Razzi arpia inferno e fiamme

Vorrei cominciare con Razzi Arpia Inferno E Fiamme: mi pare che il titolo, in un certo senso, riassuma il colore generale dell’album. Personalmente, mi sembra un titolo molto evocativo, richiama il rosso e il nero, dà un’idea quasi satanica, sicuramente sinistra. A me fa venire in mente un caleidoscopio delirante di luci e fiamme. Perciò, da ascoltatrice, mi è sembrato che Wow sia stato strutturato quasi come un lavoro di “pittura” sonora, come se l’intero disco fosse una tela e ogni canzone fosse appunto un colore, rispetto invece ad un tipo di scrittura più tradizionale.

Alberto: Esatto. Anche se più che di una tela, io parlerei invece di una matriosca gigantesca: il disco mi sembra una specie di involucro unico, che ha all’interno tanti elementi diversi tra loro, che però fanno parte, all’esterno, di una cosa con la stessa forma.
Roberta: Colori… Sì, in effetti quello che hai detto tu è già una spiegazione abbastanza completa (risate).

Perché l’avete scelta come primo singolo?

Alberto: Perché è stata in assoluto la prima canzone che abbiamo scritto per Wow, si tratta del primo pezzo nato dopo Requiem, e quindi ci eravamo affezionati. Tutto è partito proprio da Razzi Arpie Inferno E Fiamme.

So che per la stesura del testo hai collaborato con un altro cantante…

Alberto: Sì, un ragazzo di Bergamo, Roberto Longaretti, che è il cantante degli Spread. Questa è stata la prima volta nella mia vita che ho fatto scrivere qualcosa a qualcun altro, però abbiamo fatto un cinquanta per cento a testa: io avevo già scritto il mio, e lui ha scritto il suo senza vedere quello che avevo fatto io, poi abbiamo integrato le parti. Il suo testo era un po’ troppo estremo, il mio invece lo era troppo poco (risate), perciò abbiamo mischiato questi due aspetti. La parte “razzi arpia, danni miei, più che mai danni miei, pause nel tempo riavrai, mentre la mente è in orbita” è sua, e secondo me è la parte più interessante del pezzo.

Il titolo palindromo del disco come lo avete trovato?

Alberto: Lo ha proposto Luca dopo averlo visto scritto da qualche parte, a me è piaciuto fin da subito. È un’esclamazione, ci piaceva l’idea di avere un titolo palindromo e molto corto, che si adattasse all’atmosfera del disco. Più o meno, questo titolo è saltato fuori circa un anno e mezzo fa, nel corso delle registrazioni, e, stranamente, è rimasto invariato, dato che le cose cambiano in continuazione. E poi colora positivamente il disco.

Anche la copertina, infatti, mi pare si adatti bene al discorso generale dell’album, e soprattutto suggerisce immediatamente il formato del vinile…

Alberto: Sì, effettivamente è molto anni ’60; non la volevamo né troppo scura, né troppo chiara e accesa, doveva essere invece il più semplice possibile, per fare in modo che, come immagine, rappresentasse i tanti pezzi dell’album.

Di fronte ad un album doppio, la casa discografica come ha reagito?

Roberta: Inizialmente non benissimo, poi però, nel giro di qualche settimana, li abbiamo convinti.
Alberto: Comunque, abbiamo deciso che Wow dovesse essere un doppio circa sei, sette mesi fa, prima quest’idea non c’era.
Roberta: Più o meno era maggio o giugno, a quell’altezza eravamo ancora dell’idea di voler togliere qualche altra traccia, non volevamo neppure sentire parlare di un disco doppio. Poi invece questa idea si è insinuata e abbiamo cominciato lentamente a pensarci, a settembre infatti eravamo già più convinti, ma convinti in senso negativo, cioè che non ce la sentivamo di eliminare alcun pezzo, altrimenti il disco sarebbe stato un disastro; ormai sentivamo che Wow era quello e doveva continuare ad essere in quel modo. Ci avevano anche proposto di farlo uscire in due parti, a distanza di tre o quattro mesi l’una dall’altra, ma per noi sarebbe stata una cosa assolutamente negativa, anche dal punto di vista del live, del non poter suonare determinate canzoni perché devi aspettare che esca la seconda parte del disco. Alla fine, comunque, siamo riusciti a trovare un accordo con la casa discografica, rinunciando al budget di alcune cose, come i video.
Alberto: Inizialmente avevamo in mente di fare un solo disco da quaranta-quarantadue minuti al massimo. Ma abbiamo iniziato con tanti pezzi buttati lì, anche roba che non era finita: abbiamo poi deciso di sistemarli tutti, abbiamo voluto approfondire e migliorare tutti i pezzi che avevamo in scaletta, anche quelli che inizialmente non ci convincevano del tutto, e poi da lì siamo partiti con la registrazione. E in questo senso siamo molto soddisfatti, perché abbiamo cercato di rendere belli anche quegli elementi che in principio non ci sembravano riusciti. Alla fine quindi di dischi da quaranta minuti ne abbiamo fatti due (risate).

Ecco, riguardo al video di Razzi Arpia Inferno E Fiamme… secondo me rende molto bene l’atmosfera generale del pezzo. Come è nata l’idea?

Roberta: L’idea del video [con i lenzuoli bianchi stile fantasmi; ndr] è nata dalla regista, Ivana Smudja, con la quale io avevo collaborato in precedenza per un cortometraggio [Berlikete, ndr], e dato che la collaborazione era andata molto bene, l’ho fatta conoscere al resto del gruppo. L’idea è stata sostanzialmente sua, perché noi in quel periodo eravamo in studio ad ultimare le registrazioni di Wow, e quindi abbiamo lasciato fare a lei.

Per realizzare Wow avete passato circa tre anni in una sorta di completo isolamento: vorrei sapere se in questo periodo di ‘assenza’ si è creata un’attesa rispetto al ‘fuori’, sia per quanto riguarda l’aspetto live ma anche per le eventuali reazioni del pubblico al disco.

Roberta: Per quanto mi riguarda, l’uscita del disco è stata una bella botta di adrenalina, soprattutto rispetto al live, all’andare in giro a suonare: questo è veramente uno stimolo, è stato positivo perché, dopo tanto tempo fermi nello stesso posto, andare in giro ti dà un po’ di respiro. Tuttavia, c’è anche da dire che in realtà per noi non si è trattato di isolamento, ma di una condizione normale, perché per noi è sempre così. Semplicemente, per Wow abbiamo passato più tempo in studio rispetto agli altri album, però lo abbiamo registrato nel nostro studio di sempre, l’Henhouse, che il luogo dove stiamo tra un tour e l’altro.
Alberto: Dato che, dopo Il Suicidio Dei Samurai, l’Henhouse è diventato il nostro studio, poi non siamo più usciti nemmeno per registrare dischi… (Risate) Diciamo che, dopo quel disco, quel luogo è diventato il nostro punto fermo, ma non lo chiamerei isolamento, è quasi come se fosse casa nostra, e non è che stiamo lì a far niente, lì devi suonare praticamente per forza. Per Wow abbiamo impiegato più tempo rispetto agli altri album semplicemente perché avevamo molti più pezzi, e c’è stato molto lavoro per quanto riguarda le sovraincisioni e i testi. Comunque, quando stai lavorando a un disco, sai che alla fine andrai in giro a suonarlo e tutto il resto, quindi in un modo o nell’altro ti rendi conto che prima o poi uscirai.

Come avviene la scrittura dei testi? È vero che la prima stesura è in inglese, e poi fai una specie di traduzione in italiano?

Alberto: Non si tratta di una vera e propria traduzione, diciamo che è più una traduzione dei suoni, una traduzione fonetica. Farti degli esempi è difficile, non è una cosa semplice da spiegare; io ho un mio metodo quando canto in inglese, nel senso che mi viene spontaneo, mi escono subito delle parole che, per quanto riguarda le sonorità, sono molto simili all’inglese. Alcuni frasi magari sono in inglese, ma la maggior parte non lo è, sono frasi abbastanza allucinanti (risate). Poi parto dalle fonetica esatta delle parole, non dal loro significato, e da lì comincio a costruire il suono del mio testo: a quel punto, il testo non vuole dire assolutamente niente, è fatto di parole messe giù a caso, dopodiché inizio in qualche modo ad aprire delle frasi, o a cambiare delle cose, per arrivare a essere contento del colore che sto dando al pezzo, anche se all’inizio mi fa sempre abbastanza schifo. A livello di testi, infatti, in un primo momento siamo sempre insoddisfatti, perché partendo dall’inglese il suono è sempre migliore rispetto all’italiano, inoltre noi facciamo parti vocali molto corte, quindi è impossibile farci stare delle frasi lunghe.
Roberta: Secondo me su Wow, per la prima volta, ci sono dei pezzi che anche in italiano hanno reso di più rispetto all’inglese, ed è una cosa che mi ha stupito molto, perché è sempre un po’ traumatico quando Alberto riporta i testi all’italiano. Ma comunque è una questione di abitudine, perché poi, passato qualche giorno, ormai ti ricordi le canzoni solo in italiano e fai fatica a riascoltare gli originali in inglese. Quest’anno, io sono capitata in studio mentre lui stava scrivendo i testi, e su alcuni pezzi ho trovato che già al primo impatto la scrittura fosse molto buona, che suonasse da subito migliore rispetto ai dischi precedenti, ed è la prima volta che succede.

Si percepisce a livello musicale un grande lavoro di limatura, di approfondimento di ogni dettaglio. Mi riferisco anche all’inserimento dei cori, dei sintetizzatori, del mellotron…

Alberto: Sì, per Wow siamo stati davvero attenti ad ogni elemento, lo siamo stati anche per gli altri dischi ma stavolta siamo entrati in contatto con cose nuove, io per esempio con il pianoforte…

…Tra l’altro, da autodidatta.

Alberto: Diciamo di sì, mi sono seduto davanti al piano circa tre anni fa, ma questo non significa che abbia ancora imparato (risate).

 

8 Aprile 2011
8 Aprile 2011
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