Witch House. Tremate, tremate, le streghe son tornate
Piccola geografia del witch-house

Era ovvio che quel fenomeno, più o meno circoscritto e/o riconoscibile definito hypnagogic-pop o, nelle sue infinitesimali varianti, glo-fi o chillwave, mostrasse il lato oscuro e perverso. Quella estetica della ricordanza, fatta di memorie e slittamenti sfocati di significato ha virato il proprio asse portante al nero dell’incubo horror e della reverie più angosciosa, trovando paradossalmente nella stagione del sole e della luce la sua esplosione. È di questi ultimi mesi infatti l’ennesimo, nuovo trend mediatico proveniente dal più tetro underground e definito a vario titolo nel microcosmo online. Tra le più affascinanti, proprio witch-house. Gioco di parole che rievoca due componenti essenziali in questa nuova (vecchia) onda: l’occultismo di base e l’esoterismo etimologico, ma anche, musicalmente, una versione “posseduta”, maledetta e scarnificata della house.

Palme che si stilizzano in piramidi nere, geometrie che creano spigoli appuntiti, suoni che imputridiscono fino a marcire. Incubi semi-horror ed evanescenza ai massimi livelli la fanno da padroni. Esoterismo e nascondismo 2.0. Chiedere rispettivamente a Tri-Angle e Disaro, label di riferimento per il neo(sotto)genere: la prima (titolare è Robin Carolan del blog 20 Jazz Funk Greats) è un tripudio di grafica ossianica e grado zero dell’informazione; la seconda, pregnante esempio di deviante nascondismo nell’era dell’occhio orwelliano ed estetica di riciclo. Label distanti e diverse ma accomunate da una estetica mutante in grado di deviare le istanze glo-hypna verso lidi disturbanti in cui convivono forme estreme di hip-hop, wave gotico-esoterica, synth-pop che più robotico e dark non si può e hauntology oscura.

Tutto intorno una scena, per quanto impalpabile perché legata ai bit del flusso internettiano, alla versione da sottobosco del myspace (soundcloud e bandcamp su tutte) e alla delocalizzazione da un vero e proprio centro geografico, sta piano piano prendendo il sopravvento, finendo anche con l’avventurarsi in circuiti mainstream dell’informazione come Rolling Stone e The Guardian.

A partecipare a questo sabbath della memoria 80s una serie di band dai moniker oscuri, inintelligibili, criptici a dir poco, fatti di slash e asterischi, croci e triangoli, tutto in grafica povera; come se il rifiuto di un nome comprensibile fosse la nuova frontiera di chi si occulta “anche” agli occhi del sottobosco indie, rendendo impossibile qualsiasi “googleata”. ▲, †‡†, Gr†ll Gr†ll, oOoOO, //Tense//, Pwin ▲ ▲ Teaks, †NO VIRGIN † e letteralmente una marea di altri, è tutto un florilegio di simbologia e geometrie da iper-ermetismo, come se nella migliore delle ipotesi i ventenni di oggi avessero scoperto le infinite possibilità della tastiera. Oppure, nella peggiore, avessero applicato al sottobosco indie la neolingua adolescenziale da sms/chat.

Inutile parlare di discografia per progetti che vivono quasi esclusivamente online, ma l’immaginario collettivo è un tripudio di geometrie, piramidi, angoli acuti e sfarfallio di immagini eighties-pop mirabilmente rese da collettivi di video- e film-maker in bassa fedeltà come Mater Suspiria Vision/Cosmotropia De Xam, Aids-3D e filiazione tutta, in una sorta di ciclo di Creamaster girato in una discarica post-industriale infestata che riprende il futuro ipotizzato e sognato negli 80s. Il legame tra musiche e immagini (video e grafiche) è inscindibile: i collage tardo-adolescenziali delle copertine dei cd-r o la slow-motion di fotogrammi rubati dal trash televisivo degli ultimi 30 anni si sposano idealmente con il riciclo al negativo di una memoria acquisita e non vissuta.

Accanto ai nomi meno noti, alcune band più intelligibili si stanno facendo largo. Nomi come Balam Acab, White Ring, Modern Witch, Creep, Water Borders o i citati oOoOO, dovrebbero essere familiari a chi bighellona per le estremità nascoste del web. Accomunati in una “scena”additata coi nomi più disparati (drag, haunted house, screwgaze, cave crunk, ghost juke) tra i quali il più gettonato tra i bloggers è witch-house, offrono uno spaccato piuttosto vario per sonorità: si va dal dubstep a quello più ambient mefitico, al dark o ancora alle eteree atmosfere di matrice shoegaze-goth per finire addirittura al versante ebm-oriented o limitrofo al pagan-folk.

Sonorità diverse accomunate da un senso di imminente minaccia, cavernosi echi, beat sintetici e da un impatto visionario. A far da collante, tanto da essere riconosciuto come vero e proprio capostipite del genere, è un progetto americano paradossalmente assurto al ruolo di culto su magazine patinati per ragioni che esulano dal portato musicale: il solito gossip r’n’r fatto di vizi, droghe pesanti, omosessualità e scandali sui generis.

Salem, questo il nome scelto da tre twenty-something di Traverse City, Michigan, Heather Marlatt, John Holland e Jack Donoghue, con quest’ultimo di base a Chicago. Nome evocativo e d’impatto, ma non secondo i tre che minimizzano le ragioni della scelta trincerandosi dietro una ingenuità che puzza di artefatto: Salem suona bene ed è anche un bel posto, ci confessa Heather, col sodale John a farle eco: Lo scegliemmo molto tempo fa e quando un nome suona bene anche dopo 5 anni è da paura no? Il riferimento rimanda alla città tristemente famosa per la caccia alle streghe e la scelta si rivela ideale per evocare un immaginario di occultismo e irregolarità borderline che si tramuta musicalmente in un evanescente e sfocato mix: shoegaze impalpabile, techno minimale, effimera pomposità blackmetal e dubstep greve e cavernoso, il tutto condito con voci ethereal alla 4AD o mutanti da hip-hop bianco da sobborgo urbano. Proprio il contrasto tra le suadenti atmosfere oniriche delle vocals di Heather e il vocione cadenzato su base juke di Jack (Quando rappa riesce ad abbassare il ritmo e finisce col somigliare ad uno del ghetto, dice John) sono il segno più evidente di un sound che sfugge e insieme rimiscela influenze e rimandi tra i più distanti. Se esiste un posto in cui possono convivere Oneohtrix Point Never e Burial, Cocteau Twins e hauntology made in Ghost Box, quel posto è King Night.

In apparenza fuori contesto, è il sostrato rap o hip-hop rintracciabile nelle ritmiche cadenzate e obnubilate a sorprendere e a portare a galla passioni giovanili mai sopite e esperienze pregresse in ambiti juke e ghetto-house chicagoana: È l’aspetto percussivo quello che più mi interessa nella musica, conferma Jack. Sin da ragazzino ho sempre ascoltato rap e hip-hop, soprattutto per le ritmiche, tanto che da quel punto di vista lo considero un genere in continua evoluzione. Non è un caso che gli artisti che più mi influenzano ora sono per lo più producer rap come Drummaboy, Araabmuzik, dj Nate. Anche John aveva un progetto juke-disco, Whore-Ce, col quale si divertiva a comporre folli canzoni da discoteca nelle nottate casalinghe a base di speed. In merito all’importanza del rap/hip-hop per Salem è, però, piuttosto evasivo nonostante abbia spesso citato Three 6 Mafia, Twista, Lil’ Wayne come influenze: Di solito non mi preoccupo di quale tipo di musica sto ascoltando o dalla quale sono influenzato, quanto di “cosa” è quella canzone, come suona, la sua melodia e la sua struttura.

A differenza della iperproduzione tipica da 2.0, Salem ha una gestazione lenta. Pochi e brevi vagiti sparsi nel giro di un paio d’anni, da aggiungere ad una serie di tracce singole o remixate abbandonate nell’impalpabilità del web o a qualche oscura compilation. Dopo il cd-r Fuckt su Disaro (some goth kids get a hold of early Three Six Mafia, si leggeva online su quella raccolta di pezzi), l’esordio “vero” arriva nel 2008 col 7 pollici Yes, I Smoke Crack per Acéphale. Quattro pezzi di heavenly voices, beat sintetici e estetica hauntology, seppur ancora in forma prodromica lanciano il proverbiale campanello d’allarme tra gli addetti ai lavori.

L’anno scorso la band ha spinto sull’acceleratore, proponendo un trittico di uscite, ovviamente tutte sold out. Water (Merok Recs), OhK (Big Love) e Frost (Audraglint) sono un percorso di avvicinamento ad un sound personale, grazie ad un lavorio anche sugli stessi pezzi (Redlights, Sweat, OhK tornano spesso in forme mutanti) che ne ripensa spesso i dettagli lasciando intatta la base di partenza: un synth-goth virato glitchy-hop che crea brulle e desolate lande di gelida pop-music per novelli dark da cameretta.

Fino a poco tempo fa – dice Heather in merito al culto creatosi attorno a loro – non sapevo ci fosse altra gente che fa musica simile alla nostra, ma con questo non voglio dire che abbiamo iniziato noi. Di sicuro non ho nessuna intenzione di far parte di un movimento o di una scena. Se ci sono altre persone ispirate da ciò che facciamo, ok, buon per loro. I tre sono però concordi nel considerare la propria musica non come una semplice evoluzione al negativo delle istanze hypna-pop (Heather: non credo che sia l’opposto di nulla, no), quanto una sorta di personale catarsi su pentagramma: se John afferma che la propria musica proviene spesso da un luogo di profonda tristezza, Jack ribatte: Ciò che mi piace della nostra musica è che copra un ampio spettro di situazioni di vita e sentimenti, così che se ci sono momenti negativi o tristi, c’è anche un forte senso di speranza e abbandono.

Affermazioni che ci trovano in parziale disaccordo soprattutto per il tentativo di smarcarsi dalla neo-“scena”. L’humus da cui prende le mosse tutto il variegato movimento che abbiamo descritto finora è proprio quello dell’hypnagogic, ossia una deviata e malata rievocazione degli 80s. Nel fenomeno witch-house però quell’immaginario è virato al nero, piegato verso l’incubo e rievocato spesso e volentieri con l’ausilio di video e immagini sgranate, in slow-motion, roboticamente reiterate. Pronto a mostrare l’altra faccia della medaglia di quello scintillante e illusorio decennio, il suo lato oscuro.

Breve geografia witchy in 10 mosse

White Ring

Duo di Brooklyn formato dal synthetico beat maker Bryan Kurkimilis e dalla novella chanteuse Kendra Malia e tra i più goth del lotto. Avvolti da un manto brumoso e circondati da simboli runici, i due hanno esordito lo scorso marzo con un 7 pollici condiviso con i sodali oOooO, edito dalla svedese Emotion. Sul loro lato sguinzagliavano Roses, quattro minuti per bassi molesti, rullanti taglienti, synth apocalittici ed il mesto, confuso cantato di Kendra. Pochi mesi ed è tempo per un nuovo singolo: Suffocation, il loro pezzo migliore, esce per la canadese Hi-Scores Recording Library su vinile corto e in digitale con ben cinque remix aggiuntivi, tra cui anche uno ad opera di Mater Suspiria Vision, altro quotato nome del giro. A fine ottobre il primo tour europeo del gruppo, ovviamente solo in UK. (Andrea Napoli)

oOooO

Il moniker sotto cui si cela Christopher Dexter Greenspan è tra i più criptici e quindi emblematici della nuova sotto-corrente. La prima creatura viene licenziata ad inizio anno da Disaro, etichetta che si è imposta come punto di riferimento per tutta la casa delle streghe. Un cd-r con sei brani tra cui spicca la cover di un vecchio pezzo disco-funk come Summertime, Summertime dell’italo-americana Nocera, qui riadattato sia nel titolo (NoSummr4U) sia nel sound che si fa assai prossimo ad un altro tormentone di recente fattura, il glo-fi. Segue il singolo split con i newyorkesi White Ring di cui abbiamo già detto e ora è di imminente pubblicazione un EP su dodici pollici per Tri Angle che se porterà a maggiore compimento le tracce fin qui seminate sarà di sicuro una tappa obbligata. (AN)

Mater Suspiria Vision

Una delle realtà più interessanti ed eccentriche del giro, partendo dal nome, passando per le grafiche trash-glam, per giungere all’incredibile numero di video-clip autoprodotti che affollano la pagina myspace. Autori di una serie sconfinata di micro-uscite su cd-r, cassetta, dvd-r e finanche vhs, sempre tirate in una cinquantina di copie al massimo, il duo composto da soggetti rispondenti a nomi quali ℑ⊇≥◊≤⊆ℜ e Cosmotropia De Xam è artefice di un sound claustrofobico come pochi. Linee di basso pesanti come macigni, campioni di inquietanti voci infantili ed apocalittiche ritmiche marziali fanno il paio con grafiche da magazine di moda deturpato e titoli che non si vergognano di abusare di parole come witch, crack e tutto il nuovo immaginario d’ordinanza. (AN)

//Tense//

L’opera del duo (trio dal vivo) di Houston è quanto di più lontano ci sia da canoni, per altro dettati da pochissimo, della witch house. La musica dei //Tense// è infatti pura reinterpretazione di quel sound Industrial Dance/EBM che vent’anni fa fece il successo di una label come Wax Trax!. E allora perché il nome ricorre spesso sulle pagine web dei soggetti in questione? Semplice, perché ancora un volta è la texana Disaro ad averci messo lo zampino, pubblicando il cd-r Consume, dopo che la francese Desire aveva già licenziato l’album Memory, prima in CD e da poco anche in LP, a breve distanza dal nuovo EP Introducing. Per chi avesse poca dimestichezza con la materia, si tratta di un’elettronica smaccatamente anni ’80-’90, connotata da pensanti beat meccanici, voci incalzanti e liquidi giri di synth. La versione primigenia di quello che oggi va sotto il nome di drag. (AN)

Balam Acab

Progetto solista dello studente ventenne Alec Koone che, dopo anni di registrazioni noise e drone in cameretta, ha cominciato a sperimentare incalzando i sample concreti di sempre con nuovi beats rudimentali, arrivando subito ad attirare l’interesse della neonata, ma già emblematica, Tri Angle. Come già accennato nell’ultimo Gimme Some Inches, See Birds è il primo EP del nostro e imbastisce in sei pezzi scheletriche strutture dubstep, eteree come Mount Kimbie, astratte suggestioni ambient e sfuocate immagini sonore à la Ducktails. Il 12 pollici spopola tra i network dell’elettronica corrente tanto da essere momentaneamente sold out e per ora non sono annunciate nuove uscite. L’headliner sul Myspace di Koone però parla chiaro: “No witches in this house!”. (AN)

†‡†

Altro nome criptico, altro giro di infiniti remix e pezzi sparsi online. Influenzato in parti uguali da acid-house, 80s new wave, 90s dance, goth rock, hip-hop, noise, 2nd wave of black metal, geometry (?!), il ragazzetto che si nasconde dietro l’alternanza di croci e doppie-croci va di ritualità e occultismo come se piovesse. Chiuso nella sua cameretta, col solo ausilio di pc, qualche filtro e microfoni modificati, †‡† frantuma l’immaginario goth anni ’80 a forza di white noise di fondo, sinfonico procedere black-metal e iniezioni di ebm marcia e rallentata al massimo suffragando la definizione di “gothic chillwave” con cui è stato etichettato online. Imminente l’esordio in cd-r sull’immancabile Disaro. (SP)

CREEP

Trip-hop e rape-gaze campeggiano sul myspace dei Creep, progetto al femminile formato dalle djs newyorchesi Lauren Flax e Lauren Dillard, ma non c’è molto da fidarsi su chi si nasconda veramente dietro la sigla Creep. Di certo c’è la musica, che si muove sul versante più sognante, seppur sempre angsty, dell’intera faccenda. Roba limitrofa alla minimal-techno più ossianica o al synth-pop più esoterico, dilatato e dreaming che si configura a volte come un glitch-pop dalle forti tinte dark, altre come una sorta di versione horror dei Cocteau Twins. Titoli come Empty Church o Jessica King non sfigurerebbero affatto in qualche b-movie horror d’antan. Le ragazze si offrono anche come remixers (tra gli altri, anche di Memory Tapes) e il prossimo 7” per TriAngle prevede Romy dei The xx alla voce. (SP)

Modern Witch

La sigla Modern Witch è appannaggio di Kristy Foom, Mario Zoots e Kam Khan, trio formato a Denver un paio di anni fa dai primi due e con all’attivo una cassetta autoprodotta (Comfort Noise del 2009) e un cd-r untitled per la solita Disaro. Sound eterogeneo che spazia da una sorta di electroclash sedata ad un synth-pop claustrofobico e mutoide, che sfocia facilmente nella minimal-wave più horror cantata sporadicamente da una Nico ventenne. Tutto un trionfo di beats, drum-machine dei primordi, synth di seconda o terza mano ossessivamente reiterati. Un tempo si sarebbe definita cold-wave. (SP)

Pwin  ▲ ▲ Teaks

Se intitoli un pezzo The Secret Hypnagogic Dreams Of Laura Palmer (nello specifico il cd-r split con Hobo Cubes su Hobo Cult recs) o Beyond The Red Room hai già detto molto, se non tutto, del tuo universo di riferimento. Alla base delle musiche del geniale moniker c’è una visionarietà filmica lynchana, che slabbra il potenziale horrorifico del glo-fi notturno in “a night of hypnagogic dementia”, come recita la press. Una manciata di release, quasi tutte in formato cassetta, come l’appena uscito split a 4 su Mind Magnetic, fanno di Pwin Teaks uno dei nomi “gelidi” di questa nuova onda. (SP)

Gr†ll Gr†ll

Voci campionate al ralenti, battuta bassissima e drogata, ritualismo di matrice esoterica e codici alfanumerici a nascondere/confondere ancor di più l’immaginario ebm contorto e sfasato di questo solo-project di cui nulla più della sigla identificativa è dato sapere. In verità qualcosa si sa, tipo nome e cognome, Martin Noermann, e provenienza, Danimarca, ma non ci metteremmo la mano sul fuoco. L’unica traccia discografica – il cd-r self-titled su Disaro, tanto per cambiare – evidenzia un retrogusto old-school industrial tra i più pesanti dell’intero lotto, tra brume Burning Star Core, folate di rumore bianco sempre in modalità riverberate lo-fi e voci possedute dall’anima venduta al diavolo del black-metal nord-europeo. Scheletriche architetture dark-noise che speriamo escano in forma più definita. (SP)

15 Ottobre 2010
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