. E poi dovevamo uscire da New York: stava iniziando a diventare una distrazione eccessiva, ci sono sempre troppe cose e troppi amici. È importante non avere i tuoi amici attorno, quando devi lavorare.

A detta vostra, questo disco sarebbe il terzo capitolo di una trilogia. Quando avete deciso, o capito, che si trattava della conclusione di un ciclo?

Ci sono una serie di elementi che collegano questo e gli altri album e sin dall’inizio avevamo deciso che tutti i nostri dischi avrebbero avuto lo stesso tipo di immagine in copertina, che il packaging avrebbe rispecchiato il contenuto. E poi sapevamo che avremmo fatto tre album con XL, quindi la cosa è venuta da sé. Nel caso di questo album, non abbiamo veramente realizzato cosa stessimo facendo finché non lo abbiamo finito e, quando è arrivato quel momento, ci siamo sentiti come se fossimo giunti alla conclusione di qualcosa. Per questo lo consideriamo la chiusura di una trilogia.

Infatti sia il titolo che la copertina – con quel “modern”, e il richiamo alla città – sembrano voler mettere una sorta di distanza tra voi e l’immaginario che vi ha sempre contraddistinto, quello dei college, dell’Ivy League, delle Polo Shirt e delle scarpe da tennis. Che ne dici?

Su Contra volevamo puntare il dito sul modo in cui le persone ci associavano a quel mondo, che sicuramente ci interessava ma che non ci appartiene, non è il nostro. Questa volta volevamo esprimere le cose diversamente, iniziare un nuovo capitolo nella storia dei Vampire Weekend, e che questa cosa fosse chiara già dalla copertina. Avevo questa idea che andando avanti avremmo potuto usare il bianco e nero, mantenendo il testo e questa estetica che abbiamo creato: pensavo però che sarebbe successo al quinto album o giù di lì, invece è accaduto ora. È un nuovo capitolo, diciamo.

Non solo l’estetica, ma anche le atmosfere richiamate nei testi ricalcano questa idea.

Si, durante la lavorazione abbiamo discusso molto sui testi, perché volevamo scrivere cose che in un certo senso fossero più classiche o che si riferissero a canzoni classiche.

Quali sono state le vostre influenze in questo senso?

È sempre difficile parlare di influenze, credo sia un gioco pericoloso. Ognuno però ha la sua lista di canzoni che considera i propri classici e da cui ha iniziato il proprio lavoro. Che in un certo senso è una cosa che rende questo disco unico, rispetto ai nostri precedenti.

Ho letto che Step contiene il sampling di una cover fatta da Grover Washington Jr. sul brano Aubrey dei Bread. E non è l’unico riferimento agli anni ’70, in molti pezzi si sente l’uso di un organo hammond, che per voi è una sonorità nuova.

È uno dei suoni che volevo utilizzare. Una cosa che amo di certi pezzi di Dylan è quella combinazione di piano e hammond, che quando i due strumenti iniziano ad interagire forma una specie di supersound. Volevo portarlo in questo disco, e si sente non solo in Step ma anche in Finger Back e Unbelievers, per esempio.

Nel complesso però mi pare anche che il disco risulti abbastanza downtempo, e che la vena afrobeat si sia un po’ esaurita. O sbaglio?

È più interiorizzata ma c’è; la musica africana farà sempre parte dei Vampire Weekend, solo ci piaceva l’idea di nasconderla un po’. Il nostro modo di suonare sarà sempre influenzato dall’afrobeat e la decisione di veicolare un feeling africano meno ovvio è stata intenzionale.

Un brano di cui ti vorrei chiedere di più è Hudson, perché è un pezzo che non ti aspetti quando pensi ai Vampire Weekend: cupo, inquietante, quasi strascicato…

Hudson è nata da una poesia di Ezra ispirata a Henry Hudson, l’esploratore che ha scoperto la Hudson Bay. L’equipaggio della sua nave ha fatto ammutinamento e ha ucciso lui e suo figlio. Quindi è morto, ma la baia ha preso il suo nome. Ezra aveva qualche accordo e una melodia, ma continuava a dirmi “suona bene solo se la canto in francese” perciò la canta facendo finta che sia in francese, anche se è in inglese. Io ho scritto la seconda parte della canzone, con quella strana melodia discendente, e abbiamo messo insieme il tutto a Martha’s Vineyard. Poi c’è una terza parte, il ritornello, che è in realtà l’adattamento di una cosa uscita da Chris [Thomson, nda] e Ezra durante una session di scrittura, una canzone che si chiamava Wrap Me In The Flag. Forse è per questo che Hudson è così particolare, perché è composta da tutte queste parti diverse che formano una specie di armonia minore e noi non abbiamo mai esplorato la tonalità minore in questo modo.

Ultima domanda: in questi tre anni avete più o meno tutti realizzato anche progetti solisti. In che modo credi che tali progetti abbiano influenzato Modern Vampires Of The City?

Purtroppo è impossibile dirlo. Nel senso che la risposta sarebbe: lo hanno influenzato completamente e per nulla. Per come la vedo io, tutta la musica che faccio – e che facciamo – è collegata. Fare musica da solo mi è di ispirazione per fare altra musica, ma quando scrivo non so per cosa sarà usato quello che ne uscirà. Ci sono brani su questo disco, ma anche su Contra, che non avrei mai pensato potessero diventare materiale per i Vampire Weekend, ma poi così è stato. Per me fare musica è come respirare e il fatto che tutti abbiamo strade personali diverse rende le cose più vive. Se i componenti di questa band non avessero una vita musicale o creativa al di fuori di essa, non credo che riuscirei a starci assieme.

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